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Archivio dicembre, 2009

mostra

Si è inaugurata alcune settimane fa la mostra “La rivoluzione culturale – La Facoltà di architettura del Politecnico di Milano 1963/74”. L’esposizione ha destato molto interesse all’interno della comunità universitaria, e non solo: pertanto ne è sta prorogata l’apertura sino all’8 gennaio 2010.


Per i molti che hanno chiesto informazioni e approfondimenti, mettiamo a disposizione i risultati e i materiali della ricerca condotta, raccolti all’interno del catalogo della mostra, scaricabile in formato pdf. Il catalogo è stato strutturato, come i pannelli per l’allestimento, attraverso la scelta di soglie storiche significative o “punti nevralgici”, secondo questo indice dei contenuti:



LA FACOLTA’ DI ARCHITETTURA DI MILANO 1963-1974


1963-74 CRONOLOGIA


14 FEBBRAIO 1963


1965-68 CARLO DE CARLI


1966-67 VITA DI FACOLTÀ


8 LUGLIO 1967 L’AVVIO DELLA SPERIMENTAZIONE


DAL 1968 AL 1971


1972-73 TENTATIVI DI RESTAURAZIONE


1973 INIZIATIVE


8 APRILE 1973 OMAGGIO A PICASSO


1974 MOSTRA SULLA CITTÀ


11 MAGGIO 1974 IL RIENTRO DEGLI 8


1963-74 DATI


TESTI



Rispetto ai materiali presentati tramite i pannelli nell’allestimento, il catalogo è stato arricchito con degli apparati: la sezione GRUPPI DI RICERCA ALLA FACOLTA’ DI ARCHITETTURA DEL POLITECNICO DI MILANO 1968-72 (pp. 49-63); la sezione TESTI, che raccoglie i contributi sull’argomento di Vittorio Gregotti, Ernesto Rogers, Giancarlo De Carlo, Massimo Scolari, Umberto Eco, Ezio Bonfanti, Virgilio Vercelloni, Paolo Deganello, Paolo Portoghesi, Franco Origoni, Franco Purini, Antonio Monestiroli (pp. 97-104).


Nelle prossime settimane saranno pubblicate online una serie di testimonianze dei protagonisti di quegli avvenimenti. Lo scopo è quello di sviluppare alcune questioni aperte da questo lavoro di ricerca, e metterne altre sul tavolo, nella convinzione che il contributo di ciascuno sia una ricchezza del comune “progetto storico”.



di Fiorella Vanini



A seguire è possibile scaricare il catalogo della mostra e la brochure informativa sull’iniziativa.

La rivoluzione culturale - catalogo della mostra

La rivoluzione culturale - brouchure

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Riceviamo da Mauro Sullam

 


 

 

 

 

Arrigo Arrighetti, Piscina Solari, 1964, Milano

Ovvero la lotta degli anziani contro i giovani


di Marco Biraghi


Apocalissi del nostro tempo


E tuttavia, messo in rilievo tutto ciò, risulta forse lecito chiedersi, oggi, in modo auspicabilmente altrettanto profondo e motivato (ma al tempo stesso “disinteressato”, ovvero alieno da interessi o da animosità personali) di quanto fatto trentacinque anni fa da Pasolini, se egli abbia avuto ragione o meno. Non è soltanto la distanza storica a consentirlo: è la stessa analisi condotta da Pasolini a richiederlo in modo quasi impellente. Gennariello, al pari degli Scritti corsari e delle Lettere luterane, non contengono esclusivamente una diagnosi, ma anche - e in misura consistente - una prognosi. Le constatazioni storiche, in essi, hanno al contempo valore di profezia. E infatti, della profezia a tratti assumono il tono: in più circostanze in quelle pagine ricorre l’evocazione di una punizione oscura e tremenda pendente sul capo di un’intera generazione di giovani: generazione per Pasolini già colpita al presente dalla propria infelicità, «e in futuro, certo, da qualcosa di più oggettivo e di più terribile», «in futuro, chissà da che cosa, da quali ecatombi».


Difficile dire quali terrificanti minacce egli vedesse addensarsi nel futuro degli adolescenti della metà degli anni settanta (i quindicenni di allora e i cinquantenni di oggi) e dei loro fratelli più giovani. Osservati in prospettiva storica, i rappresentanti della generazione dei “figli” (come del resto quelli delle generazioni venute dopo la loro) non hanno dovuto subire - da un punto di vista collettivo - un destino particolarmente avverso: nessuna guerra, nessuna pandemia (non ancora, almeno), nessuna piaga sociale di proporzioni gigantesche, nessuna calamità naturale dal potenziale distruttivo globale, capaci di spazzar via una o addirittura più generazioni - almeno in Italia, dagli anni settanta ad oggi. Certo, le occasioni distruttive non sono mancate: Pasolini ad esempio parla delle droga come di una «vera tragedia italiana», drammatica spia della «perdita dei valori di una intera cultura». E non è un caso che nel fenomeno della droga egli veda «un fenomeno strettamente borghese», direttamente ricollegabile e conseguente al nefasto (benché al tempo stesso sotto certi aspetti benefico) “sviluppo” consumistico degli anni sessanta.

Visto oggi, il problema della droga non ha perduto la propria drammaticità. Apparentemente meno acuto ed estremizzato, esso è penetrato in compenso in tutti gli strati sociali e ha allargato di molto l’ampiezza delle età che riesce ad abbracciare: praticamente tutte, dalla prima adolescenza alla pena maturità, se non addirittura alla senilità.


Altro tema ricorrente negli scritti di Pasolini è quello della liberalizzazione dei comportamenti sessuali degli italiani, a cui si può far risalire - a partire da un momento successivo alla sua morte, e ovviamente all’interno di un quadro territoriale più vasto, comprendente anche il nostro paese - la diffusione dell’Aids, malattia fortemente legata, almeno nella sua prima fase, a una fascia generazionale, nonché con tutta evidenza a una società sempre più soggetta alla «”falsa tolleranza” del nuovo potere totalitario dei consumi».

Discorso per certi versi analogo potrebbe essere fatto per altre malattie come il cancro, che negli ultimi trenta o quarant’anni hanno conosciuto un vertiginoso aumento di diffusione, infrangendo le tradizionali “barriere” generazionali precedentemente esistenti.


In tutti questi casi non si può tuttavia mancare di rilevare un certo grado di “genericità”. Più che questa o quella sindrome o catastrofe, infatti, ciò che al giorno d’oggi sembra essere davvero “occasione distruttiva”, per tutte le generazioni in modo ormai pressoché indifferente, ma in particolare per quelle più giovani, è ancora e sempre il consumismo (non ci si lasci ingannare dall’apparente obsolescenza di questo vocabolo: dietro il suo programmatico logoramento si nasconde in realtà la perfetta attualità del fenomeno). E occasione tanto più pericolosa in quanto astutamente insinuante: occasione “normale”, quotidiana, silenziosa, invisibile, o meglio piuttosto ottundente.


È dunque la sempre maggiore e capillare diffusione del consumismo - ovvero, la sempre maggior assuefazione ad esso - la causa ultima dei mali peggiori (nonché - non va dimenticato - dei beni migliori) che la generazione dei “figli” e le generazioni seguenti hanno dovuto subire. Da questo punto di vista si può dire che esse continuano a pagare le colpe dei padri, di cui ancora non si sono liberate - e di cui, vi è da presumere, non si libereranno mai.


Il fatto poi di appartenere noi stessi a tali generazioni (perlomeno, tutti coloro che al presente hanno dai cinquant’anni in giù) e pertanto di condividere noi stessi quella colpa, senza riuscire in alcun modo a liberarcene, illumina di una luce affatto diversa la condizione attuale e, dietro l’illusoria apparenza di “normalità”, ne rivela la sostanziale tragicità.


(continua…)


Foto di Chris Jordan

Foto di Chris Jordan

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TWA terminal,
Eero Saarinen, New York 1962

 


Presented at the Museum from November 10, 2009 through January 31, 2010, Eero Saarinen: Shaping the Future is the first retrospective of this architect’s career, which was one of the most prolific, unorthodox, and controversial in the history of 20th-century architecture. From the TWA Terminal at JFK Airport and the St. Louis Gateway Arch to the Pedestal Chair for Knoll Associates, Saarinen (1910-1961) created some of the most potent expressions of American identity after World War II. Saarinen’s clients constituted a who’s who of the era’s most prominent industries and institutions. For them he designed buildings that advanced the expansion of higher education to the promotion of automobile culture and air travel, popular forms of entertainment like television, and the newest information technologies. Featuring sketches, working drawings, models, photographs, furnishings, films, and other ephemera, the exhibition examines the architect’s career from the 1930s through the early 1960s.

 


Exhibition at the Museum of the City of New York

November 10, 2009 - January 31, 2010


 

in collaboration with

Finnish Cultural Institute in New York

Museum of Finnish Architecture

National Building Museum, Washington, D.C.

 

with the support of

Yale School of Architecture



more info: www.mcny.org

 

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Immagini diverse, risposte varie sono state date a “I paesaggi della lentezza”, convegno organizzato dalla Scuola di dottorato di Venezia il 17 dicembre 2009. Benno Albrecht, Marco Brogiotti, Monica Carmen, Francesco Escalona, Alberto Ferlenga, Enrico Fontanari, Emanuel Lancerini, Arturo Lanzani, Renzo Marangon,  João Nunes, Juanma Palerm, Domenico Patassini, Fabio Renzi, Amerigo Restucci, Paolo Rumiz, Alessandra Taverna, Michel Thoulouze e Maria Chiara Tosi si sono avvicinati in modi sorprendentemente diversi al tema, evidenziandone sia gli aspetti processuali, teorici, immateriali sia gli aspetti progettuali, tangibili e concreti in merito a come i luoghi contemporanei, parti costitutive della nostra quotidianità, siano oggi esposti a una lenta metamorfosi, lontani certo dall’essere immobili ma costantemente connotati da piccoli, graduali movimenti: spaziali, di significato, di forma. Essi sono rimasti pur tuttavia sempre legati all’ambiente plurale: urbano o rurale, industriale o residenziale, pubblico o privato… da cui prendono forma e dal quale si distanziano per scoprirsi e riconoscersi ogni volta in uno stato di rinnovato valore.

In questi scenari troviamo pertanto un senso di luogo perduto che interessa tutti quegli spazi territoriali oggi addormentati nell’abitudine di “sempre uguali” o che troppo spesso vengono rapidamente e distrattamente attraversati. Del resto, il movimento, proporzionalmente alla sua velocità intrinseca, tende sempre a negare lo spazio, che si trasforma presto in semplice spazio attraversato. Dunque ciò che diviene interessante non è più l’immagine in sé, ma il ritmo del prodursi, riprodursi, associarsi, mutare delle immagini in quel processo continuo che costringe l’immaginazione a completare la forma che la velocità aveva in precedenza distorto o cancellato del tutto. In altri termini, come scriveva lo stesso Chatwin in “Le vie dei canti”: «Tutte le nostre parole per paese sono le stesse che usiamo per via», ovvero il mondo esiste in quanto viene cantato durante il movimento lungo un percorso e la via è quindi a sua volta individuata da una serie di tracce che troviamo lungo il cammino e che ne consentono in questo modo la riconoscibilità di luogo. D’altra parte la strada in quanto linea induce ad andare come se questo ne fosse il suo valore intrinseco, nel senso che andare non è solo progressione verso una meta prefissata, curiosità di sapere cosa riserva l’orizzonte ma è anche andare non importa dove. Pertanto il viaggio in quanto tale, forse si “deve andare” per incontrare qualcuno, qualcosa: «Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati? Dove andiamo? Non lo so ma dobbiamo andare». La sensazione richiesta è quindi di non essere in “nessun luogo” e, di conseguenza, di non essere in “alcuno spazio sociale”, il movimento dunque come pura sperimentazione, ricerca senza un tracciato lineare ma con un’attenzione molteplice all’accadere, come lo stesso Nietzsche insegnava; o pure Baudelaire sottolineava la difficoltà di ritrovare l’autenticità di luogo andata in qualche modo perduta a seguito dell’acquisita facilità di comunicazione e quindi in ultima analisi, proprio per effetto della frequenza dei viaggi, il desiderio per mete lontane, senza però mai credere davvero a un’esperienza salvifica o come scriveva anche Michel de Montaigne: «Non lo comincio [il viaggio] per tornare né per portarlo a termine, mi propongo solo di muovermi» in quell’idea di peregrinazione senza meta né scopo come esperienza autentica e unica nella continua percezione di “mondo”. Di conseguenza osserviamo che noi siamo maledettamente più condizionati dalle presenze intorno di quanto osiamo pensare. I luoghi ci sono, in effetti, consoni al pari delle persone e per questo dobbiamo ricordare che, nonostante la nostra tendenza all’astrazione e alla rarefazione, noi siamo da qualche parte e questo “qualche parte” diventa presto una parte di noi, in quella nostra attitudine ad addomesticare ogni luogo che inizialmente ci appare nel caos dell’ignoto e di cui dobbiamo riconoscerne presto la potenza, ricercarla o evitarla, rafforzarla o indebolirla ma nella quale dobbiamo pur sempre distinguere il luogo in quanto “località” e che è comunque necessario fare costantemente i conti col molteplice, col principio della confusione e del perdersi, ingraziarselo e cercare ogni volta di indovinarne le intenzioni senza mai sottovalutarlo, riconoscendo in questo modo i “segni del luogo”. D’altra parte oggi solo l’idea di ritrovarsi perduti ci terrorizza e assumiamo così un misero atteggiamento che in un tempo lontano aveva ben descritto Socrate, quando diceva di un tale che non si era affatto emendato nel corso del suo viaggio: «Lo credo, si è portato con sé». “Portarsi con sé” significa infatti colonizzare con la propria presenza ogni passo del peregrinare e di conseguenza non venire a patti con la potenza del luogo. Dunque non ci si può più perdere perché i luoghi vengono troppo presto divorati dall’ordine che in ogni dove ci siamo portati appresso e così ad essi non viene più concesso di essere “località” con cui poter interagire. Capita dunque di camminare sovente per città sconosciute e sentire che “calzano bene”, che ci invitano a esplorarle, che i passaggi da loro offerti fanno affiorare una conoscenza, dei sentimenti di adeguatezza, ci sentiamo quindi conformi a quei luoghi ed essi a noi. Pagine e pagine sono state scritte in merito a questo fenomeno e al suo contrario, senza però mai raggiungere una soluzione definita. Del resto l’ambiente non è solo un dato: in esso sono oggettive certe condizioni e proporzioni (igieniche, climatiche, fisiche); esso è costellato di spazi costruiti e non, territori che ci fuggono, a cui non apparteniamo o che vengono puntellati da discutibili, ambigue, insignificanti, indifferenti architetture. Importante è osservare che l’ambiente non è però da intendersi solo come “intorno” ma come un’interazione continua tra due presenze: quella dell’ambiente e quella dello spazio. Il territorio non va, infatti, “sentito”, va “fruito”: questa operazione richiede però la costante produzione di un orientamento standardizzato e di “sicurezza” a cui poter fare appiglio, ogni tanto, ma è proprio in questa continua ricerca di una dimensione domestica, di un senso di controllo generale che risiede quella progettazione standardizzata di sistemi sempre uguali, costanti e ripetibili: i motel, le aree di servizio, i centri commerciali… che hanno oggi plasmato, per esempio, l’intero paesaggio americano. Dunque l’utopia dell’indifferenza tra corpo umano e località copre in questo modo il fastidio e la fatica che la varietà del mondo fisico porrebbe al viaggiatore. Perciò dove si trova ora l’identità di luogo e la sua propria riconoscibilità? Da un lato il “perdersi” antico e “ingenuo” si è così smarrito nella noia del territorio pianificato, ritrovandosi invece nelle fratture di quella generale uniformità, nelle sue pieghe più profonde, tuttavia alla fine emerge sempre questo antico insegnamento: che i posti ne sanno più di noi e che se cerchiamo di ridefinirli in realtà sono loro a chiarirci e a raccontarci chi siamo. D’altra parte il crescere degli Stati-nazione e il moltiplicarsi delle frontiere ha provocato “un uso del mondo” definibile come “a portata di mano”; in questo modo il viaggio, la velocità sono dunque basati su un imbroglio: i chilometri sono di fatto veri solo per i veicoli e non per chi li percorre e il tempo di spostamento diviene possibile solo grazie all’oblio della geografia, dello spazio intermedio tra un posto e l’altro, ogni volta da noi ignorato. Pertanto lo spostamento cancella l’immensità di particolari geografici che stanno “nel mezzo” e viaggiare significa ora dimenticare, accettare di “glissare” l’estensione e la diversità del mondo. Il solo jet-leg sembra resistere a questa dimensione spazio-temporale e, come fossimo su una macchina del tempo, in una sensazione di vertigine diffusa, ci troviamo presto immersi in due tempi che si mescolano fra loro fin quando l’uno, il nuovo, si distacca dall’altro e lo lascia sempre più in dietro. Ecco dunque l’impossibilità di conciliare territori e paesaggi, persone e visi lontani in un mondo che corre troppo velocemente e che solo in apparenza si mostra unito e facile da attraversare ma che in realtà si trova in uno stato di diversità spaventoso e di potenziali, continui conflitti. Infine  ricordiamo che non esiste un viaggio che non sia in buona parte già esplorato attraverso le immagini che in precedenza abbiamo osservato, costringendoci in questo modo a vedere attraverso le lenti di chi prima di noi aveva già fotografato, filmato, documentato… Immagini, queste, che però vengono presto smentite dall’esperienza del nostro fruire reale. Dunque andiamo, lentamente ma andiamo!

In questo scenario sono state presentate le diverse lezioni che hanno affrontato, con accezioni differenti,  tematiche alte, quali lo stare e l’andare; identità e riconoscibilità sia nei termini di strutture percettive di luogo sia nelle ipotesi, incertezze della città contemporanea; un convegno quindi come base per una attivo, costante confronto fra molteplici, eterogenei punti di vista.



di Silvia Dalzero



Brescia, 21 dicembre 2009

 


 

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Hacking significa solamente costruire qualcosa rapidamente o testare i limiti di ciò che può essere fatto. Come la maggior parte delle cose, può essere utilizzato per fini giusti o sbagliati, ma la stragrande maggioranza degli hacker che ho incontrato sono idealisti che desiderano avere un impatto positivo sul mondo. (Mark Zuckerberg)

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