Alloggio residenza abitazione città

Esplorare la residenza significa considerare le condizioni dell’architettura della casa come utensile della costruzione della città. Lasciando la vicenda specifica dell’abitazione popolare alla storia urbana e sociale, qui si osservano l’alloggio e la residenza confrontati con l’abitazione e la città [...]
di Giulio Barazzetta



1. Esplorare la residenza significa considerare le condizioni dell’architettura della casa come utensile della costruzione della città. Lasciando la vicenda specifica dell’abitazione popolare alla storia urbana e sociale, qui si osservano l’alloggio e la residenza confrontati con l’abitazione e la città, volendo rimettere in contatto il mestiere con il nesso abitare-costruire che ne presiede la pratica. Suscitando gli interrogativi che inevitabilmente si incontrano dovendo trattare l’argomento, il “montaggio” di testi e immagini che segue costituisce un contributo alla discussione sull’abitazione sociale.



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2. La capanna villaggio Yanomami [P. Oliver, Dwellings, London 2003] e il suo interno illustrano l’idea della configurazione dello spazio ottenuta con l’edificazione della propria dimora. La casa circolare collettiva sottrae lo spazio alla foresta e si costruisce componendo i suoi stessi materiali. L’abitare-costruire circoscrive lo spazio d’affermazione dell’uomo nell’ambiente e coincide con la forma della vita sociale: 


«La “configurazione dello spazio” conserva una posizione centrale nella riflessione sul significato dell’architettura. […] Non si deve perdere di vista che tutti gli scopi dell’uomo sono aspetti dello scopo fondamentale: difendersi dal pericolo in cui vivendo ci si trova, trovare un rimedio contro l’orrore della vita, salvarsi dal dolore e dalla morte. La costruzione di un riparo contro l’inclemenza del tempo e le insidie delle belve e dei nemici – la costruzione della casa – è una delle forme più originarie di quella volontà di salvezza».

[E. Severino, Raumgestaltung, in ID, Tecnica e Architettura, Milano 2003]



La Chaux-de-Fond, arredamento Braunscwigh, Angelo Mangiarotti e Bruno Morassutti,foto Giorgio Casali, 1955



3. Le immagini del Foro Buonaparte (1886) [F. Aprà, M. De Carli, E. Milone, G. Semino, in «Controspazio» 11-12, 1972], del progetto di Cosenza per Barra a Napoli (1947) e della stecca del Gallaratese di Rossi (1969) sono esempi rivelatori del ruolo della residenza nella città moderna. Animata dai manuali di costruzione [E.A. Griffini, La costruzione razionale della casa, Milano 1933] la casa utilitaria riflette la dimora nell’alloggio popolare. Se ne illustrano l’existenz-minimum, l’organizzazione della casa come luogo di produzione, l’ottimizzazione della circolazione e dello spazio disponibile fra gli arredi, la considerazione delle vedute dall’interno, etc. Il diagramma della relazione fra corpo di fabbrica e alloggio di Klein esprime la migliore possibilità aggregativa per le opportunità urbanistiche più diverse [M. Baffa, A. Rossari, Alexander Klein, scritti e progetti 1906/1957, Roma 1975]. Infine la dimostrazione della disposizione eliotermica di Griffini esemplifica il principio insediativo universale della “tabula rasa”. I quartieri Milano Verde (1944) e QT8 (1947) sono prove dei vantaggi speculativi connessi alle idee del Movimento Moderno e al ribaltamento del rapporto con il sito che istituisce la città-territorio; così come il progetto di Città Orizzontale (1940) [F. Marescotti, I. Diotallevi, G. Pagano, La città orizzontale, 1940; F. Marescotti, I. Diotallevi, Il problema sociale, costruttivo ed economico della casa, 1947] e l’edificio dell’Unité d’Habitation di Marsiglia (1946) comprendono una idea dell’alloggio nonché della città, vecchia e nuova. La vocazione territoriale o paesaggistica dell’architettura che ne emerge in seguito è direttamente modellata sulla forma del sito, come Forte Quezzi a Genova di Daneri (1956), piuttosto che importata nei suoi dispositivi come nella sezione del complesso Monte Amiata al Gallaratese di Aymonino (1967), antitetici alla esemplarità tipologica neo-oggettiva della stecca di Rossi. Scontati gli eventi dei decenni passati – attraversati dalla Napoli della Ortese, dai fabbriconi di Testori, dalle vele di Secondigliano della Gomorra di Saviano – gli edifici elencati stanno nello scenario post-metropolitano con il loro molteplice carico figurativo, se non altro anelanti nuove certezze.



Milano condominio via Quadronno, Angelo Mangiarotti e Bruno Morassutti (Giorgio Casali, 1960-62)



4. Simili costruzioni scandiscono l’“abitazione moderna” e ne sanciscono la scomparsa nel dopoguerra europeo. Se, come si constata in Minima Moralia, abitare non è ora più possibile


«“Abitare” non è più praticamente possibile. Le abitazioni tradizionali in cui siamo cresciuti hanno preso qualcosa di intollerabile. Ogni tratto di agio o comfort è pagato in esse col tradimento della conoscenza, ogni traccia di intimità con la muffosa comunità d’interessi della famiglia. Le abitazioni moderne, che hanno fatto tabula rasa, sono astucci preparati da esperti per gente comune, o impianti di fabbrica capitati per caso nella sfera del consumo, senza il minimo rapporto con gli abitanti: esse contrastano brutalmente ad ogni aspirazione verso un’esistenza indipendente, che del resto non esiste più… Chi si rifugia in appartamenti genuini, ma messi insieme a furia di acquisti, non fa che imbalsamarsi vivo, chi cerca di sfuggire alla responsabilità dell’abitazione andando a stabilirsi in un hotel o in un appartamento ammobiliato, fa , per così dire, virtù delle necessità dell’emigrazione. Il peggio capita, come sempre, a quelli che non hanno da scegliere. Essi abitano, se non in slums , in bungalows, che potranno essere domani capanne di foglie, trailers, auto o campeggi, o addirittura il cielo aperto. La casa è tramontata»

[T.W. Adorno, # 18 Asilo per senzatetto, in ID, Minima Moralia, 1951]



Milano condominio via Fezzan, Angelo Mangiarotti e Bruno Morassutti (Giorgio Casali, 1955)



questo è anche il risultato della cattiva coscienza della utopia moderna e dalle condizioni di vita sempre più globalizzate della popolazione mondiale. Adorno lucidamente profetico fa qui coincidere la metà del novecento con il vertice di una ricerca di senso che è per noi da ripercorrere in testi e progetti, ritrovando il filo dell’abitare in costruzioni che modellano il sito come insediamento originario – una lista solo esemplificativa: P. Schultze Naumburg, Kulturarbeiten 1 hausbau, 1912; H. Tessenow, Der wohnhausbau, 1914; P. Artaria, Von bauen und wohen, 1948; Le Corbusier, Une petite maison, 1953; C. Alexander, A Pattern Language, Towns, Buildings, Construction, 1977. 



 Milano. Studio di Mario Negri (Paolo Monti, 1970)



5. Nella ricostruzione la casa mette insieme oggetti, cercando di fissare il carattere del privilegiato uomo-massa che la abita nella disposizione e nell’arredo ma necessariamente anche all’esterno. La finestra da pavimento a soffitto, che consente di veder fuori stando seduti, manifesta la sua potenza aulica nei prospetti italiani postbellici ma viene negata dall’uso della tendaggio in un interieur che si trasforma, ansioso di proteggere identificandosi. Il grande stile di villa Schwob di Le Corbusier (1917) diviene l’interno Braunschwig grazie a Morassutti e Mangiarotti (1955). Seguitando così – dall’Hitchcock di “Rear Window”,1954 – se ne trae l’estroversione del retro sul cortile/giardino in facciata principale, come è manifesto a Milano: in casa Lurani dei BBPR e ai giardini d’Arcadia di Gardella e Minoletti, altrimenti nella casa al Parco e in via Quadronno per Morassutti e Mangiarotti. Associando esistenze e case vanno colte l’immedesimazione consumistica e la concentrazione forzata nella metropoli. L’interno popolare di Testori e dei fratelli Karamazov si trasfigura nel Visconti di “Rocco e i suoi fratelli” (1960) ed evolve in irrequieta ricerca di un consistere nella interpretazione di Antonioni della città di “Blow-up” (1966). Se si rivolge lo sguardo alle reclame immobiliari come per la torre Velasca, o alle pubblicità per elettrodomestici o per la casa – campagne come la Rinascente di Max Huber, o advertising per tv che mettono a disposizione della famiglia neo-insediata i nuovi apparecchi con i più diversi modi di vita oscillanti fra velati interni in attesa e la periferia degli immigrati – ci si ritrova nella società opulenta. Ma la formazione della Nuova Classe coesiste con gli immigrati in una metropoli che altera le identità desiderose della adesione al nuovo, costringendole alla non consistenza del domicilio, dalla ricerca di nuovi status a vite agre come quella di Bianciardi – come documenta Mulas nelle foto della Brera della ultima avanguardia milanese fra pensioni e osterie.


«Man mano che la società diventa sempre più opulenta, i bisogni sono sempre più creati dal processo attraverso il quale essi vengono soddisfatti …un livello più alto della produzione ha semplicemente una maggior potenzialità di creazione dei bisogni, la quale a sua volta, moltiplica la necessità di soddisfarli … se la più grande prospettiva che abbiamo davanti è quella di eliminare il lavoro come necessaria istituzione economica… la classe degli oziosi è stata sostituita da una Nuova Classe sempre più ampia per la quale il lavoro ha perso i connotati di sofferenza e fatica e di altri disagi» 

[J.k. Galbraith, The affluent society, 1958; tr. it. La società opulenta, Milano 1959] 


Vite che sono «la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un’ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla… di mio ci aggiungo che questa è a dire parecchio una storia mediana e mediocre, che tutto sommato io non me la passo peggio di tanti altri che gonfiano e stanno zitti. Eppure proprio perché mediocre a me sembra che valeva la pena di raccontarla. Proprio perché questa storia è intessuta di sentimenti e di fatti già inquadrati dagli studiosi, dagli storici sociologi economisti, entro un fenomeno, preciso ed etichettato. Cioè il miracolo italiano». [da Luciano Bianciardi, La vita agra, 1962] 



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Gli interni sono simili ad autobiografie scientifiche. Sempre meno camere da collezionista e più macchine della memoria in cui si accatastano oggetti ritrovati e detriti della propria pratica, come negli studi di artisti. Il laboratorio Pop art affianca quelli di Fontana, Giacometti e Negri; il teatrino scientifico di Rossi e lo studiolo di Morassutti sono due paradigmatici interni di un interno. In capo a queste preziose ossessioni campeggia la Quinta del Sordo di Goya, le sue pinturas negras, stratificazioni dei propri incubi e desideri riflessi dalla meditazione estrema, quotidiana e domestica.



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6. La problematica dell’abitare costituisce il programma immediato del nostro compito. Opposta alla vita individuale e al suo permanere, possibile solo nei ricetti creati da/per il dispositivo dell’esistenza, la condizione metropolitana che della grande città del novecento si conclude definitivamente al superamento della popolazione mondiale inurbata sulla rurale nel 2005.  


«È possibile abitare dove non si danno luoghi? L’abitare non avviene dove si dorme e qualche volta si mangia, dove si guarda la televisione e si gioca col computer domestico; il luogo dell’abitare non è l’alloggio. Si abita la città soltanto; ma non è possibile abitare la città, se la città non dispone per l’abitare, e cioè non “dona” luoghi. Il luogo è dove sostiamo; è pausa – è analogo al silenzio in una partitura. Non si dà musica senza silenzio. Il territorio post-metropolitano ignora il silenzio; non ci permette di sostare, di “raccoglierci” nell’abitare».

[M. Cacciari, Nomadi in Prigione, in «Casabella»  705, 2002]


Una condizione che oltrepassa metropolis e nervenleben come ci aiuta a dire Cacciari verso un modo di vivere annunciato dal cinema e descritto dalla sociologia della città infinita [G. Martinotti, Metropoli, 1995]. Nella impossibilità di assolvere con la propria dimora l’“esserci”, il migrante globale e il nomade quotidiano constano nella rete temporale delle attività. L’abitare la grande infrastruttura va insieme al vagare in rete del flaneur globale, piuttosto che al loisir last-minute, situazioni che pongono la necessità di una forma costruita, impossibile a darsi se non nel consumo di tempo in luoghi in-consistenti. Accanto ai ripari degli homeless – vedi la Stazione centrale di Ugo Mulas – ai campeggi attrezzati, ai parcheggi degli zingari, la tenda di Bruno Morassutti a Taliesin west e il pickup modificato in van per attraversare il grande paese, ostentano consapevoli l’abitare ai margini di una avanguardia già superata dai fatti.



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di Giulio Barazzetta



20 giugno 2010




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