«Nothing will ever be the same…»
MMX
Architettura zona critica
edited by
Marco Biraghi, Gabriella Lo Ricco, Silvia Micheli
graphic project
Pupilla Grafik
publisher
Zandonai
Negli anni Sessanta già mi occupavo di architettura attraverso una serie di eventi un po’ casuali.
Dopo le scuole medie (sono sempre andato a scuola malvolentieri) ho deciso di interrompere gli studi e di cercarmi un impiego professionale. Venivo da una cultura contadina dove era importante la concretezza del fare e questo mi ha spinto a intraprendere una scuola professionale. Ho frequentato l’apprendistato di disegnatore edile dal 1958 al 1961 presso uno studio di architettura di Lugano. Il mestiere di disegnatore a quel tempo richiedeva la riga a T, la squadra e una buona preparazione che si rifaceva alla cultura del Bauhaus con una particolare attenzione ai problemi tecnico-costruttivi. Allora non avrei mai immaginato che quella dell’architetto potesse essere un’attività di pensiero.
Solo successivamente ho capito l’osservazione di Le Corbusier quando affermava che il mestiere dell’architetto esige una riflessione critica.
All’inizio del mio tirocinio, a quindici anni, nel giro di pochi mesi mi accorgo che questo mestiere costituisce anche la mia passione e da quel momento tutto mi diventa più facile. Quando si verifica questa coincidenza fra mestiere e passione si è predisposti ad affrontare tutte le difficoltà. Dopo aver concluso l’apprendistato come disegnatore edile sono andato a Milano e ho frequentato il liceo artistico nell’intento di acquisire il diploma di maturità per poter poi accedere all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Parallelamente a questo curriculum di formazione ho sempre coltivato un’attività pratica di disegnatore con esercizi e piccoli lavori che mi hanno progressivamente introdotto nella realtà professionale; mi ritrovo così a quindici anni ad affrontare il progetto per la mia prima casa. Alcuni parenti devono infatti costruire una loro abitazione e mi conferiscono questo mandato; a quei tempi l’architettura era considerata un mestiere che si poteva esercitare senza una specifica autorizzazione. A quell’età l’idea di costruire, di poter realizzare quanto andavo disegnando mi ha ulteriormente stimolato verso l’impegno disciplinare, permettendomi un passaggio piacevole dall’adolescenza all’età che richiede una maggiore consapevolezza. Ricordo le grandi emozioni che ho vissuto in cantiere le prime volte che vedevo il territorio “naturale” trasformato e assaporavo il privilegio di modificare una condizione di natura in una condizione di artificio. In particolare, ancora oggi, ritorna forte l’emozione che ho provato quando i raggi solari sono entrati per l’ultima volta dentro il perimetro della casa in costruzione, poco prima della copertura che avrebbe tramutato quello spazio in un interno. In cantiere, dove un cartello indicava che i ragazzi per ragioni di sicurezza non potevano entrare, mi recavo a fine giornata, una volta che le maestranze avevano lasciato il loro lavoro. Non osavo denunciare la mia identità di progettista nel timore di non essere considerato credibile. [...]
Nel 1964 mi iscrivo all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia dove, grazie al professor Giuseppe Mazzariol, ho la possibilità di entrare nello studio di Le Corbusier e collaborare (per quel poco che mi era possibile) al progetto del nuovo ospedale assistendo, come “ragazzo di bottega”, Jullien de la Fuente e José Oubrerie.
Successivamente, a inizio settembre 1965 (Le Corbusier muore il 28 agosto), sono entrato per qualche mese nello studio di rue de Sèvres 35 a Parigi. Evidentemente grande è stata l’emozione di quella esperienza: Le Corbusier è appena scomparso e il mondo della cultura architettonica si interroga sull’eredità del suo lavoro.
In quel triste autunno molti amici e conoscenti - Josep Lluís Sert, Oscar Niemeyer, Sigfried Giedion - visitano l’atelier e si interrogano sul futuro dello studio di rue de Sèvres e su quello dell’architettura. Come ultimo arrivato mi affido agli ordini di Jullien da la Fuente che in quel momento agisce da responsabile dell’atelier. È un momento di transizione dove gli ultimi lavori di Le Corbusier giacciono ancora sui tavoli da disegno.
Dopo questa irripetibile avventura rientro in Svizzera e mi si presenta l’opportunità di costruire una casa nel comune di Stabio; l’occasione diviene un esercizio di studio attorno al linguaggio lecorbusieriano; quello che era elemento di una “cellula” abitativa viene trasformato in una casa unifamiliare su tre livelli che mi permetterà di comprendere la poetica del maestro.
Poi continuo gli studi a Venezia e nel 1969 mi laureo con Carlo Scarpa e Giuseppe Mazzariol. Durante l’ultimo periodo ho la straordinaria occasione di collaborare per qualche settimana con Louis Kahn, chiamato a Venezia per il progetto del Palazzo dei congressi da realizzare ai Giardini.
Al termine degli studi rientro in Ticino e, come avviene normalmente, intraprendo la professione partendo dalla progettazione di alcune case per amici e conoscenti. Nel 1970 affronto con un gruppo di architetti già affermati in Ticino (Tita Carloni, Luigi Snozzi, Aurelio Galfetti, Flora Ruchat, e altri ancora) il concorso per la progettazione del nuovo campus del Politecnico di Losanna.
È un’esperienza di grande interesse poiché nel dibattito vengono sollevati nuovi temi che affrontano l’architettura in rapporto alla città. Il progetto si fa carico della ricerca di un preciso confronto con il territorio e, attraverso la crescita continua delle sue parti, rincorre un’immagine complessiva ben riconoscibile.
Il modello di riferimento è rappresentato dal progetto per l’ospedale di Le Corbusier a Venezia, evidentemente rivisitato rispetto alle esigenze di questo nuovo tema. È questa una soluzione molto lontana dal pragmatismo svizzero che avrebbe preferito un “master plan” con edifici da realizzare uno dopo l’altro, senza un’immagine finale. Malgrado l’incomprensione della giuria e della committenza questo progetto rimane di grande importanza in quanto ha saputo creare, attraverso il lavoro collettivo, una forte solidarietà culturale nel gruppo; solidarietà e stima che perdurano ancora dopo oltre quarant’anni. La forza e la carica ideale di questo progetto sono evidenti, ma forse qui serve sottolineare come questo momento di aggregazione delle energie presenti nel Paese sia stato benefico in particolare per le dispute che sarebbero scaturite successivamente.
Nella serie dei progetti che caratterizzano gli anni Settanta devo anche segnalare quello presentato al concorso per una scuola media a Locarno nel Canton Ticino. La creazione di un modulo con una propria immagine spaziale che si ripete per addizione verrà poi ripreso nel progetto per la scuola di Morbio Inferiore e rappresenta una riflessione importante rispetto all’insegnamento e alla poetica di Louis Kahn. Sono anni di formazione post-universitaria e di innamoramenti linguistici che si aprono a una continua sperimentazione progettuale che via via mi permetterà di costruirmi un mio linguaggio. Fra i progetti di quel momento devo ricordare, come lavoro di grande impegno, anche il concorso per il centro direzionale di Fontivegge a Perugia che consolida l’esperienza di un intervento ottenuto attraverso addizioni di unità formali compiute e che concorre a caratterizzare un’intera parte di città.
Dal 1971 la mia attività professionale sperimenta per quasi due decenni la progettazione di case unifamiliari, molte delle quali dislocate sul territorio del Canton Ticino, nelle quali sono presenti alcune costanti: l’organizzazione funzionale su tre livelli; un rapporto di contrasto fra il volume del manufatto e il paesaggio dell’intorno; l’uso della luce zenitale e, quando possibile, l’uso di materiali naturali; questi elementi mi permettono un’ampia ricerca attorno al tema e al significato dell’abitare.
Parallelamente alla costruzione di questi spazi privati ho affrontato taluni temi di interesse pubblico o di edifici che si rapportano alla città. Forse fra i più significativi devo segnalare la scuola media di Morbio Inferiore, un vero e proprio caleidoscopio nel suo spazio che permette a una struttura di grande complessità (sono una trentina le aule scolastiche presenti) di offrire, con un solo sguardo, una prospettiva interna d’insieme. In questo periodo la molteplicità dei mandati che si presentano mi permette di raffinare il linguaggio architettonico attraverso la messa a punto di alcuni dettagli (la struttura bicroma della muratura, lo studio dei giunti di malta, le articolazioni fra le parti architettoniche, il confronto “neoplastico” fra i piani dei muri pieni e le grandi vetrate).
[...] Gli anni Sessanta e Settanta sono stati anni molto importanti dove, accanto alla passione e alla crescita di un giovane architetto, si sono via via inseriti i problemi del nostro tempo che hanno imposto al nostro lavoro una maggiore consapevolezza critica.
di Mario Botta
[Il presente testo proviene dalla conferenza tenuta da Mario Botta il 28 marzo 2007 presso il Politecnico di Milano. Il testo integrale è pubblicato in Italia 60/70. Una stagione dell'architettura, Il Poligrafo, Padova 2010]
QUALE QUANTO
di Claudia Tombini
«Grazie alle sue mirabili doti d’insegnante capii che si può fare a meno delle formule, l’importante è cogliere il concetto.»
(Il banchiere dei poveri, Muhammad Yunus)
La conferenza tenutasi il 9 settembre da Carlos Ferrater alla Casa dell’Architettura di Roma in occasione dell’inaugurazione di “Synchronizing Geometry”, esposizione dello studio Ferrater & Associati (OAB) sul proprio lavoro dal 1989 ad oggi, impone un momento di riflessione che si spinge oltre l’interesse al caso stesso, fino a guidare alcuni pensieri intorno al nostro stesso operare a Roma e alle conseguenti trasformazioni, laddove esistenti, che questo comporta o che perlomeno dovrebbe comportare.
Infatti dopo aver letto con piacere che la mostra è stata curata dallo Sportello Giovani dell’Ordine Architetti di Roma, in collaborazione con lo stesso studio Ferrater, ci siamo ritrovati ad ascoltare, in vece di presentazione o quanto meno di premessa, una sorta di “pubblicità progresso” dei servizi offerti dalla Casa dell’Architettura, dall’Ordine degli Architetti, e di quelli offerti dal progetto Leonardo. Ora lungi da me, ovviamente, non cogliere l’importanza di tali borse di studio per tanti neolaureati, ma al contempo con l’obbligo di collocare la loro nascita qualche anno prima a quella dello Sportello Giovani, mi preme sottolineare l’importanza, se non addirittura la necessità, di un ulteriore sforzo da compiere. Impegno indirizzato piuttosto ad offrire opportunità di lavoro reali a quanti in un secondo momento tornano in città con alle spalle una preziosissima esperienza in studi proprio come quello di Ferrater e con l’intenzione di lavorare a Roma, per Roma. Ci piacerebbe infatti che il progetto Leonardo, nel suo esito finale, funzionasse come una sorta di modello del microcredito, quello proposto da Muhammad Yunus: in quanto lotta ad un’incapacità di trasformazione chiaramente non sempre dovuta esclusivamente a povertà culturale.
Ciò che infatti ci meraviglia nel vedere il lavoro esposto, oltre la sua qualità, è proprio la quantità di opere realizzate soprattutto se messe anche in rapporto a quanto visto in altre occasioni, spesso promosse e prodotte dalla stessa Casa dell’Architettura, sul lavoro degli architetti spagnoli e portoghesi negli ultimi anni. Ci sembra chiaro allora che se qualità e quantità non sempre, e non necessariamente, corrispondono, è pur vero che laddove esse riescono ad incontrarsi toccano certamente la vetta.
E mentre Ferrater ci confida quanto sia stata importante l’architettura italiana, quella di Libera, Ridolfi, Nervi e Morandi, per la sua formazione in prima battuta e per il suo lavoro in seguito, il Presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma Amedeo Schiattarella lo precede nel dichiarare per primo, forse con smisurato orgoglio (quando l’allievo supera il maestro, queste le sue testuali parole), di avere copiato il modello spagnolo. Chiaro allora il riferimento al proprio “ordine” di modello, al Collegio Oficial Arquitectos de Madrid (COAM) o a quello de Catalunya (COAC), del presidente Schiattarella; così data anche la qualità alta del lavoro di ricerca che molti architetti italiani e romani nello specifico svolgono, si possono dormir sonni tranquilli: la quantità sembra essere solo questione di tempo. D’altra parte e a conferma di quanto detto, probabilmente anche con l’intento di rassicurarci, ecco porsi la nascente politica delle demolizioni, come infatti ci dicono a più voci.
Eppure noi a fine serata, attraversando Piazza Vittorio Emanuele II, proprio a pochi passi dalla Casa dell’Architettura, di fronte al nuovo edificio progettato da Giorgio Tamburini completamento di un isolato demolito ormai trent’anni fa, veniamo colti da un dubbio: a quale quantità stiamo andando incontro?
Roma, 20.09.2010