GizmoWeb

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Archivio gennaio, 2011

di Guglielmo Bilancioni

 

 

guglielmo-bilancioni_gizmo-il-coraggio-di-rompere-gli-schemi_in-liberal-29-gennaio-2011

 

               Reyner Banham nel 1965 scriveva in The Great Gizmo: per migliorare la situazione umana occorre impiegare piccoli attrezzi, potenti e di solito compatti.  “L’uomo che ha cambiato la faccia dell’America aveva un gizmo, un gadget, un aggeggio o un arnese, in mano, nella tasca di dietro, ai lati della sella, alla cintura, nel rimorchio, attorno al collo, sulla testa, o dentro un silo rinforzato”.  Gizmo era il fornello a gas, il cappello Stetson, il motore fuoribordo, il walkie- talkie, la bomboletta spray, e il rasoio elettrico senza fili.  Oggetti piccoli e intelligenti, davvero utilissimi nelle situazioni difficili.

 

            Gizmo, ora, è un sito internet di grande impatto culturale centrato sull’architettura contemporanea, condotto da Marco Biraghi, Silvia Micheli e Gabriella Lo Ricco: www.gizmoweb.org.

 

            E’ in libreria l’annuario del sito, MMX (Zandonai, pagg.301, 26€). La sigla significa 2010, pur evocando acronimi diffusi fra gli architetti come S,M,L,XL o MVRDV, o SKNE. Il logo scelto è il bersaglio, target, degli arcieri. E’ una pacifica bomba al fosforo -luce improvvisa di intelligenza- gettata con garbo nello stagno paludoso custodito dai tromboni accademici, depositarî da sempre di inerzia e mediocrità, dediti a riprodurre l’inoperosità nel bandire le idee brillanti, i collegamenti che insegnano, le teorie, e, in fin dei conti, la cultura che dicono di trasmettere.

 

            MMX mette in discussione una critica asservita alla merce, e le riviste nelle quali la grafica prevale su qualità inesistenti, ed evidenzia, invitando all’approfondimento, le parole-chiave del nostro tempo: ecologia, contesto, crisi, rendering, restyling, icona, idea, identità.

 

            Il volume è suddiviso in Zone: aree all’interno delle quali vengono indicati e decriptati alcuni fenomeni, segnalati come emergenze sensibili: la città, l’architettura, la Zona Verde, la Teoria, la delicata e ormai fragile Zona Storia. Vi sono molti storici che, come diceva Canetti, “si occupano della Storia con l’intento di sottrarla all’umanità”.

 

Un Indice indagatore rimanda, come un link in ogni pagina, a tutte le altre pagine che hanno analogia con l’argomento indicato. E con un grande Pollice Alzato viene siglata la sezione “L’architettura che mi piace”©, dove molti studiosi uniscono gusto e giudizio e argomentano una loro predilezione.

 

            Gli attivisti di Gizmo, con una veste elegante e idee combattive, varcano confini: quelli fra arte contemporanea e architettura contemporanea, fra idee e forme, fra moda e astrazione, fra storia e progetto. Sono veri Space Invaders, portatori addestrati, reagenti estetici e politici; sono i calmi agitatori di  una critica militante, e anche divertente, e di una visione seria e riconoscibile dell’attualità. Il panorama dell’architettura, oggi, ne aveva proprio un grande bisogno. Se si accende questo libro-dispositivo si può sorridere e riflettere, e lo si può fare nello stesso momento, come quando ti viene presentata una pubblicità, che ricorda il glorioso Hara-kiri francese, di una sedia tubolare di acciaio con una presa USB (!!) per mantenerla calda.

 

            Nell’editoriale di apertura, “Ciò che manca”, gli autori dicono quel che vogliono, dicendo con chiarezza che oggi “manca il  coraggio di rompere gli schemi, la forza e il coraggio di prendere posizione, la capacità di sottoporre a critica il sistema dominante, onestà, integrità, agilità, intelligenza, sensibilità, interpretazione, immaginazione”.  Grazie: moltissimi sono pronti a ricevere in dono un poco di tutto questo e a cercare il resto dentro di sé.

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[La presente recensione è stata pubblicata in «Mobydick», inserto di arti e cultura di «Liberal», sabato 29 gennaio 2011, p. 17]

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Grand Paris in Berlin

The Future of our Cities

 

 

 

 

The exhibition starts on  29th January 2011 in the Kulturforum in Berlin and lasts until  8th   May.

 

The opening will take place on 28th January 2011 at 7.00 p.m..

 

Registration on www.alfred-herrhausen-gesellschaft.de/grand-paris-vernissage.html 

 

 

 

>Save the date for open forum
Nature of the City
 
 
  

On 24th, March at 7.00pm, LIN, Andrea BRANZI (Architect and designer, Milan) and Wouter VANSTIPHOUT (Architectural Historian, Crimson Architectural Historians, Rotterdam) will discuss the subject “nature of the city”.

 

The discussion will be moderated by Francis RAMBERT, Director of Institut Français d’Architecture in Paris.

 

 

 

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Grand Paris a Berlino

Il Futuro delle nostre Metropoli

 

 

La mostra sará aperta il 29 Gennaio 2011 al Kulturforum di Berlino e durerá fino all’8 Maggio.

 

L’apertura avverrá il 28 Gennaio 2011 alle 19.00.

 

Registrazione su www.alfred-herrhausen-gesellschaft.de/grand-paris-vernissage.html 

 

 

 

>Save the date - dibattito

La Natura della Cittá

 

 

Questo il tema che verrá discusso il 24 Marzo alle ore 19.00 da LIN, Andrea BRANZI (Architetto e designer, Milano) e Wouter VANSTIPHOUT (Storico dell’architettura, Crimson Architectural Historians, Rotterdam).

 

Il dibattito sará moderato da Francis RAMBERT, Direttore dell’Istituto Francese d’Architettura, Parigi.

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Promoted by :

Cité de l’Architecture et du Patrimoine

Institut Français de l’Allemagne

Alfred Herrhausen Gesellschaft

Kunstbibliothek der Staatlichen Museen zu Berlin

 

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Location:

Kulturforum

Zentrale Eingangshalle

Matthäikirchplatz

10785 Berlin

 

 

 
 

 

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Alessandro Gattara



Su MMX manca un testo su Lagos, che invece non mancava all’ultima Mostra di Architettura alla Biennale di Venezia conclusasi lo scorso novembre.  Era nel Palazzo delle Esposizioni, nell’installazione curata da OMA e intitolata Cronocaos.

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La copertina del volume Lagos esposto nell’installazione Cronocaos, curata da OMA alla Biennale di Venezia 2010


L’interesse di Rem Koolhaas per la città di Lagos è noto da tempo; non era noto invece questo libro, scritto probabilmente nel 2000 e finora inedito. La storia editoriale della ricerca sviluppata con gli studenti di Harvard Project on the City è ricca e travagliata. Il volume di 800 pagine Lagos. How It Works, annunciato prima nel 2005 in uscita per Taschen poi nel 2006 per Lars Müller, non è mai stato pubblicato. Su Amazon.com si può vedere la copertina, sul catalogo della Frances Loeb Library alla Graduate School of Design di Harvard si può vedere che quattro copie sono state ordinate ma non ricevute. Si è potuto leggere su Lagos invece su Mutations nel 2000 e su Content nel 2004. Infine nel 2005 (nel 2003 per l’edizione americana) è uscita una registrazione video che ritrae Koolhaas sul campo della ricerca. Si deve segnalare anche una rarissima edizione, oggi da collezione e quasi introvabile, per le Midi Series di Taschen del 2006 dal titolo Lagos.

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Il primo saggio su Lagos firmato dal gruppo di ricerca degli studenti di Harvard Project on the City è pubblicato in Mutations (2000)


Il volumetto apparso nel padiglione veneziano è una versione più ampia, e solo in parte diversa, del saggio apparso su Mutations. In circa 150 pagine, di cui le prime 60 di solo apparato iconografico, sono raccolti e ordinati in brevi paragrafi alcuni esiti degli studi sul campo e delle ricerche effettuate da Koolhaas per circa tre anni. La struttura di questo libro non è mutuata dall’oggetto stesso della narrazione, come invece si riscontrava in Delirious New York (1978), The Generic City (1994) e Junkspace (2002). Si legge alle pp. 63-64: “La struttura di questo libro non è né una riproduzione della città, né una metafora dei suoi processi. Il corpo dei testi, ampi saggi impilati in una matrice di brevi citazioni e aneddoti, segue una traiettoria documentaria attraverso la costruzione materiale e mitica di Lagos. Liberamente disposti lungo uno spettro formato da Scape, Building e Flexible Infrastructure, ogni sezione tratta di svariati processi in atto in questo apparentemente incomprensibile milieu.” A p.65: “L’intenzione di questo montaggio narrativo è definita nella sezione di apertura, una sorta di tour in automobile della città, e nel post scriptum, un riassunto della storia della città in diversi tipi di dati ricomposti. [...] L’ambiguità del tour fotografico, dopo le investigazioni del testo, si combina con la fastidiosa inadeguatezza del tour statistico di Lagos-Abuja nel post scriptum, dimostrando i limiti delle analisi tradizionali in questo nuovo tipo di città.”

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La copertina del libro non pubblicato Lagos. How It Works a cura di Rem Koolhaas e Edgar Cleijne così come appare su Amazon.com

La copertina del libro non pubblicato Lagos. How It Works a cura di Rem Koolhaas e Edgar Cleijne così come appare su Amazon.com


Koolhaas nel 1998 inizia a studiare Lagos come “estremo e paradigmatico caso di studio di una città all’avanguardia della modernità globalizzata” (p.63). A seguito di un esame approfondito della realtà, quello che a prima vista potrebbe apparire come una condizione caotica e disordinata, con inaspettati e grandiosi momenti di auto-organizzazione, viene descritto invece come un sistema ingegnoso e prosperoso, che in modo parassitico si adatta alle grandi infrastrutture del processo di modernizzazione degli anni ‘70. La permanente sete di infrastrutture di Lagos è dovuta alla scarsissima densità abitativa dovuta a sua volta all’introduzione del blocco di argilla come materiale di edificazione. Si legge a p.75: “il sogno modernista dell’abitazione collettiva sviluppata in altezza resta una fiction. [...] Può l’orizzontalità essere urbana?” Le consolidate convinzioni eurocentriche iniziano a scricchiolare. Paragrafo dopo paragrafo Lagos intende sovvertire interamente l’idea della cosiddetta città moderna. A p.76 i muri di recinzione delle proprietà più costose ospitano casualmente mercati. A p.82 lo spazio destinato a parco rapidamente viene trasformato in parcheggio, mercato, attività commerciali, discarica, luogo di preghiera; in questa metropoli “una formale architettura del paesaggio è un’anomalia”. A p. 86 ancora, definendo il ruolo della veranda nella costruzione del tipo residenziale: “il sogno modernista del tipo residenziale in linea fluttuante su cinture di verde non trova spazio a Lagos.” A p. 118 le condizioni del traffico, definite con i termini popolari slow-go e no-go, determinano importanti scambi commerciali come ad esempio il più grande mercato scoperto dell’Africa Occidentale a Oshodi (p.126). Tutto quello che per la cultura architettonica occidentale è marginale o informale, a Lagos, funziona.


Lagos è presentata come un’altra Città Generica. Prima ci sono state New York degli anni ‘20 e ‘30 (il testo è scritto tra il 1972 e il 1978), Atlanta degli anni ‘70 (tra 1987 e il 1994), Singapore degli anni ‘60 (1995), il Delta del fiume delle Perle degli anni ‘90 (2001); successivamente il Golfo Persico degli anni ‘00 del ventunesimo secolo (2007 e 2010). In questi racconti Koolhaas dimostra essere attratto soprattutto dall’architettura senza firma; tra le innumerevoli immagini che illustrano i voluminosi tomi si nota un’ossessione per tutto ciò che si può definire semplicemente l’ordinaria realtà della città e non per i suoi memorabili monumenti. Il registrare incessante ha però un fine. L’autore è spinto dall’inesauribile attitudine nel ricercare nuovi significati che illuminino per riflesso il punto di partenza (e di arrivo) di ogni esplorazione, cioè la “tradizionale” idea occidentale di città. Si legge in Lagos a p.63: “Lagos non sta raggiungendo noi. Piuttosto, siamo noi che potremmo raggiungere Lagos.” [...] “Scrivere sulla città africana è come scrivere sulla condizione terminale di Chicago, Londra o Los Angeles.” In conclusione a Singapore Songlines a p.1087 di S,M,L,XL si legge: “il suo modello sarà lo stampo per la modernizzazione cinese. Due miliardi di persone non possono sbagliarsi.” Nel saggio Last Chance?, dove si prefigura la prossima estinzione di luoghi in cui ricominciare dalla tabula rasa, a p.7 di Al Manakh si legge: “il Golfo non sta solo riconfigurando se stesso; sta riconfigurando il mondo.”


Koolhaas veste per la prima volta la figura di architetto-antropologo, oggi esplicitamente dichiarata, nel saggio Globalization del 1993, pubblicato a p.362 di S,M,L,XL, dove a fianco del testo un’immagine ritrae seminudi un uomo e una donna di colore, in piedi di fronte a una capanna nella foresta e con alcuni arnesi in mano. Si potrebbe “retroattivamente” considerare questo come l’inizio della vena antropologica di Koolhaas. Dall’interesse per le implicazioni del processo di globalizzazione, l’architetto arriva a confrontarsi apertamente con la città non Occidentale. Con i metodi di un antropologo, e anche grazie alla libera piattaforma di ricerca resasi disponibile ad Harvard, negli anni successivi Koolhaas ha svolto un’impressionante ricerca che lo ha portato ad esaminare gli apparenti residui del processo di modernizzazione ai quattro angoli del globo per smuovere le inerzie della Vecchia Europa. Ci mancava solo Lagos.



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25 gennaio 2011

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The 1960s was a transformative decade for architectural practice in the Americas, Europe and Asia. It coincided with the social and cultural transformations initiated by student protests and the emergence of the global village theorized by Marshall McLuhan. During those years, a number of architects and urban planners began rethinking the utopian legacy of modernity by looking at the city as a new space and place of intense social interaction. A number of scholars and architects will convene at the University of Houston Gerald D. Hines College of Architecture to discuss the innovations of the utopian projects put forth during the 1960s as well as their relevance to today.


Thursday, February 17, 2011


6:00 PM OPENING RECEPTION


Sponsored by UH Alumni Association-Architecture (CoA Atrium)


7:00 PM WELCOME AND OPENING REMARKS


Michelangelo Sabatino (UH)


7:10 PM  KEYNOTE ADDRESS


Jean-Louis Cohen (NYU)



Friday, February 18, 2011


9:30 AM  WELCOME AND OPENING REMARKS


Michelangelo Sabatino (UH)


9:40 AM AMERICAS


Martin Melosi (UH) The American Metropolis in the 1960s


Sarah Deyong (TAMU) New Beginnings: The Urban Architecture of Team 10


Michelangelo Sabatino (UH) Arthur Erickson and the New University


Bruce Webb (UH) Houston: An Instant City


Rafael Longoria (UH) Clorindo Testa and the Art of Brutalism


Fares el-Dahdah (Rice) Brasilia 51


Sarah Whiting (Rice) BLOCK v. BLOC


[Discussion and Questions]


12:45 PM LUNCH BREAK


3:00 PM EUROPE AND ASIA


Peter Lang (TAMU) Super Studio in Italy


Zhongjie Lin (UNCC) Metabolism: Urban Utopias of Modern Japan


Yasufumi Nakamori (MFAH) Isozaki Arata’s city: “Invisible City” and “Electric Labyrinth”


Simon Sadler (UC DAVIS) Toby Paterson: Cast Adrift


[Discussion and Questions]


4:40 PM CINEMATIC INTERLUDE


Dietmar Froehlich (UH) From Alphaville to Zabriskie Point


5:00 PM KEYNOTE ADDRESS


Craig Hodgetts (UCLA) Mega/Megas/Megarum


6:00 PM RESPONSE

Kurt W. Forster (Yale)


All events will take place in the UH Architecture Auditorium, Rm. 150.
The symposium is free and open to the public.


For more information email Michelangelo Sabatino at msabatino@uh.edu and/or go to NEWS at www.michelangelosabatino.com


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23 gennaio 2011

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di Caterina Verardi


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«La produzione è il mezzo di comunicazione più efficace del nostro tempo, un mezzo che può essere usato come veicolo di stupidità o di civiltà.

La macchina che produce si configura così come un’arma meravigliosa o terribile e chi ne dispone ha il dovere di capire che cosa sta facendo.

Sappiamo con certezza che l’equilibrio psicologico dell’uomo dipende in gran parte dalle influenze dell’ambiente.

Chi allora decide per l’urbanistica, l’architettura, i luoghi pubblici, la segnaletica, i mobili, gli oggetti, ecc… deve acquistare la consapevolezza che gli uomini stanno lentamente e collettivamente impazzendo anche perché le loro città, le loro case sono diventate antiumane. La bruttezza e lo squallore delle piccole cose con cui viviamo a continuo contatto ci pongono in uno stato di costante disagio e tensione. Il quotidiano contatto con gli uomini, mi convince sempre più della profonda crisi creativa che coinvolge pressoché tutte le strutture.

Sento però che il mio tempo e la mia società (malgrado l’apparenza tanto deludente) sono piene di fermenti. Mentre da un lato esiste una incessante richiesta di nuove idee, d’altro lato incontro sempre qualcuno ansioso di potere sviluppare in piena libertà un suo progetto, un suo sogno, un suo incubo. Se tutti questi fermenti divenissero operanti, potremmo dire di avere fatto un notevole passo avanti.

Per questo ho pensato di costituire un luogo d’incontro, un laboratorio, un punto dove sia possibile fare qualcosa che risponda a queste esigenze.

Mi rendo tuttavia conto che, considerata la generale indifferenza e la diffusa falsità in cui viviamo, il nostro programma nasce e dovrà crescere nella dimensione dell’utopia.

Ad ogni modo ho pensato di risolvere ogni incertezza nell’azione, incominciando a lavorare.

Il futuro ci dirà se l’utopia è destinata a rimanere tale o se non sia possibile trasformarla, anche parzialmente, in realtà».

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Queste parole, granitiche e taglienti, sono state pronunciate da Dino Gavina, l’industriale e il mecenate che, a partire dagli anni del secondo dopoguerra, ha contribuito in maniera determinante alla fondazione di quello che oggi chiamiamo “design contemporaneo”. Al suo lavoro il MAMbo (Museo d’arte contemporanea di Bologna) ha di recente dedicato un’ampia mostra retrospettiva.


A partire dagli anni ‘50, Gavina inaugura la sua produzione con la Tripolina, una sorta di poltrona-archetipo in cui l’essenzialità degli elementi è riconducibile a un’ancestrale semplicità. Qualche anno più tardi, con Lucio Fontana come nume tutelare, l’industriale bolognese inizierà una stretta collaborazione con quelli che avrebbe poi definito i “bravi architetti”. Così, intorno agli anni sessanta, verranno realizzate la sedia Lierna, la poltrona San Luca, progettate dai fratelli Castiglioni, la poltroncina Pigreco di Tobia Scarpa e la poltrona Diagramma di Ignazio Gardella: creazioni che raccontano quel gusto neoliberty che negli anni del dopoguerra guardava all’elegante tradizione italiana d’inizio secolo con occhi avanguardisti.


La professione di Gavina si sviluppa ulteriormente intorno a un’eccezionale abilità di talent scout, alla ricerca di collaborazioni sempre nuove, in grado di nutrire un acceso dialogo tra creazione e produzione. In quegli anni avvengono gli incontri con Takahama e Breuer, con i quali, di fronte all’assenza di una lingua comune, è la passione per “i domestici progetti d’arte” a rendere salde due lunghe e fruttuose amicizie.


E ancora: Flos, sotto il cui nome Gavina chiama a raccolta “i bravi architetti” per creare le lampade che illumineranno le case dei “nuovi italiani”, e che ancor’oggi costituiscono passaggi inevitabili di un ideale itinerario creativo. Per citarne qualcuna Taccia, Toio e Arco (che “era bellissimo; era talmente bello che non lo volevamo fare perché era troppo retorico“), “best and long seller” di Achille e Piergiacomo Castiglioni, e Foglio e Biagio di Tobia  Scarpa.

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Nel ‘69, dopo aver ceduto a Knoll International la Gavina spa, Dino si prende una breve pausa dalle severe regole della produzione per dedicarsi alla ricerca e alle sperimentazioni del centro Duchamp, libera associazione che ha lo scopo di avvicinare artisti, produttori e fruitori. Ma pochi anni dopo torna alla produzione e fonda la Simon International che, con la collezione Ultranazionale, segna il superamento del movimento moderno “secondo Dino Gavina e Carlo Scarpa”. Con la serie Ultramobile del 1971, volgendo lo sguardo verso i grandi maestri del surrealismo, realizza celeberrimi oggetti che ormai fanno parte del nostro arredamento ideale, come il tavolino Traccia, serializzazione di un’opera di Meret Oppenheim, la poltroncina MAgriTTA, mela e bombetta alla Magritte raccontati da Sebastian Matta, e lo specchio Les Grand Trans-Parent, benedizione impartita da Man Ray al prodotto del disegno industriale.


L’opera di Gavina è volta all’esplicitazione dell’intento demiurgico di istituire, attraverso una democratica fruizione dell’arte, un necessario pan-estetismo. Gli oggetti d’arredo sublimano il loro destino trasformandosi in simboli dell’abitare, in opere d’arte da vivere.

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E se la storia dell’uomo è anche la storia dell’incessante dialogo tra cultura e natura, allora Gavina nel 1983, negli anni dell’edonistico egoismo diffuso, intraprende una nuova missione: la Simongavina Paradiso Terrestre che realizza oggetti d’arredo per esterni: un immaginifico giardino delle delizie dove le sedute si articolano intorno alle forme prime del cono e della sfera, e i fiori sono disegnati dalla lungimiranza di una mente d’avanguardia come quella di Giacomo Balla, e sono realizzati in chiave ultrafuturibile grazie alla lucentezza dell’acciaio inox tagliato al laser.


Infine questo industriale “sovversivo”, alla costante ricerca di un nuovo ordine, dopo aver raccontato la bellezza diffusa decide, in collaborazione con Enzo Mari, di realizzare mobili che possono essere assemblati direttamente dall’acquirente. Con quest’azione, da interpretare come atto conclusivo del suo percorso nel mondo del design, Gavina pone l’accento non solo sull’eccezionalità dell’atto progettuale, e quindi del progetto, ma anche - e soprattutto - sulla possibilità di far nascere e di nutrire nell’esperienza del fruitore una coscienza critica progettuale.

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21 gennaio 2011

 

Gizmo

Il brutto non è altro che l\'apparenza del bello futuro, anche se non tutto ciò che oggi appare brutto domani sarà bello. [...] Il brutto è un messaggero del nuovo. (Franco Purini)

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