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Archivio marzo, 2011

 

di Gabriella Lo Ricco

 

©Hans Hollein

 

 

Recentemente è apparso su Domusweb un articolo di Franco Raggi dal titolo Radical Visions. Grazie all’ampiezza di sguardo critico che lo caratterizza, e alla profonda conoscenza di quella linea di pensiero cui egli stesso appartiene (come ampiamente dimostrano le sue opere e la sua attività pubblicistica), Raggi individua con chiarezza ed efficacia i caratteri salienti che stanno a fondamento dei progetti degli architetti radicali degli anni sessanta e settanta.

 

Il suo scritto tuttavia non si limita a spiegare la produzione appartenente a quella stagione architettonica e a collocarla all’interno di una più ampia revisione dei principi del Movimento Moderno: esso è anche volto a evidenziare, per contrapposizione, la mancanza di contenuti che caratterizza l’architettura contemporanea e - in linea con lo slogan dell’odierna rivista «Domus», Per una nuova utopia” -  l’attuale mancanza di utopie.

«Rileggere oggi quelle visioni e quei teoremi - scrive infatti Raggi -  ci permette di valutare il vuoto e autoreferenziale formalismo tecnologico che l’architettura dello star system ha internazionalmente sviluppato con un’omogeneità pari alla debole significanza. Dall’altra parte, la rivalutazione dell’utopia come mezzo di analisi teorica capace di generare consapevolezze ed energie su piani e contesti più allargati e politicamente pregnanti converge con la considerazione critica di Rem Koolhaas secondo cui l’eccesso di utopia dovrebbe, oggi, preoccuparci meno della sua totale mancanza».

 

Radical Visions è dunque un intervento volto a mettere in luce la produttività di quei progetti e di quelle “visioni” che, pur agendo su un piano utopico, svolgono un’azione stimolatrice e, per via di contrasto, avanzano un’efficace critica alla contemporaneità. Basti pensare, in quest’ultima prospettiva e soltanto a titolo esemplificativo, al progetto The Berg  pubblicato qualche giorno fa su gizmoweb.

 

Nulla da obiettare in merito alle osservazioni e ai ragionamenti di Raggi, anche se viene da chiedersi quanto per una cultura come quella attuale possa essere utile invocare l’utopia, o se oggi, piuttosto, possa essere più produttivo concentrarsi su una riflessione che permetta di comprendere l’architettura che si produce.

 

Tali domande sono generate da due riflessioni correlate:

 

1) Il successo raccolto dalle architetture dello star system si fonda su un sistema (politico, economico, pubblicistico, sociale) molto articolato, ma soprattutto molto flessibile, in grado di utilizzare di volta in volta strumenti diversi: «l’attrezzatura nuova», affermava Guy Debord nei Commentari sulla società dello spettacolo, «diventa ovunque il fine e il motore del sistema; e sarà l’unica a poter modificare in modo considerevole il suo andamento, ogni volta che il suo uso si sarà imposto senza riflessioni».

La mancanza di riflessione: forse, ancor prima che la mancanza di utopia, è proprio questo il punto debole della nostra epoca. Magari partendo da questa semplice constatazione si potrebbe scardinare dall’interno il sistema iniziando, in prima istanza, a non credere a quelle personalità,  e quindi alle loro architetture, come entità  omogenee. Forse riportando in primo piano il nesso esistente tra i problemi da risolvere, gli strumenti utilizzabili e le forme architettoniche adeguate a esprimerli, saranno  proprio le stesse opere architettoniche contemporanee a discernere più chiaramente i momenti di sviluppo da quelli di regresso, gli apporti positivi da quelli negativi.

 

2) L’attuale carenza di utopia dice qualcosa della nostra epoca: dice che siamo incapaci di dare certezze al domani. Ciò significa perdere fiducia sia nelle potenzialità costruttive del proprio operato che in quello degli altri. Ma ciò non determina un’alienazione dal presente che alimenta quella mancanza di riflessione di cui sopra e insieme  la necessità di invocare delle soluzioni che appartengono al passato?

 

 

Milano, 31 marzo 2011

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[...] Compiuta espressione della felice combinazione di presupposti non tutti felici è una delle realizzazioni recenti di Eduardo Souto de Moura, lo Stadio municipale di Braga (2000-03). Parzialmente abbandonato il paradigma miesiano (o ricondotto alle sue radici profonde, essenziali, più che formali) e messa per il momento da parte anche la quasi totale sospensione dell’operatività architettonica che caratterizza i suoi molti recuperi di palazzi, conventi e semplici case, Souto realizza un edificio che ripropone inaspettatamente, in dimensioni possenti, il contrastante ma affascinante rapporto tra un luogo geografico (e nel caso in questione, addirittura geologico) e un oggetto artificiale contemporaneo. Composto da due sole tribune, poste l’una di fronte all’altra, tenute in tensione tra loro dal sistema di copertura, lo stadio di Braga è letteralmente scavato nel fianco di una montagna, il cui fronte rozzamente sezionato incombe sull’impianto con effetto drammatico. Un’ardua dialettica unisce-e-separa la possente rudezza della materia rocciosa, disomogenea e pluristratificata, e la finezza-finitezza della materia da costruzione, costituita da setti di cemento armato posti perpendicolarmente, snelliti da tagli circolari nella parte centrale che ricordano quelli analoghi dell’Assemblea nazionale di Dacca di Louis Kahn o dello Stadio Olimpico di Barcellona di Vittorio Gregotti (1985-89, con altri). Una macchina arguta, quella di Souto de Moura; o meglio piuttosto, uno “strumento ben temperato” che, come molta architettura del suo paese d’origine, sa eseguire senza arroganza ma al tempo stesso senza falsi pudori il compito al quale è chiamato, riuscendo così a trarre dall’epoca contemporanea i “suoni” migliori.


[da M. Biraghi, Storia dell'architettura contemporanea II. 1945-2008, Einaudi, Torino 2008, pp. 269-270]





29 marzo 2011



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C’è un modo di giocare che reinventa il mondo, lo risemantizza e ne ricrea le regole, e un modo di giocare che semplicemente conferma tutto ciò. E parimenti, c’è un modo di giocare con l’architettura che prova a scardinarne i luoghi comuni, invitando a riflettere su di essi, e un modo che si limita semplicemente a confermarli.


«Se vivete a Milano, e ogni tanto fate un salto in Stazione Centrale o in zona Gioia, non potete non aver notato che nell’ultimo mese, sul Pirellone, campeggia un numero. E poi, nei grattacieli di nuova fattura tutt’intorno a Garibaldi, altri numeri, tutti grandi e rossi. Come se qualcuno avesse deciso, dall’alto, di fare la conta».


L’articolo di Cristina Tagliabue apparso sul supplemento «Nova100» a «Il Sole 24Ore» descrive l’”operazione” condotta sui grattacieli e sugli edifici alti milanesi da Paolo Cesaretti, Antonella Dedini e Guendalina Di Lorenzi, architetti e designer animatori del gruppo di ricerca “Architettura attuale”.


L’aura di giocoso “mistero” in cui si vorrebbe avvolgere l’intervento dei tre («Sarà svelato tra pochi giorni il segreto delle grandi cifre luminose che appaiono da mesi sui grattacieli milanesi di Porta Nuova») nasconde in realtà soltanto la contiguità di “Architettura attuale” con i piani alti della politica milanese (lunedì 11 aprile il finissage dell’installazione numerica, intitolata Growing by Numbers, avrà luogo al 31° piano del Grattacielo Pirelli).


Quale sia il “gioco” sotteso alla numerazione dei grattacieli è del resto sin troppo chiaramente rivelato dalle parole che illustrano il concept dell’operazione: «Milano cresce, e cresce in altezza. Come sottolineare questa mutazione che sta rapidamente trasformando il volto della città e coinvolgendo i suoi cittadini? Come riuscire ad evidenziare e riflettere su questo cambiamento cruciale? Iniziamo a contare gli edifici che toccano il cielo, quelli storici, quelli appena terminati, quelli appena iniziati».


Il “gioco” consiste - secondo una strategia di marketing ben nota e diffusa - nel rendere simpatiche, amichevoli, e dunque familiari, quelle nuove massiccie “presenze” che stanno ridisegnando lo skyline di Milano, presenze che agli occhi dei milanesi rischierebbero di risultare estranee, e dunque potenzialmente invise. Il “gioco” come legante tra la città che era e la città che sarà. Il “gioco” come abitudine.


A fronte delle vorticose trasformazioni che interessano la zona intorno al Centro Direzionale di Milano, l’”innocente” e (apparentemente) puerile intervento di “Architettura attuale” (il nome non potrebbe essere più calzante) viene impiegato come un espediente-”giocattolo” per prevenire il possibile strappo con la città e con i cittadini, trattando questi ultimi come bambini, cui si concede al più di giocare con le “cose” di papà.


«Tutti abbiamo giocato almeno una volta ad unire con un tratto di penna i numeri e a ricavarne un disegno di senso compiuto». Abbandonandosi al piacere del “gioco” sembra non avere più alcuna importanza che si tratti del «disegno della città del futuro».


Il numero - si sa ­- chiama numero. Una volta iniziata la “conta” si procede volentieri: ancora uno, ancora uno, a ogni grattacielo il suo numero. Bel gioco, davvero divertente! I milanesi attendono a bocca aperta di comprenderne il «senso compiuto».



www.growing-by-numbers.blogspot.com/




28 marzo 2011



di Marco Biraghi


Nella seconda delle sue Considerazioni inattuali, Sull’utilità e il danno della storia per la vita (1874) Friedrich Nietzsche mette in guardia dai pericoli degli “eccessi” di storia. L’intero XIX secolo, secondo Nietzsche, è «malato di storia», e gli uomini della sua epoca soffrono «di una febbre storica divorante».


L’analisi di Nietzsche si basa sull’esperienza da lui maturata a partire dal 1869 presso l’Università di Basilea, come titolare della cattedra di lingua e letteratura greca, a contatto con un ambiente accademico immerso in un profondo «sonno grammaticale», come scrive in una lettera al suo maestro Friedrich Wilhelm Ritschl.


La critica mossa alla «brulicante genia di filologi dei giorni nostri», cui pure egli stesso - almeno nominalmente - appartiene, in quanto insegnante di filologia classica, è di essere incapace di cogliere «quella esaltante visione complessiva dell’antichità», ponendosi «troppo vicino al quadro e indagan[d]o su una macchiolina d’olio, invece di ammirare i tratti grandiosi e audaci dell’intero dipinto e, cosa ancora più importante, di goderne» (F. Nietzsche, lettera del 6 aprile 1867 a Carl von Gersdorff, in Id., Epistolario1850-1869, Adelphi, Milano 1976, vol. I,, p. 515).


È soprattutto quest’ultimo aspetto a stare particolarmente a cuore al giovane Nietzsche: al contrario delle «”talpe” filologiche», «con le cavità mascellari rigonfie e lo sguardo cieco, contente di essersi accaparrate un verme», per lui l’attività filologica è inestricabilmente connessa a quella filosofica, e in quanto tale non può rimanere «indifferente verso i veri, urgenti problemi della vita».


nietzsche


Il durissimo attacco alla Nascita della tragedia sferrato nel 1872 da Ulrich von Wilamowitz (cui si aggiungeranno le severe parole di Hermann Usener, pur molto stimato da Nietzsche, sempre a proposito della Nascita della tragedia: «Si tratta di assurdità belle e buone, che non servono a nulla: uno che ha scritto roba del genere è morto per la scienza»), contribuiranno ad allontanare Nietzsche dall’Università di Basilea (che lascia definitivamente nel 1878, all’età di trentaquattro anni) e dalla filologia. Un allontanamento non certo privo di sofferenze, se ancora nella lettera a Jakob Burckhardt del 6 gennaio 1889, pochi giorni prima del “crollo” di Torino, Nietzsche scrive: «in fin dei conti sarei stato molto più volentieri professore a Basilea piuttosto che Dio; ma non ho osato spingere il mio egoismo privato al punto di tralasciare per colpa sua la creazione del mondo».


Per ragioni facilmente intuibili, l’analisi nietzschiana relativa alla “malattia della storia” cui a suo avviso soggiacerebbe il XIX secolo non è condivisa dalla maggior parte dei suoi contemporanei, e anzi probabilmente da essi il “problema” non è neppure percepito come tale. La storia, nel corso dell’Ottocento, è assunta piuttosto come scienza, e come le altre scienze utilizzata per una costruzione (o una ricostruzione) “coerente” del mondo, per una sua rappresentazione fiduciosamente ottimistica, anti-tragica per eccellenza: apollineo contra dionisiaco.


D’altronde, la critica di Nietzsche alla “civiltà moderna” si fonda sulla convinzione che questa pensi e viva “per immagini”, operando dunque continue semplificazioni, astrazioni (cfr. F. Nietzsche, Su verità e menzogna in senso extramorale, in Id., La filosofia nell’epoca tragica dei Greci e Scritti 1870-1873, Adelphi, Milano 1991) che la riduce - come scrive Giuliano Baioni - a «un sistema di riproduzione delle forme che obbedisce unicamente alla necessità della loro fruizione da parte di una massa passiva di consumatori». È così prefigurata la critica alla cultura di massa che vedrà il suo pieno compimento nel Novecento.


Oggi il rischio che corriamo noi abitanti del XXI secolo - e che corrono in particolar modo le società occidentali - solo apparentemente è di segno opposto rispetto alla “diagnosi” nietzschiana, ed è in realtà la diretta conseguenza dell’evolversi dei sintomi da lui già percepiti: il rischio di una progressiva perdita di memoria storica. È pressoché inevitabile, del resto, che in una civiltà sempre più dominata dall’istantaneità, dall’immediatezza, dalla “presentificazione” di tutti i fenomeni, un’”informazione” superficiale e diffusa finisca per sostituire una comprensione puntuale e approfondita - la comprensione “prospettica” della lettura storica. Anche questo rischio in realtà non è nuovo, se è vero che già William Morris ad esempio manifestava la sua preoccupazione per la quantità di informazioni a disposizione degli uomini del XIX secolo, e avanzava dei dubbi sulla loro capacità di elaborarle.


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Accanto a questo rischio, tuttavia, ve n’è un secondo, più limitato nei suoi effetti ma di certo non meno insidioso: il rischio di una progressiva chiusura degli studi storici entro i confini di uno specialismo sempre più spinto. Non si tratta, anche in questo caso, di un rischio inedito: e non è soltanto Nietzsche, come già visto, ad avvertire tutti i pericoli insiti in un’attività filologica concentrata esclusivamente su se stessa, sul proprio “particolare”, e dunque separata da una comprensione più generale dei fenomeni - di una filologia insomma non illuminata da una filosofia («ogni attività filologica dev’essere racchiusa e circondata da una concezione filosofica del mondo», scrive Nietzsche a conclusione della prolusione da lui pronunciata in occasione del conferimento della cattedra a Basilea); il lamento contro gli eccessi della specializzazione in diversi campi del sapere non è affatto infrequente nell’Ottocento. È presente, tra gli altri, in John Ruskin, maestro di Morris.


[continua...]



25 marzo 2011



piano-richard


by Pablo Langellotti



24 marzo 2011


 

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Il brutto non è altro che l\'apparenza del bello futuro, anche se non tutto ciò che oggi appare brutto domani sarà bello. [...] Il brutto è un messaggero del nuovo. (Franco Purini)

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