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Archivio dicembre, 2011

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Milano, Piazza Duomo, dicember 2011 - april 2012

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© Duccio Malagamba
© Duccio Malagamba

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Riflessioni intorno al cantiere più chiacchierato di Francia

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di Alessandro Benetti

 

 

 

Nel settembre del 2010 la società a capitale misto SemParisSeine, di cui la città di Parigi è azionista di maggioranza, ha dato il via ai lavori di réamenagement del Forum des Halles. I parapluies progettati da Claude Vasconi e George Pencreac’h, inaugurati il 4 settembre 1979 alla presenza dell’allora sindaco Jacques Chirac, si richiudono dopo soli 31 anni di servizio. Al loro posto, largo alla canopée, gigantesca copertura-blob disegnata dallo studio Berger-Anziutti Architectes, primo classificato al concorso internazionale di architettura per il Forum des Halles del 2007.

 

 

La “canopée” vista dalla rue Lescot (fonte: www.parisleshalles.fr)

La “canopée” vista dalla rue Lescot (fonte: www.parisleshalles.fr)

 

 

 

La così detta “canopée” è un’enorme copertura trasparente, la cui luce massima misura 96 metri, che si estenderà al di sopra dell’intera superficie dell’attuale Forum. Suddivisa in 17 porzioni (chiamate ventelles) ciascuna costituita dall’accostamento di “foglie di vetro”, la canopée  permette la ventilazione e l’illuminazione naturale dello spazio sottostante. Gli edifici che la sostengono, a pianta irregolare, si dispongono alle estremità nord-est e sud-est del lotto, come i  parapluies di Vasconi.

 

Se la  canopée è l’elemento di spicco del progetto in virtù delle sue qualità formali, il patio che essa ricopre ne è il fulcro funzionale. Collocato approssimativamente sulla traccia della corte interna del Forum, ne ripropone l’impostazione ipogea e l’organizzazione su più livelli, eliminando d’altra parte le barriere che oggi impediscono la percezione della continuità tra spazio esterno ed interno al centro commerciale. Al termine del progetto, dalla rue Lescot sarà possibile raggiungere il parco o la stazione della RER passando attraverso il patio, senza attraversare una vera e propria soglia d’ingresso (ad oggi il percorso è molto più complesso, e implica numerosi accessi e dislivelli).

 

 

 

La “canopée” vista dall’interno del patio (fonte: www.parisleshalles.fr)

La “canopée” vista dall’interno del patio (fonte: www.parisleshalles.fr)

Vista della “canopée” verso la chiesa di Saint Eustache (fonte: www.parisleshalles.fr)

Vista della “canopée” verso la chiesa di Saint Eustache (fonte: www.parisleshalles.fr)

 

 

Lo stesso giardino  sarà sottoposto a un sostanzioso restyling e abbandonerà l’attuale configurazione troppo frammentaria. L’immenso tappeto verde che si estenderà dalla canopée fino alla Bouse du Commerce garantirà una migliore visibilità del parco dalla città (e viceversa) e un maggiore facilità di attraversamento. Il progetto è dello studio francese SEURA Architectes  di David Mangin, vincitore nel 2004 del concorso internazione di urbanistica per Paris-Les Halles al quale parteciparono anche Rem Koolhas con OMA, Winy Maas con MVRDV e Jean Nouvel. L’intero complesso sarà inaugurato per parti tra il 2013 e il 2016.

 

 

 

Vista del giardino dalla Bourse du Commerce verso la “canopée” (fonte: www.parisleshalles.fr)

Vista del giardino dalla Bourse du Commerce verso la “canopée” (fonte: www.parisleshalles.fr)

 

 

Molte parole sono state spese dalla stampa francese e internazionale a proposito dell’obsolescenza incredibilmente rapida del vecchio Forum e sulle pressioni politiche (Sarkozy emule di Mitterand?) e sociali (le vecchie Halles piacevano molto di più ai franciliens delle banlieues che ai parigini doc) alla base di un intervento di così ampia portata (e costi, ça va sans dire) su di una struttura tutto sommato ancora funzionale. Di fronte alle ruspe in azione, però, emergono anche considerazioni di altro genere. Si dimenticano per un attimo le grandi costruzioni che si sono susseguite a ritmo serrato nello spazio rettangolare compreso tra le rues Rambuteau, Lescot, Berger e Du Louvre e tornano alla mente le immagini delle altrettanto ingenti distruzioni che le hanno accompagnate. Quelle della demolizione dei padiglioni haussmanniani di Victor Baltard, intrapresa a partire dall’estate del 1971, sono nitide nella memoria dei parigini tanto quanto quelle del marché ancora in attività.

 

 

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Demolizione dei padiglioni di Victor Baltard

 

 

L’evocazione dell’enorme voragine a cielo aperto che ne prese il posto per alcuni anni è ancora in grado di sconvolgere gli animi di chi dovette convivere quotidianamente con tale paesaggio lunare. Presto rinominato “le trou des Halles“, il così detto “buco” era in effetti il cantiere di quella che diventò la stazione principale del neonato RER (Réseau Express Regional): la particolarità era che i lavori si svolgevano a ben 20 metri di profondità, e si può immaginare quale vista vertiginosa si offrisse agli inquilini degli stabili limitrofi. Proprio per scongiurare il rischio di un nuovo trauma di tale portata, l’intervento attualmente in corso fa della continuità un suo importante leitmotiv: non solo la continuità spaziale e visuale richiesta al progetto architettonico, ma soprattutto la continuità temporale che l’intera operazione dovrà preservare tra passato prossimo, presente e futuro imminente. Lo stesso termine réamenagement che la definisce allude alla precisa intenzione di riconfigurazione dell’esistente piuttosto che di sua sostituzione.

 

 

 

Il centro informazioni (fonte: www.paris.fr)

Il centro informazioni (fonte: www.paris.fr)

 

 

 

Così, il cantiere della canopée mostra al pubblico un volto estremamente amichevole e comunicativo, chiaramente preoccupato di trasmettere un’immagine rassicurante di ciò che avviene al suo interno. Accanto all’antica Fontaine des Innocents, che dal 1549 resiste alle ondate di rinnovamento che trasformano il quartiere, è stato costruito (dallo stesso studio Berger-Anziutti) un centro informazioni ampio, pulito e luminoso che, dall’alto di un solido basamento in calcestruzzo, ha tutta l’aria di aver messo esso stesso radici nella piazza. All’interno, il personale competente è affiancato da alcune postazioni elettroniche e da una quantità finanche eccessiva di documentazione cartacea a disposizione. Appena fuori, un maxischermo proietta in sequenza immagini dei lavori, un calendario dettagliato ed informazioni varie ed eventuali. Se non bastasse, il cantiere è racchiuso da un’imponente sequenza di pannelli metallici colorati (ma alcuni sono vetrati, in ossequio alla necessaria “trasparenza” dell’operazione) che recitano incessantemente le stesse affermazioni trionfanti. «La vie des Halles continue»;  «Demain les Halles»;  «Demain le Forum»; infine  «Il Forum resterà aperto per tutta la durata dei lavori». 

 

 

Immagini del cantiere (foto: A. Benetti)

Immagini del cantiere (foto: A. Benetti)

 

 

Già nel 2004, Jean Nouvel, nella sua relazione di concorso, insisteva sulla necessità di conferire al cantiere un carattere spettacolare e vitale: «ognuno degli elementi del cantiere, recinzioni, impalcature, serbatoi, gru, apparecchiature, contribuirà a uno spettacolo permanente ricco di eventi culturali, piccoli concerti o esibizioni, installazioni di artisti o proiezioni che faranno del sito un luogo di vita» (J. Nouvel, 2004).  Una visione che si è in parte avverata, come testimoniano anche le 4 esposizioni (di fotografie e disegni di progetto) e le 8 riunioni pubbliche che hanno avuto luogo dal 2002 ad oggi nell’area interessata dai lavori, oltreché le masse di pendolari e consumatori che continuano a recarsi al Forum quotidianamente.

 

 

 

Immagini del cantiere (foto: A. Benetti)

Immagini del cantiere (foto: A. Benetti)

 

 

Immagini del cantiere (foto: A. Benetti)

Immagini del cantiere (foto: A. Benetti)

 

 

Un progetto che sembra correggere gli errori del suo predecessore e un cantiere dal volto amico basteranno davvero ad evitare una nuova tabula rasa alle Halles? La chiusura dei mercati generali si portò via non solo un ingente quantità di ferro e vetro (peraltro composti in padiglioni dal pregio architettonico tutt’altro che trascurabile) ma anche un vivacissimo sottobosco di venditori, entreneuses e galeotti, romanzato con garbo da Billy Wilder nella sua commedia “Irma la douce“, del 1963. Il restyling odierno, per ora, si è limitato a rimuovere tanto amianto e una consistente dose di vetrate a specchio, qui invecchiate peggio che altrove. Allo stato attuale delle cose, il Forum ha perso il suo glamour genuinamente anni ‘70 ma è ancora frequentato da quella folla multicolore che vi converge dagli arrondissements e dalle banlieues vicine e lontane. Cosa succederà tra 5 anni, alla conclusione dei lavori, lo scopriremo col tempo.

 

 

 

 

Nel frattempo, la SemParisSeine ha messo a disposizione del pubblico un sito internet molto completo e costantemente aggiornato (www.parisleshalles.fr) arricchito da una cospicua phototèque, di cui si sta occupando Frank Badaire, specialista della fotografia in cantiere.

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Milano, 21 dicembre 2011 

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purini


Franco Purini

Bianco e nero

Nove disegni per una Città


Galleria Embrice

Roma

Dal 16 al 23 dicembre 2011





 di Roberta D’Alessandro

 

 

 

 

 

 

In un’ intervista pubblicata il 14 febbraio del 2000 sulla «Frankfurter Allgemeine Zeitung»  il responsabile urbanistico del Senato Hans Stimmann affermava: «Questo, è un luogo in cui la discussione non deve essere di tipo architettonico [...] ho grandi dubbi sulla capacità dell’architettura moderna di offrire per la Schlossplatz una soluzione politicamente soddisfacente».

 

Argomento dell’intervista era il destino che sarebbe toccato alla storica piazza berlinese occupata, fino ai bombardamenti del 1943/44, dall’antico castello degli Hoenzollern. Un’ area storicamente densa di significati sulla quale tutt’ oggi si concentrano le più accese riflessioni del dibattito architettonico berlinese e che, con tali affermazioni, sembrava esser stata dichiarata «extraterritoriale per l’architettura» (M.Pogacnik,  2001), o perlomeno per l’architettura del 21esimo secolo.

 

Nel 2002, infatti, il Parlamento tedesco approva con una maggioranza dei due terzi la ricostruzione dell’antico castello cittadino, un monumento nato come residenza della grande potenza prussiana nel 1443. Trasformato nel settecento in castello barocco per opera di Andreas Schlüter ed Eosander von Goethe e completato nella sua forma definitiva nell’ottocento con la cupola di August Stüler, divenne, negli anni successivi, vittima delle ideologie distruttive del XX secolo.

 

 

Stadtschloss, Berlino 1937 e 1945

Stadtschloss, Berlino 1937 e 1945

 

Dopo esser stato semidistrutto dai bombardamenti del 1943/44, fu definitivamente raso al suolo nel 1950 per volere di Walter Ulbricht, presidente della Repubblica Democratica tedesca il quale era riluttante a ricostruire un simbolo dell’assolutismo della vecchia Prussia. Pertanto, nel corso degli anni settanta, al suo posto sorsero due monumenti della “nuova” città socialista: il Ministero degli esteri e il Palazzo della Repubblica, sede del parlamento della DDR.

 

Il Palazzo della Repubblica di Belino nel 1976 e dopo la demolizione

Il Palazzo della Repubblica di Belino nel 1976 e dopo la demolizione

 

 

 

Dopo la caduta del muro nel 1989 e quindi la fine della DDR, il desiderio di cancellare dal tessuto urbano il ricordo diretto del socialismo e di chiudere il precedente capitolo politico e culturale, condusse all’abbattimento di entrambi i monumenti per far posto alla tanto desiderata ricostruzione del castello. Questo prenderà il nome di Humboldt Forum e diventerà una nuova istituzione culturale ospitante le collezioni etnologiche non europee attualmente situate a Dahlem, oltre che una sede aggiuntiva della Biblioteca centrale e regionale, spazi per la Humboldt-Universität e per eventuali manifestazioni.

 

 

Come ben chiaro, quindi, la Schlossplatz è stata, fin dai tempi più lontani, oggetto di feroci dibattiti tra gruppi ideologici contrapposti. Le sue vicende più recenti, mettono in luce quello che sembra essere il nuovo obiettivo della Berlino riunificata: Cancellare la DDR, ricostruire la Prussia, un obiettivo chiaramente politico che trova nell’architettura la sua più evidente manifestazione.

 

Il concorso bandito nel 2007, coordinato dal responsabile urbanistico del Senato Hans Stimmann e supervisionato da una giuria di architetti internazionali presieduta da Vittorio Magnano Lampugnani è stato vinto dall’architetto vicentino Franco Stella con un concept che rispondeva esattamente alle rigide e controverse prescrizioni del governo: la riproposizione à l’identique di tre delle facciate storiche, inclusa la cupola e le tre facciate interne della corte d’onore, mentre il lato verso la Sprea con vista sull’ Alexanderplatz poteva essere interpretato liberamente dal momento che anche il palazzo barocco di Schlüter ed Eosander aveva ridisegnato soltanto tre facciate delle precedenti fabbriche del castello dei principi brandeburghesi . 

 

 

Franco Stella, Progetto di concorso, Berlino 2007

Franco Stella, Progetto di concorso, Berlino 2007

 

 

 

 «Il grande blocco parallelepipedo del palazzo reale e imperiale, a cui si è riferita nel tempo la costruzione dei luoghi centrali della città e l’architettura di tanti suoi monumenti, vuol ritornare dopo cinquant’anni nel luogo in cui per alcuni secoli è stato, con le sembianze di chi fosse sempre stato qui». [Franco Stella]

 

Coerentemente con tali premesse il progetto di Stella ripropone fedelmente il volto antico dell’edificio (ricercando con chiarezza anche le ombre, i chiaroscuri, gli spessori della facciata storica…) ricomponendo lo stesso volume del distrutto castello barocco e distinguendo nettamente i corpi ricostruiti da quelli di nuova costruzione come se davvero si trattasse di un accostamento del nuovo rispetto all’antico.

 Una tale operazione che mira a riprodurre, dopo sessant’anni di assenza, il valore iconografico di un edificio simbolo del potere monarchico dimostra, come scrive Dezzi Bardeschi in un articolo di ANANKE nel settembre del 2009,  «la grossolanità del rapporto con la storia» e la prevalenza di un interesse rivolto esclusivamente alla nostalgica riproposizione di un’ immagine che richiama il centro storico di Berlino prima della guerra, come se nel frattempo nulla fosse successo; un’immagine che racchiude dietro rivestimenti in stile barocco «un contenitore politico disordinato» ( P.Oswalt, 2000).

 

Tra l’altro, in seguito alla necessità indetta dalla crisi finanziaria in corso di ridurre i costi di costruzione, sono state presentate delle assurde proposte che testimoniano ancor più l’incongruenza dell’operazione. Queste prevedono la diminuzione delle dimensioni della cupola rispetto a quelle della cupola dell’antico castello degli Hoenzollern e per di più di renderla come semplice ossatura costruttiva, o l’eliminazione delle decorazioni dalle facciate le quali potrebbero essere applicate una volta assicurati i finanziamenti.

 

 

spazio-verde-attuale

 

Al momento, l’area di cui si sta parlando si presenta come un grande prato urbano nel centro della città con vista sul Duomo, sull’ Altes Museum di Karl Friedrich Schinkel, sull’ Alexanderplatz con la torre della televisione, il Municipio Rosso e la Marienkirche; un vasto “spazio di non essere” in cui  proprio ” l’ assenza” delle entità architettoniche che in quel luogo si sono succedute sembra essere, come scriveva Rem Koolhas a proposito della simile condizione urbana creata dalla sparizione del muro, «più forte della presenza» ( R.Koolhaas, 1998).

Ma, di questa particolare condizione urbana si potrà godere ancora per poco.

Gli ultimi aggiornamenti, infatti, preannunciano l’inizio dei lavori di costruzione del castello nel 2014 e il loro completamento entro il 2019 per un costo stimato di 590 milioni di euro.

 

A quel punto, quindi, sarà alquanto lecito considerare il ricostruito castello barocco come una delle tante manifestazioni spaziali delle contrapposizioni ideologiche che hanno alimentato i sistemi governativi berlinesi susseguitisi nel XX secolo i quali, incoraggiati di volta in volta dalla volontà di un ricominciamento continuo e dal desiderio di una nuova identità, hanno portato avanti operazioni di “distruzione / ricostruzione” laddove la distruzione, in quanto «atto liberatorio», citando le parole di P.Oswalt, ha assunto un carattere per così dire “patologico” e la ricostruzione piuttosto che tendere ad un nuovo futuro si rivolge ad un passato tutt’altro che immediato la cui riproposizione nella contemporaneità non ha alcun significato culturale. 

  

 

Franco Stella, progetto di Concorso, Berlino 2007

Franco Stella, Progetto di concorso, vista del cortile interno, Berlino 2007

 

Milano, 12 dicembre 2011

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