GizmoWeb

WEB

Archivio gennaio, 2012


In occasione delle ormai prossime Olimpiadi di Londra verrà portato a termine The Shard, il nuovo grattacielo progettato da Renzo Piano vicino al London Bridge. Si tratterà (sia pur provvisoriamente, c’è da supporre) del più alto edificio d’Europa: 310 m, 72 piani più il puntale. The Shard in inglese significa “coccio”, “frammento”, ma vuole dire anche “elitra”, l’ala anteriore dei coleotteri.


Si potrebbe lungamente discutere sull’opportunità di costruire un grattacielo di queste dimensioni in un momento di recessione economica. Tuttavia, dall’Empire State Building (1930-31) in avanti, la storia ha dimostrato che nei momenti di recessione la realizzazione di grandi edifici può presentare anche dei “vantaggi”, e finire addirittura col dimostrarsi un volano per l’economia. E in questi casi, comunque, è sempre e soltanto il mercato a poter dire se si tratta di un’operazione giusta o sbagliata.


Si potrebbe lungamente discutere su molti degli aspetti del grattacielo di Renzo Piano: un grattacielo con un cuore di cemento armato e interamente rivestito di vetro; un grattacielo destinato a ospitare, in sequenza crescente, uffici, ristoranti, hotel, residenze e un osservatorio disposto su quattro piani. Ma l’aspetto sul quale - ancora una volta - non si può tacere è quello estetico. Un grattacielo - e questo grattacielo nella fattispecie - è fuor di ogni dubbio un fatto “privato”, nel senso che privati ne sono i finanziatori e i costruttori. Ma quando un edificio raggiunge dimensioni simili - e dimensioni simili in rapporto a quel determinato contesto - diventa automaticamente un “fatto pubblico”. Si carica di una responsabilità. Esiste non soltanto per sé ma anche - e molto - per gli altri, o contro gli altri.


Il principe Carlo sembra abbia dichiarato che The Shard somiglia a una gigantesca saliera. Come quasi sempre in fatto di architettura - materia della quale si vanta a torto di essere un grande esperto - si sbaglia. The Shard è tale e quale a uno shard: che questo significhi “coccio”, “frammento”, o anche “elitra”. Ma per quale ragione si dovrebbe vivere - e vivere meglio, possibilmente - in compagnia di un gigantesco coccio, o di un gigantesco frammento, o di una gigantesca ala di coleottero?



the-shard1


http://the-shard.com/



31 gennaio 2012





villaggio_lago_serre_b


Lettera al sindaco di Milano Giuliano Pisapia dall’Ordine degli architetti di Milano





Milano, 23 gennaio 2012


Egregio Sindaco,


come pensiamo Lei sappia, sono alcuni mesi che Le scriviamo per chiederle un incontro affinché, nella sua veste di commissario straordinario di Expo, Lei possa esprimersi sulla proposta che, dopo 10 mesi di lavoro congiunto, abbiamo messo a punto per rispondere alla richiesta di collaborazione di Società Expo sulla definizione dei bandi che dovranno concretizzarsi nella realizzazione di quelle architetture e di quelle opere di ingegneria che nel 2015 diverranno, insieme con l’organizzazione degli eventi, l’immagine di Milano nel mondo.

Non Le riassumiamo tutta la vicenda, alla quale ha dato ampio riscontro anche la stampa, perché siamo certi che Lei, così come tutti i destinatari delle nostre lettere, ne sia a conoscenza e che la sua mancata risposta sia sostanzialmente dovuta ai molti impegni che la sua carica comporta. Non vogliamo pensare che il suo, e vostro, silenzio sia dovuto alla mancanza della volontà politica di affrontare il tema  della costruzione di un nuovo assetto normativo tale da lasciare nell’Italia e nel mondo l’immagine di una città che finalmente investe nei suoi spazi pubblici e che riserva le sue risorse anche alla qualità dell’architettura, al riconoscimento della professionalità, alla trasparenza delle procedure, alla partecipazione dei giovani.

Questa lettera riguarda tuttavia un altro argomento, che fa sempre parte dei concorsi Expo, concorsi che continuiamo a ritenere una insostituibile occasione per promuovere la qualità dell’architettura e contribuire concretamente all’avvio di una nuova stagione di trasparenza e di partecipazione nei confronti della collettività e dei cittadini, promessa che era stata uno dei punti di forza della sua vittoriosa campagna elettorale.

Poco prima di Natale è stato pubblicato il bando per un Concorso di idee per la “ Realizzazione delle architetture di servizio del sito Expo  Milano 2015”. Bando che, qualora lo si consideri dimenticando tutto quello che l’ha preceduto, potrebbe anche essere accolto con un certo favore.

Purtroppo le scelte da Voi fatte non ce lo permettono, essenzialmente per due ragioni: la prima è che questo bando non può che essere inteso, nostro malgrado, come un modo per “accontentare” i professionisti (e gli Ordini professionali) esclusi di fatto dalla partecipazione a tutti i bandi relativi agli edifici di una certa importanza, e ai quali sarà riservato questo unico concorso, che, nonché marginale, ci sembra davvero poco significativo e di nessun interesse per il futuro dell’area. La seconda ragione è che il bando stesso, mai sottopostoci in bozza come sempre promesso, contiene alcune condizioni inaccettabili rilevate dalle nostre commissioni bandi e che di seguito le elenchiamo.

10. Svolgimento della procedura: generalità

La Commissione giudicatrice, pur se non riportata nominalmente nel bando, andrebbe comunque descritta nella sua composizione. In particolare, tenendo conto delle disposizioni di cui agli artt. 106 e 84 del D.Lgs. 163/2006, andrebbero specificate nel bando le informazioni inerenti il numero e la qualifica dei componenti, nonché le modalità della loro designazione per quanto concerne le categorie di cui al comma otto del menzionato art. 84.

12. Svolgimento della procedura: valutazione delle proposte ideative

Il bando dovrebbe fornire indicazioni in merito ai tempi e alle modalità di svolgimento dei lavori della Commissione giudicatrice. In particolar modo andrebbe specificato che, in quanto collegio perfetto, la Commissione potrà operare solo con il plenum dei suoi componenti (cfr. Consiglio di Stato, Sentenza n. 324/2004).

13. Premio e rimborsi spese

Quanto previsto al punto 13.1 riguardo al successivo incarico di “supervisione artistica” appare anomalo, oltre che poco chiaro.

15. Clausole finali

La previsione di cui al punto 15.1 non trova riscontro in alcun riferimento normativo. Permanendo per la stazione appaltante la possibilità di far luogo, nell’esercizio del potere di autotutela, all’annullamento della procedura, l’apposizione nel bando di tale clausola appare inopportuna, tendente solo a disincentivare la più ampia e qualificata partecipazione al concorso.

Analoga considerazione può essere riferita anche al contenuto del punto 15.2, la cui eventuale applicazione dovrebbe essere almeno vincolata al parere della Commissione giudicatrice, come specificato per quanto concerne il punto 15.3.

Quanto previsto al punto 15.4 andrebbe integrato con un riferimento alle norme in materia di tutela del diritto d’autore.

In riferimento alla possibilità per la stazione appaltante di apportare modifiche al progetto vincitore, prevista al punto 15.6 si precisa che variazioni sostanziali della proposta ideativa necessiterebbero del consenso del relativo autore.

Inoltre, al punto 8. BUSTA B: documentazione tecnica

In merito agli elaborati di cui alle lettere c), d) ed e), non viene specificato il formato delle tavole richieste.

Per quanto concerne il contenuto della lettera f), appare opportuno porre l’accento sulle difficoltà legate alla reale conservazione dell’anonimato dei file, per i quali risulta spesso possibile risalire ai relativi autori (si veda al riguardo: TAR Napoli, Sez. II, 24 marzo 2006, n. 3177). Si suggerisce di prevedere la consegna del supporto digitale nella busta relativa alla documentazione amministrativa o, in alternativa, specificare che gli elaborati in formato digitale potranno essere visionati dalla commissione giudicatrice solo ad avvenuta definizione della graduatoria.

Siamo molto spiacenti di quanto è accaduto e di quanto sta accadendo, ma vogliamo sperare ancora una volta che ci sarà data una risposta e che ci sarà concesso un incontro per discutere su questi e su altri argomenti, così come Le ha chiesto anche il Presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti, Leopoldo Freyrie, nella sua ultima del 5 gennaio.

Cordiali saluti

Presidente dell’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Milano Daniela Volpi

Presidente del CNAPPC Leopoldo Freyrie

Presidente dell’Ordine degli Ingegneri della provincia di Milano Stefano Calzolari

Presidente del Consiglio Nazionale Ingegneri Armando Zambrano

Presidente della Consulta Regionale degli Ordini degli Architetti PPC Paolo Ventura

read it


http://ordinearchitetti.mi.it/



c2a9-peter-eisenman-architects

The monument to the Murdered Jews of Europe in Berlin by Peter Eisenman must be pointed out as one of the most significant works in this first period of the new millennium not so much as it represents a crucial turning point in the career of one of the most important architects of the twentieth century, but rather due to the fact that it personifies that transition relating to an attitude that is still modern – that despite everything it still characterises the most part of contemporary architecture – leading towards another form of architecture. In fact, if on one hand it takes us back, in virtue of his programme, to the conceptual heart of the twentieth century, on the other, its inoperability in architectural terms is immediately reported. Modern architecture was born, with Adolf Loos, as both tomb and monument. Eisenman’s work is compared, in fact, with the impossibility of this duty in light of chilling, inexpressible “enormity of the banal” represented by the tragedy of the Holocaust and, at length, with the effects of the World War, right up to Hiroshima.

But there’s more. In the Berlin monument such excess emerges not as an exception, but an aspect of that alienation built into the modern human condition. «Nothing of what is considered human must outrage us» sustained Adorno. The unimportance of death is the other face of the unimportance of living. It is in modernity that there are mass deaths because mass society exists. Therefore with its grid consisting of 2700 concrete stelae which are about a metre wide, a little less than two and a half metres deep and its height measures between zero and four metres, the monument is, implicitly, an urban structure, the individual and collective dimensions of which are associated with each other without ever coming to a conclusion: a model of a city without squares, nor monuments, made only of roads that allow the transit of only one person and that do not lead anywhere; in fact it is an anonymous, anti-monumental non-city, it is even out of scale, that one can appreciate only by entering and passing through it without really knowing for what reason.

RH1480-39

© Roland Halbe

In the era in which collective memory is increasingly and massively reduced and sorted out into data and images, Eisenman’s monument refuses any iconography of memory in order to let it emerge as an individual experience of the estrangement induced by the spatial device of the person who passes through it: an experience that prevents a person from “coming out” of the monument, or rather of referring to nothing else but him/herself, therefore re-establishing as a positive architectural value only the relationship with space by means of which one can question oneself on the sense of one’s existence in this world.

Gabriele Mastrigli


larchitettura-che-ti-piace-25-02-2011-81
(panel presented at the exhibition “The Architecture you like©”, MAXXI Museum, Rome, 24 February-10 May 2011)

2012-01-23-17-46-51-aldo_rossi_low


L’architettura della città

(Edizioni Quodlibet)

Presentazione del libro L’architettura della città di Aldo Rossi


Giovedì 26 gennaio 2012 ore 18.00

Libreria Galleria Carla Sozzani

Corso Como 10 - 20154 Milano


Interverranno:


Peter Eisenman

Mario Piazza

Manuel Orazi


www.galleriacarlasozzani.org


20110419095343-2


Senze idee e progetti, non si può ridisegnare la città


In questi giorni molti intellettuali, con articoli apparsi su alcune delle maggiori testate nazionali, hanno cercato di sollevare il problema della qualità dell’architettura nella città di Milano, sostenendo il piccolo comitato Area (e)X Enel, sorto per migliorare l’agghiacciante progetto di riqualificazione dell’area. Alle opinioni espresse credo vadano aggiunte due considerazioni, una formale e una di contenuto. Quella formale riguarda lo strano rapporto fra interesse pubblico e privato, tema ormai cruciale in questo Paese.

Proviamo a riepilogare brevemente la vicenda sostituendo ‘pubblico’ e ‘privato’ con ‘noi’ e ‘loro’. L’Enel vende inspiegabilmente tre isolati nel centro di Milano (noi) a una società immobiliare (loro) che progetta, senza concorso o gare (cosa concessa solo ai loro) 25 mila mq di appartamenti e alberghi, chiedendo e ottenendo dal Comune (noi) una variante al piano regolatore (ossia alle regole del nostro territorio) che permetta, in nome del nostro interesse, un forte incremento di valore della loro area. Essendo poi obbligata per legge a corrispondere gli oneri di urbanizzazione (ovvero a costruire a proprie spese infrastrutture di pubblico interesse: scuole, parchi, strade), propone al Comune (sempre noi) la sede di una associazione (l’Adi), un giardinetto in mezzo a un grosso crocevia e la creazione di un parcheggio a pagamento (gestito, capolavoro, sempre da loro!).

Il Consiglio Comunale approva all’unanimità il progetto, sostenendo che il tutto è splendidamente negli interessi della città e dei cittadini. Parlando seriamente: che un albergo, la sede di un’associazione (prestigiosissima e benemerita, beninteso, ma pur sempre troppo settoriale per definirsi una infrastruttura del quartiere al pari di una scuola o una biblioteca), un isolato intero di appartamenti e un parcheggio a pagamento – costruiti in zone storicamente protette – siano nel nostro interesse e nell’interesse della città, è una cosa quantomeno dubbia. E che, in nome di questo misteriosissimo interesse pubblico, il tutto venga realizzato in deroga alle norme è veramente una offesa alla città.

Ma se anche il profilo formale non fosse così malconcio, se anche volessimo sacrificare tanto interesse pubblico, resterebbe aperta una problematica di contenuto: accanto a questo legittimo interesse privato dovrebbe esserci quella cosa che in Italia abbiamo dimenticato: il progetto. Non una accozzaglia di geometrie e funzioni. Non due cuboni di cemento accrocchiati da un simil-architetto su autocad, a mollo nel niente urbano, ma un progetto, un senso, un’idea di territorio, di città, di paesaggio. Un’idea di Milano.

Bisogna riflettere sul senso di quello specifico contesto urbano, sull’importanza turistica del cimitero monumentale, sul nesso con gli edifici circostanti, sull’ingresso al quartiere, sull’architettura di quel territorio; interrogarsi sulla viabilità, il criterio urbanistico, il senso storico della preservazione dell’architettura industriale (che è memoria cittadina), la sostenibilità ambientale, la qualità dei materiali, del disegno, l’espansione della città, le nuove funzioni, i nuovi bisogni, le prospettive economiche. Porsi le Domande, con la d maiuscola, a cui rispondere con una qualità architettonica che le operazioni urbanistiche (benvenute) hanno in seno nel tracciare le linee su quel foglio già stropicciato che è Milano. Perché quelle linee sono il futuro di una città, e progettarle significa tracciarle bene, con cura, con intelligenza, con coraggio.

Rimanere incollati a un’asfittica gestione dell’ordinario, delle volumetrie, dell’edilizia, delle trattative, delle leggi, o peggio ancora di una funzione burocratica dell’urbanistica, significa abdicare al pensiero, prima ancora che all’architettura. Sarebbe invece così bello, vista la fiducia di cui ancora gode, che questa Giunta, allontanandosi dal mero potere di approvazione e ratifica e dalla palude delle normative, ritrovi nel territorio, nell’architettura, nel progetto, uno dei sensi più alti del fare politica: disegnare il mondo.


di Roberto Marone

web designer e redattore di doppiozero.com


Milano, 23 gennaio 2012



				 
 

Gizmo

Il brutto non è altro che l\'apparenza del bello futuro, anche se non tutto ciò che oggi appare brutto domani sarà bello. [...] Il brutto è un messaggero del nuovo. (Franco Purini)

Twitter

    collabora

    Vuoi pubblicare su GIZMO review?
    Invia il tuo articolo a info@gizmoweb.org
    Webdesign Cinzia Giacumbo