Due idee di architettura

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Giorgio Grassi e Aldo Rossi costituiscono – pur a diverso titolo – due punti di riferimento essenziali per Baukuh, gruppo di architetti con sede a Milano fondato nel 2004, i cui componenti (Paolo Carpi, Silvia Lupi, Vittorio Pizzigoni, Giacomo Summa, Pier Paolo Tamburelli e Andrea Zanderigo) lavorano collettivamente, tanto nella produzione progettuale quanto in quella testuale.

I due saggi di cui si compone il loro ultimo libro sono dedicati proprio all’analisi del corpus teorico di Grassi e di Rossi. Nel primo, Affinità – divergenze fra il compagno Grassi e noi. Del conseguimento della maggiore età (2004-07), il pensiero di Grassi viene passato al vaglio con un’attenzione e un rispetto che non si lascia tuttavia mai confondere con la sterile deferenza degli allievi; al contrario, ciò di cui l’accurata analisi da essi compiuta sembra essere alla ricerca sono i punti di fragilità e le “infondatezze” di una teoria che è comunemente considerata assai ben fondata – e per certi aspetti quasi sin troppo rigorosa – dalla quale invece Baukuh sembrerebbe forse aspettarsi una solidità e un rigore ancora maggiori. L’’inesorabile determinismo’ grassiano, che nell’architettura rinviene ‘leggi oggettive’, tali da poter stabilire un legame necessario tra significati e forme degli edifici, e arriva a predicare una forma “naturale” e altrettanto necessaria per essi, non fornisce però lo spunto a Baukuh per una facile critica, fondata su presupposti – e su un’idea di architettura – radicalmente diversi. 

Piuttosto, alla sostanziale assenza di evoluzione, di storia – alla ‘fissità’ – della concezione grassiana, Baukuh ‘contrappone’ una differente interpretazione del legame tra forme e significati, che lo stesso Grassi suggerisce in alcuni passaggi di La costruzione logica dell’architettura; un’interpretazione mediante la quale le forme valgono come “repertorio di esperimenti sull’architettura a partire dai quali è possibile trarre conclusioni e formulare ipotesi per casi ulteriori”. Ciò pare riaprire la possibilità di un’architettura che sia al tempo stesso razionale e realista.

In Le promesse non matenute di L’architettura della città (2011), è il libro di Rossi a essere minuziosamente vagliato, per scovarne le contraddizioni rispetto ai presupposti e agli obiettivi apparenti dell’autore. In particolare, attraverso le fonti ritenute fondamentali per la costruzione teorica del libro – Parole nel vuoto di Adolf Loos e Tristi tropici di Claude Lévi-Strauss –, Baukuh individua le potenzialità non sviluppate da Rossi per giungere a una comprensione dell’oggetto da lui indagato – l’architettura – andando ‘dal complesso al semplice’, ovvero dalla città all’architettura.

Se la città è – sulla scorta delle parole di Lévi-Strauss – la “cosa umana per eccellenza”, la sua architettura non può che essere la traduzione irrigidita nel suo materiale, inerte per eccellenza, dei gesti, delle azioni, che vi si sono depositati. “Per questo le parti che Rossi riconosce nella città sono chiamati fatti, perché sono eventi pietrificati, gesti fissati e formalizzati, ormai immobili, cristallizzati, ma tuttavia silenziosamente vivi”. In conseguenza di ciò l’architettura appare “una tecnologia del rito, una tecnologia della memoria”, assai più e meglio di quanto possa essere una “tecnologia della protezione”, ovvero qualcosa impegnata a disbrigare esclusivamente ‘funzioni’.

Quasi con rammarico Baukuh osserva Rossi allontanarsi da questa evoluzione del proprio pensiero, per abbracciare piuttosto la nozione di “tipo” come soluzione per tutti i possibili rapporti tra forma e significato. Ciò che resta sul campo è una compiuta teoria del luogo, che Rossi tocca soltanto fuggevolmente nelle pagine di L’architettura della città, salvo tralasciarla del tutto nei propri progetti, e che invece Baukuh si incarica di recuperare ed eventualmente di tradurre in architettura.

Allo stesso modo, rispetto alla possibilità di un’architettura “razionale e realista” che balena dalle pagine di Grassi, risulta evidente come non sia l’architetto milanese a valersene nella propria opera, quanto lo stesso Baukuh a intravvederne il possibile sfruttamento: “Intendere l’architettura come disciplina basata su un deposito di precedenti”. Se ciò rappresenta una delle (poche) possibilità latenti nel discorso grassiano, è però con Baukuh che essa diventa operante, al punto da costituire il fondamento del loro stesso programma: “La scelta di lavorare assieme senza dotarsi di una struttura gerarchica o di un dogma stilistico implica l’adozione di un processo progettuale razionale, basato su un patrimonio di conoscenze comuni. Questo patrimonio pubblico è l’architettura del passato” – così recita il testo fondativo di Baukuh.

Impossessandosi di teorie in disuso o mai effettivamente attivate, con uno stile chiaro e diretto che non ha nulla a che vedere con quello di Rossi, e con un metodo “retroattivo” che sembra discendere da Rem Koolhaas piuttosto che da Grassi, Baukuh stabilisce una precisa posizione rispetto ai propri “antenati”, e al tempo stesso rende loro omaggio nel modo migliore: non facendo nulla, tuttavia, per evitare il rischio di sovrapporre argomenti che non erano nelle intenzioni originarie degli autori ‘omaggiati’, e che riflettono piuttosto una propria lettura del loro pensiero.

Marco Biraghi

Pubblicato su Domusweb il 5 aprile 2013