QUANDO L’ARTE SI FA HAPPENING

di Maria Vittoria Carosi | Riflessioni “sperimentali” sulla mostra Aria | Terra di Bruno Munari, fino al 5 Novembre 2017, Palazzo Pretorio a Cittadella (PD)

Riflessioni “sperimentali” sulla mostra Aria | Terra di Bruno Munari

di Maria Vittoria Carosi

UFO foto dal film di G. Brebbia 12.18'

Fino al 5 novembre 2017, Palazzo Pretorio a Cittadella (PD) ospita la mostra “BRUNO MUNARI: ARIA | TERRA”, e allestisce nelle sue stanze cinquecentesche un percorso attraverso pittura, scultura e sperimentazione tecnica che compongono l’arte di Bruno Munari.
Affrontare questa mostra significa, per lo spettatore, non solo osservare ma anche interrogarsi su quel quesito che lo stesso Munari si pone: «L’arte, che un tempo era privilegio di pochi uomini sta diventando una espressione possibile a ciascuno di noi? Si sta riducendo positivamente la distanza tra l’artista e l’uomo normale?» (Artista e designer, 1971). Si può quindi parlare di arte fatta dallo spettatore e non solo dall’artista? Il visitatore è chiamato a interagire con le opere attraverso i laboratori, richiamando alla mente quel momento, proprio della sperimentazione, in cui l’arte si fa evento. L’arte si fa Happening.

Nella ricerca di Bruno Munari vive una grande polarità: Aria | Terra.
Aria rappresenta l’arte come concetto di leggerezza fisica e mentale. Essa prende forma nelle opere dell’artista attraverso proiezioni di luce (Proiezioni Dirette, anni cinquanta) e sculture “aeree” con strutture sospese e reticoli di tensione (Macchine Inutili, anni trenta e quaranta).
Al concetto di Aria si contrappone Terra: qui leggerezza e assenza di gravità vengono tradotti in azione, e l’arte diventa processo del fare.
La congiunzione tra le due idee distanti di Aria | Terra si traduce nell’obiettivo di trasformare il concetto aereo, quasi smaterializzato, di arte in un concetto più materico, meno esclusivo. L’arte non è più un soggetto elitario dell’artista, ma avvicinandosi alla quotidianità si fa proprio anche dell’osservatore. La partecipazione dello spettatore diventa fondamentale all’interno del processo creativo, e si manifesta attraverso due situazioni: i laboratori e gli happening, nei quali si ritrova la perfetta unione tra arte e spettatore, con l’artista come tramite.

Articolo del giornale BIT, 1968

UFO, OGGETTI VOLANTI. È questo il nome del happening organizzato da Bruno Munari e Daniela Palazzoli a cui il filmaker varesino Gianfranco Brebbia dedicò l’omonimo cortometraggio, proiettato durante la mostra a Palazzo Pretorio. Nell’autunno del 1968 si tenne a Monte Olimpino (Como) la Prima Esposizione Internazionale di Aquiloni, Mongolfiere e Oggetti che si sollevano dal suolo o che si muovono nell’aria. In concomitanza con il concorso per oggetti volanti, l’happening si sviluppava attraverso diverse manifestazioni artistiche. Quella presentata nel cortometraggio di Brebbia consisteva nella realizzazione della scritta P O T E R E, legata ad alcuni palloncini e lasciata sollevare in volo. La performance, guidata dall’artista, coinvolgeva tutti i partecipanti e gli spettatori. Nel film sperimentale del regista non solo si documenta la manifestazione artistica, ma si evidenzia perfettamente quell’alchimia munariana attraverso i soggetti rappresentati. Il primo soggetto, l’arte ovvero la scritta, corrisponde al concetto di Aria, perché è aria l’elemento che guida l’opera verso il cielo. Il secondo, i partecipanti, incarna invece il concetto di Terra, dal momento che la partecipazione degli spettatori è l’elemento fondamentale alla realizzazione dell’evento stesso. All’interno di questo rapporto, l’artista non si pone più come unico fautore dell’opera, bensì come tramite tra i due soggetti, tra Aria | Terra.
L’Happening di Munari si fonde con il quotidiano e sottolinea il dialogo tra artista e pubblico. Proprio per la sua ricerca di una personale forma di arte partecipata, Bruno Munari trova nel laboratorio e nell’happening, così come l’aveva inteso Allan Kaprow, ovvero “una forma di teatro in cui diversi elementi analogici, compresa l’azione scenica priva di matrice, sono montati deliberatamente insieme e organizzati in una struttura a compartimenti”, una forma d’arte totale in cui si nega l’oggetto artistico a favore dell’atto.

All’interno del panorama degli happening degli anni ’60-70, UFO, OGGETTI VOLANTI si caratterizza per il coinvolgimento di diverse forme artistiche sperimentali tra cui, e non in modo secondario, il cinema e la fotografia.
Il cinema sperimentale di Brebbia si fa portavoce di questo happening e di tutti i principi su cui si fonda attraverso la cinepresa. Nei sui film, Gianfranco Brebbia vuole andare oltre il “ripreso” esattamente come Bruno Munari vuole andare oltre l’opera. I suoi film non rientrano più nella concezione tradizionale di cinema, ma diventano arte visiva in movimento. Brebbia invita lo spettatore a osservare e interpretare, elevandolo da osservatore a elemento partecipante. La componente artistica del film non si limita più al girato, ma si espande anche alla platea amplificando il coinvolgimento.
La tecnica di ripresa viene combinata con un intervento di manipolazione diretta della pellicola, un approccio materico e fisico al film che Brebbia attua colorando, ritagliando, incidendo direttamente i negativi. In questo senso, il cinema sperimentale di Brebbia coniuga il concetto di Aria | Terra dell’arte di Munari: la leggerezza aerea della ripresa unita all’intervento fisico sulla pellicola.

Gianfranco Brebbia e Bruno Munari

 

Milano, 5 maggio 2017