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architecture

di D. D.*


Sono uno studente al quinto anno di Architettura al Politecnico di Milano  (Scuola

di Architettura e societá), ho letto il suo scritto Il brutto dell’architettura e volevo
sottoporle una mia breve riflessione.


Il tema sono le scuole o, anzi, le genealogie in architettura, prendendo come
spunto la questione del brutto in Perotta e andando oltre.
Perotta non è un individuo isolato ma, come lui stesso scrive nel suo sito, si
è formato alla scuola di Rogers, De Carli e Albini e, soprattutto, è stato assistente

e allievo di Guido Canella. Il Guido Canella delle composizioni volumetriche

complesse che facevano un valore della loro imperfezione, della loro bruttezza,

appunto. Ma questo suo esprimersi aveva delle ragioni ben piú profonde, etiche

ed estetiche. Erano funzionali a delle “invettive civili”, come le definisce Tafuri, e si
agganciavano ad una personale interpretazione della “scuola” di Milano (come
lui stesso menziona nella sua “lezione”, citando il Muzio della Cá Brüta),
influenzata da una certa fascinazione per le architetture del costruttivismo.
Nel passaggio maestro-allievo, tuttavia, mi sembra che questo modo di
approcciarsi al progetto e di esprimerlo, formalmente e linguisticamente, venga
reiterato dagli allievi-epigoni ma svuotato del proprio contenuto originario.
In altre parole, il contesto storico, sociale e culturale delle “invettive” è
cambiato ma l’aggressivitá del modo di esprimersi no.


E, purtroppo, questo “copismo” mi sembra essere un carattere dominante di un
certo modo di insegnare architettura. Parlo da profano, in quanto studio ad
Architettura e societá, ma mi sembrano chiaramente distinguibili certe
genealogie, di linguaggio, all’interno dei professori di Composizione.
Ovviamente sto generalizzando e semplificando, ma i professori che hanno
studiato con Grassi fanno (e fanno fare) tutti le pareti di mattoni a Pantone e
le finestre nere, quelli di Monestiroli ci mettono sempre la parete in marmo
verde, quelli di Canella fanno i volumi ibridi e i “panettoni”, come li chiama
un mio professore, ecc. ecc.


Biondillo si interroga sull’idea di architettura che i docenti del Politecnico
passano agli studenti ma, mi chiedo come potrebbe essere diversamente (al di lá
della questione Perotta), dal momento che loro stessi sono ingabbiati in
sistemi compositivi ed espressivi, svuotati della loro matrice originaria, che
hanno ereditato ed accettato e che continuano a tramandare, in una sorta di
“tradidi quod et accepi”. Sicuramente ci saranno delle eccezioni a ció ma, se
la situazione é questa, dov’é la ricerca sullo spazio dell’abitare,
sull’architettura e sulla cittá? Dove sono gli avanzamenti dopo i “gloriosi”
anni passati in cui gli architetti milanesi riempivano le pagine delle riviste
di tutto il mondo?


Sto tornando da un anno di studio in Brasile, all’Universidade de São Paulo,
dove ho convissuto con compagni stranieri di tutti i paesi del mondo. E quando
si parlava di architettura e di professori universitari, le confesso, mi
sentivo in vivo imbarazzo. In mezzo a persone che avevano studiato con
Christian Kerez a Zurigo, con Vassal a Berlino, con Gonçalo Byrne in
Portogallo, con Alberto Kalach in Messico, con Alejandro Aravena in Cile.
Questo non per rivendicare l’esistenza di un nuovo archistar system milanese
(che non sarebbe per forza sinonimo di qualitá) ma piuttosto per evidenziare
come, in tutto il mondo, esistano degli architetti che hanno saputo mettere a
frutto quanto hanno appreso dando un contributo personale alla ricerca
architettonica e all’insegnamento. Perché a Milano tanta mediocritá?


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Giancarlo Perotta, Insediamento residenziale in piazzale Sesia, Milano 2002-05




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Christian Kerez, Leutschenbach School Building, Zurich 2009


* Per ragioni di opportunità lo studente ci ha chiesto di potersi firmare soltanto con le iniziali.

Volentieri abbiamo esaudito  la sua richiesta.



5 febbraio 2012



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Senze idee e progetti, non si può ridisegnare la città


In questi giorni molti intellettuali, con articoli apparsi su alcune delle maggiori testate nazionali, hanno cercato di sollevare il problema della qualità dell’architettura nella città di Milano, sostenendo il piccolo comitato Area (e)X Enel, sorto per migliorare l’agghiacciante progetto di riqualificazione dell’area. Alle opinioni espresse credo vadano aggiunte due considerazioni, una formale e una di contenuto. Quella formale riguarda lo strano rapporto fra interesse pubblico e privato, tema ormai cruciale in questo Paese.

Proviamo a riepilogare brevemente la vicenda sostituendo ‘pubblico’ e ‘privato’ con ‘noi’ e ‘loro’. L’Enel vende inspiegabilmente tre isolati nel centro di Milano (noi) a una società immobiliare (loro) che progetta, senza concorso o gare (cosa concessa solo ai loro) 25 mila mq di appartamenti e alberghi, chiedendo e ottenendo dal Comune (noi) una variante al piano regolatore (ossia alle regole del nostro territorio) che permetta, in nome del nostro interesse, un forte incremento di valore della loro area. Essendo poi obbligata per legge a corrispondere gli oneri di urbanizzazione (ovvero a costruire a proprie spese infrastrutture di pubblico interesse: scuole, parchi, strade), propone al Comune (sempre noi) la sede di una associazione (l’Adi), un giardinetto in mezzo a un grosso crocevia e la creazione di un parcheggio a pagamento (gestito, capolavoro, sempre da loro!).

Il Consiglio Comunale approva all’unanimità il progetto, sostenendo che il tutto è splendidamente negli interessi della città e dei cittadini. Parlando seriamente: che un albergo, la sede di un’associazione (prestigiosissima e benemerita, beninteso, ma pur sempre troppo settoriale per definirsi una infrastruttura del quartiere al pari di una scuola o una biblioteca), un isolato intero di appartamenti e un parcheggio a pagamento – costruiti in zone storicamente protette – siano nel nostro interesse e nell’interesse della città, è una cosa quantomeno dubbia. E che, in nome di questo misteriosissimo interesse pubblico, il tutto venga realizzato in deroga alle norme è veramente una offesa alla città.

Ma se anche il profilo formale non fosse così malconcio, se anche volessimo sacrificare tanto interesse pubblico, resterebbe aperta una problematica di contenuto: accanto a questo legittimo interesse privato dovrebbe esserci quella cosa che in Italia abbiamo dimenticato: il progetto. Non una accozzaglia di geometrie e funzioni. Non due cuboni di cemento accrocchiati da un simil-architetto su autocad, a mollo nel niente urbano, ma un progetto, un senso, un’idea di territorio, di città, di paesaggio. Un’idea di Milano.

Bisogna riflettere sul senso di quello specifico contesto urbano, sull’importanza turistica del cimitero monumentale, sul nesso con gli edifici circostanti, sull’ingresso al quartiere, sull’architettura di quel territorio; interrogarsi sulla viabilità, il criterio urbanistico, il senso storico della preservazione dell’architettura industriale (che è memoria cittadina), la sostenibilità ambientale, la qualità dei materiali, del disegno, l’espansione della città, le nuove funzioni, i nuovi bisogni, le prospettive economiche. Porsi le Domande, con la d maiuscola, a cui rispondere con una qualità architettonica che le operazioni urbanistiche (benvenute) hanno in seno nel tracciare le linee su quel foglio già stropicciato che è Milano. Perché quelle linee sono il futuro di una città, e progettarle significa tracciarle bene, con cura, con intelligenza, con coraggio.

Rimanere incollati a un’asfittica gestione dell’ordinario, delle volumetrie, dell’edilizia, delle trattative, delle leggi, o peggio ancora di una funzione burocratica dell’urbanistica, significa abdicare al pensiero, prima ancora che all’architettura. Sarebbe invece così bello, vista la fiducia di cui ancora gode, che questa Giunta, allontanandosi dal mero potere di approvazione e ratifica e dalla palude delle normative, ritrovi nel territorio, nell’architettura, nel progetto, uno dei sensi più alti del fare politica: disegnare il mondo.


di Roberto Marone

web designer e redattore di doppiozero.com


Milano, 23 gennaio 2012



				 

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Ex Enel, un progetto che riqualifica l’ area

Caro direttore,

leggo sul Corriere la lettera appello al sindaco, a firma Gianni Biondillo. Non intendo replicare sul suo autorevole giornale ad affermazioni gravemente lesive della mia professionalità, di cui il signor Biondillo dovrà rispondere in altra sede, ma far presente ai suoi lettori e più in generale ai cittadini interessati la problematica oggetto di discussione. In sintesi: - l’ area ex Enel soggetta al Programma Integrato di Intervento è quella ubicata tra via Ceresio, piazzale del Cimitero Monumentale e via Procaccini, di oltre 30.000 mq, prevede la conservazione degli edifici storici meritevoli, oltre il 45% dell’ intero intervento, la realizzazione di residenza convenzionata e in libero mercato, di un albergo ed, inoltre opere e aree per servizi pubblici pari al 100% della superficie costruita; così un’ area in forte degrado e abbandonata da tempo verrà restituita alla città con le nuove piazze, la sede Adi - destinata ad ospitare la Collezione storica del Compasso d’ Oro, i parcheggi che consentiranno il reale funzionamento dell’ isola ambientale di via Sarpi; - il Programma Integrato di Intervento il cui iter è iniziato nel 2002, è stato definitivamente approvato dal Consiglio Comunale il 26 settembre 2011, con convenzione firmata il 5 dicembre 2011. Come per tutti i piani attuativi è sempre stato possibile avanzare osservazioni, richieste di modifica, miglioramenti senza che il Biondillo abbia sentito l’ esigenza di farlo. L’ articolo contiene inoltre fuorvianti quanto gratuite affermazioni a proposito della demolizione dell’ edificio storico dell’ Enel; si tratta di un manufatto di qualche interesse ambientale, ma incompatibile per destinazione d’ uso e carenze statiche e funzionali con la prevista residenza convenzionata. La scelta della ricostruzione dell’ isolato, con tipologia adeguata alla nuova destinazione, medesima volumetria e altezza (6-7 piani, non 8-9!), rimodulazione della planimetria in relazione al rispetto del vincolo cimiteriale, esercizi commerciali al piede, si contrappone consapevolmente alla «città che sale» della vicina Porta Nuova ed è stata accolta favorevolmente in tutti gli incontri con i cittadini. Occorrono poi doti divinatorie per giudicare severamente progetti - come anche l’ albergo della discordia non ancora presentati per l’ ottenimento dei permessi di legge! Quanto al «disinteresse» di Biondillo sarebbe interessante far conoscere l’ identità dei suoi suggeritori, notoriamente abitanti della zona: il Belpoliti, autore di un articolo ingiurioso pubblicato sul Fatto a fine dicembre, abita infatti in via Fioravanti, così come Roberto Marone, responsabile del sito blog www.areaxenel.com. Quanto alle catastrofiche e cupe previsioni sul futuro aspetto dell’ area sono ovviamente prive di ogni minimo riscontro o forse frutto dei suoi deliri professionali. Succede. L’ invidia, diceva Moravia, è come una palla di gomma che più la spingi sotto e più torna a galla.

Professor Architetto Giancarlo Perotta


7 gennaio 2012, - Corriere della Sera

per maggiori info visita il sito dedicato al dibattito: http://areaxenel.com/


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Pubblichiamo i contributi di Fabio Novembre (Il Fatto Quotidiano,  10 gennaio 2012) e Stefano Chiodi (Doppiozero, 10 gennaio 2012) in risposta al dibattito acceso da Marco Belpoliti e alimentato da Marco Biraghi sulla brutta architettura a Milano…



Belpoliti for President



“Gentile Sindaco Giuliano Pisapia, le capita mai di pensare alla bellezza?”

Con questo incipit, si rivolgeva Marco Belpoliti nella sua lettera al neosindaco Pisapia in data 29/12/2011 sulle pagine de Il Fatto Quotidiano.

Un argomento tanto semplice quanto cruciale quello della bellezza, chiamato in causa da uno dei grandi intellettuali che questa città ha la fortuna di ospitare.

La progettazione in Italia attraversa una crisi di identità sostanzialmente estetica, e per quanto possa essere stata considerata un’eccellenza, oggi soffre degli stessi mali del nostro paese: vecchio, provinciale, un po’ cialtrone, ma soprattutto brutto.

L’Italia, che è sempre stata famosa per la sua grande concentrazione di bellezza, è come se avesseperso il timone estetico, con un conseguente tracollo etico.

Le case degli italiani raccontano un vissuto televisivo che ha poco a che vedere con la bellezza. Le città in Italia sono diventati luoghi di speculazione più che cornici di poetica convivenza.

L’allergia alle regole e un innato anticonformismo ci hanno sempre permesso di sviluppare impreviste soluzioni private ai pubblici problemi e la deriva individualista è sempre stata un tratto caratterizzante della nostra personalità, ma è proprio nella cattiva interpretazione del modello edonistico italiano che si possono rintracciare i segni dell’attuale collasso economico.

Il richiamo alla bellezza di Belpoliti non è altro che uno squillo di tromba etico, un serrate i ranghi contro un degrado estetico che sembra incombere sul nostro Paese.

“Una città brutta, con brutti edifici, induce a vivere male, a pensare male, e persino a sognare male”, dice ancora Belpoliti, e una dichiarazione come questa basterebbe per farne il più autorevolecandidato alla successione di Rampello per la Presidenza della Triennale di Milano…

Fabio Novembre



***

La città in comune



In un’epoca neanche tanto lontana, tra anni quaranta e settanta del secolo passato, in Italia si è sviluppata una nuova visione della tutela, salvaguardia, recupero e riuso delle città, un approccio originale, poi studiato e recepito in molti altri paesi, cui contribuivano discipline e saperi diversi, uniti nella volontà di fare i conti con le novità del mondo moderno e di mettere le proprie conoscenze al servizio di un’idea di progresso culturale e sociale che oggi ci appare quasi inverosimile, tanto ampie e profonde erano le sue aspirazioni. Architetti, storici dell’arte, archeologi, restauratori, urbanisti, impegnati all’indomani della seconda guerra mondiale e negli anni del boom economico nell’immane compito di mettere in salvo la memoria storica delle città semidistrutte dai bombardamenti, di fronteggiare le massicce trasformazioni prodotte dall’industrializzazione e trasmettere alle generazioni future la straordinaria continuità della tradizione italiana, si erano ben presto resi conto che ciò che andava tutelato non poteva più essere solo il singolo “monumento” – la chiesa, il palazzo, la torre, le mura, le “rovine” eccellenti ecc. ­­–, ma l’intero contesto urbano, storico o naturalistico, dunque l’insieme delle memorie artistiche, materiali, sociali, politiche, che dei manufatti illustri del passato erano l’elemento vivo, ciò che ad essi garantiva rilevanza e capacità di rigenerazione collettiva: valore, in una parola.

Questa concezione si opponeva al culto idealistico del capolavoro, del monumento isolato nella sua metafisica grandezza che gli architetti del fascismo avevano brutalmente imposto a tanti centri storici del nostro paese, come pure alla tabula rasa modernista e alla sua volontà di potenza tutta vetro e acciaio. All’enfatico vuoto dechirichiano, costellato di poche presenze eccezionali, alla città verticale fitta di torri e imbevuta del culto della macchina, si contrapponeva così l’idea di una continuità densa di memorie e sopravvivenze, di sovrapposizioni, di strati discontinui, in cui gli episodi minori e vernacolari (si veda l’esempio del centro storico di Bologna rianimato dal piano di Pier Luigi Cervellati), potevano acquistare un senso diverso, entrare a far parte di un’idea allargata di patrimonio culturale, in breve essere vissuti come luoghi pieni di senso da parte di abitanti non più condannati a essere espulsi verso lontane periferie alienate ma chiamati a contribuire alla salvaguardia dell’identità comune delle città e al loro sviluppo civile, secondo le intuizioni sviluppate nel circolo di “Comunità” sostenuto da un imprenditore illuminato come Adriano Olivetti.

Poco resta di tutto questo dopo trent’anni di attacco populista alla cultura della tutela e della pianificazione urbana, di invettive qualunquiste, di berlusconismo e neoliberismo trionfanti, di martellanti campagne mediatiche condotte in nome di una falsa “libertà” e sempre a favore dei corposi interessi speculativi all’opera nelle città e nei territori. L’inesausta opera di depotenziamento e limitazione delle norme di tutela, di delegittimazione e intimidazione dei pubblici funzionari chiamati ad applicarle, ad opera di governi indifferentemente di destra e di sinistra, hanno prodotto di fatto il collasso di qualsiasi azione pubblica a protezione dei contesti urbani e ambientali e hanno lasciato mano libera ai privati – fatto salvo ovviamente qualche palliativo o “compensazione”, come pudicamente vengono chiamate – in nome dell’imperativo del profitto e dello “sviluppo”. Libertà di abbattere e costruire anche nei centri storici e nei parchi, facoltà di aumentare ad libitum le cubature, sopraelevando, espandendo e snaturando le costruzioni esistenti, licenza di cementificare coste, colline e pianure, di barattare succose concessioni edilizie contro minime contropartite in “servizi”, per non parlare di ripetuti condoni e sanatorie, sono così diventate la norma, quasi che un bene comune per eccellenza come la città, la sua memoria collettiva, i suoi spazi, i suoi usi sedimentati, la sua vivibilità, la sua qualità, fossero diventati di colpo un’ingombrante eredità “comunista” da liquidare al più presto e non un essenziale elemento civile, un decisivo fattore di cittadinanza, di tolleranza e persino di crescita economica, come ben sanno i piccoli centri che sullo sviluppo sostenibile hanno costruito negli ultimi decenni solide fortune turistiche.

In gioco oggi nelle città italiane – il caso dell’area ex Enel di Milano è in questo senso esemplare – non c’è la conservazione dello statu quo, la riproposizione di quell’immobilismo così spesso rimproverato all’opinione pubblica “di sinistra” come un peccato mortale. Non si tratta di “imbalsamare” o “mummificare” i centri urbani, secondo la ben studiata retorica di quanti hanno contribuito a trasformare in bestemmia l’idea di una necessaria assunzione di responsabilità collettiva riguardo alle decisioni determinanti sulla forma e gli usi degli ambienti cittadini. E neppure si tratta di difendere il sentimentalismo delle “origini”, il genius loci, il piccolo-è-bello, il dialettale, come antidoti alla disumanizzazione indotta dai processi economici e sociali contemporanei. La caricaturale contrapposizione tra il vitalismo animale del capitale e la vittimistica paralisi dei “conservatori di sinistra”, snob e ovviamente lontani dal “popolo”, è solo un furbo espediente della propaganda al servizio delle forze incessantemente al lavoro per asservire il bene pubblico a privatissimi interessi. Conservare sul serio non vuol dire affatto rinunciare a progettare il nuovo, a interrogarsi su ciò che siamo oggi, su cosa possiamo realizzare per far vivere le nostre città e arricchire le nostre vite, come ben sapevano architetti così diversi tra loro come Carlo Scarpa o Aldo Rossi. E tutelare la città vuol dire oggi esattamente cercare di superare l’atroce contrapposizione tra centri storici svuotati dei loro abitanti e trasformati in shopping mall all’aria aperta o in malinconici parchi a tema (il “medioevo”, l’evergreen “Rinascimento”, ecc.) e informi periferie dove la stragrande maggioranza della popolazione vive una impoverita quotidianità.

In gioco ci sono ovviamente processi che toccano tutti i paesi a economia postindustriale e quelli di più recente sviluppo. Ovunque sembrano oggi inammissibili vincoli anche minimi di fronte a trasformazioni urbane compiute tipicamente in coincidenza di grandi eventi “eccezionali”, sportivi o mediatici ad esempio (i casi di Barcellona e di Londra sono da manuale), di massicce trasformazioni della struttura produttiva o di pressanti esigenze di investimento: ovunque la spinta allo sviluppo edilizio coincide con un’ulteriore accumulazione finanziaria in un ciclo apparentemente senza uscita, a meno che la catastrofica crisi economica in atto non risulti fatale a tutto il sistema. E senza poter nemmeno citare qui il dibattito intorno ai differenti modelli di città, alla possibilità della pianificazione urbanistica nel contesto contemporaneo, all’affermazione negli ultimi decenni della “città generica” e delle megalopoli, sta di fatto che nello specifico contesto italiano, con la sua vicenda peculiare, il ruolo ancor oggi determinante della storia locale nella percezione e costruzione dell’identità collettiva, l’unanimità delle forze politiche di “destra” e “sinistra” nel ridurre le problematiche urbanistiche a mere questioni economiche o di convenienza risulta stupefacente e avvilente al tempo stesso. Una sostanziale insensibilità culturale sembra accomunare il personale politico dei due schieramenti: costruire, costruire, costruire sempre e comunque, per lucrare nel più breve tempo possibile tutti i possibili vantaggi senza riguardo alcuno per le questioni “di lunga durata” che intellettuali irriducibili e studiosi fuori dal mondo continuano a sollevare.

La trionfale avanzata dei boriosi grattacieli corporate della zona Garibaldi a Milano, l’espansione a macchia d’olio delle periferie intorno a Roma e alle maggiori città italiane condotta attraverso le ossessive e complementari tipologie della villetta e del centro commerciale (ingredienti di base dell’infernale circolo vizioso alienazione-consumo-alienazione), l’affermazione della “città continua”, ovvero della non-città, nelle zone economicamente più sviluppate dell’Italia centro-settentrionale, la rinuncia quasi scandalizzata a qualsiasi politica sociale per l’abitazione, il dissennato sfruttamento turistico dei luoghi più pregiati, sono fatti apparentemente sottratti alla discussione pubblica, eventi “naturali”, come le “inevitabili” alluvioni o l’ingiustificabile obliterazione di un’intera città, L’Aquila, cancellata per decreto dopo il terremoto senza tenere in minima considerazione l’opinione dei suoi cittadini e le proteste della parte più sensibile della società italiana.

Sono tutti esempi che ci dicono quanto ormai sia urgente tornare a discutere pubblicamente, fuori dai circoli specializzati, sull’avvenire delle nostre città. E a farlo non in termini astratti, ma mettendo in concreto al centro dell’attenzione le specifiche scelte urbanistiche e i modelli culturali e sociali che queste presuppongono, allargando la visuale dal mero ritorno economico o dall’utilità vera o presunta dei diversi interventi a questioni più sottili ma decisive come la qualità della vita e la relazione col contesto esistente. Se confermata, la scelta di stravolgere un’area frammentaria ma comunque dotata di una propria precisa identità storica e urbana come quella prospiciente il Cimitero Monumentale di Milano con l’inserimento di manufatti edilizi banali e manifestamente progettati senza alcuna preoccupazione estetica, come ha ben mostrato Marco Biraghi qui su doppiozero, rappresenterebbe un pessimo segnale da parte di una giunta comunale che si vuole contrapposta culturalmente e politicamente a quelle che l’hanno preceduta. È più che mai necessario, anche in presenza di tutte le garanzie elencate nella sua burocratica risposta dall’assessore competente e delle cautele dello stesso sindaco Pisapia, che l’amministrazione milanese non si limiti a ratificare le scelte degli imprenditori privati. Dopo decenni in cui l’unico messaggio davvero “politico” è stato l’imperativo pubblicitario dell’arricchimento e dell’egoismo più volgari, l’immagine della città, la qualità dei suoi luoghi, come ha ricordato Luca Molinari su il Post, devono tornare a essere considerati beni collettivi meritevoli di considerazione politica quanto le superfici, le cubature e le convenienze urbanistiche.

Come ben sapevano gli architetti che pure tra mille difficoltà e compromessi ricostruirono l’Italia dopo le distruzioni della guerra, risanare le città non poteva significare solo riempirne i buchi ma rompere con la concezione magniloquente del fascismo, con la sua falsa monumentalità, in una parola con il suo stile, e allo stesso tempo reinterpretare in forme innovative il tessuto cittadino senza pensare a una sua impossibile restaurazione. La loro lezione e quella degli urbanisti che cercarono di ripensare, spesso, è vero, con scarso successo, la forma della città, ha rappresentato uno dei lasciti più importanti della cultura italiana del secondo Novecento. La crisi del modello economico neoliberista e della sua concezione meramente strumentale della città apre la possibilità di ripensare su basi diverse il problema dei compiti, delle possibilità e dei limiti dell’architettura. Milano può oggi tornare a rappresentare anche in questo campo il laboratorio di rinnovamento che è stata a lungo nella vicenda dell’Italia moderna. Si può essere moderni senza perdere la memoria, si può guidare la trasformazione e non solo subirla.

Stefano Chiodi



				 

di Marco Biraghi

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il progetto per l'area ex enel

 

 

Già lo si è detto: l’architettura è un fatto complesso. Le sue implicazioni sono innanzitutto finanziarie, impegnando di sovente ingenti capitali economici. Ma sono anche politiche e sociali, coinvolgendo la sfera del “pubblico”, tanto sul versante della sua amministrazione quanto su quello della sua fruizione. Non minori sono inoltre i suoi effetti urbanistici e, almeno in alcuni casi, il suo impatto sulla mobilità e sul traffico. L’architettura ha poi evidenti ricadute ambientali, esercitando inevitabilmente un impatto sul luogo in cui si inserisce, e in un senso più lato valenze culturali, essendo il prodotto cosciente di una civiltà e di un’epoca. L’architettura insomma è qualcosa che difficilmente può essere considerata in modo esclusivo sotto il profilo estetico. Parlare di architettura fermandosi alla questione del “bello” è certamente limitato. Ma perché questo sembra giustificare certi architetti a produrre architetture così brutte?

 

 

 uffici delle ferrovie dello stato, Stazione di Porta Garibaldi, Milano

 

 

Il curriculum progettuale di Giancarlo Perotta è degno di tutto rispetto. Per essere un architetto italiano operante tra gli anni ottanta e oggi (un’epoca certo non facile per l’architettura italiana, stritolata nella molteplice morsa di una situazione economica endemicamente critica, di una committenza pubblica o privata latitante o poco efficiente, di un sistema concorsuale spesso senza esiti, e della concorrenza “sleale” dei colleghi stranieri) Perotta ha costruito decisamente parecchio. Tuttavia, un sinistro filo rosso unisce tutte le sue architetture: dai due grattacieli per uffici delle Ferrovie dello Stato alla Stazione di Porta Garibaldi (con Laura Lazzari) alla Stazione FN Milano Bovisa, passando per numerosi interventi residenziali e complessi ospedalieri, fino al recente progetto sull’area ex ENEL, di fronte al Cimitero Monumentale, nell’ambito del Programma integrato di intervento di Porta Volta, il tratto che le accomuna è una singolare bruttezza: una bruttezza che non ha nulla a che spartire con quanto offre al giorno d’oggi nel campo dell’architettura contemporanea una città come Milano; una bruttezza che varca la soglia di guardia e che (purtroppo) non passa inosservata. Una bruttezza tale - per intendersi - da costringere i nuovi proprietari dei grattacieli di Porta Garibaldi ad affrontare un costoso restyling pur di cancellarne la pietosa configurazione originale. Una bruttezza tale da rendere la prospettiva della realizzazione del progetto sull’area ex ENEL, con le sue sgraziate volumetrie, le sue soluzioni e materiali sbagliati al posto sbagliato, assolutamente agghiacciante.

 

 

Stazione Passante Ferroviario, Bovisa

 

Perché un architetto che produce architetture così brutte ha tanta fortuna? Un simile quesito va necessariamente incrociato con quello posto in precedenza: perché certi architetti sembrano giustificati a produrre architetture così brutte? In entrambi i casi risulta evidente come per architetti del genere il problema estetico non è minimamente importante, al punto da poterne fare l’ultimo dei loro problemi. E non certo perché l’architettura - per loro - sia “qualcosa che difficilmente può essere considerata in modo esclusivo sotto il profilo estetico”, come affermato più sopra, bensì per la semplice ragione che la loro architettura non viene giudicata - da parte di chi la commissiona e l’approva - sulla base di questo parametro. Evidentemente c’è in palio ben altro.

 

Ma, in fondo, quanto conta davvero la questione estetica in architettura? Non è forse vero che essa è massimamente relativa e soggettiva? Certo. Non tuttavia abbastanza da essere completamente indipendente dall’insieme dei fattori che determinano nel suo complesso un edificio. L’estetica dell’architettura non è mai fine a se stessa, è sempre il prodotto del delicato equilibrio tra tutte le componenti che concorrono all’esistenza di questa. Pertanto, un’estetica particolarmente “alterata”, particolarmente “squilibrata” - un’estetica particolarmente brutta - non indica soltanto una mancanza di gusto, o una caduta di “stile”: rivela senza dubbio un errore.

 

Nel 1895, Otto Wagner, uno dei più grandi architetti degli ultimi due secoli, scriveva: “Niente che non sia funzionale potrà mai essere bello”. Oggi, davanti al progetto sull’area ex ENEL - come davanti agli altri edifici dell’ineffabile Perotta - anche Wagner sottoscriverebbe l’affermazione che “niente che sia tanto brutto potrà mai essere funzionale”.

 

 

Milano, 5 gennaio 2012

 

Gizmo

Hacking significa solamente costruire qualcosa rapidamente o testare i limiti di ciò che può essere fatto. Come la maggior parte delle cose, può essere utilizzato per fini giusti o sbagliati, ma la stragrande maggioranza degli hacker che ho incontrato sono idealisti che desiderano avere un impatto positivo sul mondo. (Mark Zuckerberg)

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