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Una vita da architetto… sulla Luna

 

di George Fats

 

Quanto più l’architettura contemporanea con la sua straordinaria quantità e pluralità di forme, le più irrazionali e inconsuete, si è allontanata da tutto ciò che serve a identificare una costruzione come un’architettura, tanto più mi è sembrato doveroso intervenire, in quanto architetto razionale, contro questa tendenza.
Assistere a questa trasformazione mi ha spinto, per puro istinto di conservazione e per totale incompatibilità con quello che vedevo affermarsi, a ignorare questo delirio collettivo come se non esistesse e a confrontare il mio lavoro esclusivamente con quelle opere che, a partire da un’idea d’architettura a me più comprensibile, avevano dato la loro risposta ideale a problemi che anch’io avrei dovuto affrontare.

 

Piuttosto che appartenere a dei gruppi o a delle fazioni, che pure mi avrebbero fatto sentire spalleggiato e più forte, ho preferito –  senza per questo sentirmi isolato – restare in disparte; non ho infatti quasi mai stabilito speciali rapporti coi miei colleghi ma non li ho mai neanche considerati dei rivali, forse perché convincevo me stesso che il mio lavoro fosse in fondo diverso. Ho sempre cercato di costruire i miei rapporti il più lontano possibile, dove non si ponesse l’assillante problema delle rivalità, dove non fosse obbligatorio sottostare alle invidie e alle logiche interne che prosperano nelle accademie. Probabilmente proprio perché non mi sono mai curato di coltivare i miei rapporti in base alla loro opportunità, mi sono spesso attirato delle antipatie che mi hanno creato spiacevoli e spesso inutili tensioni. Per questi e per molti altri motivi, dopo tanti anni e un distacco sempre più marcato da tutto quello che governa i miei rapporti di convivenza, non sono mai riuscito a considerarmi un collega fra tanti apprezzabili colleghi.

 

Per me tuttavia questo disagio, e la sofferenza e l’insofferenza che ne derivano, dipende da quella libertà assoluta di agire che gli architetti si sono presi, per poi accorgersi di non sapere come e perché farne uso; dipende da quella vera e propria corsa allo scempio che è diventata l’affannosa corsa a superarsi, facendo cose assurde, le più sconsiderate, per poi accorgersi alla fine di aver prodotto dei pezzi unici tutti tragicamente uguali, proprio per quel loro comune e ormai insopportabile obiettivo di sperimentare per eccesso e in ogni direzione.

 

(10.03.2010)

 

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                                                       Harrison Schmitt, Ron Evans, George Fats, Eugene Cernan             

     

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di Mario Viganò

 

Il 13 agosto 1971, poco dopo la missione Apollo 15, la NASA annunciò la composizione dell’equipaggio per la missione Apollo 17: a Eugene Cernan venne assegnato il posto di comando dell’operazione, a Ron Evans quello di pilota del modulo di comando America, mentre nel ruolo di pilota del modulo lunare Challenger venne nominato il geologo e membro dell’equipaggio di riserva dell’Apollo 15 Harrison Schmitt. La scelta di Schmitt fu soprattutto il risultato delle forti pressioni esercitate dal gruppo di scienziati-astronauti – scelti dalla NASA già nel 1965 per il programma Apollo – per permettere ad almeno uno di loro di andare sulla Luna. Le riserve erano i membri dell’equipaggio della missione Apollo 15: David Scott comandante, Alfred Worden pilota del modulo di comando e James Irwin pilota del modulo lunare.
Queste, in breve, sono le informazioni ufficiali rilasciate dalla NASA sulla composizione dell’equipaggio della missione Apollo 17. Da qualche settimana però la redazione di «Gizmo Review» è entrata in possesso di alcuni materiali che dimostrano la presenza nell’equipaggio di un quarto elemento. Dopo averne accertata l’autenticità abbiamo deciso di diffondere questa prima fotografia che – scattata a Cape Kennedy prima della partenza – ritrae, oltre a Eugene Cernan, Ron Evans e Harrison Schmitt, anche il giovane architetto George Fats.  L’ingresso in scena della figura di un architetto per una missione spaziale pare dunque ampliare gli obiettivi del programma Apollo: non più solo escursioni spaziali per consolidare, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, la supremazia degli Stati Uniti d’America sull’Unione Sovietica nell’esplorazione dello spazio, ma anche tentativi da parte del governo americano di pianificare la colonizzazione della Luna.

 

Apollo 17 fu l’undicesima, e finora ultima, missione del programma Apollo della NASA, la sesta ad arrivare sulla Luna; le singole parti del razzo vettore vennero consegnate e montate a Cape Kennedy tra l’ottobre del 1970 e giugno del 1972. Il lancio avvenne dal Launch Complex 39A del John F. Kennedy Space Center il 7 dicembre 1972, alle 05:33:00 UTC (Coordinated Universal Time). Si trattò, non a caso viste le circostanze, del primo lancio notturno effettuato per una missione del programma Apollo.

 

Cernan, Schmitt e Fats allunarono con il Challenger alle ore 06:50:20 UTC dell’11 dicembre 1972 nei pressi del cratere Littrow dell’omonima valle Taurus-Littrow nel Mare Serenitatis. La missione aveva in programma l’esecuzione di alcune EVA (Extra Vehicular Activity) tra cui l’installazione dell’ALSEP (Apollo Lunar Surface Experiment Package) nelle vicinanze del sito di allunaggio, e notizia non diffusa ma certamente più importante, l’analisi geologica di alcune zone della superficie lunare per verificarne la resistenza per eventuali costruzioni.
Durante le diverse escursioni con il Lunar Roving Vehicle l’equipaggio percorse 33,80 km attraverso la valle Taurus-Littrow e raccolse circa 110,4 kg di roccia lunare. Con 3 giorni e 3 ore fu, ufficialmente, la permanenza più lunga sulla superficie lunare di tutto il programma Apollo.
Alle 05:40 UTC del 14 dicembre 1972, dopo che Cernan e Schmitt furono nuovamente a bordo del modulo di comando (attualmente in mostra al Johnson Space Center della NASA, a Houston, Texas) venne fatto precipitare sulla Luna in maniera controllata il modulo lunare. L’impatto avvenne a circa 10 chilometri dal punto di allunaggio della missione.

 

Il 19 dicembre 1972 alle ore 19:24 UTC, ebbe luogo infine l’ammaraggio dell’Apollo 17 nelle acque dell’Oceano Pacifico. L’equipaggio, composto dai soli Cernan, Evans e Schmitt, fu portato a bordo dalla portaerei USS Ticonderoga, già nave di recupero dell’Apollo 16, mentre George Fats, per motivi a noi ancora ignoti, rimaneva sulla Luna.
Con le sei missioni Apollo e con un totale di dodici astronauti americani (tredici con George Fats) che lasciarono le loro orme sulla superficie lunare terminò ufficialmente il programma lunare americano. Le rimanenti capsule Apollo e i razzi del tipo Saturn vennero utilizzati nel 1973 e nel 1974 durante le missioni della stazione spaziale Skylab e nel 1975 durante la missione Apollo-Sojuz eseguita in  collaborazione con l’Unione Sovietica.

 

In realtà il programma Apollo pare tutt’altro che terminato; il ritrovamento di George Fats dopo quasi 40 anni dal suo allunaggio ha nuovamente accesso gli interessi di conquista verso il satellite che per molti anni è stato dimenticato. Rimangono tuttavia ancora da chiarire diversi aspetti della missione Apollo 17, uno su tutti la permanenza dell’autore della Moon Architecture sulla Luna per tutti questi anni. Ma a questo e ad altri quesiti solo George Fats potrà dare una risposta.

 

(03.02.2010)

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L’architettura secondo George Fats

 

di Mario Viganò

 

Pubblichiamo un breve stralcio della dichiarazione rilasciata da George Fats all’indomani del suo ritrovamento sulla Luna, da parte della sonda MA09 inviata dalla NASA e atterrata sulla superficie lunare il 25 dicembre 2009. Le parole di George Fats mettono a fuoco il principio di forma adottato dallo stesso autore per la realizzazione della Moon Architecture.

 

…«Quando la forma è isolata risalta la sua particolarità, il suo carattere eminentemente sintetico. Ma noi non siamo in cerca di suggestioni. Chiediamo spiegazioni, vogliamo conoscere i legami, i passaggi. Sappiamo che quella forma è così, definita e perentoria, proprio perché è il risultato di un’osservazione e di un lavoro connessi. Tutto è al suo posto in quella forma, niente è affidato al caso o all’improvvisazione: è questo che ci convince.
Noi guardiamo alla forma con occhio analitico, riconosciamo la sicurezza delle scelte, ma la nostra attenzione è attirata piuttosto dalla coordinazione che regola tali scelte. E la forma in quanto tale ci interessa solo perché ne è il risultato.
Pur consapevoli dell’importanza che hanno le condizioni storiche, culturali, sociali ecc. nella definizione delle forme dell’architettura, noi siamo attirati piuttosto dalle loro condizioni materiali, pratiche. Siamo attirati dal loro lavoro; e questo ce le avvicina. Quando come architetti parliamo di astoricità delle forme architettoniche, intendiamo piuttosto questo. E parliamo di appropriazione più che altro nel senso del percepire e del condividere la ragione pratica di tali forme.
Questo modo specificatamente tecnico di avvicinare la forma è anche il solo modo per tenere la forma alla giusta distanza. La costruzione ci appassiona, non la forma. Più ci appassioniamo al lavoro, più ci stacchiamo dalla forma».

 

…«Così, attraverso gli elementi specifici del lavoro, siamo messi di fronte al problema: la ragione di essere dell’architettura. Ogni architettura, si sa, è sempre prima di tutto una risposta a un problema, a un problema pratico definito.
Ecco tutto quello che in realtà ci appassiona: le condizioni materiali dell’architettura. Ci si potrà obbiettare di seguire una via un po’ troppo riduttiva, ma a noi basta di esserne consapevoli.
Il che-cosa e il come, il problema pratico e l’esecuzione, la legge della necessità e la regola del mestiere. Tutta l’architettura è riducibile a queste due condizioni. Così come avviene nella casa e nella forma elementare della casa, che porta sempre il segno dell’utensile. Così come avviene nell’edificio pubblico e nella sua forma più riconoscibile, la grande aula che si ripete sempre uguale a sé stessa. Sempre la stessa condizione di necessità, la stessa idea costruttiva, lo stesso oggetto che si ripete».

 

…«Così, attenendoci sempre all’aspetto tecnico-pratico dell’architettura, abbiamo incontrato la regola molto prima della forma. Ci si è imposta con la sicurezza del segno impresso dalla stabile necessità, con la suggestione del segno inconfondibile della natura, la pietra di paragone del mondo trasformato dall’architettura, e con la persuasione che accompagna sempre il segno del lavoro. Non abbiamo dovuto accettarla, abbiamo imparato a riconoscerci in  essa ancora prima di imparare a convivere».

 

…«Perfezionare, senza lasciare indietro nulla che non sia eliminato da sé: ecco un buon motto per il nostro lavoro».

 

Dopo l’analisi delle prime immagini già pubblicate su «Gizmo Review» e dopo aver letto attentamente questo scritto, risulta del tutto evidente come la Moon Architecture, nella sobria stabilità delle sue forme, non sia subordinata alla temporalità o alla differenza ma piuttosto sia fondata sull’unità e sulla ragione. La Moon Architecture è una, sempre la stessa nello spazio e nel tempo. In questa esperienza estetica il tempo perde di fatto valore, non è più elemento distintivo. Sulla Luna gli edifici si equivalgono e si assomigliano nel tempo, perché esigenze pratiche e razionalità sono per George Fats le uniche variabili ammesse.
Ciò di cui si avvale l’autore della Moon Architecture è quindi un sapere certo, acquisito, universale che si contrappone all’opinione del singolo; la realtà lunare sembra pertanto essere percepita da George Fats come essenzialmente unica o quantomeno riducibile a un unico principio fondamentale.

 

(04.01.10)

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Moon Architecture


di Mario Viganò



Pubblichiamo in anteprima le straordinarie fotografie di un edificio lunare inviate alla redazione di «Gizmo Review» da David Bowman, responsabile del progetto Deep Space 79 della NASA. Grazie a queste due immagini proveremo a eseguire una prima analisi di quella che certamente verrà ricordata come una delle scoperte più importanti nel campo della ricerca spaziale.


Possiamo da subito notare, dall’andamento della pianta, come la struttura dell’edificio si sviluppi secondo uno schema a “pettine” che, sul piano funzionale, è già stato largamente applicato nelle costruzioni a destinazione pubblica. Possiamo dunque supporre che tale complesso possa accogliere uffici amministrativi per una presunta comunità lunare.


Partendo da questa ipotesi, i corpi di fabbrica paralleli potrebbero contenere gli uffici, mentre l’elemento perpendicolare che li raccorda dovrebbe raccogliere, secondo una ricostruzione logica, tutti i servizi comuni, come ascensori, scale, servizi igienici e locali d’attesa. L’elemento a doppia corte si ripete accostandosi a breve distanza a un altro elemento uguale; questi sembrano essere collegati fra loro da passaggi aerei che metterebbero in comunicazione gli eventuali corridoi dei corpi posizionati all’estremità di ogni elemento a doppia corte. La ripetizione di elementi trasversali uguali, disposti secondo un ritmo di immediata e facile lettura, compongono quindi uno schema organizzativo ad E che ci conferma l’utilizzo di un metodo d’intervento basato su norme razionali.


Del sistema proposto è importante evidenziare, al di là delle motivazioni strettamente funzionali, il ruolo che tale scelta tipologica assume rispetto alle questioni formali che la libera superficie lunare, quantomeno in questa zona del satellite, non impone all’architettura. Alla topografia del paesaggio selenico viene infatti sovrapposto un tracciato regolare e ortogonale che perfettamente si adatta alla eccezionale libertà offerta dalla stessa superficie lunare. Un complesso edilizio che ha, proprio nella ripetizione, la possibilità di essere allo stesso tempo elemento razionale di contrasto e riaffermazione del carattere peculiare di omogeneità dell’insieme. È inoltre intuibile - dall’immagine che mostra l’andamento planimetrico del complesso - come la ripetitività avanzata dallo schema neghi però a sua volta il principio stesso della ripetizione, interrompendosi rigorosamente sui confini di un’ipotetica griglia divisa da astratte coordinate. In questo modo sembra che i misteriosi autori vogliano ulteriormente sottolineare l’autonomia delle proprie scelte, rispetto all’uniformità della superficie su cui si trovano ad agire.


I blocchi che impongono al paesaggio lunare un nuovo e rigoroso ordine, l’eliminazione dei dettagli e il generale schematismo dei prospetti ricordano con chiarezza, benché senza alcuna diretta evocazione, i disegni della Groszstadt concepita da Ludwig Hilberseimer negli anni venti. Non vogliamo certo attribuire ai progetti del maestro berlinese un potere ispiratore, anche se ci sembra probabile che l’opera di Hilberseimer possa essere stata usata come modello dall’ipotetico “costruttore lunare”. Ma queste sono, per ora, solo supposizioni dato che non siamo ancora in possesso né di elementi certi sul periodo di realizzazione dell’opera in esame, né tantomeno d’informazioni sugli autori di questa.  Ciò che però ci sentiamo di poter già affermare, dopo un’attenta analisi delle poche immagini a nostra disposizione, è l’indiscutibile capacità qui dimostrata di ridurre la forma architettonica alla sua realtà più sobria, più necessaria, più universale. Una riduzione alle forme geometriche elementari che, oltre a rappresentare i principî essenziali dell’architettura razionale, sembra adattarsi perfettamente al “muto” scenario lunare.



09-12-09


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È possibile abitare sulla Luna?

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di Mario Viganò

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Potrebbe essere la svolta per una vicenda che va avanti ormai da anni. Quella che vede gli esseri umani arrovellarsi per rispondere alla domanda: è possibile abitare sulla Luna? Ovvero: sulla Luna può esserci architettura? L’annuncio potrebbe arrivare nei prossimi giorni dalla NASA che ha convocato una conferenza stampa per annunciare l’importante scoperta. A parlare sarà Frank Poole della Brown University, uno dei principali ricercatori della NASA nel settore tecnico per lo studio della superficie lunare.

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Secondo quanto anticipato da Jim Thakkar dell’«Associated Indian News», a rilevare per prima la presenza di architettura sulla Luna sarebbe stata la sonda indiana Chandrayaan-1 che il 30 agosto di quest’anno ha dovuto anticipatamente interrompere la propria missione, iniziata nell’ottobre 2008. Chandrayaan-1 aveva tra gli obiettivi principali proprio quello di verificare la presenza di vita sul principale satellite della terra.

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In un articolo d’imminente uscita su «Science Today», si precisa che prima di Chandrayaan-1 e di Orbiter M 15 una sonda della NASA, l’Aries-1B, avrebbe individuato la presenza di architettura sul lato oscuro della Luna già negli anni settanta, e i risultati degli ultimi rilievi effettuati da Chandrayaan-1 e Orbiter M15 ne sarebbero solo la conferma.

Il portavoce della Mumbai University si è limitato ad affermare: «Sarà comunque l’annuncio di un’importante scoperta, qualcosa di grande che segnerà una tappa cruciale per il programma spaziale indiano».

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Secondo lo scienziato David Bowman, che collabora con la NASA per il progetto Deep Space 79, l’elevata presenza di «architettura dalla costruzione spiccatamente logica» potrebbe a questo punto spiegarsi con il fatto che «la vita sulla Luna sia arrivata molto più recentemente di quanto finora ipotizzato dagli scienziati stessi». Il DS79 è tuttora impegnato nell’effettuare il più completo servizio fotografico mai realizzato sul nostro satellite. Fotografie ad altissima risoluzione che, data la loro estrema precisione, avrebbero già fornito le prime tracce per poter elaborare ipotesi scientificamente fondate.

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Vi è poi una storia nella storia. Riguarda Miss Simmons, ricercatrice del Multiple Mirror Telescope in Arizona. In un saggio scritto nel 1998, la scienziata avrebbe riportato gli esiti di una serie di osservazioni compiute sulle fotografie scattate alla Luna durante la celebre missione Galileo verso Giove (lanciata il 18 ottobre del 1989, la sonda Galileo ha raggiunto il pianeta il 7 dicembre 1995 per poi precipitarvi verso la fine del 2003). Una volta filtrate le foto agli infrarossi, la Simmons avrebbe notato alcuni “segnali” provenienti dalla superficie lunare. Gli stessi segnali che rivelerebbero un’architettura definita dalla sua stessa caratteristica di “costruzione”, cioè di “procedimento” secondo un ordine logico di scelte. La Simmons non ha però mai pubblicato questo studio.

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La NASA ha inoltre in programma di far atterrare un’altra sonda sulla superficie lunare il prossimo mese, e ci si aspetta che grazie a questa missione si riesca finalmente ad avere informazioni più precise su quale sia veramente l’architettura lunare.

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(27.11.09)

 

Gizmo

Io se fossi Dio, non avrei proprio più pazienza, inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio universale. (Giorgio Gaber)

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