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 piano terra

 

 

piano secondo

 

 

piano terzo 

 

«I centri commerciali sono una via di fuga dal caos del “mondo reale”. Offrono un ambiente controllato, fisicamente e spiritualmente sicuro, per una quotidianità alternativa, in cui la gioia di scegliere non è inquinata dalla paura di sbagliare poichè sono rimaste solo scelte “razionali”: la convenienza di qualsiasi scelta è garantita in anticipo. Diversamente da quello “reale”, il mondo dei centri commerciali è libero da categorie sovrapposte, messaggi confusi e oscurità semiotica che sfociano in un’ambiguità di condotta. Nel centro commerciale, l’ambiente è posto sotto stretta sorveglianza (letterale e metaforica), ordinatamente diviso in sezioni tematiche, ognuna ridotta a simboli ben definiti, stereotipati e facili da leggere, ed è eliminato quasi ogni rischio di interpretazione ambigua (se c’è qualche sorta di ambivalenza, è stata pianificata, e la consapevolezza di questo la rende innocua e autenticamente piacevole). All’interno del centro commerciale gli esperti non offrono semplicemente una guida attraverso i misteri del mondo e un passaggio sicuro per aggirare le sue trappole. Gli esperti hanno creato questo mondo, e lo hanno fatto in accordo con un loro progetto assolutamente razionalizzato, che proprio per il fatto di essere pensato razionalmente non contiene misteri o trappole, e dunque pretende di essere migliore - più semplice, più sicuro, più trasparente - del mondo lasciato al di là dei muri spessi e delle porte elettroniche. Nel mondo creato dagli esperti, anche l’irrazionalità è stata colonizzata, tutto ciò che include irrazionalità è subordinato a un progetto razionale, e così la razionalità perde il suo lato militante. Anche le sorprese sono accuratamente programmate. L’eccitante esperienza di fare bagordi, lasciarsi andare, abbandonarsi alle stravaganze può essere assaporata in un contesto protetto. Persino la catastrofe è un concetto inserito in un gioco ingegnosamente organizzato dagli esperti, e condotto secondo regole che gli impediscono di sfuggire al controllo.

 

I centri commerciali non vendono solo merci. Vendono una quotidianità alternativa, in cui controllo e responsabilità si cedono agli esperti; e si cedono volontariamente e di buon grado, poichè questa rinuncia è ricompensata dal conforto di avere sempre ragione. Nei centri commerciali si commercializza e si testa sul mercato il progetto di una quotidianità pianificata da esperti.

 

I centri commerciali trasmettono anche un messaggio, seppure inconsapevolmente. Il messaggio comunica il crollo totale del sogno glorioso di un ordine perfetto e globale, controllato dalla ragione. Marx osservava che la storia ricorre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. I centri commerciali rappresentano la nuova messinscena grottesca del dramma dell’Illuminismo. Offrono sì un mondo perfetto e gestito dalla ragione, in cui tutta l’ambivalenza esistente (o deliberatamente pianificata) è posta sotto attento controllo: ma questo mondo governato dalla ragione costituisce un ordine globale solo grazie ai muri spessi, impenetrabili e strettamente sorvegliati dai quali è circondato. L’utopia dei saggi si è ritirata nel mondo reale per rifugiarsi in un riparo sicuro dove non deve più temere il caos generato dal suo zelo ordinatore. Le spie elettroniche, gli allarmi antifurto e le strette entrate a bloccaggio automatico tagliano fuori quest’utopia miniaturizzata dal resto della quotidianità, abbandonata al suo caos apparentemente inestirpabile. I miracoli di armonia e perfezione vengono ormai offerti come intrattenimento, per lo svago e le gite domenicali della famiglia. Nessuno pensa che siano reali. Molti però concordano nel pensare che siano meglio della realtà. E tutti sanno che la realtà non sarà mai così».  

 

 

[Zygmunt Bauman, Modernity and Ambivalence 1991]

 

 

ecologia1

«L’ecologia nel suo uso popolar-giornalistico è passata da scienza dei micro ambienti biologici, a strumento di verifica “formale” della crescita delle diverse parti della società sul territorio e del loro rapporto con un non meglio identificato “equilibrio naturale” delle cose, equilibrio che non deve essere turbato se non a rischio di più gravi malanni.

Ancora una volta il concetto di Natura è diventato lo strumento ideologico più generale e più mistificante: dall’economia liberale il concetto di Natura transita direttamente all’urbanistica territoriale, e come al solito viene proposto quale strumento “scientifico”.

L’allarme ecologico [...] simula un attacco al capitalismo, non sul piano dei rapporti di potere, ma sul piano della pulizia del suo sviluppo, permettendo a tutti di sentirsi rivoluzionari senza grandi sforzi e pericoli. [...]

Attraverso la gestione scandalistica della battaglia ecologica la classe borghese ottiene  [un] risultato non indifferente: rilancia il progresso di valorizzazione del mercato edilizio introducendo parametri più raffinati della semplice accumulazione di metri quadri (la Natura diventa un prodotto di grande qualità, il vuoto vale più del pieno). [...]

Il vecchio sogno piccolo borghese della città-giardino ottiene un rilancio insperato come alternativa alla metropoli: il dibattito urbanistico si arena sul problema del verde». [Andrea Branzi, 1973]

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 «Per progetto s’intende una pratica fondata sull’ideazione di qualcosa a venire, cioè sulla previsione e, soprattutto, sullo sforzo programmatico di elaborare i mezzi e le forme attraverso cui rendere effettiva l’ideazione stessa. Il progetto non è solo l’idea, esso è la messa a fuoco di un apparato di strumenti, di forme e di figure in grado di rendere intelligibile e, dunque, pubblica ed effettiva, l’idea. È l’intelligibilità l’obbiettivo più concreto del progetto perché il suo scopo non è quello di essere una semplice istanza di cambiamento, ma l’istanza di cambiamento che più si vuole potente quanto più si deve concepire come programmaticamente analizzabile. 
 

E’ proprio per questa ragione che il progetto, ancor prima che essere discusso sul piano della sua realizzabilità, oggi si trova a scontrarsi con un potente apparato retorico, o meglio, con un immaginario diffuso (specialmente tra gli intellettuali) che vuole l’idea stessa di intelligibilità -di chiarezza esemplare delle forme- come impossibile se non riduttiva. Contro questo immaginario occorre ricordare non solo che l’idea di progetto è sempre critica della complessità, ma è anche un modo di pensare che procede su due registri complementari e paralleli. Da una parte vi è il registro della complessità, che non deve essere complessità di strumenti e di forme, ma complessità di pensiero, cioè attitudine a problematizzare. Dall’altro vi è il registro della semplicità, che non deve essere riduzione sic et simpliciter della realtà a schemi interpretativi di facile comunicazione, ma semplicità di forme e punti di riferimento sui quali impostare l’azione progettuale.

 

È proprio sull’idea di questo doppio registro che deve essere recuperata l’eredità del Moderno per non abbandonarlo ad una interpretazione che ne ha inteso gli esiti come manifestazione di un disegno tecnocratico, deterministico o politicamente reazionario. Per far questo occorre affiancare al progetto della città, un vero e proprio progetto critico, storico e teorico di recupero delle forme in cui si sono manifestati i progetti precedenti. Di questi progetti va messo a fuoco il nesso spesso controverso, ma sempre essenziale, tra forma del progetto -che spesso è forma dell’architettura- e forma politica delle istanze che hanno mosso, ispirato o semplicemente favorito l’attuarsi di questo progetto. Questo nesso non va ricercato nella banale rappresentazione semantica della politica come stile dell’architettura. Categorizzazioni e confronti quali quelli sovente usati dalla critica come architettura democratica vs. architettura reazionaria, architettura progressista vs. architettura storicista, sperimentazione vs. tradizione, sono categorizzazioni non solo inutili ma anche mistificanti. Il nesso tra critica, politica e architettura va ricercato nella possibilità del progetto, cioè nella sfera che è più propria del nostro sapere, che è quella di definire forme e riferimenti che pur nel loro ambito specifico di progetto di architettura contribuiscono a portare avanti la città.» [Pier Vittorio Aureli, Gabriele Mastrigli, Martino Tattara]

 

 

 

 

 

Painting machine_Tinguely 1959

«La città è un divenire continuo. Conduce una vita propria. Noi dobbiamo riconoscere la sua dinamica e trovare nuove possibilità all’interno di questo territorio. Questo ci esenta dall’obbligo di progettare la città e ci costringe, allo stesso tempo, a ripensarne il modello. Il sociologo berlinese Georg Simmel già negli anni Venti vedeva la metropoli: “come una di quelle grandi creazioni storiche, nelle quali le opposte correnti che abbracciano la vita si ritrovano e si sviluppano con uguale ragione. Avendo attecchito tali forze alla radice come alla sommità dell’intera vita storica alla quale apparteniamo nell’esistenza fuggevole di una cellula, il nostro compito non è accusare o assolvere, ma solo capire”. Nella storia della città, l’urbanistica è stata molto di più il risultato di un processo che ha generato civilizzazione piuttosto che un prodotto frutto di una progettazione. Solo nella modernità si era prodotta l’illusione dell’assoluto controllo e della pianificabilità di ogni dettaglio dell’esistenza. Oggi, però, ciò che riguarda la città è più instabile che mai. Mentre prima le forze dominanti dello sviluppo urbano duravano spesso secoli, dal XIX secolo si sono avvicendate in una successione sempre più rapida. Nello stesso tempo si sono moltiplicati gli influssi. Oggi le città sono sottoposte a fattori non solo locali e regionali ma anche globali. A causa della riduzione dei costi di trasporto, della creazione di reti di comunicazione mondiali e di mercati per merci, lavoro e capitali finanziari, le forme di organizzazione legate al luogo lasciano sempre più il passo a contesti che sono in grado di gettare un ponte tra realtà spaziali molto diverse. Le scelte possono ripercuotersi immediatamente e simultaneamente su una molteplicità di luoghi. Attraverso questa de-localizzazione dei sistemi sociali – dai sociologi definita talvolta come “isolamento” – si sovrappongono nello spazio reale una molteplicità di influenze, che, in parte, come da sempre, sono in relazione con il luogo e in parte derivano da fonti remote. Agli usi preesistenti si susseguono in cicli diversi altri programmi, mentre le attività primarie sono in decadenza o vengono trasformate. Per descrivere successioni evolutive ed effetti di interazione del genere, i geografi urbani hanno elaborato modelli evoluzionistici da sostituire alle classiche teorie di luogo. […] La città in questo contesto è solo la parte più evidente dei cambiamenti all’interno della società. Sociologi come Ulrich Beck, Scott Lash e Anthony Giddens parlano di una “seconda epoca moderna”, nel senso di una modernizzazione della modernità. […] La modernizzazione è simile a una macchina, che viene guidata da un pilota automatico. Sebbene ogni singola parte di questa macchina sia realizzata dall’uomo, la direzione che essa prende può essere influenzata solo molto difficilmente. I meccanismi di comando vengono cambiati di continuo, il che muta la direzione di marcia; la meta rimane sconosciuta. In realtà non c’è assolutamente alcuna meta, ma solo un percorso, che conduce i partecipanti davanti a luoghi sconosciuti, senza fermate intermedie.
Le conseguenze delle singole azioni non si possono valutare. Effetti secondari possono ripercuotersi sulle azioni di base; conseguenze involontarie possono sfuggire alle intenzioni originarie. […] Le ripercussioni degli aspetti tecnologici, economici, legislativi o politici si dimostrano di gran lunga più potenti di qualsiasi pianificazione urbanistica e di qualsivoglia concetto architettonico. La città è un complesso conglomerato di influssi diversissimi. Se oggi ci occupiamo del tema città diventa allora inevitabile il confronto con queste forze e con le loro manifestazioni nello spazio. Non si tratta, qui, di fissare il presente ma di comprendere i punti di partenza, di scoprire le possibilità e di intervenire. È necessaria la fine dell’urbanistica delle “buone intenzioni”, che nega la città esistente e vuole crearne una totalmente nuova.»  [Philip Oswalt]


locandina1

Di sistema (liquido) di cui è difficile individuare e controllare tutte le variabili.

 

L’espressione è stata coniata dall’architetto Paolo Desideri durante una telefonata con il collega Marco Casamonti riguardo le sopraggiunte difficoltà gestionali di natura politico-amministrativa del progetto per il G8 alla Maddalena.

 

1. «Loro stanno immersi in un liquido gelatinoso, è al limite dello scandalo. Il sistema di potere porta alla premialità per loro».

 

2. «Non possono fare le mammole nel momento in cui non va come loro erano sicuri che andava. Stanno protestando perché quel sistema gelatinoso non ha funzionato come pensavano».

 

 

(dichiarazioni pubblicate sulla stampa nazionale nel febbraio 2010)

 

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Io se fossi Dio, non avrei proprio più pazienza, inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio universale. (Giorgio Gaber)

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