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Esiste un'architettura italiana? Esiste una teoria dell'architettura italiana? A queste due non semplici domande intende provare a rispondere la presente sezione di "Gizmo Review". Con un'avvertenza: la nostra idea non è quella della mera registrazione. Nel presentare teorie, progetti, edifici, intendiamo esercitare il diritto di critica. Con ciò provando a rispondere a una terza, non meno difficile domanda: esiste una critica di architettura italiana?

 


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Facciamo un salto nel passato. Pausania afferma che si può dare il nome di “città” ad un raggruppamento di costruzioni che non possiede né edifici amministrativi, né ginnasio, né teatro, né piazza pubblica, né fontane alimentate da acqua corrente. Così la definizione di città secondo Pausania, è anteriore alle costruzioni di edifici pubblici e risiede nel rapporto sociale che persone o gruppi riescono a determinare fra loro. Così, una città è tale prima ancora che sia costruita e non è tale soltanto perché sono sorti edifici pubblici. Una città è, o poteva essere, prima ancora che fosse posta la prima pietra. 


Attualmente la domanda di città si contraddistingue come processo, in cui nuove strategie di trasformazione sostituiscono gli assetti programmabili finiti, strategie tese all’interpretazione delle esigenze di una comunità in divenire per la quale lo spazio, è supporto per manifestare le emozioni al di là delle funzioni e degli standard. Diventa perciò palinsesto in continua evoluzione. Così allo spazio urbano strutturato sulla base dei bisogni si sostituisce, una qualità dello spazio urbano da costruire su i desideri. La differenza concettuale tra bisogno e desiderio consiste fondamentalmente nel fatto che il primo si basa sulla risposta mentre il desiderio si basa sulla domanda.

La coscienza dell’azione  ha generato un cambiamento della ritualità di fruizione dello spazio. Nel modo in cui si passa da una cultura dell’utile e del razionabile a quella del desiderio, ovvero della scelta. 


Sempre più il fine del programma _ progetto diviene saper progettare desideri personalizzati nell’ambito di sistemi spaziali; lo spazio diviene maggiormente riconoscibile e identitario quanto più significativa è l’esperienza che esso è in grado di produrre nel cittadino–fruitore.  

 

 

 

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Microscape, Piazza del municipio di Povegliano, Treviso 2009 © F. Castagna

 

 

 

La transizione da una città vecchia alla città contemporanea e cioè dei nostri giorni, è confusione, trambusto, traccia, potenziale trama letteraria. Ascoltare la città, ascoltare adagio è accordarle fiducia; storia individuale e narrazioni collettive, bisogno di affermare il principio della relazione.


In una serrata dialettica tra scrittura e disegno si compone un articolato piano processuale che nella sua evidenza  pone come base conoscitiva la dimensione del progetto_processo. Scrittura che si  fa narrazione e disloca il soggetto in un territorio altro dalla determinazione “topografica” del luogo, dove ogni elemento è sia individualità che catalizzatore di altri eventi. E in questa possibilità si colloca il committente che dilatando lo spazio bianco fra le parole innesta il testo, appropriandosene, con i propri desideri. La stesura del progetto è il momento nel quale i desideri diventano figura nella duplice dimensione della presenza e dell’assenza. L’incontro tra il committente e l’architetto avviene all’interno dei concatenamenti di desiderio, definendo attraverso di essi un comune e “trasversale” livello topologico, quello della carta.  


Il lemmario cerca di individuare, in una prima approssimazione, i termini di un possibile progetto, o quantomeno il vocabolario comune.


La strategia dell’autocommento che si estende ed arriva a comprendere il commento su testi altrui oltre che sui propri, perché anche i testi altrui sono filtrati attraverso la soggettività di chi li cita e li interpreta, e la categoria generale dell’intertestualità vengono a comprendere un settore quello dell’ intra-testualità, dove l’autocommento finisce proprio col mettere in luce la provenienza di certe espressioni, e in qualche modo la sorgente, il punto di partenza del passo in questione. A volte si tratta di brani che contengono una citazione esplicita, a volte alla fonte si allude in maniera meno trasparente, altre volte ancora lo spunto pare occultato, e il testo attende di essere decifrato dal soggetto e di svelare radici che potrebbero anche non essere presenti alla coscienza esplicita dell’autore, ciò che non le rende meno efficaci a livello subliminale, testualmente meno reali e pertinenti, come in questo nostro testo.

In questo modo si lascia aperta la questione, ovvero si dà a ciascuno la possibilità di costruire il proprio percorso, stravolgendo l’ordine e creando nuove associazioni di significato, si permette a ciascuno di creare una propria lingua, di riconoscere alla fine la propria idea di spazio e luogo. 


Vivere in città significa vivere dentro di essa, immergersi come attori nella visionarietà, nelle trasformazioni. Luogo e labirinto, l’urbanità è ancora avventura psichica, possibile cambiamento, senso di possibilità.

Attraversare la città significa attraversare il tempo e con esso misurarsi e sul tempo e la sua gestione si gioca una partita importante tra la città e il suo sistema di relazioni pubbliche.

 

 

 

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Microscape, vista notturna della piazza del municipio di Povegliano, Treviso 2009, © F. Castagna1

 

 

 

I confini sempre legati al rapporto tra cultura e natura sono oggi oltrepassati o quantomeno sfumati; ci si riferisce alla relazione tra luce naturale e artificiale che in una città moderna è sempre più il prodotto di un tempo che trama unificazione tra il giorno e la notte. Ma se nel passato l’utilizzo dell’illuminazione significava aumentare la sicurezza nelle strade ed esercitare strategie commerciali, ora il suo uso sta assumendo un crescente e articolato significato simbolico. La città con la luce, adesso, vuole o vorrebbe rappresentarsi come soggetto relazionale. Con la luce, infatti, è possibile, a partire da un’interazione tra architettura e urbanistica, inventare e ricordare racconti e storie della città e, attraverso di esse, offrire all’immaginario collettivo un testo urbano che costruisce un’immagine, un’identità, un’appartenenza. La luce non è solo un prodotto che costruisce cose, ma è anche “processo” che interpreta spazi, introducendosi in quelli liberati tanto dall’immaginazione quanto dalla memoria.


Paesaggio, ecco cosa diventa la città per il flaneur benjaminiano. O più esattamente: la città gli si apre come paesaggio e lo racchiude come stanza. 

Le città divengono coacervo di differenze, contraddizioni e conflitti. I nuovi modi di abitare e di interagire con il territorio testimoniano un profondo cambiamento in atto. Si aprono così nuove strade: quelle della sperimentazione di inedite forme di socialità e convivenza; quelle dell’incontro, della contaminazione e dell’ibridazione culturale, ma anche quelle del conflitto. 

E’ anche la nostra vita, quella di molti cittadini occidentali: instabile, errante, costantemente soggetta a dinamiche di deterritorializzazione e territorializzazione.

Uno spazio-mondo in rapido movimento e trasmutazione. Muta il rapporto con lo spazio, che finisce col farci vivere in un mondo che è simultaneamente ovunque e in nessun luogo in un andirivieni di orizzonti urbani rizomatici.


Luoghi-intersezione di territori di circolazione prodotti dalla memoria collettiva e dalla pratiche sociali di scambio che non esistono al di fuori della messa in relazione dei soggetti che li abitano, infatti una città che ancor prima di diventare un centro di residenza permanente, comincia ad esistere come luogo di riunione dove gli uomini confluiscono periodicamente: il magnete viene prima dell’involucro. 

 

 

 

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Microscape, planimetria della piazza del municipio di Povegliano, Treviso

 

 

 

Esiste un altro importante elemento che esercita un richiamo molto forte all’interno del mito dell’appartenenza territoriale: la ricerca di una identità in un mondo che si sta preparando a vivere una condizione di incertezza permanente e irresolubile.


Interdipendenza messa in luce, linguisticamente parlando, dall’invarianza (in latino, ma anche in italiano) della parola ospite nel designare sia chi è ospite, sia chi è ospitato e che trasgredisce una certa cultura localistica per la quale il forestiero (colui che abita la foresta, territorio altro rispetto al villaggio), è un estraneo da cui guardarsi, un nemico, un pericolo. Una cultura che tende a fare dell’abitante una categoria privilegiata, fondata sull’appropriazione e sulla fruizione esclusiva di un territorio. Sovvertire questa visione, egocentrica, possessiva ed escludente significa allora avere la forza di disegnare una diversa etica dell’ospitalità. 


Le rappresentazioni cambiano il territorio, spesso più dei processi reali. Il modo di raffigurare uno specifico contesto territoriale, finisce infatti col trasformare lo stesso ambito rappresentativo. 

Veicolare certe rappresentazioni territoriali ha il potere di plasmare l’ambiente, lavorando sulle percezioni collettive, esplicitando immaginari che hanno forza di radicarsi. Gli uomini non hanno mai abitato il mondo ma sempre e solo la descrizione che di volta in volta, la religione, la filosofia, la scienza, hanno dato del mondo. La rappresentazione si configura dunque come principio di realtà, come possibilità di costruire mondi e di istituire ambienti che diventano poi il teatro per le azioni di donne e uomini.

Etimologicamente il termine rappresentare deriverebbe dal latino re-praesentare cioè rendere presente ciò che è assente. Secondo questa definizione, rappresentare diverrebbe la possibilità di presentificare, restituendo attualità e immediatezza ad un qualcosa che al momento non c’è. E’ una costruzione e come tale prevede un’agente che non è separabile dall’attività stessa. In altri termini la rappresentazione non raffigura solo qualcosa, attraverso un processo sostitutivo di natura più o meno mimetica. Essa ospita nelle pieghe del suo svelarsi il suo artefice in due dimensioni compenetrate: una dimensione transitiva e trasparente ossia il rappresentare qualcosa, una seconda riflessiva e opaca: il presentarsi nell’atto di rappresentare qualcosa. 

 

 

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Microscape, Piazza del municipio di Povegliano, Treviso 2009 © Microscape

 


La mappa non è il territorio, ma solo una rappresentazione dello stesso, un modo di interpretarlo e codificarlo. Mappare una città significa organizzare la propria esperienza spaziale attraverso operazioni fortemente soggettive di rappresentazione selettiva. In questo senso, le mappe non ambiscono al compito mimetico di uniformarsi il più possibile ciò che esiste. Una mappa resta sempre un’interpretazione della realtà, e non può mai essere scambiata, pena l’occultamento delle reali ragioni che sovrastano e producono l’immagine, con la realtà stessa. Nella rappresentazione, tra soggetto e oggetto esiste un rapporto estetico una trasposizione allusiva nel quale lo spazio è il medium relazionale per eccellenza. Lo spazio è relativo perché non può esistere al di fuori delle persone che lo esperiscono e lo interagiscono in termini soggettivi.

Lo spazio nel quale viviamo non può essere inteso come un semplice contenitore geometrico nel quale riporre individui e oggetti. Lo spazio che attraversiamo è uno spazio eterogeneo e striato, intessuto di trame relazionali: trame che delineano la specificità di luoghi non omologabili, all’interno dei quali si addensano socialità in movimento.

La dimensione sociale e relazionale dello spazio non è però da intendersi come antitetica e separata rispetto alla sua dimensione fisica. I due orizzonti non sono in contrapposizione, né si pongono in termini dialettici. Spazio fisico e spazio sociale fanno parte della stessa trama che connette l’uomo al suo ambiente. 


Il cityscape maturato attraverso forme e valori materiali spazializzati in assetti architettonici e urbani è sempre più legato ad un progetto di una pluralità di mindscapes che scaturiscono da forme e valori immateriali legate ad interessi, ad eventi, ad invenzione e valorizzazione di risorse in continuo movimento che rendono la città porosa, luogo dove ognuno, possa esperire la propria esperienza urbana conciliando bisogni e desideri. 

L’azione di attraversare un luogo, che  può essere compiuta come comportamento tipico o occasionale ha  caratteristiche capaci di incidere sui meccanismi di comprensione e formazione delle strutture urbane.

Un processo che inneschi altri processi, attraverso una ipotesi di modello fluido che contenga la capacità di dinamiche multiple di evoluzione strutturata, contemporaneamente, su più scale di relazione. L’ipotesi di organizzazione per sistemi relazionali propone il progetto come  “ciò che sta tra le cose”.

 

 

 

 

Microscape, Piazza del municipio di Povegliano, Treviso 2009 © F. Castagna

Microscape, Piazza del municipio di Povegliano, Treviso 2009 © F. Castagna

 

 

 


Ecco così, che si fanno avanti ipotesi di nuove stanzialità, che intreccino valenze comunitarie, ambientali, spaziali così da instaurare un nuovo radicamento della comunità al luogo. Il progetto di architettura può allargare ad un uso partecipato la definizione di progetto urbano che possano portare all’ integrazione tra più punti di vista e rendere fluidi i rapporti tra le polarità. Il territorio non come corredo alla città, ne come opposto e diviso, bensì un tutto articolato e vivo un ecosistema ambientale integrato ad ecosistemi urbani.  Conoscenza, informazione e formazione si vanno a ibridare nel ludico.

Quindi arricchire le riflessioni sugli spazi aperti, sul disegno del suolo e sulla costruzione degli spazi collettivi come invito a non scindere gli studi e le proposte sullo spazio domestico da quelli sullo spazio collettivo aperto.


Il progetto come sistema aperto. E’ progetto work in progress che incorpora in sé le dinamiche spazio-temporali espresse dal “contesto”; è occasione per tessere nuove relazioni spazio-temporali e di valorizzarne le caratteristiche  ambientali sulla base di equilibri provvisori, precari e continuamente dislocati. 


Due sono gli atti fondamentali: 

1. la interazione multipla di più sistemi sovrapposti ; 

 2. la percorribilità totale dello spazio.

Ciò vuol dire considerare  come la complessità dello spazio e la mutazione nel tempo siano due componenti fondamentali  nei fenomeni di trasformazione ecologica del territorio. Alla base di tale concezione sta  la relazione fondamentale  uomo_società_natura , dalla cui ricorsività  deriva la chiave interpretativa delle dinamiche progettuali. 

La trasformazione è legata al campo di possibilità interpretative che risulta essere espressione di una sostanziale indeterminatezza, così che il cittadino fruitore possa trovare sempre letture variabili ed attuali. La città si sostanzia così come opera aperta intesa come processo sistemico  e  stocastico.


Lemmario come progetto  micrologico:


Comunità_ rapporto sociale_ desiderio_ scelta_ possibilità_ fiducia_ memoria_ lingua_ tempo_ luce_ sistema relazionale_ paesaggio_ mixità_ incontro_ contaminazione_ ibridazione culturale_ multidimensionalità_ nomadismo_ mutuo apprendimento_ identità_ ospite_ giustapposizione_ sovrapposizioni_ immagine_ rappresentazione_ visione_ mappa_ mindscapes_ cityscape_ porosità_ non finito_ connessione_ sistema aperto_ relazioni immateriali_ sostenibilità_ ambiente_ cultura ecologica_ energia_ circuito attività_ rete





di Patrizia Pisaniello e Saverio Pisaniello


Lucca, 8 gennaio 2011




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MICROSCAPE nasce a Lucca nel 2006 da un’idea di Patrizia Pisaniello e Saverio Pisaniello che decidono di convogliare i propri interessi che spaziano dalla ricerca architettonica urbana, alla comunicazione artistica e fotografica, dalla scrittura alla didattica. Patrizia, laureatasi con lode  nel 2004, vince nel 2005 l’International Best Diploma Projects Show Competition, si forma presso Massimiliano Fuksas Architetto,  svolge attività professionale occupandosi di progettazione architettonica alle diverse scalarità, si occupa inoltre di fotografia e arti visuali. Saverio, laureatosi con lode nel 2003 con A. Natalini e F. Rella, dottore di ricerca nel 2009, affianca all’attività professionale l’attività didattica presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli studi di Firenze e al Politecnico di Milano; con A. Natalini vince il Leone di Pietra alla X Biennale di Architettura di Venezia 2006. 

Nel 2009, MICROSCAPE è invitato alla mostra concorso “Segnare/disegnare” dell’Accademia Nazionale di S. Luca, e la Piazza di Povegliano è progetto selezionato alla V edizione del Premio Piccinato. 

MICROSCAPE è stato selezionato tra i migliori studi europei under 40 risultando tra i vincitori dell’ “Europe 40 Under 40” del  2010 , ed è stato selezionato ad esporre il proprio lavoro nell’ambito delle manifestazioni del Padiglione Italiano all’Expo di Shanghai 2010. 


MICROSCAPE architecture_urban design si occupa di progettazione architettonica e urban design; la ricerca architettonica e la pratica professionale si sviluppano su molteplici scalarità, nell’indagine delle relazioni tra natura e costruzione nella dimensione in particolare degli spazi collettivi. Interpretando la città come sede di microeventi, lo stesso progetto, volto a svelare le contraddizioni latenti interstiziali di un pensiero, può essere concepito come arte micrologica dove la collettività diviene interprete dello spazio dell’architettura.

 

 

www.microscape.it

 


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È visitabile a Torino in piazza San Carlo, fino al 7 novembre 2010, la mostra “Barriera C’entro. Il futuro di Torino si sposta a Nord”. Nella mostra, ideata e curata dall’Urban Center Metropolitano della città di Torino, sono visibili gli esiti del concorso internazionale di idee La Metamorsosi bandito dalla città di Torino nel gennaio 2010 e conclusosi in maggio 2010.


Il concorso s’inscrive all’interno della cosiddetta Variante 200, uno strumento urbanistico che modificherà alcune indicazioni prescritte dal Piano Regolatore della città in vigore dal 1995. Una delle principali indicazioni contenute nella Variante 200 è la realizzazione della linea 2 della Metropolitana che, con uno sviluppo di 14,8 chilometri, consentirà il collegamento dell’area nord-est della città con quella sud-est interscambiandosi con la linea 1 della Metropolitana in corrispondenza di corso Vittorio Emanuele II e con la rete ferroviaria metropolitana alle stazioni Rebaudengo e Zappata. Come già avvenuto a Milano nel corso degli anni Ottanta e Novanta quando, in occasione della realizzazione del Passante Ferroviario, è stata ripensata l’area Pirelli alla Bicocca, anche a Torino l’ammodernamento della viabilità viene visto come opportunità per progettare alcune parti del territorio comunale abbandonate dalle originarie attività. Oggetto del concorso La Metamorfosi sono infatti la progettazione delle aree poste lungo il percorso della linea 2 e in particolare quelle che si trovano in prossimità del settore settentrionale della tratta - la prima che verrà realizzata: le aree in via di dismissione di Spina 4, le aree limitrofe alla tratta incluse nell’ambito Sempione-Gottardo e l’ex scalo merci Vanchiglia.

Ambiti del concorso La Metamorfosi

Pur trattandosi di un concorso di idee, la formula dell’amministrazione torinese è esemplare: servirsi dello strumento concorsuale per invitare a riflettere i progettisti sulle possibilità di integrazione tra progetto infrastrutturale e progetto urbano, ancor prima che il progetto definitivo della variante sia concluso. Il concorso di idee è stato infatti interpretato come possibilità per arricchire l’iter amministrativo che porterà all’adozione della Variante e, come si legge nel disciplinare del concorso, per «scoprire immagini possibili della trasformazione, raccogliere suggestioni e riflettere su proposte innovative per questa grande porzione di città». Inoltre la scelta di bandire un concorso a livello internazionale si inscrive nella volontà dell’amministrazione di travalicare un ambito provinciale. Come ha affermato Mario Viano, assessore all’Urbanistica di Torino, in apertura del concorso, «vogliamo confrontarci con tutti coloro che su questi temi hanno qualcosa da dire: questa formula ci offre la possibilità di esplorare ipotesi non anguste, e soprattutto, di uscire da una provincialità di vedute. Il quartiere oggetto del concorso è particolarmente emblematico delle trasformazioni che oggi mettono in gioco le città e i loro abitanti: invece di attardarci sulla conservazione, utilizzeremo gli spunti offerti da questo concorso in modo costruttivo».

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A tale inedito ruolo se ne affianca un altro, questa volta di natura pubblicitaria/economica: i progetti elaborati in fase concorsuale diventano quei mezzi volti a sensibilizzare, attraverso la prefigurazione dello sviluppo della città, possibili investitori privati.  Sensibilizzazione già avviata dal 2008 ma che evidentemente non ha portato ai risultati sperati [Cfr. http://www.comune.torino.it/metro2/manifestazione_interesse.pdf ] e che con il concorso La Metamorfosi ottiene finalmente nuova linfa vitale. Si legge infatti ne «La Repubblica» edizione di Torino del 14 ottobre 2010, che i progetti in mostra in Piazza San Carlo saranno tema di un workshop che si terrà a Londra il 1 dicembre 2010 dove, come afferma Paola Virano, dirigente del settore urbanistica del comune di Torino, «speriamo di intercettare una offerta più ampia di opportunità rispetto a Milano o a Roma». In effetti, una volta approvata la Variante, sarà una società di trasformazione urbana (Stu), a capitale misto pubblico e privato, a dirigere la progettazione, la commercializzazione e la realizzazione degli interventi in base agli strumenti urbanistici vigenti; attraverso la Stu infatti le aree di trasformazione potranno essere commercializzate per acquisire i capitali necessari per cofinanziare la metropolitana.

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In realtà però i risultati del concorso, limitatamente all’ambito “Spina 4″, entrano in contraddizione con quel ruolo inedito con cui l’amministrazione ha inteso il concorso per idee.  La giuria infatti (composta da Paola Virano, direttore della Divisione Urbanistica ed Edilizia privata della Città di Torino; Francesco Garofalo, docente di Composizione architettonica e urbana all’Università di Chieti-Pescara; Patrizia di Monte, architetto paesaggista che lavora in Spagna; Carlo Magnani, già rettore dell’Università IUAV di Venezia; Paola Viganò, docente di Urbanistica all’Università IUAV di Venezia) tra i 22 progetti presentati non ha indicato alcun vincitore e si è limitata ad assegnare 5 menzioni ex aequo ai progetti aventi come capogruppo Studio Marc - Baukuh - Yellow office, Buffi Associés Sosieté Anonyme d’Architecture e Galantino Associati Studio S.r.l., Dogma e Graziella Roccella.

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Se analizzata dal punto di vista della cultura architettonica italiana, ormai adusa a servirsi del canale dei concorsi per propagandare le proprie idee, la mancata presa di posizione della giuria sembra privare lo stesso strumento concorsuale di quella funzione “consolatoria” - ma in fondo positiva e proficua - che ha avuto in altre occasioni. Per non parlare poi del fatto che attribuire menzioni ex aequo a proposte progettuali tra di loro antitetiche significa porle surrettiziamente sullo stesso piano; ma soprattutto sostenere quell’ideologia dello spreco intellettuale e creativo contro la quale i presupposti del concorso La Metamorfosi sembravano essere volti.

Forse quei 50.000€ di premiazione non assegnati (ai 5 progetti menzionati è stato attribuito un rimborso spese di 500€ cadauno) serviranno al Comune per organizzare, usando le parole di Mario Viano, «l’appuntamento in uno dei centri della finanza mondiale»?

Comunque sia le scelte della giuria o le priorità dell’amministrazione non possono, nè devono oltremodo inficiare i reali fermenti innovatori che i progetti presentati per l’ambito Spina 4 possiedono.

Ambito Spina 4. Inquadramento

L’area in via di dismissione di Spina 4 è destinata a diventare un importante centro della parte settentrionale di Torino: la sua posizione a ridosso della nuova stazione Rebaudengo del Passante Ferroviario, l’attestamento in essa della Linea 2 della Metropolitana e del raccordo autostradale che conduce all’aeroporto di Caselle e la sua vicinanza con gli ingressi alle autostrade per Milano e Aosta, la renderanno un dinamico nodo viabilistico e dei trasporti.

Ambito Spina 4

Si tratta di un’area molto complessa, non solo perché assomma in sé una serie di funzioni a influenza sia urbana e territoriale, ma anche perché sarà attraversata dal viale della Spina Centrale (una cesura dalla sezione stradale di 70 metri!) e dovrà essere insieme il punto di connessione tra tessuti urbani, che pur formatosi entrambi nel corso del novecento, sono caratterizzati da strutture profondamente diverse. Non a caso, le prefigurazioni allegate al bando di concorso esclusivamente con «l’obiettivo di “esplorare” e “misurare” l’oggetto del concorso», senza alcun «valore cogente», suggeriscono come temi e obiettivi del progetto di costruire una continuità morfologica con i tessuti urbani limitrofi e di minimizzare la cesura prodotta dalla Spina centrale attraverso la formazione di una grande piazza posta al centro del costruito. Come indicato nel direttorio del bando di concorso «ai partecipanti è richiesto [...] un approfondimento sul piano del morphing nella sua relazione con il contesto e sui temi della caratterizzazione architettonica e tipologica degli edifici e degli spazi aperti».

Prefigurazioni allegate al Bando di concorso La Metamorfosi

Mentre il progetto elaborato dal Team CRVC (Graziella Roccella, Alessandro Capello, Paolo Carignano e Fabio Vignolo) pone degli interessanti spunti di riflessione soprattutto per la configurazione del tessuto edilizio concentrato nella zona a est della Spina e la cui definizione è determinata da differenti elementi - mixité sociale, diversificazione dei tagli degli appartamenti, spazi collettivi, complessità funzionale - i progetti elaborati da Marc, Baukuh, Yellow Office, da Dogma e da Galantino Associati affrontano in modo inedito i temi posti dal bando di concorso.


Il progetto elaborato da Marc, Baukuh e Yellow Office attraverso la proposizione di un colossale spazio pubblico dalla perfetta geometria, «una rotonda di 200m di diametro», e di tre edifici dai volumi nitidi che, disposti attorno al nodo di traffico, assommano al loro interno i programmi funzionali, induce innanzi tutto a riflettere sugli effetti dell’intervento a una scala più ampia di quella urbana e quindi sullo spostamento dei problemi espressivi all’interno di una scala territoriale. In tale prospettiva il progetto d’architettura non viene sottoposto  a un processo di dissimulazione nel timore di alterare le caratteristiche spaziali dei tessuti urbani limitrofi; al contrario, le sue caratteristiche sono strumentali a qualificare e a strutturare il sito portandone alle estreme conseguenze le peculiarità, oltreché, nel caso di una città come Torino, a entrare in dialogo esclusivamente con quei progetti che ne hanno interpretato in modo radicale l’identità - come  il progetto per il centro direzionale di Gianugo Polesello,  Aldo Rossi e Luca Meda ed il centro direzionale FIAT a Candiolo di Roberto Gabetti e Aimaro Isola. La città proposta da Marc, Baukuh e Yellow Office è una città «netta, a suo modo monumentale, e allo stesso tempo semplice e priva di retorica, una città fatta di oggetti solidi e densi, disposti attorno ad un nodo di traffico che non viene occultato».


Il progetto proposto da Dogma, in collaborazione con Alice Bulla e  Sebastiano Roveroni, declina le peculiarità di questa complessa area di intervento.  In quanto nuovo centro di accesso alla città, esso è segnalato da tredici torri che fungono da “porta” all’area urbana; in quanto area di connessione tra centro e periferia, le tredici torri diventano il limite di due aree trattate in modo antitetico: il costruito, che è concentrato verso il centro di Torino, e un grande giardino di alberi al cui interno si trovano le stazioni del passante e della metropolitana e che è inteso non come una piazza periferica ma come «un avamposto del paesaggio piemontese dentro la città».  Il motto del progetto, Locomotiva 3, permette di comprendere più in profondità le sue caratteristiche. Come nel caso del Centro direzionale di Torino progettato da  Gianugo Polesello,  Aldo Rossi e Luca Meda nel 1962 - il cui motto era appunto Locomotiva 2 - l’intervento, nelle intenzioni dei progettisti, deve essere in grado di proporre nuovi modi di vivere la città più consoni alle contemporanee caratteristiche produttive perché,  come hanno affermato Polesello, Rossi e Meda, con il progetto non «si tratta di coordinare una serie di elementi e di dati», ma «di offrire un elemento capace di integrare i dati esistenti, di offrire in se stesso la possibilità di una sintesi di questi elementi».

L’area costruita è in effetti caratterizzata dalla giustapposizione di tipologie antitetiche - «al di sotto delle ville urbane è posto un grande spazio multiuso per il lavoro, il commercio e lo studio direttamente collegato alle residenze » - in cui la distinzione tra luoghi di lavoro e di abitazione diventa ormai sempre più sottile.


Il progetto elaborato da Galantino Associati si concentra sul tema della connessione di parti di città, affidando tale ruolo all’idea di realizzare un grande parco urbano continuo, costellato al suo interno da una serie di spazi pubblici molteplici e architettonicamente diversificati in relazione ai diversi contesti con cui entrano in relazione. In quanto punto di connessione tra tessuti urbani dalle strutture profondamente diverse, l’intervento è pensato come una «corografia di progetti puntuali» che non costruiscono però una continuità morfologica con il loro intorno, ma una sua messa a distanza. Allo stesso modo è pensato il fulcro dell’intervento: non una piazza definita dal costruito, ma uno spazio perpendicolare alla Spina Centrale e che, posto in corrispondenza delle fermate ferroviaria e metropolitana, è strutturato per livelli caratterizzati da diversi gradi di usufruibilità in modo tale da stabilire diverse relazioni con i contesti di cui costituisce il perno.


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Gabriella Lo Ricco

Milano, 23 ottobre 2010


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1.

Negli ultimi anni la città è stata pensata e costruita con la sua immagine. Con questo progetto proponiamo di costruire non l’immagine ma la forma della città mediante la definizione di una sua possibile grammatica. Per grammatica della città intendiamo lo studio delle regole compositive attraverso le quali è possibile formare uno spazio urbano non banalmente flessibile, bensì comprensibile e allo stesso tempo disponibile all’uso e alla compresenza di diverse attività. Noi crediamo che semplicità e chiarezza siano condizioni fondamentali affinché questo luogo possa diventare non solo un pezzo compiuto di città ma anche uno spazio comune.

 

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2.

Il bando relativo al progetto per Spina 4, riconosce il tema dell’infrastruttura e del suo accesso come la questione centrale da affrontare. L’importanza di questo tema non è in discussione, tuttavia crediamo che l’aspetto formale dell’area di Spina 4 non debba essere ridotto a corollario dell’infrastruttura. L’intervento nell’area di Spina 4 deve cioè configurarsi a partire dallo spazio aperto. Di conseguenza, l’architettura che proponiamo non è altro che il limite che dà forma a tale spazio.


3.

L’area denominata spina 4 è caratterizzata da una mancanza di definizione del rapporto fra lo spazio costruito e lo spazio aperto. Quest’ultimo appare come spazio di risulta rispetto alla città. Per questa ragione la prima questione che affrontiamo è quella di definire un limite preciso dello spazio aperto in modo che da tale limite prenda forma il nuovo pezzo di città che si svilupperà in questa area. Proponiamo un percorso coperto lungo 375 metri per ciascun lato che colleghi e renda accessibile tutte le funzioni esistenti e previste per questa area. Le distanze stabilite da questo percorso misurano lo spazio potenziale di questa vasta area dentro la città, la cui vocazione non dovrebbe essere quella di diventare un’ennesima piazza di periferia, bensì un grande giardino di alberi, un avamposto del paesaggio piemontese dentro la città. Questo grande giardino di alberi si pone come limite del costruito ma anche come punto di connessione delle varie parti di città che vi si affacciano.

 

Il grande carré del percorso coperto rappresenta il principio insediativo a partire dal quale sono impostati tutti i nuovi interventi: la stazione, i parcheggi, lo spazio aperto, le abitazioni e i luoghi del lavoro. Gli alberi, i pilastri del passaggio e del mercato coperto, e i canopi della stazione formano un grande spazio ipostilo sul quale si addossa questo nuovo pezzo di città.

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4.

Sul lato sud del carré proponiamo di concentrare il nuovo costruito. Quest’ultimo è proposto nella forma di torri e ville urbane. Al di sotto delle ville urbane è posto un grande spazio multiuso per il lavoro, il commercio e lo studio direttamente collegato alle residenze. La proposta di giustapporre tipologie antitetiche mira a offrire modi radicalmente alternativi di vivere nella città. Proprio perchè la diversità dei modi di vivere la città costituisce il significato profondo della nostra proposta, pensiamo che l’architettura di queste tipologie debba essere il più possibile astratta, in modo da porsi come sfondo, vale a dire interpretabile nei modi più disparati e imprevedibili.

 

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5.

Invece che proporre un catalogo di tipologie diverse, proponiamo un sistema aperto delle abitazioni e dei luoghi del lavoro. Noi pensiamo che nei prossimi anni la tipologia tradizionale del lavoro terziario - l’edificio a uffici - sia desinata a ridursi drasticamente o addirittura a scomparire a favore di una relazione sempre più stretta tra luogo dell’abitare e spazio del lavoro. Questa trasformazione riflette il destino stesso della società “post-fordista” nella quale il limite spaziale e temporale che separava il lavoro dal resto della vita è ormai sopraffatto da una relazione sempre più stretta e totalizzante fra lavoro e vita. Oggi il lavoro non è più organizzato entro spazi funzionalmente definiti, ma investe la totalità delle relazioni sociali. Lavoro e produzione si fondano in primo luogo sulla comunicazione, sulla “creatività per forza”, sull’imprenditorialità diffusa, sul lavoro intermittente come condizione strutturale della produzione . La conseguenzdi questo stato di cose è il cambiamento radicale dell’abitare, o meglio di come si abita la città. Non più appartamenti & uffici, ma luoghi abitabili e adattabili al lavoro, o viceversa luoghi di lavoro dove si possa anche vivere. Il nostro progetto accetta criticamente questa condizione del lavoro post-fordista come punto di partenza e la pone a fondamento di una ricerca topologica volta a facilitare nuove forme di coabitazione, co-sharing, e abitazione temporanea.

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6.

Le tredici torri misurano ciascuna 15×15 e sono alte 60 metri. Le torri poggiano su un edificio lineare alto 15 m.  Le torri e l’edificio lineare di base contengono spazi abitabili che possono essere facilmente trasformati in luoghi di lavoro: uffici, atelier, officine. In questo modo è possibile articolare la divisione tra gli spazi abitabili a secondo della necessità. Gli spazi abitabili possono essere appartamenti monofamiliari, monolocali, abitazioni i cui spazi sono aperti e disponibili a nuove forme di condivisione. La sequenza delle torri costituisce un grande edificio lamellare completabile nel tempo. Grazie all’orientamento nord-sud degli appartamenti, gli spazi vuoti possono essere gradualmente riempiti da grandi stanze sospese tra i muri portanti delle torri. Queste stanze possono ospitare spazi del lavoro direttamente accessibili dagli alloggi situati nelle torri.

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7.

Le ville urbane sono spazi abitabili di un piano solo, illuminati da finestre orizzontali, piccole corti aperte sullo spazio domestico. Ciascuna villa si sviluppa attorno a 4 finestre. Ogni villa è dotata di un tetto giardino costituito da una grande stanza a cielo aperto posta sopra allo spazio abitabile. L’interno della villa è pensato come uno spazio riconoscibile e funzionalmente disponibile a molteplici situazioni domestiche.

Le ville urbane poggiano su un grande spazio ipostilo che abbiamo pensato come una grande fabbrica del lavoro cognitivo: un grande spazio multiuso nel quale attività lavorative sono tutt’uno con gli spazi ricreativi, i servizi, i negozi, gli spazi espositivi e le abitazioni poste al piano superiore. L’organizzazione di questo spazio fa riferimento alla natura stessa del lavoro contemporaneo nel quale l’abitante stesso è ormai la forma fondamentale della produzione sociale, e dunque della vera ricchezza della città.

di Pier Vittorio Aureli, Martino Tattara in collaborazione con Alice Bulla e Sebastiano Roveroni

Planivolumetrico © Galantino Associati

Indicazioni di Piano e idea matrice


L’unica certezza dei prossimi anni è che la ferrovia e la metropolitana costituiranno due strutture ipogee inalienabili, con il loro tracciato e la giacitura dei livelli del ferro.

Una seconda certezza verrà dal disegno definitivo della Spina veicolare di superficie.

Anche se Torino presenta innumerevoli assi urbani di largo calibro, la posizione e il carattere del tracciato viario che attraversa la nostra area sarà un elemento di divisione permanente tra la zona a nord-ovest di via Venezia e la restante area a sud-est.

Nessun disegno e piantumazione possono trasformare un asse con sei corsie, spartitraffico e due controviali in un elemento di connessione trasversale della città.

Il suggerimento degli schemi allegati al bando è quello di connettere est ed ovest con una saturazione del tessuto, costruendo una continuità tipo-morfologica nella tradizione della media periferia. Dislocare un invaso di grande dimensione al centro del nuovo tessuto e minimizzare la cesura prodotta dagli 70 metri di sezione stradale.

Una piazza ordita est-ovest attraversata da un’autostrada tesa tra nord e sud.

 

Abbiamo accettato la sfida con qualche cautela: connettere le parti di città, attraverso la Spina, mediante spazi pubblici molteplici  e non mediante un solo spazio centrale.



 

 

 

 

Strutturazione degli spazi pubblici destinati al parco


1. Dilatare il parco in direzione nord sud.

Per costruire una connessione trasversale occorre, a nostro parere, innervare tutto il sistema ad est con un unico, variato, parco urbano, fortemente caratterizzato dalla definizione dei suoi bordi. Non un frammento di costruito “dentro” un verde, ma un grande spazio verde “dentro” un sistema di bordi definiti architettonicamente. Abbiamo chiamato i due parchi della zona est Parco A e B.


2. Progettare il contatto con la spina come una nuova orografia artificiale.

E’ stata così definita una variazione altimetrica dei due parchi per portare la quota del verde a + 6,00 in  punti salienti aderenti alla nuova viabilità. Nel Parco A è un argine che organizza il piede delle residenze universitarie e consente una passeggiata alta sopra la fascia dei servizi aperta verso la Spina. Nel Parco B è una lieve ondulazione che integra la Spina con sequenze visive alternate. In entrambi i bordi il parco trova due punti di attraversamento “naturali” tra est e ovest, ai quali si perviene passeggiando nel verde.


3. Costruire la connessione urbana est-ovest attraverso i parchi

Il Parco C, ad ovest della spina, ripete l’ondulazione e consente l’approdo degli attraversamenti. L’orografia artificiale tra Parco B e C definisce una sequenza che consente la vista tra i due parchi a quota 0,00 e dalla Spina agli spazi verdi. Tra via Venezia e l’Argine delle case per studenti si stabilisce invece un rimando tra bordi costruiti, connessi da due ponti pedonali.  Tra via Venezia e Parco A gli attraversamenti sono dettati dagli allargamenti del tessuto esistente.

© Galantino Associati

 

Connettere la città compatta attraverso uno spazio di nuova generazione


1. Un polo di attrazione tra tre parchi

Lo spazio urbano maggiore non è una piazza, ma un luogo tridimensionale che “drena” il Parco A e B in una zona densa, per farla passare verso il Parco C in una condizione di spazio perimetrato diverso dalle connessione prodotte nelle zone verdi descritte. Non più un vuoto in un tessuto, ma un’ansa urbana su cui si attestano i tre parchi in modo diverso, come diversa è la natura di ognuno di loro. Non la saldatura tra due tessuti della città compatta, ma la città compatta che si riversa in tre parchi e, attraverso di loro, trova un attraversamento significativo baricentrico.


2. Continuità tra Parco A e B attraverso il nuovo spazio urbano

Per garantire quanto descritto, la nuova Ansa urbana deve filtrare i due Parchi consentendo una permeabilità nord-sud. Il verde attraversa il nuovo spazio passando dai percorsi in calcestre al suolo più duro del cemento lavato, per ritrovare il prato e il calcestre oltre l’invaso.

Per garantire la discontinuità tra A e B viene invece costruita una scatola prospettica. Non  più un invaso  con un bordo continuo, un interno chiuso, ma lo scatto verticale del bordo ovest lungo la Spina e del bordo est lungo via Cigna che risvoltano e conducono in questo spazio il parco A e B appoggiandoli sul proprio spessore costruito.


3. Uno spazio su tre livelli

A quota 0,00 l’Ansa connette il Parco A e B, garantendo la percorribilità pedonale.

“La città che passa.” Il suo spazio pavimentato, apparentemente tradizionale, è il tetto dell’edificio ipogeo. A quota -5,00 una corte di forma mistilinea costituisce il fulcro del sistema ipogeo del commercio e dei servizi. Questa quota consente la connessione con la stazione Metro (-7,00) con rampe dolci e quindi costituisce il vestibolo urbano di grande dimensione ( 120×30 m) da e per il sistema dei trasporti, grazie alla connessione tra Stazione ferroviaria e Metropolitana. I parchi A e B scendono alla quota -5,00 con tagli piantumati nel terreno del parco e rampe al 5%. La corte mistilinea costituisce un traguardo percettivo in luce diurna per chi scende dal parco nelle rampe. Trattato da esterno ad esterno, il cambio di quota configura un’ulteriore orografia artificiale percepita come “naturale”.

“La città che scende”, ma anche “la città che sale” dalle reti infrastrutturali.

A quota + 4,00 scorre una strada ciclo-pedonale che collega tutti gli spazi di lavoro delle Giovani aziende e le aree del tempo libero. Il percorso è teso tra il bordo di connessione con il Parco C e il bordo costruito su via Cigna. Entrambi questi luoghi hanno quota pedonale 0,00 e +4,00 costruita con un’attenta disposizione di attività di grande attrattività. Percorrendo la quota alta si connettono  pedonalmente est ed ovest al di sopra della Spina. “La città che sale”, ma anche la “città che scende” dalla zona degli spettacoli e del lavoro.

© Galantino Associati 

Una nuova forma urbana senza addizione di disegno urbano


La nuova Ansa Urbana viene disegnata “automaticamente” dalle giaciture esistenti.

Siamo contrari alla sovrapposizione arbitraria di un disegno a scala della città.

Il metodo è di completare ogni bordo con i caratteri planimetrici specifici, una corografia di progetti puntuali che risolvano piccoli o grandi temi planimetrici. Lo spazio pubblico è un sistema di “distinzione” tra parti ereditate. Non una ricucitura, ma una sutura dei frammenti e una loro messa a distanza. Ai progetti di completamento dei bordi viene affidato il compito del cambio di scala dalla relazione con il contesto prossimo alla realzione con il nuovo spazio pubblico. Abbiamo ricercato elementi di dimensione riconoscibile, realizzabili con un progetto architettonico unitario, posizionati per rivelare dimensioni significative dei tracciati esistenti. La relazione tra singolo elemento architettonico, giacitura e limiti, dà una risposta al bordo che si intende modificare. Ogni macromorfologia misura e trasforma la porzione stabilita di bordo con il proprio sistema di spazi pubblici intermedi, le proprie altezze, forme dell’abitare, gli scatti di quota. [...]

© Galantino Associatix

Morfologie e architettura


E’ difficile stabilire una  linea certa di demarcazione tra disegno urbano tridimensionale e suo sviluppo. Il progetto è pensato nei soli termini in cui lo spazio e il paesaggio sono progettabili: come architetture.

Lo sforzo è stato di individuare le soglie dimensionali di ogni possibile progetto, che noi abbiamo poi schematizzato nei suoi lineamenti non solo planimetrici, ma tipologico-formali. Soglie che evitino la possibilità di un “unicum” stilistico o, ancor peggio, macrodimensionale, evitino cioè l’edificio unico declinato come frammento urbano. La ripartizione in 6 “Bordi” è poi stata ulteriormente analizzata dal punto di vista della scomposizione motivata in singoli apporti “autoriali” codificati da concorsi specifici, un po’ sulla falsa riga della bella realizzazione della macromorfologia parigina di Buffi al Parc de Bercy, dove un’insula di nuova generazione è stata realizzata da 8 grandi architetti che hanno accettato di lavorare “gomito a gomito”. Lo schema che indica le modalità di concorso è accompagnato da una  variazione dei pezzi, studiata, ma non approfondita, che suggerisce l’idea di uno scenario possibile. [...]

Lotti di intervento © Galantino Associati

di Galantino Associati


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Obiettivi


La moltitudine che animerà le città del futuro chiederà di abitare in modi molto differenti tra loro e chiederà di poter condividere un progetto collettivo. La città è lo strumento che può consentire di raggiungere questo obiettivo, lasciando convivere stili di vita diversi e rendendo visibile un progetto comune capace di coinvolgere tutti i cittadini. La Torino del futuro deve quindi essere una città tollerante, aperta, multiforme, e allo stesso tempo deve rendere visibile (anzitutto ai suoi abitanti) un progetto in cui sia possibile identificarsi. La Torino del futuro dovrà essere sostenibile; dovrà affrontare i suoi problemi da un punto di vista consapevolmente globale, e valutare le strategie urbane tenendo conto di tutte le complesse serie di influenze reciproche che si producono nella città. La città sostenibile è infatti anzitutto una città che tiene conto di tutte le esigenze di tutti i suoi abitanti, una città che attiva energie molteplici in un progetto comune e che espone apertamente questo progetto, in modo che sia facile contribuirvi da parte di tutti. L’architettura di questa città del futuro non può che essere, secondo la splendida definizione di Mies van der Rohe, l’espressione visibile di un punto di vista che altri desiderano condividere.



Condizioni


Dobbiamo analizzare Torino senza pregiudizi e dobbiamo immaginare il suo ruolo in uno scenario internazionale sempre più competitivo e complesso. In questi anni Torino è stata forse l’unica città italiana ad affrontare seriamente questo compito, tuttavia non si tratta di un problema risolto per sempre. Torino deve continuare a definire la sua posizione in una geografia mondiale di città, attrattori, risorse, potenzialità sempre più mutevole. Questo esercizio cartografico quotidiano è fondamentale per produrre ipotesi sulla trasformazione della città, per individuarne le risorse, per riconoscere modelli di trasformazione pertinenti. Torino non deve crescere copiando i modelli delle metropoli emergenti, ma competendo con le citta’ medie, innovative ambiziose. Torino infatti ha una popolazione relativamente esigua, un costo del lavoro molto alto, una inerzia piuttosto forte. Allo stesso tempo Torino ha sviluppato uno straordinario legame con un territorio ricco e complesso; Torino possiede una struttura urbana particolarmente interessante e ricca di potenziale; Torino possiede una cultura produttiva diffusa e di altissimo livello. Queste considerazioni definiscono lo sfondo per iniziare ad immaginare il progetto. A partire da queste considerazioni, proviamo a costruire una città normale, ad usare intelligentemente la tradizione. Proviamo a immaginare una città del futuro che sia una città piemontese: sobria, elegante, rispettosa, riservata. E anche imprevedibile.

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Descrizione


Torino nasce in luogo geografico molto speciale, dove le montagne terminano e confluiscono il Po, il Sangone, la Dora e la Stura. La compostezza con cui la città reagisce a questo luogo è una conseguenza della ricchezza del paesaggio che incontra. La città apparentemente statica ed omogenea è, in realtà, un dispositivo straordinariamente sensibile di osservazione del territorio. La griglia si apre sempre sulle montagne e sui fiumi. Le Alpi e la collina appaiono sempre al termine delle sue prospettive. Il progetto della città del futuro dovrà essere ancora una volta un progetto di paesaggio. La città del futuro dovrà riuscire a leggere il territorio in cui si colloca, decifrando la geografia dei luoghi e costruendo costellazioni che possano avere senso all’interno di un più ampio sistema territoriale. Torino è riuscita per secoli a tradurre nella ridottissima lingua resa possibile dal reticolo ortogonale tutte le particolarità geografiche dei luoghi che la griglia veniva a misurare. Torino è stata capace di espandersi estendendo la sua regola, scoprendola ogni volta insospettabilmente adeguata. Il tessuto urbano si è esteso come materia sensibile, sviluppando centri e reagendo poi agli impulsi che questi avevano generato, disseminando tracce sottili nella apparente uniformità della scacchiera. Torino dovrà imparare da Torino, dalla sua capacità di digerire e sublimare la trasformazione, di registrarla attenuandola sistematicamente, ma non rimuovendola del tutto.

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Ipotesi generali


Le trasformazioni innescate dal Piano Regolatore del 1995 e, in particolare, la realizzazione del passante ferroviario, definiscono un preciso indirizzo per le future politiche urbane della città. Questo processo di trasformazione, che ci pare non solo condivisibile, ma esemplare all’interno della realtà italiana, si basa su una precisa lettura del territorio in cui la città va a inserirsi. All’interno di questo territorio viene individuato un sistema di fiumi, parchi, antiche residenze reali e potenziali aree verdi (che potranno sostituire alcune aree industriali dismesse lungo i fiumi), che compone lo sfondo su cui qualsiasi nuovo progetto deve inserirsi. Queste condizioni forniscono a Torino una straordinaria opportunità per immaginare una nuova città, per definire un nuovo equilibrio tra luoghi non più separati.


La costruzione di un’ipotesi di lavoro per le tre aree di concorso deve quindi inserire il progetto all’interno del dibattito che si è sviluppato negli ultimi anni, senza per forza assumere gli ultimi risultati come elementi definitivi, ma inserendoli all’interno di una complessa successione di proposte, a cui è possibile attingere e con cui è necessario collaborare. Torino ha infatti investito in questi anni sulle tre aree di concorso energie intellettuali notevoli e le conoscenze così accumulate non devono essere sprecate. È quindi possibile utilizzare idee precedenti, senza per forza volersi distinguere. Soprattutto ci pare opportuno soffermarci sulle analisi e sulle proposte che sviluppano un discorso alla scala dell’intera città, derivandone conseguenze per le differenti aree. Tra questi lavori e’ importante considerare il piano regolatore di Gregotti Associati, a patto di liberarlo da una lettura pigra e scontata.


La costruzione di un’ipotesi di lavoro convincente per le aree di concorso deve misurarsi con tutto il territorio cittadino e deve conseguentemente affrontare il problema nella sua interezza, inserendo i tre ambiti all’interno di un discorso unitario. Per questo motivo abbiamo scelto di lavorare su tutte le tre aree di concorso, suggerendo una strategia unitaria, pur riconoscendo i tre temi come distinti e proponendo soluzioni rigorosamente indipendenti e contenute all’interno degli ambiti di concorso. Occuparsi di una sola area rischia infatti di restringere eccessivamente il campo della ricerca, limitando gli scopi del progetto ed incoraggiando a trascurare le conseguenze che si producono sulle altre parti della città. Al contrario, lavorare a tutte le tre aree contemporaneamente significa dotarsi, per ogni progetto, di ulteriori strumenti di verifica interna. L’identità delle singole aree di concorso emerge con maggiore nettezza dal confronto con le altre. La chiarezza del discorso globale si traduce in precisione delle proposte specifiche.


Il nuovo percorso della metro 2 forma un’eccezionale connessione all’interno della città. Il nostro progetto cerca di rafforzarla attivando un nuovo sistema di assi veicolari e ciclopedonali, espressamente non coincidenti con il suo percorso. La connessione fornita dalla nuova linea della metropolitana rende infatti superfluo qualsiasi enfasi sul collegamento pedonale tra la Spina 4 e lo scalo Vanchiglia. Unire le due aree attraverso un boulevard verde appare un gesto ridondante e, in definitiva, condannato all’insuccesso. Più interessante è costruire un equilibrio urbano più articolato, scoprendo figure latenti all’interno di una geografia per nulla scontata. Un possibile tridente fa capo a piazza Rebaudengo: da un lato, la via Porpora/Cimarosa (un interessante e sottovalutato asse da rafforzare) collega Spina 4 con Vanchiglia, e come asse ciclopedonale può arrivare, attraverso il cimitero e attraverso i due fiumi, fino oltre corso Casale, dall’altro via Toscanini può arrivare a congiungersi direttamente alla Spina attraverso la nuova rotonda al centro del parco Sempione. In questo modo il nuovo complesso di Spina 4, il cimitero e la zona dello scalo Vanchiglia, il Parco Sempione, il Parco della Colletta e le aree verdi lungo il Po e la Stura fino alla Venaria e il sistema di piazze disposte attorno all’ex trincerone ferroviario vanno a comporre una nuova costellazione urbana che ha i suoi fuochi nella rotonda di Spina 4, in piazza Rebaudengo, in piazza del Donatore di Sangue e nella nuova piazza all’incontro di via Regaldi e via Cimarosa.


Questa rete stradale mette in relazione i tre ambiti di progetto, che vengono occupati da pezzi di città molto differenti, ma sempre complementari alla città con cui si misurano. A Spina 4 appaiono tre grandi edifici dal programma complesso, raggruppati attorno ad una colossale rotonda, che accoglie nel suo incavo ospitale i più svariati usi metropolitani. L’area dello scalo Vanchiglia si riempie di isolati dal perimetro regolare, che racchiudono orti e giardini all’interno delle corti. L’ex trincerone ferroviario di corso Sempione/Gottardo viene interamente occupato da un nuovo tessuto edilizio fatto di veri e propri isolati, che rimuove la frattura nel quartiere Barriera di Milano; nuove abitazioni, servizi e piccoli spazi pubblici ricompongono un paesaggio urbano gradevole e quotidiano. [...]

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Spina 4 è uno dei luoghi che definiranno l’identità della Torino futura. A Spina 4 tessuti urbani diversi si incontrano su un nuovo grande asse viario. Flussi di traffico notevoli si sommano ad una grande densità urbana, definendo un luogo intenso e metropolitano, disposto in un punto di contatto tra la città storica e la sua incerta periferia. Le contraddizioni che si sono accumulate nel tempo su questo luogo non devono essere nascoste.

La città del futuro deve contenere anche luoghi metropolitani, frenetici, completamente artificiali, assieme a estensioni di verde del tutto quiete, pacificate, idilliache. Non è possibile, né utile provare a ricucire i tessuti urbani che si affacciano su Spina 4. Nemmeno è possibile conciliare l’attraversamento veicolare con la pedonabilità della “piazza”. In fin dei conti in quasto punto la Spina Centrale è quasi un’autostrada e pare ingenuo sperare che una piazza tradizionale attraversata da un’autostrada possa funzionare. Una “piazza” pedonale può apparire a Spina 4 solamente affrontando radicalmente il problema del nodo di traffico. Una piazza può essere scoperta proprio nel luogo più insospettabile: dilatando la connessione tra la Spina, via Cigna (e l’estensione di via Toscanini), via Breglio e via Fossata fino a definire una colossale rotonda di 200 m di diametro, uno spazio pubblico interamente pedonale e dalla geometria perfetta appare proprio all’interno del nodo di traffico. La rotonda risolve infatti tutti i problemi urbani di Spina 4, quelli viabilistici e quelli urbanistici, definendo un pulsante centro metropolitano nel mezzo di un tessuto urbano complicato e incoerente. Le dimensioni eccezionali dell’incavo ricavato all’interno della rotonda e la presenza di un grande tubo (2 m di diametro) al suo bordo annullano immediatamente i problemi di inquinamento sonoro. Una inattesa quiete si produce al centro dei flussi di traffico. La rotonda disciplina il traffico automobilistico e accoglie tutti i flussi pedonali e ciclabili provenienti dalle stazioni della ferrovia e della metropolitana, dai parcheggi interrati, oltre che dai tre grandi edifici affacciati su di essa. Il livello -1 dei tre edifici è infatti direttamente collegato attraverso un passaggio sotterraneo e attraverso scale mobili ed ascensori con la piazza al centro della rotonda. La piazza diventa così un luogo di scambio in cui si intrecciano tutti i flussi che attraversano l’area. A Spina 4 può apparire una città nuova, netta, a suo modo monumentale, e allo stesso tempo semplice e priva di retorica, una città fatta di oggetti solidi e densi, disposti attorno ad un nodo di traffico che non viene occultato. I grandi blocchi si dispongono secondo le geometrie dei pezzi di città a cui si attaccano e si affacciano sul colossale nodo di traffico come volumi composti e silenziosi, e tuttavia abitati da una moltitudine frenetica. Tutto il volume richiesto si concentra in tre grandi grumi, lasciando libera una grande estensione verde. La città è, fin da subito, paesaggio. E’ infatti il verde che circonda gli edifici e li connette ai tessuti circostanti. I grandi blocchi sono portati come iceberg da tempestosi oceani di verde metropolitano.

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La piazza rotonda al centro del nodo di traffico è leggermente concava: il bordo è 2,5 m più alto del centro. Come una enorme bacinella, la piazza rotonda raccoglie ogni sorta di attività metropolitana, mutando secondo le attività che ospita. La piazza rotonda si comporta come alcuni grandi spazi metropolitani dalla natura indefinibile e generosa, come il Circo Massimo a Roma, come la piazza Jama’a el-Fnaa a Marrakesh. Questi spazi, definiti solo dalla geometria dei bordi, e dall’insieme di memorie depositate nell’immaginario collettivo, sono caratterizzati da una straordinaria apertura programmatica; possono ospitare qualsiasi evento e sembrano essere sempre più necessari alle metropoli contemporanee. La sempre maggiore quantità di eventi che invadono la città contemporanea necessita infatti di spazi in cui accadere, spazi pubblici, ma differenti da quelli tradizionali. A Torino c’è già un numero sufficiente di eccellenti piazze chiuse con cui sarebbe difficile, se non impossibile, competere; quello che manca è uno spazio metropolitano capace di accogliere riti ed eventi contemporanei. Se osserviamo, ad esempio, il Circo Massimo, notiamo che è, negli ultimi anni, è stato usato per manifestazioni che non potevano trovare spazio altrove: scioperi e manifestazioni politiche di dimensioni eccezionali, celebrazioni di epocali vittorie sportive. Il Circo Massimo offre la sua scala colossale, la sua natura incerta e tollerante (non è una piazza, non è un parco), il suo nome esotico e glorioso. Il Circo Massimo offre al desiderio di celebrare i trionfi delle squadre di calcio l’accenno di ritualità implicito nel suo nome e nella sua forma, offre al desiderio di condividere un progetto politico la sua capacità di accogliere e riconoscere senza definire, consentendo alla moltitudine contemporanea di specchiarsi e riconoscersi come soggetto mutevole e incerto. Allo stesso modo, la nuova piazza rotonda consente di accogliere concerti rock e manifestazioni sindacali, consente di celebrare gli scudetti del Torino e di allestire pigri mercatini nelle domeniche pomeriggio di primavera.

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Torino è riuscita, per gran parte della sua storia urbana, a digerire e sublimare la trasformazione, ad adottare idee di trasformazione radicale attenuandole sistematicamente, ma senza rimuoverle del tutto. In questo senso, il progetto per Spina 4 prova a recuperare, ridotti al buonsenso, i due progetti più importanti prodotti per Torino nel dopoguerra (il progetto per il centro direzionale di G. Polesello e A. Rossi, ed il centro direzionale FIAT a Candiolo di R. Gabetti e A. Isola). La piazza rotonda e i massicci blocchi che gli gravitano attorno, attratti dal vuoto sconfinato, mantengono la scala monumentale dei progetti a cui fanno riferimento e allo stesso tempo la addolciscono, rendendola fattibile (il cratere circolare in fin dei conti è una rotonda). Il progetto conserva il carattere ibrido, non integralmente urbano (sia iperurbano nel caso di Polesello e Rossi, sia pastorale come nel caso di Gabetti e Isola) dei suoi modelli. La piazza rotonda cerca di stabilire un rapporto positivo con la periferia e la città diffusa contemporanea, allo stesso modo in cui alcuni progetti neoclassici (il foro dell’Antolini a Milano o il Prato della Valle del Memmo a Padova), provavano a stabilire una relazione positiva tra la città e la campagna produttiva dell’epoca.

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Il nuovo Parco Sempione è anzitutto un’area produttiva, a pioppeto, che fornisce parte delle biomasse necessarie per la centrale di cogenerazione. Il verde produttivo si dispone attorno alla rotonda secondo un disegno morbido, i filari di pioppi curvano leggermente, producendo un parco semplice e delicato. All’interno dei filari di pioppi si sviluppano isole di parco tradizionale, connesse in percorsi didattici legati alla cascina Fossata e alle infrastrutture connesse alla centrale di cogenerazione. In questo modo sarà possibile sensibilizzare i visitatori rispetto alle tematiche ambientali, illustrando l’intero ciclo produttivo della centrale a biomassa.


La realizzazione del progetto per Spina 4 si potrà sviluppare attraverso tre fasi successive, coordinate dalla STU. Anzitutto il progetto urbano verrà sviluppato per indirizzare l’attività di pianificazione della STU, per definire il disegno delle infrastrutture, per coinvolgere investitori e per preparare i bandi di concorso per i tre edifici, per il parco e per la piazza al centro della rotonda. Il progetto definirà solamente il tracciato delle infrastrutture, il sedime e l’altezza massima dei nuovi edifici. Le scelte architettoniche saranno interamente lasciate agli architetti invitati ai concorsi per i differenti ambiti di intervento. In seguito verranno prodotti, in collaborazione con gli investitori coinvolti, i bandi per i concorsi per i differenti elementi dell’area. In seguito, i progetti scelti per i differenti temi di concorso verranno realizzati dagli investitori con il costante coordinamento della STU. Alcuni ambiti (il parco, la piazza) potranno essere coordinati direttamente dalla STU utilizzando il sistema “a scomputo”. Le immagini che illustrano il progetto rappresentano uno dei possibili scenari: i tre edifici sono rappresentati come (falsi) progetti di tre studi di architettura contemporanei che riteniamo non solo altamente consigliabili, ma anche plausibili in basi a criteri di genere, nazionalità, età, ecc. politicamente corretti ed accettabili per una amministrazione moderatamente illuminata (SAANA Sejima + Nishizawa, Neutelings Riedijk Architects, Alvaro Siza).

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Aspetti energetici


La Regione Piemonte prevede che entro il 2020 più di un terzo del contributo dato dalle fonti energetiche rinnovabili derivi da valorizzazione delle biomasse. Il nostro progetto propone di inserire una centrale di cogenerazione a legna entro il parco della zona Sempione, in grado di sfruttare il legname prodotto dal parco produttivo (fustaia) in filiera. La centrale di cogenerazione potrà essere accoppiata con la sede di un piccolo “ente parco” (collocato nella cascina Fossata), che potrà organizzare eventi e visite guidate al polo energetico, per sensibilizzare la popolazione in merito all’impiego sostenibile dell’energia. In questo modo il parco e la centrale di cogenerazione potranno rafforzare il legame tra la città e la periferia agricola attraverso la valorizzazione del patrimonio forestale. La posizione proposta per la centrale permette di conseguire i seguenti vantaggi: il parco determina un’area di rispetto attorno alla centrale la vicinanza tra il parco e la ferrovia permette di ipotizzare un collegamento ferroviario dedicato per l’arrivo del legname che dovrà essere in parte importato dalla provincia Nord di Torino le nuove infrastrutture viarie consentono di convogliare il trasporto degli sfalci di potatura dei viali urbani alla nuova centrale la centrale di medie dimensioni e con un elevato numero di utenze pronte all’allacciamento, garantisce l’efficienza della produzione e ridotti tempi di rientro dell’investimento Sarà possibile realizzare una rete di teleriscaldamento con utenze estremamente prossime Sfruttando il rifacimento della trincea ferroviaria sarà possibile costruire linee di teleriscaldamento che alimenteranno le zone della Spina 4, viale Sempione e dell’attuale Scalo Vanchiglia. [...]




di MARC, Baukuh, Yellow Office

 

Gizmo

Hacking significa solamente costruire qualcosa rapidamente o testare i limiti di ciò che può essere fatto. Come la maggior parte delle cose, può essere utilizzato per fini giusti o sbagliati, ma la stragrande maggioranza degli hacker che ho incontrato sono idealisti che desiderano avere un impatto positivo sul mondo. (Mark Zuckerberg)

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