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Nei labirinti della storia dell’architettura (e non solo)


di Marco Biraghi


Di recente sono usciti due libri, tra di loro molto diversi e ciò nondimeno accostabili: Vita di Giorgio Labò di Pietro Boragina (Aragno 2011) e Dentro il labirinto di Andrea Camilleri (Skira 2012). Ciò che li accomuna è il fatto di essere dedicati entrambi alla vita di personaggi che hanno attraversato in modo fugace, troppo fugace, il panorama della cultura - e in special modo dell’architettura - italiana, entrando altresì in contatto - loro malgrado - con la politica negli oscuri e tragici tempi del fascismo. Altro elemento comune ai due libri è di essere entrambi scritti da autori non appartenenti elettivamente al mondo dell’architettura: il primo essendo laureato in lettere, e avendo un passato di attore e regista, nonché un’attività di pittore e di organizzatore di mostre; il secondo essendo uno dei massimi scrittori italiani, dopo avere svolto a sua volta l’attività di regista e di sceneggiatore teatrale e televisivo.


È curiosa questa doppia coincidenza: come se l’architettura - quantomeno nei suoi riflessi biografici - uscendo per una volta dai recinti entro cui di consueto è confinata, si rivelasse improvvisamente portatrice di una potenzialità scenica che, se comprende in sé la dimensione tragica, è però capace anche di sospingersene oltre, divenendo materia drammaturgica.



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Partiamo dal primo dei due libri in ordine di uscita: Vita di Giorgio Labò di Pietro Boragina. Nato a Modena nel 1919, figlio unico di Mario Labò e di Enrica Morpurgo - il primo architetto e storico dell’architettura, la seconda in seguito traduttrice di libri fondamentali per la cultura architettonica del Novecento quali Spazio, tempo e architettura di Sigfried Giedion e Architettura della prima età della macchina di Reyner Bahnam - Giorgio Labò prende a sua volta la via dell’architettura, iscrivendosi alla Facoltà di architettura del Politecnico di Milano. Non riuscirà tuttavia a laurearsi a causa dello scoppio della guerra e della sua militanza nelle file partigiane contro il regime nazi-fascista, che lo porterà, il 1° febbraio 1944, all’arresto e alla fucilazione, avvenuta il 7 marzo a Forte Bravetta, Roma.


Nel corso di questa sua breve vita (quando viene ucciso non ha ancora compiuto 25 anni), Giorgio Labò riesce a produrre diversi scritti di critica d’arte e di architettura, pubblicati su giornali come «Il Secolo XIX» e «Il Resto del Carlino», e riviste come «Corrente» e «Campo di Marte», mentre suoi saggi su Antonio Sant’Elia e Alvar Aalto (la cui uscita era prevista su «Casabella») rimangono inediti in vita.


Quella scritta da Pietro Boragina è una biografia ricca, una biografia ampia, una biografia lunga - viene da dire -, a petto di un’esistenza tanto breve e pur tanto intensa. La vita di Giorgio Labò, nella quale s’intrecciano frequentazioni culturali, passione politica e competenza nella preparazione di ordigni esplosivi (maturata nel genio artificieri), è affrontata da Boragina raccogliendo e offrendo al lettore lettere autografe, fotografie, quadri e documenti di vario genere. È una biografia polifonica, in cui viene data via via voce ai molti personaggi che si attorniano al giovane Giorgio - e dunque, oltreché una biografia di una persona dal destino nel bene e nel male straordinario, lo è anche di una generazione e di un intero ambiente culturale altrettanto straordinari, in un periodo della storia italiana in cui s’incrociano in modo fatale grandi personalità e contingenze altamente drammatiche.


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Il secondo libro, Dentro il labirinto di Andrea Camilleri, è dedicato invece a Edoardo Persico. Di nuovo gli estremi biografici sintetizzano, nel loro essere estremamente ravvicinati, la tragicità di un destino: nato a Napoli nel 1900, Persico muore a Milano nel 1936. Nel suo caso, anche in grazia della maggior quantità di tempo avuta a disposizione, più ampia è l’articolazione delle attività: da quella pubblicistica (come caporedattore e co-direttore di «Casabella», in ordine d’importanza, ma anche come critico d’arte, saggista di attualità e romanziere), a quella di architetto allestitore e di grafico, nella quale riscuoterà non meno successi che nella precedente.


Personalità eclettica - quantomeno - quella di Persico, fino al punto da risultare, agli occhi del lettore, sapientemente guidato da Camilleri, fortemente ambigua. Difficile valutarne per intero i “mezzi” (benché dietro l’apparenza di una certa improvvisazione e ars simulatoria se ne scorgano distintamente i talenti, comprovati del resto dai fatti), e ancora più difficile afferrarne per intero i fini. Ed è qui che Camilleri, mettendo in evidenza tutta la sua capacità narrativa, a fianco di una del resto non insospettabile capacità nel condurre un’”indagine” storica, riesce a ricomporre il quadro apparentemente “infranto” della vita - e della morte - di Edoardo Persico: facendo e disfacendo la “tela” dei fatti, e accostando fra di loro proprio quegli elementi che parrebbero più dissonanti.


È in particolare intorno al mistero della morte di Persico che il “giallista” Camilleri - come prevedibile - si concentra. Facendo di questo “episodio” imperscrutabile, misterioso, enigmatico - molte volte letto nelle scarne narrazioni che ne hanno fatto gli storici dell’architettura di turno -, un intreccio fatale di tutti gli elementi dell’esistenza breve e tormentata di Persico. Così quella scena sinistra che abbiamo già “visto” in precedenza senza averla mai davvero capita - il bagno di quell’appartamentino in Piazza Santa Maria del Suffragio, e dentro esso un corpo senza vita “immortalato” in una posizione improbabile - diventa adesso, per prima volta, la scena di un delitto: e non importa neanche tanto, in fondo, se si sia trattato di omicidio, o di suicidio, o ancora di morte accidentale.


Il delitto consumatosi ai danni di Edoardo Persico (anche volendo lasciare da parte le persecuzioni poliziesche di cui è stato vittima accertata) è quello di un destino che si è accanito su un personaggio per molti versi straordinario, facendolo incontrare con un’epoca e e con una serie di circostanze oscure. Per alcuni aspetti, le stesse in cui si è imbattuto, qualche anno più tardi, Giorgio Labò.


Fossero vissuti, forse Persico e Labò si sarebbero potuti incontrare. In fondo, diciannove anni di differenza non sono poi così tanti, nella vita dei vivi. Difficile dire cosa sarebbe potuto sortire da quest’incontro. Di certo, tra tanti elementi accumunabili, massimamente diverse e distanti appaiono le personalità dei due: sotto il profilo caratteriale, politico e fors’anche architettonico. Eppure, fossero vissuti, avrebbero potuto fare quello che fanno tutti i vivi nei rapporti tra loro: avrebbero potuto trovare un piano su cui dialogare, o avrebbero potuto scontrarsi, oppure semplicemente avrebbero potuto ignorarsi. Ciascuno però a partire dal fatto di poter scegliere, di essere vivo.



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7 giugno 2012








«Nel 1956, lo stesso anno in cui pubblicai il mio primo racconto, andai a vedere una mostra straordinaria alla Whitechapel Art Gallery: la mostra si chiamava “This is Tomorrow”, “Questo è il domani”. Recentemente dissi a Nicholas Serota, direttore della Tate Gallery ed ex direttore della Whitechapel, che pensavo che “This is Tomorrow” fosse l’evento più importante per le arti visive in Gran Bretagna sino all’apertura della Tate Modern, ed egli non disse di no.



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Fra i suoi molti risultati, “This is Tomorrow” è considerata generalmente come l’atto di nascita della pop art. Una dozzina di squadre, che comprendevano ognuna un architetto, un pittore e uno scultore, progettarono e realizzarono altrettante installazioni che rappresentavano la loro visione del futuro. Fra i partecipanti c’era l’artista Richard Hamilton, che presentò il suo collage Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing? (Che cos’è che rende le case di oggi così diverse, così attraenti?), a mio giudizio la più grande opera di tutta la pop art. Un’altra squadra riunì lo scultore Eduardo Paolozzi e gli architetti Peter e Alison Smithson, che costruirono un’unità di abitazione umana in ciò che sarebbe rimasto del mondo dopo una guerra nucleare. La loro capanna terminale, come pensavo si potesse considerarla, stava su una chiazza di sabbia, sulla quale erano disposti gli attrezzi indispensabili all’uomo moderno per sopravvivere: un trapano, una ruota di bicicletta e una pistola.


Per me l’effetto complessivo di “This is Tomorrow” fu una rivelazione, e costituì una conferma della mia scelta a favore della fantascienza. La mostra di Whitechapel, e in particolare le opere di Hamilton e di Paolozzi, misero a rumore il mondo dell’arte inglese. All’epoca gli artisti  più apprezzati dall’Arts Council, dal British Council e dai critici accademici più in voga erano Henry Moore, Barbara Hepworth, John Piper e Graham Sutherland, che costituivano un mondo delle belle arti piuttosto chiuso e dedito prevalentemente alla sperimentazione formale. Nell’asettico biancore del loro immaginario da studio non brillava mai la luce della realtà di tutti i giorni.



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“This is Tomorrow” aprì di colpo le porte e le finestre che davano sulla strada. La mostra era leggermente sbilanciata in direzione di Hollywood e della fantascienza; per esempio, Hamilton aveva preso di peso Robby the Robot dal film Il pianeta proibito. Ma a Whitechapel per la prima volta il visitatore vedeva l’emergere di un immaginario sintonizzato sulla cultura visiva della strada, sulla pubblicità, sui segnali stradali, sui film e le riviste popolari, sul design del packaging e dei beni di consumo, un universo intero in mezzo al quale ci muovevamo tutti i giorni, ma che ben di rado spuntava nelle belle arti dell’epoca riconosciute come tali.



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Just what is it…? di Hamilton mostrava un mondo fatto interamente di pubblicità popolare, ed era una convincente visione del futuro che ci stava di fronte - il marito tutto muscoli e la moglie spogliarellista nella loro casa di periferia, i beni di consumo, come la lattina di prosciutto, considerati in quanto tali come decorazioni, l’idea della casa come elemento primario del circuito di vendita e di tutta la società dei consumi. Siamo ciò che vendiamo e compriamo.


Nell’installazione di Paolozzi il trapano posato sulla sabbia postnucleare non era solo un dispositivo portatile per scavare dei buchi, ma un oggetto simbolico, con proprietà quasi magiche. Se il futuro doveva essere costituito da qualcosa, questo qualcosa era un insieme di blocchi da costruzione forniti dal consumismo. La pubblicità di una nuova mistura per torta conteneva i codici che definivano il rapporto di una madre con i suoi bambini, imitati in tutto il pianeta.



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“This is Tomorrow” mi convinse che la fantascienza era molto più vicina alla realtà di quanto non lo fosse il romanzo realista convenzionale in auge allora, che fosse quello dei giovani arrabbiati coi loro risentimenti e i loro brontolii, o quello di romanzieri più “classici” come Anthony Powell e Charles P. Snow. E soprattutto, la fantascienza aveva una vitalità che il romanzo modernista non aveva più. Era un motore visionario che a ogni giro creava un nuovo futuro, un’automobile truccata che accelerava davanti al lettore, spinta da un carburante letterario esotico altrettanto ricco e pericoloso quanto quello che spingeva i surrealisti».



da James G. Ballard, Miracles of Life. Shanghai to Shepperton. An Autobiography, 2008 (I miracoli della vita, Feltrinelli, Milano 2009, pp. 156-158; trad. it. di Antonio Caronia)


6 febbraio 2011




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«Silenzio e solitudine avevano un’impressionante intensità nella notte del quartiere delle banche. Quartiere nottetempo molto più silenzioso e solitario di qualsiasi altro, probabilmente per contrasto con il vigoroso viavai di quei luoghi durante il giorno, il rumore, l’indicibile confusione, la fretta, l’immensa moltitudine che lì si agita durante le ore d’ufficio. Ma anche, quasi certamente, per la sacra calma e solitudine che vi regna quando il Denaro riposa.


Dopo che gli ultimi impiegati e i direttori se ne sono andati, quando è finito quel lavoro snervante e assurdo che vede un poveraccio che guadagna cinquemila pesos al mese maneggiarne cinque milioni al giorno, e vere e proprie moltitudini versare con infinita cautela pezzi di carta dotati di magiche proprietà, e sollecitamente, seppur con inverse precauzioni, ritirate da altre moltitudini ad altri sportelli. Tutto un processo magico e fantasmagorico, perché anche se loro, i credenti, si considerano gente pratica e realista, non rifiutano di accettare un pezzetto di carta sporca sul quale, solo con molta attenzione, si può decifrare una specie di promessa assurda, in virtù della quale un signore che non firma neppure di propria mano si impegna, in nome dello Stato, a dare non so che Cosa al credente in cambio del pezzetto di carta.


E la cosa più curiosa è che a questa gente basta la promessa, perché, che io sappia, nessuno ha mai reclamato l’adempimento dell’impegno; e la cosa ancora più sorprendente è che, al posto di quelle carte sporche viene generalmente consegnato un altro foglio più pulito ma anche più pazzesco, sul quale un altro signore promette in cambio di quel biglietto di consegnare al credente una quantità dei suddetti pezzi di carta sporchi; insomma qualcosa di molto simile a una pazzia al quadrato. E tutto in nome di una materia che nessuno ha mai visto e che dicono giaccia in Qualche Posto, ma specialmente negli Stati Uniti, dentro caverne foderate d’acciaio. E che tutta questa storia sia una faccenda di religione lo indicano innanzitutto termini come credito e fiduciario».



Ernesto Sábato, Sobre héroes y tumbas (1961), trad. it. Sopra tombe e eroi, Einaudi, Torino 2009, pp. 304-305.



1 dicembre 2010



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Nicolas Poussin, L’adorazione del vitello doro (1633-37)



 

Il vitello d’oro


[da Fernando Palazzi, La città, impressioni e fantasie, Editoriale Ultra, Milano 1946, pp. 86-98]



«Eravamo arrivati, così parlando, al centro della città [Milano, ndr], dove tutte le botteghe, tutti i negozi – le cartolerie, le drogherie, i barbieri, le farmacie, gli spacci dei sali e tabacchi – sono parimenti lindi, lustri, sfarzosi come salotti, come padiglioni da esposizione, e la bottega dell’ortolano non sfigura affatto vicino a quella dell’orefice, anzi forse la mostra delle sue saporose e ben agghindate primizie, gemme vive della natura, vince in festosità e in franchezza di colori le bacheche dei rubini, delle ametiste, degli smeraldi, che sembrano smorti al confronto. Quali gemme possono competere infatti col giallo cromo dei peperoni o dei pompelmi, col rosso scarlatto dei pomodori inverosimili, col verde tenero dei piselli madornali? I negozi dei salumieri, che nei rioni periferici appestano i viandanti coi loro afrori forti, penetranti, fastidiosi, grevi, talora persino nauseabondi, qui non mandano altro che effluvi tenui, delicati, aromatici, che fanno cortesemente pregustare intanto alle nari le delizie più sostanziose riservate più tardi al palato. E la bottega del profumiere lì accanto ha tutto da perdere al confronto. Può darsi il caso, piuttosto, che il garbo, la grazia, l’arte sapiente con cui qui sono presentate certe merci, abituati come siamo a vederle nel loro aspetto familiare e negletto, possano farcele sembrare affettate, leziose; possano darci l’impressione che i polli arrosto nella rosticceria o il pane nelle vetrine dei fornai siano di cartone verniciato o di celluloide, come quelli che usano i comici nei pranzi da burla sui palcoscenici dei teatri.


Qui tutto del resto è adeguato alla magnificenza, al decoro e alla civetteria dei negozi. Il lavoro umano vi assume forme infinitamente meno  penose e più gentili che altrove: non ci sono falegnami, ciabattini, fabbroferrai, ma solo parrucchieri per signora, ricamatrici, camiciaie, manicure. I passanti sono frettolosi, ma con cortesia, chiassosi, ma con tutti i riguardi di persone ben educate. Vigili di lusso (forse reclutati finalmente tra i professori di belle lettere, ) disciplinano il transito di automobili di lusso. Siamo in un mondo da cui sono escluse la povertà, la sofferenza, la zoticheria, la grettezza. Se per via passa un malato, potete giurare che si tratta di un malato di eccezione, curato del resto da un clinico illustre. Se passa un litigante, si tratta di un litigante di gran classe, patrocinato a ogni modo da un avvocato principe. Se qualche rozzo fattore, se qualche mercante di granaglie, se qualche formaggiaio sono penetrati, non si sa come, tra questa folla di signori, la folla subito li riassorbe in sé, li assimila, li trasforma; e con rapido mimetismo istintivo, il fattore non si soffia più il naso con le mani, il mercante di granaglie non sputa più in terra, il formaggiaio diventa urbano, ben costumato, compito, da farvi pensare che tutti costoro siano gentiluomini travestiti a quel modo per uno spettacolo di opera in musica di ambiente rusticano, forse la Sonnambula o la Linda di Chamonix. C’è infatti qualcosa di fatticcio, di teatrale, in quest’atmosfera per bene, come se da un momento all’altro potesse succedere un cambiamento di scenari, di quinte, di costumi.


Cicogna invece attribuiva ogni cosa alla sua idea fissa di un mago che si dissimula.


– Ora ti condurrò – disse – dove il teurgo esplica con più enfasi la sua potenza demoniaca nel Tempio.


E siccome colse nel mio viso un lampo di stupore, si spiegò più chiaramente:


– Il Tempio. Ho detto proprio il Tempio. Perché tu credi ingenuamente che la religione dominante in questa città sia il cristianesimo, e ti aspettavi che io dicessi «chiesa». Se prescindi infatti da qualche migliaio di ebrei che professano la religione mosaica e sono del resto i pionieri del cristianesimo anche loro, se prescindi da qualche decina di mussulmani, buddisti, scintoisti (quasi tutti addetti ai consolati della Turchia, della Persia, della Cina e del Giappone) il grosso della popolazione pretende, almeno a parole, di seguire la dottrina di Cristo, e poco importa ai nostri fini se come cattolici, protestanti, ortodossi o copti, che sono tutti ugualmente cristiani. Ma la verità è purtroppo un’altra. Sotto la parvenza, assolutamente superficiale, del cristianesimo, la grande maggioranza della popolazione professa una religione non confessata e inconfessabile, segreta come i Misteri Orfici, la religione del Vitello d’Oro. Per confondere le idee, per dissimulare il vero, gli adepti hanno inventato tutto un linguaggio figurato di termini convenzionali, parlando di depositi, di interessi, di sconti, di cambiali, di affari. Tuttavia, per quanto abili a recitar la commedia, non riescono a camuffare la realtà al punto che qualche cosa non ne trapeli, e chi ha un po’ di penetrazione finisce per scoprire la verità. Ecco, noi entriamo ora nel loro Tempio, in una delle grandi basiliche che, nel loro linguaggio, chiamano Banche. Dimmi sinceramente che cosa te ne pare.


A me pareva di essere proprio in una chiesa, a parte la forma di croce che qui non era più il caso di conservare, poi che la croce è il segno angusto di Cristo, mentre la religione del Vitello d’Oro – se di religione si tratta – non potrebbe essere altro che la religione dell’Anticristo, la religione di Satana, nemica perciò della croce.


Anche qui, passato il vestibolo, voglio dire il pronao, un salone vasto come una navata, sostenuto da colonne, con un transetto che separava il pubblico dagli officianti. Anche qui, come entrando in chiesa, ti veniva spontaneo, istintivo, il gesto di toglierti il cappello, di camminare piano piano, quasi in punta di piedi, di parlare a voce sommessa. C’era infatti in quella sala una discreta penombra, e vi pioveva dall’alto, da una cupola a vetri smerigliati e colorati, come piove dalle vetrate dipinte di una cattedrale gotica, una luce scialba che invitava alla meditazione, al raccoglimento. Non si poteva dire certo che vi fosse silenzio, ma il parlottare a bassa voce, giungeva ai miei orecchi fioco, ovattato, come il pissipissi a fior di labbra di chi recita una preghiera. E se mancava il suono dell’organo o dell’armonio, c’era in compenso il ticchettio armonioso delle macchine da scrivere e delle calcolatrici, una specie di armonio in sordina. Che più? Una scalinata si sprofondava nell’oscurità di una cripta, per custodia indubbiamente di qualche preziosa reliquia, come nelle cattedrali cattoliche. La somiglianza era così assoluta e perfetta da assumere il significato di una parodia, da disgustare come una profanazione.


– Vedi? – riprese Cicogna. – I fedeli si affollavano davanti a quelle grate come davanti a un confessionale. Essi confessano appunto i loro peccati, nel gergo di questa religione si chiamano «debiti» e per espiarli bisogna estinguerli. Quando hai pagato sino all’ultimo centesimo, l’assoluzione è certa. E le virtù, che qui si chiamano «crediti» – a differenza delle altre religioni che ne rinviano la premiazione dell’Al di là – vengono premiate immediatamente, forse perché questa religione, essenzialmente materialistica, non crede all’Al di là. Forse proprio per questa immediatezza della ricompensa, la religione del Vitello d’Oro ha un numero stragrande di seguaci. La ricompensa di riscuote  all’altare che si chiama «cassa», laggiù: il ciborio, che è rappresentato dalla cassaforte, racchiude le banconote, la carta moneta, i dischetti di metallo, insomma le specie eucaristiche sotto le quali il dio Oro viene dato in comunione ai fedeli che lo meritano. Guarda con quanta trepidazione, con quanta compunzione devota i fedeli le ricevono e con quanta untuosità rituale le impartiscono i sacerdoti. Bisogna convenire però che questi sacerdoti in giacchetta, senza piviali, senza pianete, senza neanche uno straccetto di cotta, hanno tuttavia un senso altissimo della dignità sacerdotale di cui sono investiti. Sono così ieratici, così orgoglioso del loro carattere sacramentale che, guardando le loro facce sacrosante, non ti viene fatto di pensare che essi possono avere una moglie, magari adultera, dei figli, magari scavezzacolli. In loro la solennità è un succedaneo del celibato. Ma intanto non vi sono sacerdoti più intolleranti e più intrattabili di questi. Ogni tuo atto viene vagliato rigorosamente da cento occhi inesorabili, da tutta una gerarchia spietata che sale su su, sino a un facsimile di concistoro che si chiama Consiglio di amministrazione, sino a un facsimile di pontefice che si chiama Presidente. Chi può sapere quali misteri orgiastici, quali liturgie crudeli si celebrino nei sinedri clandestini di lassù? Il Vitello d’Oro nessuno lo ha visto, ma i terribili effetti delle sue arti infernali sono visibili, palpabili, nel mondo asservito alle sue leggi sacrileghe. E se tu non ti conformi al catechismo dommatico dell’alta finanza, sei un reprobo, un eretico. Se non credi all’onnipotenza dell’Oro, sei ateo. Ma guai, poi, guai a te se sei povero, che è il più grave peccato mortale: sarai scomunicato, sconsacrato, escluso per sempre dai benefici della vita; non c’è misericordia, non c’è scampo, non c’è possibilità di redenzione per te. Sei perduto. [...]»




***

 


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Fernando Palazzi


Nato nel 1884 ad Arcevia (AN) fu redattore-capo e critico letterario de “L’Italia che scrive” (1917-1923), collaborando anche con “Il Corriere della sera” (1931-1935 e 1946-1947) e “La Fiera Letteraria” (1925-1926). La sua opera spaziò in più campi letterari: fu autore di romanzi e novelle (La storia amorosa di Rosetta e del Cavaliere Nérac, Treves 1931; Donne e fiori in vetrina, Ceschina 1956), traduttore di opere di Heine, Molière, Balzac e di numerosi testi per le scuole medie e superiori, molti dei quali realizzati per la casa editrice Mondadori, con cui iniziò a collaborare a partire dal 1925. Dal 1931 diresse con Vincenzo Errante la collana “La Scala d’Oro” e dal 1939 l’enciclopedia illustrata “Il Tesoro” per l’editore Utet. Tra le sue opere di compilazione va ricordato Il libro dei mille savi, una raccolta di “massime, pensieri, aforismi, paradossi di tutti i tempi e di tutti i paesi” (Hoepli, 1927), ma è soprattutto il Novissimo Dizionario della lingua italiana (Ceschina, 1939-1957), più volte ristampato anche nella successiva edizione ridotta (Il Piccolo Palazzi), la sua opera più nota. Morì a Milano nel 1962.






QUAKE-CHILE/



Il terremoto in Cile


di Heirich von Kleist




A Santiago, capitale del regno del Cile, proprio quando ci fu il
grande terremoto dell’anno 1647, nel quale trovarono la morte molte

migliaia di persone, un giovane spagnolo accusato di un delitto, che
si chiamava Jerónimo Rugera, stava dritto a fianco di un pilastro
della prigione nella quale era stato rinchiuso, e voleva impiccarsi.
Don Enrique Asterón, uno dei nobili più ricchi della città, lo aveva
allontanato, circa un anno prima, dalla sua casa, dove svolgeva
l’incarico di precettore, perché tra lui e donna Josefe, la sua unica
figlia, era nato un tenero legame. Un incontro segreto, rivelato
all’anziano don, che aveva già energicamente ammonito la figlia, dalla
perfida vigilanza del suo orgoglioso figlio, lo indignò tanto che egli
la chiuse nel monastero di Nostra Signora del monte Carmelo. Per un
caso felice, Jerónimo riuscì a riannodare laggiù il suo legame e, in
una notte silenziosa, fece del giardino del convento il teatro della
sua piena felicità.
Era la festa del Corpus Domini, e la solenne processione delle
monache, dietro le quali seguivano le novizie, si era appena mossa
quando l’infelice Josefe, al suono delle campane, cadde in preda alle
doglie sui gradini della cattedrale. L’avvenimento suscitò enorme
scalpore; la giovane peccatrice, senza riguardo al suo stato, venne
subito gettata in prigione e, non appena rimessa dal parto, fu
sottoposta, per ordine dell’arcivescovo, a un processo severissimo. In
città si parlava con tanta indignazione dello scandalo, e le lingue
furono così taglienti con tutto il monastero in cui era accaduto, che
né l’intercessione della famiglia Asterón, né lo stesso desiderio
della badessa, che aveva preso a benvolere la fanciulla, per il suo
contegno altrimenti irreprensibile, poterono mitigare la severità
della legge conventuale che la minacciava. Tutto quello che si riuscì
ad ottenere fu che il rogo, al quale venne condannata, fosse
commutato, per atto d’imperio del viceré, e con grande disappunto
delle matrone e delle vergini di Santiago, nella decapitazione. Nelle
strade per le quali doveva passare il corteo dell’esecuzione si
affittarono le finestre, si scoperchiarono i tetti delle case, e le
pie fanciulle della città invitarono le loro amiche, per assistere
fraternamente, fianco a fianco, allo spettacolo concesso alla vendetta
divina.
Jerónimo, che nel frattempo era stato anch’egli messo in prigione,
uscì quasi di senno quando venne a sapere quale mostruosa piega
avessero preso le cose. Invano pensò a una via di salvezza; dovunque
lo portassero le ali dei più folli pensieri, urtava contro mura e
chiavistelli, e un tentativo di segare le sbarre gli costò, quando fu
scoperto, un regime ancora più severo. Egli si gettò in ginocchio
davanti all’immagine della santa Madre di Dio, e la pregò con infinito
fervore, come l’unica dalla quale sarebbe ormai potuta venire la
salvezza. Ma il temuto giorno arrivò e con esso la convinzione, nel
suo cuore, che la situazione era ormai senza speranza. Le campane che
accompagnavano Josefe sul posto dell’esecuzione risuonarono, e la
disperazione si impadronì della sua anima. La vita gli sembrò odiosa,
e decise di darsi la morte con una corda che il caso gli aveva
lasciata.
Stava appunto dritto, come si è detto, a fianco di un pilastro, e
assicurava a un arpione di ferro, infisso sotto il cornicione, la
corda che avrebbe dovuto strapparlo a questa valle di lacrime, quando
improvvisamente la maggior parte della città, con un rombo, come se
precipitasse la volta celeste, sprofondò, seppellendo sotto le macerie
ogni essere vivente. Jerónimo Rugera restò impietrito dall’orrore; e,
come se anche la sua coscienza fosse stata schiacciata, per non cadere
si tenne al pilastro accanto al quale aveva voluto morire. Il suolo
vacillò sotto i suoi piedi le pareti della prigione si spaccarono;
l’intero edificio si inclinò, per abbattersi sulla via; e solo la
caduta dell’edificio di fronte, che incontrò la sua lenta caduta, gli
impedì, formando casualmente una volta, di rovinare interamente al
suolo.
Tremando, con i capelli dritti e le ginocchia che gli si piegavano,
Jerónimo strisciò, sul pavimento inclinato, verso l’apertura che
l’impatto dei due fabbricati aveva prodotto nella parete esterna della
prigione. Appena si trovò all’aperto, la strada intera, già scossa,
crollò completamente per un secondo movimento tellurico. Incapace di
pensare a come salvarsi da quella generale rovina, si mise a correre,
saltando fra le macerie e le travi, mentre la morte lo assaliva da
ogni parte, verso una delle più vicine porte della città. Qui una casa
crollava e, scagliando lontano intorno a sé i rottami, lo sospingeva
in una via laterale; là le fiamme, balenando tra nubi di fumo,
lambivano i comignoli, ricacciandolo, terrorizzato, in un’altra via;
là il rio Mapocho, strappato al suo letto, saliva gonfio verso di lui,
e ribollendo lo trascinava in una terza. Qui giaceva un mucchio di
persone schiacciate, là una voce gemeva ancora sotto le macerie; qui
giungevano le urla della gente dai tetti in fiamme, là uomini e
animali lottavano contro i flutti; qui un coraggioso salvatore cercava
di dare aiuto, là un uomo stava in piedi, pallido come la morte, e
tendeva muto verso il cielo le mani tremanti.
Quando Jerónimo ebbe raggiunto la porta, e fu salito su di un colle
fuori città, cadde al suolo svenuto. Giaceva disteso, da un quarto
d’ora almeno, nella più profonda incoscienza, quando finalmente si
riebbe e, girando le spalle alla città, si tirò su a metà. Si toccò la
fronte e il petto, senza sapere che cosa fare di se stesso; un
indicibile senso di benessere lo invase quando un vento di ponente,
dal mare, investì con un soffio la sua vita che ritornava, e il suo
occhio

percorse, in tutte le direzioni, la fiorente regione di Santiago.

Solo i gruppi di uomini sconvolti che si vedevano ovunque
gli stringevano il cuore; non capiva che cosa avesse potuto spingere
lassù lui e loro; e solo quando si girò, e vide dietro di sé la città
rasa al suolo, si ricordò del momento terribile che aveva vissuto. Si
prosternò così profondamente che la sua fronte toccò terra, e
ringraziò Dio di averlo così prodigiosamente salvato; e, come se
l’orrenda esperienza impressa nel suo animo ne avesse scacciato tutte
quelle precedenti, pianse di gioia, perché la vita era bella,
colorata, varia, e lui ne godeva ancora.
Poi, vedendo alla sua mano un anello, si ricordò di colpo di Josefe; e
con lei della prigione, delle campane che aveva sentito laggiù e del
momento che aveva preceduto il crollo. Una profonda tristezza riempì
di nuovo il suo cuore, rimpianse la sua preghiera, e tremendo gli
sembrò l’Essere che regna sopra le nubi. Si mescolò alla folla che
ovunque, occupata a salvare i propri averi, sciamava dalle porte
cittadine, e si arrischiò timidamente a chiedere della figlia di
Asterón, e se l’esecuzione avesse avuto luogo; ma nessuno gli sapeva
dare notizie precise. Una donna, che portava sulla schiena, curva
quasi fino al suolo, un enorme peso di suppellettili, e teneva due
bambini in collo, disse passando, come se l’avesse visto con i propri
occhi, che era stata decapitata. Jerónimo si girò; e poiché,
calcolando il tempo, non poteva in realtà dubitare che l’esecuzione
fosse avvenuta, andò a sedersi in un bosco solitario e si abbandonò al
suo dolore.
Desiderava che la violenza distruttrice della natura si scatenasse di
nuovo su di lui. Non capiva perché, in quei momenti, nei quali la
morte, che la sua anima straziata stava cercando, gli era apparsa
spontaneamente intorno da ogni parte come una salvezza, egli l’avesse
sfuggita. E si propose fermamente di non vacillare, se ora dovessero
essere sradicate le querce, e le loro cime precipitare su di lui. Dopo
che ebbe pianto tutte le sue lacrime, e fra le più cocenti si fu
affacciata di nuovo la speranza, si alzò e batté la campagna in tutte
le direzioni. Esplorò ogni altura dove si fossero radunate delle
persone; le andò a cercare su tutti i sentieri dove ancora si muoveva
la corrente degli scampati; dovunque una veste femminile si agitasse
al vento, là lo portava il suo piede tremante: ma nessuna copriva
l’amata figlia di Asterón.
Il sole scendeva di nuovo, e con esso la speranza, verso il tramonto,
quando salì sull’orlo di una rupe, e gli si aprì la vista su un’ampia
valle, in cui solo poche persone avevano trovato rifugio. Indeciso sul
da farsi, passò in fretta da un gruppo all’altro, e stava già per
tornare indietro, quando improvvisamente, vicino a un ruscello che
scendeva lungo il ripido pendio, vide una giovane donna intenta a
lavare un bambino nelle sue acque. A quella vista ebbe un tuffo al
cuore; corse giù, presago, saltando di pietra in pietra, gridò: “Santa
madre di Dio!”, e riconobbe Josefe, che al rumore si era guardata
intorno timorosa.
Con quale beatitudine si abbracciarono gli infelici, che un prodigio
del cielo aveva salvato! Nel suo cammino verso la morte Josefe era già
vicinissima al luogo dell’esecuzione, quando improvvisamente il crollo
assordante degli edifici aveva disperso il corteo che la portava al
supplizio. I primi passi inorriditi l’avevano spinta verso la più
vicina porta della città; ma presto tornò in sé, e si girò per correre
al monastero, dove era rimasto il suo piccolo bambino indifeso. Trovò
l’intero convento già in fiamme; e la badessa, che, nei momenti che
per Josefe sarebbero dovuti essere gli ultimi, le aveva promesso di
prendersi cura del neonato, stava appunto chiamando, davanti alle
porte dell’edificio, aiuto per salvarlo. Josefe si precipitò impavida,
attraverso il fumo spesso che lo avvolgeva, nel fabbricato, che già
crollava da ogni parte, e subito, come se la proteggessero tutti gli
angeli del cielo, ne uscì fuori con il bimbo, illesa, dalla porta
principale. Stava per precipitarsi nelle braccia della badessa, che si
era coperta il capo con le mani, quando costei, con quasi tutte le sue
monache, venne miseramente uccisa dal crollo del cornicione del
palazzo. Josefe arretrò, tremando, di fronte all’orribile spettacolo;
chiuse in fretta gli occhi alla badessa e fuggì, piena di terrore, per
strappare alla rovina la cara creatura che il cielo le aveva donato
per la seconda volta.
Aveva fatto solo pochi passi, quando s’imbatté nella salma
dell’arcivescovo, che avevano appena estratto, sfracellata, dalle
macerie della cattedrale. Il palazzo del viceré era crollato, il
tribunale, nel quale era stata pronunciata la sua condanna, era in
fiamme, e sul luogo dove era sorta la sua casa paterna si era formato
un lago che, ribollendo, esalava vapori rossastri. Josefe fece appello
a tutte le sue forze per non cadere. Di strada in strada, allontanando
dal suo cuore lo strazio, camminava coraggiosamente con la sua preda,
ed era già vicina alla porta della città, quando vide anche la
prigione, nella quale aveva languito Jerónimo, ridotta in macerie. A
quella vista vacillò, e stava per cadere in un angolo priva di sensi;
ma, in quel momento, il crollo di un edificio alle sue spalle, già
pericolante per le scosse, la costrinse ad alzarsi, e il terrore le
diede nuove forze: baciò il bambino, si asciugò le lacrime, e, senza
fare più caso agli orrori che la circondavano, raggiunse la porta
della città.
Quando si vide in aperta campagna, si disse ben presto che non tutti
quelli che avevano abitato in una casa distrutta ne dovevano essere
stati per forza schiacciati. Al primo incrocio si fermò, e restò in
attesa, per vedere se non comparisse la persona che, dopo il piccolo
Filippo, aveva più cara al mondo. Ma non venne nessuno e, poiché la
confusione aumentava, proseguì; poi si girò di nuovo indietro, e di
nuovo aspettò; e, versando molte lacrime, si addentrò così in una
valle scura, ombreggiata di pini, a pregare per l’anima di lui, che
credeva fuggita e qui, nella valle, aveva trovato l’uomo amato e il
paradiso, come se fosse stata la valle dell’Eden.
Tutto questo raccontava ora, piena di commozione, a Jerónimo; e,
quando ebbe finito, gli porse il bambino da baciare. Jerónimo lo
prese, lo accarezzò con indicibile gioia paterna e gli chiuse la
bocca, poiché si era messo a piangere di fronte al viso sconosciuto,
con baci senza fine. Nel frattempo era scesa una notte bellissima,
carica dei più dolci profumi, argentea e silenziosa come solo un poeta
la può sognare. Ovunque, lungo il ruscello, si erano stesi gli uomini,
alla luce della luna, preparandosi soffici giacigli di fronde e di
muschio, per riposare, dopo una giornata così atroce. E poiché i
miseri continuavano a compiangere chi la perdita della casa, chi della
moglie e dei figli, chi di tutto ciò che aveva, Jerónimo e Josefe si
addentrarono in una macchia più fitta, per non turbarli con
l’esultanza segreta delle loro anime.
Trovarono uno stupendo melograno, che allargava intorno i suoi rami
carichi di frutti profumati; sulla cima l’usignolo zufolava il suo
canto voluttuoso. Jerónimo si coricò là, appoggiandosi al tronco; e
anche Josefe, contro il suo petto, e Filippo, su quello dl lei, si
distesero, coperti dal suo mantello, e riposarono. L’ombra
dell’albero, con i suoi riflessi di luce, passò sopra di loro e si
dileguò; e la luna impallidiva già davanti all’aurora prima che si
addormentassero. Infinite cose avevano da dirsi: del convento, della
prigione, di quello che avevano sofferto l’uno per l’altra. E si
commuovevano pensando a quanta sofferenza aveva dovuto colpire il
mondo, perché potessero essere di nuovo felici! Decisero, non appena
le scosse fossero cessate, di andare a La Concepción, dove Josefe
aveva un’amica fidata, e, con un piccolo prestito che sperava di
ottenere da lei, di imbarcarsi da lì per la Spagna, dove vivevano i
parenti materni di Jerónimo; laggiù avrebbero finito la loro vita
felice. Poi, tra molti baci, si addormentarono.
Quando si svegliarono il sole era già alto nel cielo, ed essi videro,
tutto intorno, numerose famiglie che preparavano, vicino al fuoco, un
po’ di colazione. Jerónimo stava appunto pensando a come procurarsi
del cibo per i suoi, quando un uomo giovane e ben vestito, con un
bambino in braccio, si avvicinò a Josefe, e le chiese rispettosamente
se non voleva offrire per poco tempo il seno a quel povero piccino, la
cui madre giaceva ferita sotto gli alberi, non molto lontano. Josefe
ne fu turbata, ravvisando in lui un conoscente. Ma quando egli,
fraintendendo il suo turbamento, proseguì dicendo: “Solo per pochi
momenti, donna Josefe; questo bambino non ha più toccato niente,
dall’ora che ci ha reso tutti infelici”, ella rispose: “Tacevo… per
un’altra ragione, don Fernando; in queste ore terribili nessuno
rifiuta di dividere ciò che possiede”. Prese il piccolo estraneo,
porgendo il suo bambino al padre, e se lo mise al petto.
Don Fernando, assai grato per la sua bontà, chiese se non volevano
raggiungere con lui la sua compagnia, dove si stava per l’appunto
cuocendo una piccola colazione. Josefe rispose che accettava l’offerta
con piacere; e poiché neppure Jerónimo ebbe niente da obiettare, lo
seguì presso la sua famiglia, dove fu accolta nel modo più affettuoso
e delicato dalle due cognate di don Fernando, due giovani ed
eccellenti signore che conosceva. Donna Elvira, la moglie di don
Fernando, che era coricata per terra, ferita gravemente ai piedi,
attirò a sé Josefe con molta amicizia, quando le vide al petto il suo
bambino sfinito. Anche don Pedro, il suocero di don Fernando, ferito a
una spalla, le accennò cordialmente col capo.
Nel petto di Jerónimo e di Josefe si agitavano strani pensieri.
Vedendosi trattati con tanta confidenza e bontà, non sapevano che cosa
pensare del passato: del patibolo, della prigione, della campana. O
tutto ciò lo avevano solo sognato? Era come se gli animi fossero stati
tutti riconciliati dal colpo terribile che li aveva percossi, e nel
ricordo non potessero andare al di là di esso. Solo donna Elisabetta,
che era stata invitata da un’amica allo spettacolo del mattino
precedente, ma non aveva accettato l’invito, posava ogni tanto su
Josefe uno sguardo trasognato; ma il racconto di nuove orribili
sciagure portò di nuovo al presente la sua anima, che se ne era appena
staccata. Raccontavano come la città, subito dopo la prima e più
violenta scossa, si fosse riempita di donne che partorivano sotto gli
occhi di tutti gli uomini; come i monaci si fossero messi a correre
ovunque, con il crocefisso in mano, gridando che era venuta la fine
del mondo; come a una pattuglia che, per ordine del viceré, aveva
chiesto di sgomberare una chiesa dalle macerie, fosse stato risposto
che non c’era più un viceré del Cile; come il viceré, nei momenti più
terribili, avesse dovuto far innalzare le forche per frenare le
ruberie; e un innocente, che si era salvato, fuggendo, sul retro di
una casa in fiamme, era stato precipitosamente acciuffato dal
proprietario, e subito impiccato.
Donna Elvira, mentre Josefe faceva il possibile per dare sollievo alle
sue ferite, aveva approfittato di un momento nel quale i racconti si
incrociavano in modo più che mai concitato per chiederle che cosa le
fosse successo, in quella giornata terribile. E quando Josefe le
raccontò, con il cuore straziato, le vicende principali, ebbe la gioia
di vedere le lacrime negli occhi della dama. Donna Elvira le prese la
mano, la strinse, e le fece cenno di tacere. A Josefe sembrava di
essere in paradiso. Un sentimento che non sapeva reprimere la induceva
a considerare la giornata passata, per quanto dolore avesse causato al
mondo, come una grazia quale il cielo non le aveva mai concesso.
E davvero, nel mezzo di quei momenti orribili, in cui tutti i beni
terreni degli uomini andavano in rovina e la natura intera minacciava
di inabissarsi, lo spirito di umanità sembrava sbocciare come un bel
fiore. Sui campi, fin dove l’occhio arrivava, si vedevano persone di
tutti i ceti sparse le une accanto alle altre: principi e mendicanti,
matrone e contadine, funzionari e braccianti, monache e frati; e tutti
si compiangevano a vicenda, si davano reciprocamente aiuto, dividevano
con gioia quello che erano riusciti a salvare per conservarsi in vita,
come se la comune sventura avesse fatto una sola famiglia di quanti ne
erano scampati. Al posto delle insulse conversazioni alle quali il
mondo era solito offrire argomento ai tavoli da tè, si raccontavano
ora esempi di azioni inaudite; persone che in genere in società
passavano inosservate avevano mostrato una magnanimità da antichi
romani; esempi a non finire di impavidità, di gioioso disprezzo del
pericolo, di abnegazione e divino sacrificio di sé, di prontezza nel
fare dono della vita, come se fosse un bene da niente, che si potesse
ritrovare qualche passo più in là. E poiché non c’era nessuno che in
quel giorno non avesse ricevuto un gesto commovente, o non avesse
compiuto egli stesso un’azione magnanima, il dolore era mescolato, nel
cuore di ogni uomo, a una gioia tanto dolce che, pensava Josefe, non
si poteva affatto dire se la somma del bene universale non fosse tanto
cresciuta da una parte, quanto era diminuita dall’altra.
Quando ebbero finito di fare tacitamente, ognuno fra sé e sé, queste
considerazioni, Jerónimo prese Josefe sotto braccio e la portò a
passeggiare avanti e indietro, con inesprimibile serenità, sotto il
fogliame ombroso del bosco di melograni. Le disse che, in quella
disposizione degli animi, e nel capovolgimento di tutte le relazioni
sociali, rinunciava alla sua decisione di imbarcarsi per l’Europa;
avrebbe corso il rischio di gettarsi ai piedi del viceré, il quale era
stato sempre favorevole alla sua causa, se era ancora in vita, e
sperava (nel dire questo le diede un bacio) di restare con lei in
Cile. Josefe rispose che pensieri simili erano venuti anche a lei;
neppure lei dubitava, se suo padre era ancora vivo, di riconciliarsi
con lui; ma consigliava, invece di gettarsi ai piedi del viceré, di
andare piuttosto a La Concepción e condurre di là, per iscritto, il
tentativo di riconciliazione con il sovrano; là si era, per ogni
evenienza, nelle vicinanze del porto, e nel migliore dei casi, se la
faccenda prendeva la piega desiderata, si sarebbe potuti ritornare
facilmente a Santiago. Dopo una breve riflessione, Jerónimo diede il
suo consenso a quella misura di prudenza, la portò ancora un po’ a
passeggio sotto le piante, percorrendo a volo i sereni giorni a
venire, e ritornò con lei verso la compagnia.
Intanto era arrivato il pomeriggio, e gli animi dei profughi sparsi
dappertutto si erano appena, poiché le scosse diminuivano, un po’
tranquillizzati, quando si diffuse la notizia che nella chiesa dei
Domenicani, l’unica che il terremoto avesse risparmiato, il priore del
convento avrebbe celebrato di persona una messa solenne, per implorare
dal cielo protezione da ulteriori sventure. Il popolo era già in
movimento da ogni parte, e accorreva fitto verso la città. Nella
compagnia di don Fernando si sollevò la domanda se non si dovesse
partecipare alla solennità, e unirsi al corteo generale. Donna
Elisabetta ricordò, con una certa apprensione, la sciagura avvenuta in
chiesa il giorno prima; le cerimonie di ringraziamento si sarebbero
ripetute, e allora, con il pericolo già più lontano, ci si sarebbe
potuti abbandonare alla commozione con tanta maggiore serenità e
tranquillità. Josefe, saltando subito in piedi con entusiasmo, affermò
di non aver mai sentito l’impulso di chinare il viso nella polvere
davanti al Creatore più vivo che in quel momento, quando egli
dispiegava così la sua incomprensibile, sublime potenza. Donna Elvira
si dichiarò con vivacità della stessa opinione di Josefe. Essa insisté
che ci si recasse alla messa, e pregò don Fernando di guidare la
compagnia.
Tutti si alzarono, anche donna Elisabetta. Ma quando videro che
quest’ultima, con il petto ansimante, esitava a fare i piccoli
preparativi per la partenza, e le chiesero che cosa si sentisse, lei
rispose di avere non sapeva quale infausto presentimento, e donna
Elvira la tranquillizzò, invitandola a restare con lei e con il padre
infermo.
“Allora, donna Elisabetta”, disse Josefe, “volete prendere voi questo
piccolo tesoro, che, come vedete, si è già di nuovo attaccato a me?”.
“Volentieri”, rispose donna Elisabetta, e fece l’atto di prenderlo; ma
poiché lui strillava, protestando per il torto che gli si faceva, e in
nessun modo si rassegnava, Josefe disse sorridendo che l’avrebbe
tenuto, e baciandolo lo calmò. Allora don Fernando, al quale molto
piacevano la dignità e la grazia di tutto il suo contegno, le offrì il
braccio; Jerónimo, che portava in braccio il piccolo Filippo,
conduceva donna Costanza; le altre persone che si trovavano con la
compagnia vennero dietro, e in quell’ordine il gruppetto si avviò
verso la città.
Non avevano ancora fatto cinquanta passi, quando si sentì donna
Elisabetta, che nel frattempo aveva parlato animatamente con donna
Elvira, prendendola da parte, gridare: “Don Fernando!”, e affrettarsi
verso il gruppo con fare preoccupato. Don Fernando si fermò, si girò,
e attese, senza lasciare il braccio di Josefe; e poiché lei si era
fermata a una certa distanza, come se aspettasse che egli le andasse
incontro, le chiese che cosa volesse. Allora donna Elisabetta gli si
avvicinò, benché, sembrava, a malincuore, e gli bisbigliò, in modo che
Josefe non potesse sentire, alcune parole all’orecchio.
“Ebbene?”, chiese don Fernando. “Ne può forse venire qualcosa di
male?”.
Donna Elisabetta continuò a sussurrargli all’orecchio, con il viso
turbato. Un rossore di disappunto salì al volto di don Fernando.
“Sta bene così”, rispose. “Donna Elvira può stare tranquilla”. E
proseguì con la sua dama.
Quando giunsero nella chiesa dei Domenicani, si sentiva già, maestosa,
la musica dell’organo, e una folla sterminata, a ondate, vi si
accalcava. La ressa si estendeva per un buon tratto, oltre i portali,
sul sagrato della chiesa; i ragazzi si erano arrampicati in alto sulle
pareti, tenendosi alle cornici dei quadri, e guardavano, con i
berretti in mano e occhi pieni di attesa. La luce si diffondeva da
tutti i lampadari, i pilastri gettavano, nell’incipiente crepuscolo,
ombre misteriose, il grande rosone di vetro colorato in fondo alla
navata ardeva, rosso come il sole del tramonto che lo illuminava, e il
silenzio, quando l’organo tacque, scese sulla folla come se nessuno
avesse voce nel petto. Mai, da un tempio cristiano, salì verso il
cielo una simile fiamma di devozione, come in quel giorno nella chiesa
dei Domenicani di Santiago; e nessun cuore umano vi partecipava con
maggior ardore di Jeronimo e di Josefe.
La cerimonia cominciò con una predica che uno dei canonici più
anziani, vestito con i paramenti solenni, tenne dal pulpito. Egli
cominciò subito distendendo alte verso il cielo le mani tremanti, che
uscivano dalle ampie maniche della cotta, lodando e ringraziando che
ci fossero ancora uomini, in quella parte del mondo che precipitava in
macerie, capaci di innalzare a Dio i loro balbettii. Poi descrisse
quello che, a un cenno dell’Onnipotente, era accaduto; il Giudizio
Universale non può essere più tremendo; e quando chiamò il terremoto
del giorno precedente, indicando una fessura che si era aperta nella
parete del tempio, un semplice preannuncio di quel Giudizio, un
brivido percorse l’intera adunanza. Quindi, trascinato dalla sua
eloquenza sacerdotale, egli arrivò a parlare della corruzione morale
della città; ne condannò gli orrori, quali non videro mai né Sodoma né
Gomorra, e attribuì solo all’infinita clemenza di Dio se non era stata
del tutto cancellata dal terremoto. Ma come un pugnale trafisse i
cuori, già straziati da quella predica, dei nostri due infelici,
quando il canonico, in quel momento, ricordò con tutti i particolari
il delitto che era stato commesso nel giardino del convento delle
Carmelitane, chiamò empia l’indulgenza che quel delitto aveva trovato
nel mondo e, in un inciso carico di maledizioni, consegnò le anime dei
suoi autori, chiamati per nome, a tutti i prìncipi dell’Inferno!
Donna Costanza, rabbrividendo al braccio di Jerónimo, gridò: “Don
Fernando!”. Questi, con tutta l’energia e la segretezza che fu
possibile conciliare, rispose: “Tacete, donna Costanza! Non muovetevi,
e fate finta di svenire; così usciremo dalla chiesa”.
Ma, prima che donna Costanza mettesse in atto l’ingegnoso stratagemma
ideato per la salvezza, una voce già gridava, sovrastando e
interrompendo la predica del canonico: “Allontanatevi, cittadini di
Santiago! Gli empi sono qui!”. Mentre intorno a loro si formava un
ampio cerchio di orrore, un’altra voce chiese, piena di spavento:
“Dove?”. “Qui!”, rispose un terzo, e, invasato di santa crudeltà,
afferrò e tirò per i capelli Josefe, che sarebbe caduta a terra con il
figlio di don Fernando, se questi non l’avesse sorretta.
“Siete impazziti?”, gridò il giovane, e cinse Josefe con il braccio.
“Io sono don Fernando Ormez, figlio del comandante della città, che
tutti conoscete”.
“Don Fernando Ormez?”, gridò, piantandoglisi proprio davanti, un
ciabattino che aveva lavorato per Josefe, e la conosceva non meno bene
dei suoi piccoli piedi. “Chi è il padre di questo bambino?”, e si
volse, con aria insolente di sfida, verso la figlia di Asterón.
Don Fernando, alla domanda, impallidì. Ora guardava con timore
Jerónimo, ora percorreva con gli occhi la folla, cercando qualcuno che
lo conoscesse.
Schiacciata dall’orribile situazione Josefe gridò: “Questo non è il
mio bambino, mastro Pedrilio, come voi credete”. E, guardando don
Fernando, aggiunse, con l’anima piena di infinita angoscia: “Questo
giovane signore è don Fernando Ormez, figlio del comandante della
città, che tutti conoscete!”.
“Chi di voi, cittadini, conosce questo giovane?”, chiese il calzolaio.
E molti degli astanti ripeterono: “Chi conosce Jerónimo Rugera? Si
faccia avanti!”.
Ora, avvenne che in quel momento il piccolo Juán, spaventato dal
tumulto, si protendesse dal petto di Josefe verso don Fernando, per
farsi prendere in braccio. “E’ lui il padre!”, urlò una voce. “E’ lui
Jerónimo Rugera!”, urlò un’altra. “Sono loro i sacrileghi!”, urlò una
terza. “A morte! A morte!”, urlarono tutti i cristiani radunati nel
tempio di Gesù.
“Barbari, fermatevi!”, gridò allora Jerónimo. “Se cercate Jerónimo
Rugera, eccolo! Lasciate andare quest’uomo, che non ha alcuna colpa!”.
La folla inferocita, confusa dalle parole di Jerónimo, esitò, e molte
mani lasciarono don Fernando. E poiché in quel momento cercò di
raggiungerli un ufficiale di Marina d’alto grado, che, facendosi largo
nel tumulto, domandò: “Don Fernando Ormez, che cosa vi è successo?”,
questi, ora completamente libero, rispose, con freddezza veramente
eroica: “Vedete, don Alonzo, questi assassini! Sarei stato perduto, se
quest’uomo coraggioso, per calmare i forsennati, non si fosse
denunciato come Jerónimo Rugera. Arrestatelo, se volete avere questa
bontà, insieme a questa giovane signora, per la sicurezza di entrambi;
e anche questo miserabile”, aggiunse afferrando mastro Pedrillo, “che
ha scatenato tutta questa rivolta!”.
“Don Alonzo Onoreja”, gridò il ciabattino, “ve lo chiedo sulla vostra
coscienza, questa ragazza è o non è Josefe Asterón?”.
E poiché don Alonzo, che conosceva benissimo Josefe, esitava a
rispondere, e molte voci, vedendo questo, urlarono con rinnovato
furore: “E’ lei! E’ lei! A morte! A morte!”, Josefe mise il piccolo
Filippo, che fino a quel momento era stato portato da Jerónimo, in
braccio a don Fernando, insieme al piccolo Juán, e disse: “Andate, don
Fernando, salvate i vostri due bambini e lasciateci al nostro
destino!”.
Don Fernando prese i bambini e disse che sarebbe morto, piuttosto di
permettere che qualcosa di male accadesse a chi era con lui. Offrì a
Josefe, dopo aver pregato l’ufficiale di Marina di dargli la sua
sciabola, il braccio, e invitò Jerónimo e donna Costanza a seguirlo.
Riuscirono davvero, poiché, dopo quei preparativi, la gente faceva
largo con una certa deferenza, ad arrivare fuori della chiesa, e si
credettero salvi. Ma, non appena furono sul sagrato, non meno gremito
di gente, una voce si levò dal gruppo dei forsennati che li aveva
seguiti: “Questo è Jerónimo Rugera, cittadini, perché io sono suo
padre!” e con un’orrenda mazzata lo stese al suolo, a lato di donna
Costanza.
“Gesù Maria!”, gridò donna Costanza, stringendosi al cognato.
“Sgualdrina di convento!” risuonò, e una seconda mazzata, da un altro
lato, la stese senza vita accanto a Jerónimo.
“Orrore!”, urlò uno sconosciuto. “Quella era donna Costanza Xares!”.
“Perché ci hanno mentito?”, urlò il calzolaio. “Cerchiamo quella vera,
e accoppiamola!”.
Don Fernando, alla vista del cadavere di donna Costanza, avvampò
d’ira; sguainò la sciabola, la brandì e vibrò un tal fendente al
fanatico assassino che aveva scatenato quelle atrocità che l’avrebbe
diviso in due, se questi, con un balzo, non si fosse sottratto alla
furia del colpo. Ma non poteva resistere alla folla che gli si gettava
addosso. “Salvate i bambini, don Fernando, addio!”, gridò Josefe.
“Uccidetemi, tigri assetate di sangue!”. E si gettò spontaneamente in
mezzo a loro, per porre fine alla lotta.
Mastro Pedrillo l’abbatté con la mazza, e tutto spruzzato del suo
sangue, urlò: “Mandatele dietro all’inferno il suo bastardo!”.
E si fece di nuovo avanti, non ancora sazio di uccidere.
Don Fernando, eroe divino, stava ora con le spalle appoggiate alla
chiesa; con la sinistra teneva i bambini, con la destra la sciabola; a
ogni colpo, un uomo cadeva al suolo fulminato; non si difende meglio
un leone. Sette di quei sanguinari giacevano morti davanti a lui, lo
stesso principe della masnada satanica era ferito. Mastro Pedrillo,
tuttavia, non si fermò finché non ebbe strappato dal suo petto,
afferrandolo per le gambe, uno dei due bambini, e, descritto in aria

un gran cerchio, non l’ebbe sfracellato contro l’angolo di un pilastro.

Allora tornò la calma, e tutti si allontanarono.
Don Fernando, quando vide steso davanti a sé il suo piccolo Juán, con
il cervello che usciva dalla fronte, alzò gli occhi al cielo, in un
dolore senza nome. L’ufficiale di Marina gli si avvicinò, cercò di
consolarlo, e gli assicurò che gli rincresceva della propria inerzia
in quella sventura, benché giustificata da varie circostanze; ma don
Fernando gli disse che non aveva niente da rimproverargli, e lo pregò
soltanto di aiutare a portar via le salme.
Furono portate, nell’oscurità della notte che avanzava, in casa di don
Alonzo, e don Fernando le seguì, versando molte lacrime sul viso del
piccolo Filippo. Passò la notte in casa di don Alonzo e esitò a lungo,
con falsi pretesti, a informare sua moglie dei particolari della
sciagura; un po’ perché era inferma, e un po’ perché non sapeva come
avrebbe giudicato il suo comportamento in quella circostanza. Ma poco
tempo dopo, informata per caso da un visitatore di tutto quello che
era successo, l’eccellente dama sfogò piangendo in silenzio il suo
dolore materno, e un mattino, con un’ultima lacrima che le brillava
negli occhi, gli gettò le braccia al collo e lo baciò. Don Fernando e
donna Elvira adottarono il piccolo estraneo; e, paragonando Filippo a
Juán, e come li aveva avuti, don Fernando sentiva quasi di doversene
rallegrare.



(Das Erdbeben in Chili, 1807)




 

Gizmo

Io se fossi Dio, non avrei proprio più pazienza, inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio universale. (Giorgio Gaber)

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