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La città mutante


Convegno - Mostra - Laboratorio - Seminario



Padova 14 - 15 - 16 giugno 2011


Auditorium Centro Culturale Altinate / San Gaetano


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14 giugno 2011


Convegno Internazionale


La città mutante:


Barcellona, Veneto Centrale, Monaco, Randstad


Presenta: Andrea Colasio


Introduce: Margherita Petranzan


Coordina: Paola Viganò


9,30 - 13,00: Elisabeth  Merk, Bernardo Secchi, Victor Tenez, Bart Vink.


15,00 - 18,00: Stefano Boeri, Aldo Bonomi, Massimo Cacciari, Vittorio Gregotti, Carlo Olmo, Paolo Urbani


Modera:  Davide Ruzzon


Confrontare quattro aree post-metropolitane europee può dare la misura delle declinazioni dell’idea di città mutante. Analoghe spinte alla dispersione, infatti, si confrontano con resistenze assai diverse: sarà proprio la descrizione di queste ultime a chiarire l’idea di mutazione della metropoli in atto.



15 giugno 2011


Il Veneto Centrale


Proposte e idee per il governo della mutazione


9,00-11,00: Presentazione della Mostra-Laboratorio


Il Progetto dell’isotropia


A cura di Bernardo Secchi, Paola Viganò e Lorenzo Fabian.


Interviene: Giovanni Battista Furlan.


11,00-13,00: Dibattito


Marco Biraghi, Francesco Moschini, Margherita Petranzan, Corrado Poli, Franco Purini, Francesco Taormina.


Modera: Davide Ruzzon.


Padova nella città diffusa


Presiede Ivo Rossi, Vice Sindaco Città di Padova


15,00-18,00:  SEMINARIO


Giuseppe Cappochin, Paolo Feltrin, Franco Frigo, Ezio Micelli, Aldo Peressa, Margherita Petranzan, Davide Ruzzon, Paola Viganò.



16 giugno 2011


I riflessi sul sistema economico


9,00-13,00: Seminario


Introduce: Flavio Zanonato, Sindaco Città di Padova.


Modera: Omar Monestier, direttore de Il Mattino di Padova.


Alessandro Busca, Mario Carraro, Giancarlo Corò, Roberto Furlan, Stefano Micelli, Tiziano Nicolini, Gianni Potti, Luca Romano, Fernando Zilio.


Quali ricadute sul sistema economico sono auspicabili e quali sono quelle possibili, grazie alla progressiva realizzazione di un progetto  che veda il territorio veneto trasformarsi nella direzione proposta?



8 giugno 2011



 

 

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In data 18 gennaio 2011 si è tenuto il Seminario sul PGT di Milano presso la Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano. Tra gli interventi tenuti dagli ospiti presenti all’iniziativa si è distinto quello del Professore Cesare Macchi Cassia, incentrato sulla necessità di impegno etico-politico da parte degli architetti che concorrono, a diverso titolo, alla definizione delle trasformazioni della città. 

 




La qualità della città


Cesare Macchi Cassia



Mi è stato chiesto dagli organizzatori del seminario un contributo sul tema della qualità della città alla luce dei lavori e dei contenuti del nuovo piano di Milano.


Non vi è occasione più importante perchè una città rifletta sulla sua qualità civile, culturale e politica, che quella offerta dalla preparazione di un nuovo scenario di sviluppo. Milano attendeva questa occasione da trent’anni: tre decenni nei quali la città – ossia in primo luogo la società e l’economia, ma anche la fisicità – sono radicalmente mutate.

E’ di fronte alle potenzialità dell’occasione che va quindi valutato il riflesso che il Pgt può avere sulla qualità di Milano. Più che attraverso un giudizio sulle singole scelte del piano.

Per questo motivo io offrirò alla discussione alcune annotazioni sui modi con i quali i lavori e i contenuti del piano ci parlano della qualità della Milano di oggi, e possono contribuire a quella di domani. Ma vi è anche un altro motivo per la specificità del mio intervento: questo seminario si tiene all’interno dell’Università, un luogo dedicato alla ricerca e all’insegnamento,  ossia all’avanzamento disciplinare e alla trasmissione di un’etica professionale. 


Negli anni precedenti il Piano vigente, gli anni Sessanta, era proprio dell’intellighenzia italiana vedere l’impegno professionale e quello culturale come un tutto, e intendere questo impegno come il proprio contributo “politico” alla società e al Paese. 

In quegli anni Casabella di Rogers e Urbanistica di Astengo testimoniavano di una unitarietà culturale di fondo, e illustravano in Europa la specificità dell’apporto italiano al progetto urbano.  

Rogers, chiamato al Comitato nazionale di studi dell’INU presieduto nel ‘57 da Samonà, affermava «…non essere sufficiente alcun discorso che consideri il processo storico dell’urbanistica solo individuando le relazioni formali esistenti, senza avviarle a nuove relazioni che implicano l’evoluzione delle forme». 

Astengo, a commento del suo progetto di maggior impegno e contenuto discilinare – il piano di Bergamo ¬– parlò del piano come del «… processo progettuale basato sulla insopprimibile invenzione delle grandi scelte spaziali, sulla percezione del senso dei luoghi e sulla costruzione, tutta mentale, di una nuova realtà spaziale». 

Queste parallele visioni da un lato mettevano in evidenza l’utilità della posizione progettuale come contributo all’avanzamento civile della comunità, dall’altro sottolineavano il ruolo fondamentale della forma al suo interno. Si trattava di percorsi insieme culturali e politici che rappresentavano il lavacro dall’idealismo seguito alla guerra e alla tragedia della sovrapposizione tra architettura razionalista e dittatura. L’astinenza dall’idealismo consentiva in quegli anni di affrontare la realtà a partire dal proprio ruolo, dalle proprie competenze, da un’etica personale che ordinava ogni azione e contributo.


Negli anni Settanta, l’atteso e desiderato ritorno alle facilitazioni dell’idealismo annullava l’impegno di due decenni e provocava la rottura tra cultura, professione e ricerca, portando alla perdita dell’etica del lavoro, e di conseguenza all’impossibilità dell’impegno politico attraverso le proprie competenze. 

Culture meno intrise di ciò che Philip Roth ha indicato, alla fine del ‘900, come “la terribile tentazione dell’idealismo” hanno sviluppato la riflessione sulle responsabilità degli intellettuali. In “Ho sposato un comunista”, Roth fa dire a Glucksman, professore di liceo di Nathan Zuckerman:  «Lei deve imparare a padroneggiare il suo idealismo, le sue virtù come i suoi vizi, a padroneggiare esteticamente tutto ciò che la spinge a scrivere: lo sdegno, la politica, il risentimento, l’amore! Cominci a predicare e a prendere posizione, cominci a trovare superiore la sua prospettiva, e lei non varrà nulla come artista….. Lei vuole ribellarsi alla società? Le dirò io come si fa: scriva bene». 

 

 

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Nei nostri giorni, in nessun modo un discorso politico viene portato avanti attraverso un impegno di qualità professionale. Un esempio che ci tocca da vicino e che cito con rammarico è quello del nostro collega che, presentandosi alle primarie per le elezioni comunali, ha dichiarato di voler abbandonare il lavoro di architetto. Non ritenendo di poter svolgere un ruolo politico attraverso la sua esperienza professionale, ha sentito la necessità di dare ai suoi potenziali elettori la garanzia di non sovrapporre i due ruoli. 

Una posizione questa  che non sarebbe stata pensabile per i nostri maestri degli anni Sessanta, per un chiaro motivo: essi perseguivano l’impegno civile in primo luogo attraverso la qualità e il significato etico del proprio lavoro. Anche quando, è il caso di Astengo, venivano assunte dirette responsabilità della cosa pubblica.    


Il Pgt di Milano è un parto dei nostri giorni: ha rappresentato nei lavori preparatori, rappresenta nei contenuti, e conferma con le osservazioni ufficiali che sta ricevendo, il livello qualitativo attuale della città. 

Il Pgt è un fatto tecnico che non riesce a divenire un discorso politico; da un lato non traspare dai suoi lavori una intesa tra amministratori e estensori, dall’altro l’impegno dei tecnici non è riuscito a spiegare agli amministratori cosa avrebbe dovuto essere un piano in grado di avvicinarsi ai problemi che Milano da anni si trova di fronte laddove essa vive. 

Come parlare del piano alla politica? Il P.g.t. non è stato steso dagli uffici urbanistici del Comune, ma da tecnici autonomi, esterni all’Amministrazione e da essa direttamente incaricati. 

Una Amministrazione che segue quelle che decisero di lasciare la città senza una riflessione progettuale sul proprio futuro e che produssero il Documento Programmatico teorizzatore del superamento del piano. Ma una Amministrazione che opera oggi in base alla nuova legge urbanistica regionale che fa propri alcuni dei modi tentati da molti di noi negli ultimi decenni per rendere più significativo il piano: la possibilità di introdurre progetti urbani entro il progetto del piano, la sostituzione degli standard con i servizi, la perequazione, e soprattutto l’invito a progettare il Piano dei Servizi – ossia la forma strutturale della città – a livello intercomunale. 

Parlare del piano alla politica significa assumere una posizione civile attraverso l’autonomia dell’architettura, e in tal modo offrire un contributo ‘politico’. 

Se leggiamo i documenti del Pgt, noi non ritroviamo quella assunzione di responsabilità rispetto al piano da parte della politica, che l’impegno dei tecnici deve innanzitutto  garantire. Non vi è individuato, nè ricercato il ruolo di Milano, e di conseguenza non è percepibile una innovata immagine della città. 

In questo senso il Piano denuncia le sue carenze qualitative, a partire dalla incapacità di  elevarsi al di sopra della scala locale, e quindi dal suo non parlare della Milano vera ai milanesi tutti.

 

 


La conseguenza e la verifica di ciò è che, nonostante le ampie quantà edificatorie messe in campo al momento di una adozione raggiunta solo con il consenso dell’opposizione, le osservazioni dei veri referenti dell’Amministrazione comunale – gli operatori immobiliari – denunciano in questi giorni l’impossibiltà di comprendere gli obiettivi del Pgt. La motivazione sta nella assenza di traguardi alti da parte del piano. Contro di essi nessuna parte della società potrebbe apertamente schierarsi, pena la auto-esclusione da un comune discorso. 

I giornali ci hanno informato che l’eterno Ligresti chiede di costruire dai margini della città consolidata fino al Cerba senza soluzione di continuità, come già fatto fino a Rozzano, annullando la continuità est-ovest del ParcoSud; Cabassi non è soddisfatto dell’edificazione che si ritroverà sulle aree dell’Expo, la prima Esposizione mondiale prevista su aree non pubbliche; le Società cui fanno capo le due squadre di calcio milanesi chiedono di avere mano libera nello sfruttamento delle aree circostanti lo stadio Meazza; le Ferrovie vogliono meno parco e più edifici di lusso sugli scali dismessi. 

Il tutto nella diffusa e verificata convinzione che queste capacità edificatorie non servono alla città in quanto non esiste per esse mercato, ma devono solo convincere le banche a rifinanziare i debiti accumulati dai developers. Il tutto nella consapevolezza che la risposta a alcune di queste richieste fatte al Comune, al di la delle risposte che verranno date, non sta nelle mani degli amministratori milanesi, ma in quelle della Provincia, responsabile dei Piani di cintura che coinvolgono le aree milanesi del Parco Sud.    


 

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Milano non è quella di cui parla il Piano, nè quella cui il piano parla. Milano deve riprendere il ruolo storico di sollecitatrice del suo intorno, affinchè possa continuare a esserne la capitale geografica. Milano non è una città, è sempre stata un territorio: oggi un territorio urbano. La sua parte più interna, quella entro i confini municipali, è solo un quartiere della città. Questo quartiere ha subito uno scadimento funzionale e qualitativo, e quindi è giusto occuparsene, e il Piano lo fa bene. Ma questo è solo uno dei problemi che oggi ha la città, e certamente non il più importante. Il Pgt appare infatti come un piano particolareggiato per questo quartiere, non uno scenario per la città. 

La qualità consisterebbe nel lavorare sul quartiere centrale a partire dalla città vera, disegnando l’interno a partire dall’esterno. Le occasioni sono molte: l’avvicinamento al tessuto del quartiere centrale dei due grandi parchi a settentrione e a meridione, il Parco Nord e il Parco Sud; le regole da fornire ai tessuti centrali tramite la relazione con le fasce verdi del Lambro a est, dei parchi e degli ippodromi a ovest; la presa di coscienza che le tre grandi strade metropolitane in costruzione da parte della Regione ¬– TEEM, Brebemi e Pedemontana – e la successiva Tangenziale Ovest Esterna disegneranno la forma strutturante della Milano dei prossimi anni; la messa in luce di una forma urbana contemporanea attraverso il disegno reticolare che si ottiene srotolando la fascia circolare costituita dal doppio anello dei grandi vuoti urbani e dalle radiali storiche; infine, l’utilizzazione della omogeneità politica di tutti i livelli istituzionali di governo del territorio urbano, dal Comune centrale alla Regione, dalle Province coinvolte a molti Municipi, per proporre un disegno coerente con la nuova dimensione culturale, prima ancora che fisica, della città contemporanea.  


Concludendo, io credo che il Pgt abbia poco a che fare con la qualità possibile di Milano. In ciò esso si affianca alla incapacità – da parte di imprenditori economici parassiti della città e non suoi costruttori – di andare al di là dell’edilizia per dimostrare i propri talenti.

Ma penso anche che la carenza di qualità della Milano dei nostri giorni sia rappresentata dalla nostra incapacità di capire quale responsabilità ci assumiamo come tecnici e uomini di cultura quando non comprendiamo a fondo la scena cui collaboriamo: sia essa quella del Documento direttore del 2000, del Pgt del 2010, dell’Esposizione del 2015. 


Quando, in definitiva, trascuriamo il valore politico del nostro lavoro di architetti.



Milano, 1 febbraio 2011

 


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Degli strani oggetti sono apparsi nel centro storico di Madrid: nei pressi del Museo Municipale e del Tribunale, sei volumi dalla pianta poligonale e caratterizzati da differenti altezze occupano la piazza Barcelò.


Duplice e mutevole è il loro ruolo. Di notte, quasi si trattasse di sovradimensionati “arredi” urbani, i sei volumi sono dei dispositivi luminosi; di giorno diventano spazi asettici e privi di peculiari caratteristiche che fungono da sfondo alla frenetica attività per cui sono stati realizzati, il Mercato Barcelò.


In realtà si tratta di una costruzione temporanea commissionata dal Comune di Madrid allo studio Nieto Sobejano Arquitectos per compensare un deficit programmatico: l’edificio del nuovo Mercato Barcelò, progettato dal medesimo studio, è attualmente in costruzione nel lotto attiguo alla piazza.


La flessibilità della costruzione rende ragione di molte delle caratteristiche del progetto: dei semplici sistemi costruttivi impiegati, del sistema di illuminazione e dei materiali utilizzati, ma anche della scelta di frammentare lo spazio dedicato al mercato. Compiuta la sua attuale funzione, la costruzione potrà infatti essere smontata e i singoli volumi potranno essere riutilizzati in altri luoghi per ospitare attività anche diverse da quella odierna.


Accanto alla città statica, a Madrid prende forma una città in cui le regole di base del capitalismo non sono più valide: una città instabile, mutevole ed ecologica, caratterizzata da attrezzature pronte a rispondere a richieste funzionali variabili e che compaiono solo quando se ne ha necessità.


Gabriella Lo Ricco


18 novembre 2000

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progetto Expo 2010

 

 

L’altra Expo di Emilio Battisti



di Daniela Villa


 

 

A fine aprile del 2010 è stato presentato il masterplan definitivo per l’Expo 2015, espressione del tema “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”, evidentemente ridotto rispetto alle linee guida del 2008: scomparsa la distesa di padiglioni, scomparsa la torre di 200 m. A ottobre ci sarà l’appuntamento con il BIE (Bureau International des Expositions) per dimostrare l’avvenuta acquisizione da parte della Società Expo dell’area di Rho-Pero destinata alla manifestazione (circa 1 milione di mq per l’attuale valore agricolo di 200 milioni di euro), che darà il via libera all’apertura dei cantieri. 


Nel frattempo però liti interne hanno portato alle dimissioni dell’amministratore delegato della Società Lucio Stanca – a cui è succeduto Giuseppe Sala –, e non si è ancora arrivati a un accordo sulle modalità di acquisizione dei suddetti terreni (di proprietà di Fondazione Fiera e del gruppo Cabassi), da cui dipende anche il destino post-Expo degli stessi. Il sindaco di Milano Letizia Moratti e il presidente della Provincia Guido Podestà propendono per il comodato d’uso offerto dai proprietari, mentre il presidente della Regione Roberto Formigoni non lo ritiene conveniente e propone l’acquisto delle aree, dapprima con l’idea di una NewCo a capitale pubblico formata da Comune, Provincia e Regione, ora di una società mista di cui farebbero parte anche Fiera e Cabassi.


La decisione viene rimandata a settembre, mese in cui sono previsti i secondi Stati Generali dell’Expo, ma intanto si pensa già alla possibilità di presentarsi all’appuntamento di ottobre con un “mini-accordo”, in cui i proprietari privati si impegnano a mettere a disposizione i terreni e gli enti locali a scegliere definitivamente una via di acquisizione. Una “promessa”, insomma, che non fa che rimandare la questione. 


Sembra che la “macchina” dell’Expo non si voglia mettere in moto, ma  parallelamente continua il lavoro di gruppi di studiosi e professionisti che riflettono sulle opportunità offerte dall’evento alla città e si impegnano a formulare critiche propositive.


 

 

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Giuseppe Sala con Jacques Herzog

 

 

 

 

 

 Il 28 marzo del 2009 Emilio Battisti e Paolo Deganello, entrambi architetti e docenti di architettura, hanno redatto una petizione, appoggiata da amici e colleghi dell’Ordine degli Architetti di Milano, sottoposta poi alle istituzioni, con l’obbiettivo di raccogliere firme per una sostanziale revisione del programma della manifestazione, che conduca a una “Expo diffusa e sostenibile”. 


L’appello di Emilio Battisti é chiaro: «La manifestazione per l’Expo così come concepita dal BIE è totalmente anacronistica nel tempo della crisi: invece di sprecare capitali , territorio e cubatura per costruire un “luna-park” di padiglioni (si riferisce al masterplan concettuale del 2008), che a manifestazione ultimata, dovranno essere demoliti, è necessario investire le risorse per una sostenibilità ambientale e sociale di quanto è già edificato e urbanizzato».


 

 

 

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Expo diffusa e sostenibile © Emilio Battisti

 

 

 

Milano dovrebbe diventare esempio di città che non investe risorse pubbliche  e private solo per un contingente rilancio di investimenti e occupazione, ma che usa l’evento quale occasione di riqualificazione della sua abitabilità complessiva, urbana , rurale e metropolitana: recupero di strade e spazi pubblici, monumenti, architettura e rilancio dell’agricoltura conservativa.


Tra gli altri, anche Giancarlo Consonni  sostiene una Expo diversa: «Fare della manifestazione non un intervento/evento separato dal contesto, ma un’occasione per valorizzare elementi qualificanti della città e della regione ospitanti e per mostrare effetti di politiche virtuose e buone pratiche in coerenza con il tema dell’esposizione». 



La  petizione nello specifico chiede:


- La realizzazione di una Expo senza nuovi padiglioni confinati in un sito, ma “diffusa” sul territorio, fino a investire l’intera regione, e “sostenibile” dal punto di vista ambientale e sociale.

In alternativa l’utilizzo di strutture già esistenti e disponibili o rese tali con l’avvio di cantieri medio-piccoli di riqualificazione (in grado tra l’altro di incentivare l’occupazione molto più di quanto avvenga per i grandi interventi), così che il visitatore possa anche venire a conoscenza del patrimonio storico e artistico di Milano.


Il sistema espositivo dei “grandi eventi” sarebbe ospitato nel sistema fieristico e congressuale di Rho-Pero e FieramilanoCity al Portello; nei parchi urbani e metropolitani dotati di attrezzature e servizi (Ippodromo, Parco di Trenno, Bosco in Città, Parco delle Cave, Parco Nord Milano, Parco Forlanini, Idroscalo, Parco Azzurro); in sistemi espositivi articolati attorno ai tre parchi storici lungo la cerchia dei Bastioni, connessi a edifici monumentali (Parco Sempione, Ex Giardini Pubblici I. Montanelli, Parco Basiliche-Archeologico); all’interno di musei e gallerie (facendo una selezione tra 30 musei, anche in territorio provinciale, e 100 gallerie d’arte); chiostri e cortili di edifici monumentali; aree dismesse in attesa di trasformazione, attualmente già utilizzate per manifestazioni e eventi (come l’area dei Gasometri per il circuito del Fuori Salone).


Il sistema degli “eventi collaterali” potrebbe essere allestito nelle Università, Accademie e Centri-studio, nei Centri culturali di altri Paesi, nelle ville, palazzine e complessi monumentali connessi a parchi, anche in provincia. Inoltre l’occasione offerta dall’Expo di utilizzare per microeventi  e manifestazioni i servizi e i parchi realizzati nelle aree degli storici quartieri di edilizia residenziale (come il Gallaratese) e dei più recenti PII e PRU potrebbe  favorire la ricercata continuità con il tessuto della città e rompere il carattere di “enclave”.

Il tutto con interventi che garantiscano una riduzione del fabbisogno di energia o l’autosufficienza energetica nel caso di sedi espositive, una “rigenerazione ambientale” che prevede la creazione di “nicchie microclimatiche” lungo il sistema degli spazi aperti urbani correlati alle sedi espositive.


- Il potenziamento e la razionalizzazione delle infrastrutture a servizio della mobilità già esistenti, anziché investire in nuove infrastrutture “spettacolari” per raggiungere il sito dell’Expo, occasione per completare i progetti in corso e realizzarne di nuovi, inseriti in un quadro d’insieme che pensi  al dopo-Expo.


Consonni a tal proposito ha affermato: «Del tutto sottovalutato è il problema dell’accessibilità al luogo scelto per l’Expo. Si preferisce stupire come in uno spettacolo di magia. Un primo coniglio estratto dal cappello è la nuova “Via d’acqua” pensata per collegare la Darsena milanese con il sito della esposizione. I proponenti non si sono nemmeno posti il problema da dove attingere l’acqua (visto che non può certo scorrere in salita) né di come superare il dislivello fra Milano e Rho/Pero, per non dire dei guasti prodotti sui luoghi attraversati. Con lo slogan “Potrete raggiungere Rho, la Fiera e l’Expo in battello!” si punta su scenari alla Disneyland».


- La riqualificazione degli scali ferroviari dismessi.


- Il recupero delle cascine del Parco Sud per ospitare strutture di ospitalità e ristoro.


- La riqualificazione del centro urbano orientata all’autosufficienza energetica dei 90.000 appartamenti sfitti e dei 300.000 mq di terziario inutilizzato, per ospitare spazi espositivi e luoghi di ristorazione  a basso costo, gestiti dai paesi espositori (poi riconvertiti ad attrezzature residenziali e di ristoro a prezzo calmierato); la scala dell’evento e il tipo di partecipazione sarebbe in grado di mobilitare molti interessi privati, stimolati anche dall’assegnazione di incentivi e dalle agevolazioni fiscali per il risparmio energetico.



A fronte delle più di 1350 adesioni, a luglio del 2009 si è costituita l’associazione dell’Expo Diffusa e Sostenibile (EDS), che si propone di dare concretezza all’iniziativa, attraverso le analisi e le iniziative di quattro gruppi di lavoro: Territorio e Sostenibilità – coordinato dallo stesso Battisti–, Agricoltura e Nutrizione, Mobilità e Trasporti, Economia e Occupazione.

Il team ha individuato un quadro strategico di livello territoriale in grado di concretizzarsi in quella che è definita “l’armatura della futura area metropolitana sostenibile”, vera eredità che resterebbe ai cittadini milanesi e lombardi. Il piano è stato presentato agli Stati Generali Expo del 16 e 17 luglio 2009, in presenza delle cariche istituzionali.


Ora, assolti gli obblighi formali con il BIE, tra cui quello di individuare tassativamente un sito riservato all’Expo, e preso atto del dovuto ridimensionamento delle infrastrutture in progetto per mancanza di finanziamenti, Battisti ritiene doveroso almeno riconsiderare il rapporto tra il sito e il “fuori Expo”, che potrebbe assomigliare al “fuori Salone del Mobile”, oggi forse divenuto più importane del Salone stesso.


«Un’ Expo che nasce dalla crisi ha la necessità di rinnovare la formula dell’evento. I suoi effetti dovrebbero accordarsi con l’attuale fase di rinnovo degli strumenti urbanistici» (PGT).

 


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Già l’accettazione dell’ipotesi elaborata dagli ideatori del masterplan Stefano Boeri, Ricky Burdett e Jacques Herzog , quella di un “orto planetario” come elemento distintivo dell’Expo, «il cui mantenimento e ruolo sarà la vera eredità dell’Expo», mentre «le future costruzioni dovranno posizionarsi solo a livello perimetrale» a detta dello stesso Boeri; lo sforzo di progettare altre due articolazioni dell’Expo, la Via d’Acqua e delle Cascine, e la Via di Terra e della Conoscenza, nonché il progetto dei Raggi Verdi sembrano andare verso quest’ipotesi di lavoro innovativa, ma rientrano in un ambito cittadino, solo parzialmente metropolitano, quindi risultano ancora insufficienti a risolvere gli squilibri provocati dal sito Expo. 


Inoltre ci sono ancora troppi aspetti poco chiari, come per esempio le effettive dimensioni dell’ Expo Village, un “quartiere” di 160 edifici in linea lungo il canale a nord-est e altri due “residence”, uno a sud di Milano e l’altro nell’area di Cascina Merlata a sud dell’ Expo; la destinazione di altre cinque aree circostanti (le cui superfici sommate sono addirittura superiori a quella dell’Expo vera e propria), cosiddette “di sviluppo urbano soggette al concept masterplan” nel  2009, di cui non si parla più nel progetto consegnato lo scorso aprile; infine la distribuzione delle risorse fra i tre progetti, area Expo, Via d’Acqua , Via di Terra ( è già stato detto che il recupero delle cascine non potrà farsi coi fondi Expo). 


La proposta di Battisti e di molti altri colleghi che si muovono nella sua direzione può a prima vista sembrare un atto di rinuncia  da parte della disciplina  nei confronti del gesto progettuale, ma risulta troppo urgente  per Milano il bisogno di fermarsi a riflettere sulla propria situazione, e non potrà che essere una  dimostrazione di buon senso quella di cogliere finalmente l’opportunità di rimettere in sesto il proprio territorio per poi davvero affrontare il futuro a testa alta.

 

 

Milano, 18 aprile 2010


 

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24 giugno 2010  -  Nelle News di GizmoReview compare una segnalazione dal titolo «Sui numeri» in cui si rendono note, per sottolineare i numerosi cantieri aperti nella città, le cifre diffuse da Palazzo Marino delle gru presenti a Milano: «dopo quarant’anni di decrescita, Milano “entra in un nuovo ciclo”. Confermato anche dal numero dei cantieri: più di 3.500 nel capoluogo e 15.100 in provincia. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di interventi privati (4.700, contro 400 di iniziativa pubblica): gli edifici coinvolti sono 3.300, in costruzione o ristrutturazione, mentre 150 sono le opere destinate a un uso collettivo, come le scuole, box, teatri, musei, social housing e biblioteche.»

 

7 luglio 2010 - Nelle News di GizmoReview compare un’altra segnalazione dal titolo «Let’s play…», in cui si legge: «Votare affinché Milano rientri tra le 22 città che saranno rappresentate nella nuova versione del Monopoli [...] che presto subirà un restyling. A lanciare l’appello - dopo il consiglio comunale, in assetto bipartisan - è il sindaco del capoluogo lombardo, Letizia Moratti, mobilitata per far sì che la nuova versione del gioco di società Monopoli riservi una casella al nome del capoluogo lombardo.».

 

Apparentemente nessun collegamento tra le due segnalazioni, tratte da due diverse testate giornalistiche.

 

Ma quando si legge il testo di Curzio Maltese intitolato «Milano, i nuovi oligarchi» e  pubblicato nel 2007, si rimane sconcertati per la coincidenza di senso e di terminologie utilizzate:

 

«La città appare immateriale, avvolta in una nuvola di affari che portano altrove, alla City Londinese o a Pechino. Non si produce più nulla di concreto e la vecchia città fabbrica ha lasciato orbite nuove, crateri di buio e di fango. Ma se si sale all’ultimo piano del Pirellone la prospettiva cambia, la sensazione fisica è travolgente. Gru, gru e ancora gru, a perdita d’occhio. Una foresta, un esercito di giganti al lavoro. Un cantiere di sei milioni di metri quadrati - l’area delle vecchie fabbriche - , una ricostruzione da dopoguerra. Anzi, più che dopo i bombardamenti. Tutti, vecchi e nuovi si sono catapultati a mettere le mani sul corpo della città. L’intramontabile Ligresti si è preso la testa dell’ex Fiera; la Fiat, l’ex Om; gli americani del gruppo Hines, e visere commerciali tra Garibaldi e Isola, dove sorgerà la Città della moda; le cooperative e Bazoli di Banca Intesa, in società con EuroMilano, hanno occupato il cuore dellla Milano operaia, la Bovisa [...]. La fetta più grossa, i polmoni a nord e a est, è finita nelle mani del più misterioso degli oligarchi, Luigi Zunino [...] che, soltanto a Milano, ha avviato due progetti di città nella città con Renzo Piano e Norman Foster, l’ex area Falck e Santa Giulia, per due milioni e mezzo di metri cubi. Città ideali, con grattacieli trasparenti sospesi come palafitte su immensi parchi, case ipertecnologiche, sedi universitarie, centri congressi, vivai d’impresa, moderne agorà teatri, multisale, sistemi di trasporto e di riscaldamento a idrogeno: il Rinascimento prossimo venturo. “I più ambiziosi progetti urbanistici mai visti in Italia dal dopoguerra”, si vanta Zunino, e non esagera. Qualcosa al cui confronto Milano 2, il microcosmo fondante dell’ideologia berlusconiana appare come un modellino Lego.

È l’affare del secolo, il grande Monopoli.»

 

Ancor più interessante è l’intervista che Maltese rivolge a Zunino. Sebbene alcuni dei progetti in questione siano a distanza di 3 anni da quell’intervista in una fase di stallo, le parole dell’imprenditore piemontese aiutano a comprendere  il punto di vista dei nuovi committenti che trasformano la città contemporanea e gli utenti a cui sono rivolti i loro investimenti. Alla domanda di Maltese che chiede il motivo per cui un milanese dovrebbe comprare, al prezzo di un appartamento in Montenapoleone, una casa a Sesto San Giovanni o vicino a Linate, Zunino infatti risponde:

 

«Perchè vive meglio che in centro, fa un investimento e forse perchè non è un milanese.

 

Sa qual è il vero problema di Milano?

 

Che attira soldi da cinque continenti ma non persone. Gli uomini d’affari vengono, concludono e scappano. Il 40 per cento degli appartamenti di Santa Giulia è già prenotato da businessman stranieri, inglesi, francesi, tedeschi americani, giapponesi, cinesi. Berlusconi vendeva sicurezza a una borghesia milanese spaventata dagli anni di piombo. Noi vendiamo un investimento e uno stile di vita ai manager internazionali.»

 

Gabriella Lo Ricco

 

 

Milano, 7 settembre 2010

 

Gizmo

Hacking significa solamente costruire qualcosa rapidamente o testare i limiti di ciò che può essere fatto. Come la maggior parte delle cose, può essere utilizzato per fini giusti o sbagliati, ma la stragrande maggioranza degli hacker che ho incontrato sono idealisti che desiderano avere un impatto positivo sul mondo. (Mark Zuckerberg)

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