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Giallo a Milano


di Linda Stagni 

 


Il 12 aprile 2007 a Milano, in zona Paolo Sarpi, la comunità cinese improvvisamente prende la parola, arrivando, in seguito a una rivolta urbana, alla ribalta delle principali testate giornalistiche e dei tg nazionali. L’azione dura ben meno rispetto alla scia di polemiche, manifestazioni, dissensi ma anche confronti e dibattiti che seguiranno.

 

Il film documentario di Sergio Basso «Giallo a Milano» prodotto da La Sarraz Pictures, girato nella primavera 2009 e selezionato al 27° Torino film festival, partendo da questi avvenimenti scava e ricerca – non solo in lingua italiana – le logiche e le relazioni della città cinese milanese: intervistando gli abitanti del quartiere e dando spazio alle loro storie in un confronto con la controparte italiana, giunge a un ritratto complesso e interessante di una parte di Milano che poco mostra di sé (o che poco siamo interessati a conoscere).

 

A distanza di tre anni dagli scontri, alla luce di altri avvenimenti e delitti trascorsi,  il 18 febbraio 2010, il film esce nelle sale italiane. Al momento attuale in cui l’area è teatro di forti cambiamenti come l’imminente pedonalizzazione di via Sarpi e il susseguente spostamento del commercio all’ingrosso in aree più periferiche, il fenomeno “chinatown” tornato silente ma non inoperoso, reagisce con pronto spirito imprenditoriale che potremmo definire “brianzolo”.

Proprio oggi, sarebbe interessante discuterne gli effetti e vedere cosa è cambiato e cosa accade: attendiamo con ansia una proiezione milanese.

 


Milano, 29 marzo 2010

 

 

 

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Sergio Basso si è diplomato in Regia al Centro Sperimentale di Cinematografia. Ha un diploma triennale di regia e recitazione con Jurij Alschitz, sotto l’egida della Gitis, Accademia d’Arte Drammatica di Mosca.

In teatro ha lavorato, tra gli altri, con Pëtr Fomenko, Eimuntas Nekrosius, Peter Clough, Philippe Delaigue. È laureato in Lingue e letterature Orientali all’Università Ca’ Foscari di Venezia. È cultore della materia in Storia dell’Arte Orientale presso l’Università La Sapienza di Roma.

Tra i suoi lavori:

2009, documentario “Giallo a Milano”: regia, soggetto, sceneggiatura, Operatore

2008, documentario “Leonardo”: partecipazione, aiuto regista

2007, documentario “Il viaggio di Gesù”: regia, soggetto, sceneggiatura

2006, “La stella che non c’è”: aiuto regista

2005, documentario “Quando Capita di Perdersi”: regia, soggetto, sceneggiatura, fotografia, produttore, Riprese

2004, “Mitraglia e il Verme”: aiuto regista

 


Leggi l’intervista a Sergio Basso su “Giallo a Milano”  www.cinemaitaliano.info

 


 Vedi il trailer www.corriere.it

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Alberto Savinio, La cité des promesses

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Per quale Milano


Idee di città



Tra le molteplici forme di crisi che colpiscono il presente, una - non certo la più grave ma sicuramente tra le più odiose e insidiose - riguarda il prosciugarsi della capacità di immaginare il futuro che ci attende. Epoche precedenti la nostra, in questo senso, non soltanto hanno costruito la propria città fisica, ma hanno anche immaginato la città futura, in questo modo determinandone - almeno in parte - il destino. Oggi, al contrario, l’immaginario di città, al pari di ogni altra proiezione orientata al futuro, sembra essersi esaurito. Nel pensare a un incontro sul futuro della città di Milano siamo stati guidati da alcune aspirazioni comuni che hanno contribuito a definirne le caratteristiche, oltreché gli invitati. La prima: parlare di Milano e del suo futuro oltrepassando il dibattito immediato sull’Expo (sul quale peraltro esistono già fin troppi appuntamenti) e cercando di allargare la prospettiva a una dimensione temporale ulteriore, all’interno della quale possano tornare a circolare idee di città, e non soltanto la sua mera realtà. La seconda: che il confronto avvenisse a partire da punti di vista dichiaratamente differenti, senza l’ansia di individuare soluzioni immediate o anche soltanto comodi momenti di convergenza. Per questa ragione, oltre a un architetto, abbiamo invitato a intervenire anche uno scrittore, un  filosofo e un artista. La terza: che a discuterne vi fossero persone di generazioni diverse.

Qualcuno ha un’idea di quello che Milano - e in senso più generale la città - potrà diventare? Qualcuno riesce ancora a immaginare il suo e il nostro futuro, senza che ciò debba per forza assumere contorni apocalittici o profetici? Qualcuno ha un progetto?


Teatro Franco Parenti, Milano


domenica 18 aprile 2010, h. 20.30




Interventi di:

Italo Rota, architetto

Luca Doninelli, scrittore

Matteo Vegetti, filosofo

Bert Theis, artista


Coordina:

Marco Biraghi, storico dell’architettura




Organizzazione:

GIZMO (www.gizmoweb.org)

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milano che cambia

 

 

 

Segnaliamo un’iniziativa interessante riguardo la comprensione delle grandi trasformazioni che stanno cambiando strutturalmente l’assetto urbano della città di Milano. L’Ordine degli architetti di Milano ha infatti lanciato la  sezione “Milano che cambia - Un Atlante delle trasformazioni della città e della sua Provincia”, nell’idea dei curatori uno strumento per mappare complessivamente i progetti conclusi, in fase di costruzione o ancora in programmazione.


 

http://ordinearchitetti.mi.it/index.php/page,Milanochecambia

 


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Dall’articolo di Gabriele Cereda su “La Repubblica” si apprende che l’idea di “Ecocity” - messa a punto dalla holding Addamiano Engineering di Nova Milanese, e il cui masterplan è stato elaborato dall’architetto Massimo Roj* - è di trasformare l’ex-raffineria Lombarda Petroli di Villasanta in una cittadella ecosostenibile.


Dai rendering del progetto si visualizza uno scenario idilliaco fatto di edifici gradevoli, impeccabili dal punto di vista energetico, di civilissime piste ciclabili, di fiorenti attività commerciali, e di grandi spazi verdi invasi da gente felice che passeggia e respira a pieni polmoni l’aria tersa dell’eterna primavera lombarda.


Un bellissimo scenario. Oppure l’ennesima dimostrazione che dietro le retoriche dell’”eco-” - oggi più che mai - si nasconde qualcosa.

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* Massimo Roj è laureato in architettura al Politecnico di Milano, ed è iscritto all’Ordine degli Architetti di Milano dal 1986. È l’autore tra l’altro del re-styling delle due Torri della Stazione Garibaldi di Milano (presentate come «le prime “green tower” in Italia, cioè edifici autosufficienti dal punto di vista energetico, grazie a pompe di calore, serre biochimiche e pannelli fotovoltaici»).

Così Roj, in un’intervista a “DNews” dell’aprile 2009, esprime la sua concezione della Milano futura, da conseguire incentivando il rinnovo delle aree dismesse: «L’architettura ecosostenibile è il futuro di Milano ed è il tema su cui ci si muoverà nei prossimi anni. In Italia viviamo ancora sulle memorie del passato, ma la Spagna ed altri Paesi sono diventati famosi per il turismo legato all’architettura. A Pechino, ci sono visite continue agli edifici che hanno stravolto e cambiato il volto della città. E a Milano, per dire, ci sono svariati autobus di turisti che vengono a vedere la nuova università. L’architettura attira, è un dato di fatto. E anche Milano deve inserirsi in questo filone, facendola rinascere e puntando a una forte attrazione turistica».


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Luzhkov e Putin

 

Se Gogol nei suoi racconti aveva intuito in maniera sorprendente l’orizzonte verso cui la Russia si stava dirigendo a passo spedito, è invece probabile che per Mosca, che di quella Russia ottocentesca non era più nemmeno la capitale, neanche lo studioso più lungimirante avrebbe potuto azzardare un futuro così radioso.

Il panorama della città è infatti un trionfo di grattacieli, nuove frontiere del lusso e della tecnologia, di manifestazioni culturali e mondane cui presenzia spesso il jet-set dello star system internazionale, nonché di cantieri che promettono edifici ancora più sorprendenti di quelli appena inaugurati: eventi che di fatto conducono Mosca a confrontarsi e rivaleggiare direttamente con le più grandi e importanti città americane.

Benché negli ultimi tempi l’opinione pubblica generalista non si soffermi più di tanto a valutare i processi evolutivi delle grandi città mondiali, considerandoli spesso ed erroneamente come il naturale progredire delle tecnologie e delle arti umane, per Mosca l’origine di tale processo è invece riconducibile a due eventi precisi: le elezioni politiche che videro nel 1992 Yuri Luzhkov trionfare come nuovo sindaco di Mosca e la nomina, nel 1999, di Vladimir Putin a primo ministro della Russia.

Luzhkov, da tempo interessato a rinnovare il volto della sua città natale, non trovò mai in Boris Eltsin un complice adatto per avviare una cooperazione fruttuosa in tal senso e, infatti, sarà solo a sette anni dalla sua elezione a sindaco che, con il nuovo primo ministro, il progetto rivoluzionario per una nuova Mosca potrà ufficialmente vedere la luce.

Il presente moscovita è infatti lo specchio e il risultato dell’ultima grande rivoluzione russa, che ha sconvolto gli equilibri di una nazione che, fino a poco tempo fa, tutto avrebbe desiderato tranne che vedersi omologata allo storico nemico d’oltreoceano.

Se gli anziani oligarchi del regime desideravano un popolo fieramente russo e orgoglioso dei propri simboli e valori, dalla caduta del comunismo nell’ormai lontano 1991, serpeggia sempre più tra il popolo la dichiarata volontà di accostarsi a un modello invece occidentale, che persegua i dettami del capitalismo e consenta finalmente alla Russia di liberarsi di ogni pregiudizio o preconcetto che le si attribuisce.

Dopo la Rivoluzione d’Ottobre dunque, la Russia è pronta a cambiare ancora il suo volto, per presentarsi agli occhi del mondo sotto una veste completamente nuova e brillante, ed è ancora una volta all’architettura che questo cambiamento viene affidato.

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Norman Foster, Russia Tower, Mosca

Se nei primi anni dopo il 1917 il reticolo cittadino si popolò di club operai, di abitazioni comuni e di centri di aggregazione sociale per testimoniare e cementare la presenza dei nuovi valori comunisti, oggi sono i più famosi architetti europei o americani, tra cui Norman Foster e Zaha Hadid, che vengono insigniti del compito di portare in Russia quei simboli e quelle istituzioni sociali che sono tipiche dell’Occidente ricco ed evoluto.

Il progetto per una nuova Mosca, approntato dall’amministrazione centrale già nel 1992, pochi mesi dopo l’elezione del nuovo sindaco, stentò a decollare, come detto, fino all’elezione di Putin, e non è un caso che ad appena un anno di distanza, nel 2000, venne inaugurata la Torre 2000, prima di una miriade di torri ed edifici che prenderanno a sorgere di li a pochi anni in ogni parte della capitale.

In breve tempo infatti, la rinvigorita amministrazione cittadina, in collaborazione col nuovo e finalmente consenziente mandatario del potere centrale, cominciò a presentare bandi di concorso a inviti, da recapitarsi agli uffici di alcune tra le più grandi e famose Archistar, cui veniva proposto di dar libero sfogo a fantasia e intraprendenza per creare oggetti architettonici dai profili rivoluzionari.

Nascono così, per citare qualche esempio, l’Expocenter di Zaha Hadid, il ristorante Bon di Philippe Starck e la Federation Tower, dello studio tedesco NPS Tchoban Voss, che al completamento verrà additata, con i suoi 506 metri, come la torre più alta d’Europa, benché questo titolo, qualora le scadenze venissero rispettate, le spetterà per appena pochi anni, ovvero finché non verrà inaugurata la Russia Tower, opera mastodontica dell’inglese Norman Foster nonché gioiello più brillante e prezioso dell’intero business center, la quale si appresta a toccare quota 650 metri, reclamando quindi a gran voce il titolo di regina incontrastata del nuovo orizzonte moscovita.

Ecco dunque spiegati gli altissimi grattacieli dotati delle più moderne soluzioni tecniche, che se da un lato non trovano alcun riscontro con la storia edilizia e architettonica sviluppatasi sulle sponde della Moscova, dall’altro sono il simbolo più evidente del grande sforzo compiuto da questa nazione per riportarsi, anche dal punto di vista dell’immagine, al pari delle grandi potenze mondiali.

Un tale cambiamento comunque, soprattutto per una città così ricca di storia come Mosca, non è certamente stato indolore.

Queste nuove costruzioni, oltre a necessitare di una disponibilità di fondi pressoché illimitata richiedono, per poter funzionare adeguatamente, una enorme quantità di spazio, ed è proprio su questo aspetto che si intravede il rovescio della medaglia di questa particolare partita: Mosca è infatti la città dove negli ultimi anni sono state demolite le maggiori quantità di preesistenze storiche; si tratti di chiese, palazzi, templi, alberghi o pregevoli esempi di architettura industriale, la cittadinanza moscovita è stata privata di alcuni tra i più amati e importanti punti di riferimento che la storia le aveva donato, per far appunto posto alle nuove “cattedrali” della tecnologia e del lusso che, in logica di profitti, risultano essere molto più redditizie delle semplici eppur pregevoli eredità storiche.

L’hotel Rossija, l’hotel Moskva, la fabbrica Ottobre Rosso, che per decenni hanno caratterizzato e identificato la storia e la caratura stilistica di una nazione, sono dunque stati abbattuti, e di altri invece, come accaduto al prestigioso hotel Ukraina, punta di diamante dell’architettura staliniana, sono stati completamente stravolti gli interni, per un danno all’architettura e alla storia di proporzioni incalcolabili.

Un tale scempio non ha, come prevedibile, lasciato indifferenti le autorità europee in materia di salvaguardia e, seppure in minima parte, la progressiva e continuata rimozione del patrimonio edilizio di Mosca è stata arginata. 

Tuttavia, come avvertono e ammoniscono gruppi indipendenti di esperti e appassionati, sorti proprio a Mosca negli ultimi anni, se l’assalto alle opere più importanti e famose è stato temporaneamente fermato, quello che mira invece a fare piazza pulita di tutte le opere minori, di altrettanto pregio e valore storico che però, per diversi fattori, sono meno conosciute al grande pubblico, seguita inarrestato nei suoi intenti.

La nuova rivoluzione, finora affrontata dall’unico punto di vista di ciò che è tangibile e visibile, è tuttavia radicata in profondità soprattutto nel sentire comune del popolo russo, ovvero nell’avvertire quell’inadeguatezza tipica di chi è conscio che il proprio ruolo nel mondo sta cambiando, e che le certezze, radicate nell’animo fino a pochi giorni prima, sono state improvvisamente sradicate con violenza da eventi e forze che sono per il singolo troppo grandi.

A Mosca e in Russia è infatti il momento dell’incertezza e della paura, della consapevolezza che qualcuno sta cambiando il modo in cui il cittadino dovrebbe pensare, dovrebbe agire e persino il modo in cui dovrebbe essere.

Il fervore occidentale rappresenta per i russi un treno a cui aggrapparsi anche solo con un dito, per evitare di diventare parte di quella “dark side of the moon” che il potere centrale russo è sempre stato abile ad occultare.

La nuova Mosca è proprio questo: una dualità di immagini e di volti, di elementi, alcuni selezionati per essere presentati al mondo come una sorta di cartolina, colorata e ammiccante, altri invece mandati severamente “dietro la lavagna” per essere nascosti in quanto non rappresentativi di ciò che la Russia vuol mostrare.

Allo stesso modo i cittadini, privati per lungo tempo della loro privacy e quasi consci del momento che la Russia sta attraversando, tendono a passare sempre più tempo nei loro nuovi condomini-bunker senza finestre verso le strade e sempre più omologati l’uno all’altro, per potersi mimetizzare meglio nel sottobosco culturale e gerarchico moscovita ed evitare quanto più possibile il contatto con l’estraneo o con il diverso.

Si è infatti perso per le strade e tra le persone il piacere di stare insieme e di condividere tempo o esperienze: la strada è divenuta solamente una ragnatela di percorsi obbligati, ovvero unicamente il mezzo per muoversi da un posto all’altro, e chi si attarda a fare conversazione o frequenta luoghi deputati alla pubblica condivisione come mercati, parchi o passeggiate, viene bollato con l’identificativo dispregiativo di “turista”.

Infatti il nuovo cittadino moscovita, quello alla moda, quello che incarna compiutamente il nuovo modello russo-occidentale, frequenta i templi del lusso e del benessere che trovano posto nei nuovi grattacieli del centro città, acquista le prestigiose firme italiane e frequenta i locali più costosi: il modello vincente nella Russia contemporanea è questo, e chi non vuole o non può permettersi questo stile di vita viene inesorabilmente relegato dietro la famosa “lavagna” in quanto indegno o non adatto a rappresentare la nuova identità russa.



di Edoardo Rovida 

Scarica il pdf dell’articolo con le illustrazioni Mosca: la nuova rivoluzione
 

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