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In un momento di crisi generale dell’editoria, italiana e internazionale, riproponiamo un testo di Furio Colombo scritto quasi vent’anni fa ma ancora oggi estremamente attuale. Lo scritto non si occupa nello specifico di libri di architettura, ma del valore universale del “libro”, considerato come oggetto in grado di trasmettere conoscenza.

Testo tratto da Il destino del libro e altri destini di Furio Colombo (Bollati Boringhieri, Torino 1990)

 


IL FUTURO DEL LIBRO - La regola del 5 per cento


“Un uomo è in una stanza, da solo. Ha alle spalle uno scaffale pieno di libri. Ha in mano un libro e lo sfoglia. Si suppone che sia un intellettuale, o qualcuno che cerca nel lavoro scritto di altri una protezione, un territorio alternativo nel quale muoversi.

Si suppone che l’atmosfera, in quella stanza, sia “serena”, perchè ci sono i libri, sia “creativa” a causa di quelle presenze, o almeno nello stato d’animo di di chi vive l’avventura di leggere, come sulla riva del mare o affacciato sulla vallata.

Si suppone che ci sia più saggezza, in qualcuno che sta vicino o accanto ai libri, di più, per esempio, che se fosse ritratto in compagnia di altri oggetti, anche innocui, o persino oggetti inutili. Essi ci darebbero indicazioni professionali della persona ritratta, ma non le garanzie che ci vengono dall’esposizione dei libri.

Si suppone, anche, che ci sia più verità, più affidamento, tanto che raccomanderemmo a una persona giovane di andare verso quella stanza, se ha ancora una possibilità di scelta, o almeno vorremmo essere sicuri che sappia come trovarla. Se intorno a quella stanza immaginiamo una casa, la stanza dei libri a molti di noi appare come il punto caldo, il motore della vita interiore, ma anche di quella comune.

Se la stanza si trova in un luogo pubblico, è sintomo di conoscenza, un punto alto da cui viene una guida. Se è un luogo di potere, la presenza dei libri suggerirà “potere illuminato”, un fondo ampio e rassicurante di pensiero nel quale si formano le decisioni. Se l’uomo del ritratto è un politico, quei libri saranno una doppia garanzia, di valore morale (immaginiamo che abbia più saggezza e più vita interiore di un generale o di un tecnico) e di competenza specifica, qualunque sia il campo in cui quella conoscenza si esercita. Eppure quei libri potrebbero essere testi banali, potrebbero essere almanacchi rilegati, rispettabili certo, ma poco densi di messaggi, pubblicazioni di pesca, manuali “fai-da-te”, biografie di persone futili, raccolte di calendari.

La verità è che, in modo quasi automatico, siamo portati ad estendere al libro (a tutti gli oggetti-libro) una nobiltà che non ci sentiremmo mai di attribuire a un quadro. Un bel liuto, anche se non dà più alcun suono (almeno non nelle mani di chi lo possiede), apparirà nella vita o nel ritratto, “nobile”. Dunque, fra gli oggetti dell’attività creativa, il libro ha qualcosa in comune con gli strumenti musicali, anche inoperosi. Una certa eleganza, carica di gradevolezza e di simbolo.

È un limite, la qualità ornamentale e suggestiva di un libro, è un handicap per la sopravvivenza e il futuro di questo oggetto-strumento?

Più che un limite è un pericolo. Lo è perché nella società di massa, in cui bisogna produrre e vendere in grandi quantità per superare le spese e dare un senso all’impresa, la forma del libro rischia di diventare un valore alibi. Il pericolo non è che vi siano il brutto e l’inutile. Nessuno ci ha mai messo al riparo da questo rischio, che è addirittura una probabilità statistica.

Il pericolo è che “la forma del libro, in quanto simbolo di valore, venga usato come contenitore improprio, e anzi come trappola. C’è differenza tra un brutto romanzo scritto con la mal guidata intenzione di puntare al capolavoro, e il “non libro” in cui il niente è stato composto in bozze come se fosse un testo, corretto, impaginato, nitidamente stampato, chiuso nel packaging di una copertina seducente, il “risvolto” scritto con mano pubblicitaria.

Ma quel “non libro”, che nasce già senza vita, è una costosa brochure pubblicitaria. Per capire il tipo di forzatura, si immagini qualcuno che camuffi uno spot pubblicitario usando le dimensioni e l’apparente dignità di un film, con titoli di testa e musical score.

Si può anche presumere che i due generi separati, il film e lo spot pubblicitario, abbiano pari dignità, pari possibilità di ospitare proposte radicalmente nuove. Infatti, accade. Accade persino che lo spot sia più bello del film. Ma è il camuffamento di un genere nell’altro che non dovrebbe avvenire.

Il libro non è un genere, è uno strumento, un veicolo, un modo di organizzare le cose e presentarle. Di fronte al pericolo che vengano fabbricate intere pareti di false biblioteche che non hanno più alcun rapporto con ciò che l’oggetto libro suggerisce (la nascita sempre più frequente del “non libro” e il sempre più elaborato mascheramento di questa impresa, dalla presentazione “colta” all’accreditamento autorevole), credo che ci siano soltanto due vie d’uscita, solo in apparenza opposte.  Una è la tolleranza. Chiunque ha diritto di pubblicare libri vuoti, inerti e inutili, se qualcuno li compra. È un tipo di impresa. Toccherà a chi cerca dai libri “una differenza” di avere più occhi, ai critici di avere più polso, più voglia di intervenire, ai consumatori di essere più attenti come per qualunque altro prodotto. Ma se trovano ciò che volevano, vuole dire che si è creato un rapporto  di omogeneità, che non sarà esaltante, ma che non può essere condannato.

L’altro atteggiamento è di intolleranza. Di fronte al vanto delle case editrici che mostrano pareti di libri che hanno un senso e un valore anche minore di un imballaggio, bisogna ricordare il rischio che essi producono prima di tutto per le imprese editoriali.

Quando ci si domanda se il libro resisterà al computer, alla nuova intelligenza senza carta, resa possibile dall’elettronica, l’unica domanda da fare è “quale libro?”. Certo Fuga da Bisanzio di Iosif Brodskij resisterà. Ma l’editoria gonfiata dagli estrogeni del “non libro”, anche se dà buoni risultati “a breve”, non resisterà, e sarà naturale che non resista perché è fatta di materiali più deboli del più modesto programma di computer.

[...]

Credo che ogni editore che aspira a rimanere rispettabile e attendibile produttore di libri debba riservare uno spazio, nell’immensa attività editoriale, alla invenzione della cultura. Come  vedete, chiedo poco. Ma suggerisco ai lettori di essere intransigenti quando scelgono, per orientarsi, un marchio e una Casa.

Se il dialogo fra consumatore e produttore si lascia schiacciare dall’esaltazione del non-libro e dell’ipervendita, di copertine vuote, l’intero settore scomparirà presto, ingoiato dal mondo che lo sta già pesantemente ispirando, la televisione commerciale. Se il consumatore di libri si fa esigente, come il consumatore di qualsiasi altro prodotto, e ottiene l’osservanza di questa regola (basterebbe chiamarla del “5 per cento”), il gesto sarà sufficiente. Quel cinque per cento sarà la garanzia, e l’editoria del futuro potrà forse rifondare  ed espandere un mercato in cui ciascuna cosa ha un suo senso, un suo ruolo. E un suo nome. Quest’oggetto si chiamerà libro. La gente lo terrà fra le mani, lo userà come guida, come amico, e dagli scaffali manderà quell’aria di fiducia e di stabilità che viene dal gesto di trasmettere - sia pure in modo continuamente imperfetto - esperienza e conoscenza.”

Esordisce la nuova collana Dodo, dedicata ai DOcumenti della scuola di DOttorato. Si tratta di testi inediti o di difficile reperibilità di architetti, designer, urbanisti, paesaggisti, artisti e di coloro che si sono comunque impegnati con la loro indagine intellettuale nelle discipline contermini all’architettura.

La collana, ideata e diretta da Alberto Ferlenga, promuove le ricerche, svolte o in corso, nei dottorati italiani ed internazionali, particolarmente attente, nella raccolta dei materiali utili alle singole tesi, al reperimento di scritti autografi.

Per Dodo è prevista la distribuzione nelle principali librerie universitarie italiane e on line.


DoDo 1

(a cura di Barbara Boifava e Matteo D’Ambros)

 

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(a cura di Loris Dal Pos)

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Marco Biraghi

Storia dell’architettura contemporanea I e II

Einaudi, Torino 2008

ISBN 8806186973/ISBN 8806193139

 

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Vol. I

«L’architettura non ha mai conosciuto pause. La sua storia è più lunga di quella di qualsiasi altra arte». Rendersi conto del suo influsso – oggi come ai tempi in cui Walter Benjamin ha scritto queste parole – è essenziale per chiunque voglia comprendere le società che l’hanno prodotta. L’architettura contemporanea costituisce il riflesso, ma al tempo stesso la materializzazione concreta, il luogo di applicazione e verifica, delle profonde trasformazioni che hanno avuto corso nel XX secolo, e che proseguono a ritmo sempre più frenetico nel primo decennio del XXI. Oggetto di questo volume sono le vicende e le opere dei protagonisti della prima parte del Novecento, aventi per denominatore comune il tentativo di costruzione di un mondo «moderno». Ma esso cerca anche d’individuare – in misura inversamente proporzionale alla loro distanza nel tempo – le «cause lontane» dell’architettura contemporanea: partendo dalla seconda metà del Settecento, e passando per l’Ottocento, vengono così messe in luce alcune delle «radici storiche» su cui essa si fonda.

www.einaudi.it

 


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Vol. II

«L’architettura non ha mai conosciuto pause. La sua storia è più lunga di quella di qualsiasi altra arte». Rendersi conto del suo influsso – oggi come ai tempi in cui Walter Benjamin ha scritto queste parole – è essenziale per chiunque voglia comprendere le società che l’hanno prodotta. L’architettura contemporanea costituisce il riflesso, ma al tempo stesso la materializzazione concreta, il luogo di applicazione e verifica, delle profonde trasformazioni che hanno avuto corso nel XX secolo, e che proseguono a ritmo sempre più frenetico nel primo decennio del XXI. In questo volume le vicende dell’architettura – dal secondo dopoguerra ai giorni nostri – vengono affrontate cercando di porle in una prospettiva storico-critica odierna. Ciò che ne emerge, accanto alle opere e alle figure dei suoi protagonisti, sono alcune questioni cruciali: l’eredità dei «maestri»; il rapporto con la tradizione; le possibilità costruttive offerte da tecniche inedite e da materiali aggiornati; il contributo delle tecnologie informatiche; il nuovo ruolo strategico dell’architetto. L’analisi di questi fenomeni fornisce un’interpretazione articolata dell’architettura contemporanea, troppo spesso ridotta a semplice oggetto «a reazione mediatica».

www.einaudi.it

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3 dicembre 2008, Storia dell’Architettura Contemporanea di Marco Biraghi.

Comunicato stampa

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4 maggio 2009, 1928/2008 - Casabella. Una rivista, molte storiedi Chiara Baglione.

Comunicato stampa

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18 maggio 2009, Le radici tedesche dell’architettura moderna. Gli esordi del Werkbund e di Mies di Werner Oechslin.

Comunicato stampa

A partire da dicembre 2008, all’interno della Facoltà di Architettura Civile di Bovisa, GIZMO inaugura una serie di presentazioni di libri di architettura. Nelle intenzioni di Gizmo le presentazioni dei testi costituiscono delle importanti occasioni per affrontare alcune questioni che riguardano l’architettura contemporanea. Non a caso il titolo degli incontri è Il menabò, una rivista di critica letteraria fondata da Elio Vittorni e Italo Calvino nel 1959, di cui inseriamo, a titolo esemplificativo, l’introduzione al primo numero:


”Progettata da più di un anno, l’iniziativa di cui questo volume costituisce la prima manifestazione ha i caratteri insieme di una rivista e di una collana letteraria.

I testi di letteratura creativa che vi andremo pubblicando (di narrativa, di poesia, di teatro) saranno tutti così lunghi che ciascuno di essi dovrebbe poter fare libro a sé ed essere comunque in grado di dare un’idea completa della personalità (al momento) di chi lo ha scritto. Ma i testi saranno almeno un paio per volume, verranno associati volta a volta secondo un criterio che li coordini in un senso di affinità o di contrapposizione, e ogni testo avrà accanto (oltre a note informative o polemiche) un saggio critico concertato in sede di direzione che tratti del problema morale o storico o letterario cui il testo in qualche modo si riferisce.

Questo per cercare di vedere a che punto ci troviamo nelle varie, troppe, questioni non solo letterarie oggi in sospeso, e per cercare di capire come si potrebbe rimetterci in movimento.

La crisi della letteratura (e in generale della cultura) in Italia sembra essere più che altro oggi di deficienza critica. […] Però è crisi che procede da cause certo serie e profonde. […]

Ma noi ci auguriamo che la realtà sia nel suo fondo un po’ diversa; non «irrimedibile» non nera; e che quanto ci si è lasciato di ricco e di aperto alle spalle per metterci a piantare giardinetti di betonica e ghiaia non ci sia ancora uscito di mente almeno come bisogno di «plein air»; e che quel discorso sia stato interrotto nell’attualità della superficie ma che sotto sotto continui da persona «reale» a persona «reale».

I fatti nuovi […] hanno forse non di altro bisogno di essere visti in prospettiva.

Riguardo infine al nome che abbiamo scelto per la nostra iniziativa vogliamo semplicemente avvertire che esso non ha nelle nostre intenzioni alcun valore emblematico, il menabò, diciamo, e tutti si sa che cosa sia un menabò, di pratico, di strumentale, nel corso della realizzazione grafica di ogni lavoro editoriale o giornalistico. Un nome legato a un’idea di funzionalità, e rapido e allegro di suono: per questo ci è piaciuto.”

[Elio Vittorini]

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Marco Pozzetto
Figure della mitteleuropa
Zandonai Editore
Rovereto 2008
collana: Le Ombre
ISBN: 889553803X


Vengono qui raccolti per la prima volta gli scritti di Marco Pozzetto, da tempo ormai introvabili perché sparsi tra riviste, cataloghi e pubblicazioni di settore. Storico e critico dell’architettura fra i più importanti d’Europa, Pozzetto ha profondamente influenzato la nostra comprensione dello spazio architettonico e artistico della Mitteleuropa. Il volume si articola in tre principali filoni di ricerca: Vienna e gli architetti della Scuola di Wagner, il Razionalismo e l’architettura tra le due guerre in Italia, Trieste e la regione del Friuli-Venezia Giulia. Emerge in tutta la sua originalità l’appassionata indagine di Pozzetto sul significato civile dell’architettura nelle opere dei grandi ideatori che, tra la fine dell’Ottocento e lungo tutto il Novecento, hanno configurato, grazie ai loro progetti urbanistici, il paesaggio e il territorio circostanti.
 

Gizmo

Io se fossi Dio, non avrei proprio più pazienza, inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio universale. (Giorgio Gaber)

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