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Questo brano - in cui un padre fa al figlio (Alessandro) un divertito inventario di ciò che caoticamente invade la sua scrivania - è tratto dal poemetto Purgatorio de l’Inferno scritto da Edoardo Sanguineti nel 1964. Figura centrale nella Neoavanguardia e membro del Gruppo 63, Sanguineti ha spesso collaborato con riviste volte ad aprire delle riflessioni sui temi dell’architettura, dell’arte, della letteratura, della filosofia e della politica.

 

 

 

questo è il gatto con gli stivali, questa è la pace di Barcellona

tra Carlo V e Clemente VII, è la locomotiva, è il pesco

fiorito, è il cavalluccio marino: ma se volti il foglio, Alessandro

ci vedi il denaro:

                               questi sono i satelliti di Giove, questa è l’autostrada

del Sole, è la lavagna quadrettata, è il primo volume dei Poetae

Latini Aevi Carolini, sono le scarpe, sono le bugie, è la Scuola d’Atene, è il burro,

è una cartolina che mi è arrivata oggi dalla Finlandia, è il muscolo massetere,

è il parto: ma se volti il foglio, Alessandro, ci vedi

il denaro:

                               e questo è il denaro,

e questi sono i generali con le loro mitragliatrici, e sono i cimiteri

con le loro tombe, e sono le casse di risparmio con le loro cassette

di sicurezza, e sono i libri di storia con le loro storie:

 

ma se volti il  foglio, Alessandro, non ci vedi niente:

Computer City @ Archigram

Computer City Project, 1964 ©Archigram

 

 

The Archigram Archival Project

di Gabriella Lo Ricco

 

 

Da aprile 2010 il nuovo sito web ”Archigram Archival Project”  rende disponibile un vasto archivio che raccoglie collages, schizzi, fotografie, articoli, diapositive e progetti realizzati dal gruppo inglese Archigram. Al suo interno è possibile visionare persino le copie complete del magazine «Archigram» - pubblicato dal 1961 al 1974 - oltreché una trascrizione degli scritti contenuti al suo interno ed elaborati dai giovani membri del gruppo, Warren Chalk (1927- 87), Peter Cook (1936), Dennis Crompton (1935), David Greene (1937), Ron Herron (1930-94) e Mike Webb (1937). La raccolta è inoltre ampliata da file multimediali e da interviste elaborate per l’occasione.

Si tratta di una iniziativa interessante sotto molteplici punti di vista.

Innanzitutto perché offre a chiunque la possibilità di visionare e studiare in modo approfondito elaborati progettuali altrimenti difficilmente reperibili.

In secondo luogo per le relazioni che tale operazione intesse con il senso stesso dell’attività portata avanti dal gruppo Archigram: se si pensa alle attuali modalità di consultazione degli archivi di architettura, la scelta di creare un archivio nel web - giustamente definito dalle testate giornalistiche inglesi “di massa” - è in sintonia con quell’urgenza comunicativa e soprattutto con quel carattere rivoluzionario che ha informato, negli anni Sessanta, l’attività e le opere del gruppo Archigram.

 

Walking City@Archigram

Walking City, 1964 ©Archigram

 

Il progetto è promosso dal Centre for Experimental Practice (EXP) della School of Architecture and the Built Environment dell’Università di Westminster e si inscrive all’interno di un programma scolastico più ampio che è volto alla ricerca di «innovative approaches for the design of buildings and cities and imaginary or polemical proposals». In tale prospettiva l’EXP promuove una serie di indagini storiche sul lavoro di progettisti che hanno segnato con il loro lavoro una messa in discussione degli aspetti estetici e concettuali - e degli stessi fondamenti disciplinari - dell’architettura. A tale ricerca si affianca inoltre la volontà di innescare un dibattito critico sulla portata odierna di tali ricerche attraverso una serie di incontri in cui i protagonisti, ove possibile, sono invitati a presentare i loro progetti e a dialogare con un pubblico eterogeneo composto da critici, studenti e professionisti. Oggetto di tali incontri sono stati, nel 2003 il lavoro di Cedric Price, nel 2004 Learning From Las Vegas di Robert Venturi e Denise Scott Brown, nel 2005 il Centre Pompidou di Richard Rogers e Renzo Piano, nel 2005 il Parc de la Villette di Bernard Tschumi, nel 2006 Delirious New York di Rem Koolhaas.

 

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Gasket House, 1965 © Archigram

 

È proprio il programma didattico dell’EXP, unitamente alla diffusione dell’archivio Archigram, a suscitare una domanda: a distanza di cinquant’anni dall’elaborazione delle opere del gruppo inglese, secondo quale prospettiva guardare oggi il loro lavoro?

 

1) Sicuramente rifuggendo quelle letture volte a riproposizioni esclusivamente linguistiche, che oggi risulterebbero sterili e superficiali. Basti pensare, solo per fare un esempio, alla Kunsthaus di Graz progettata da Peter Cook insieme all’architetto inglese Colin Fournier, e inaugurata nel 2003. L’edificio entra in colloquio con le ricerche condotte negli anni Sessanta in un modo prettamente figurale, e rifuggendo da qualsiasi ripensamento dello spazio espositivo e da una riflessione sul significato attuale “di museo”, segna un netto allontanamento rispetto alle ricerche originariamente condotte da Archigram.

 

2) Facendo tesoro delle modalità con cui è stato guardato, valutato e assimilato il loro lavoro nel corso del tempo. Numerosi architetti negli anni Sessanta (tra i quali Hans Hollein e Haus-Rucker Co. in Austria, Rem Koolhaas in Olanda o, alla fine degli anni Sessanta, Archizoom e Superstudio in Italia) hanno riconosciuto proprio attraverso i progetti di Archigram i prodromi di una nuova dimensione di problemi con cui si misurava l’architettura. La denuncia di un uso a-politico del progetto, l’ingenuità riposta nell’utopia tecnologica o la consapevolezza della possibilità di avvalersi di tecniche nuove - come la ricerca di mercato o qualsiasi altra strumentazione del tempo - erano riflessioni che scaturivano in quegli anni anche in relazione con i progetti di Archigram.

Quindi il lavoro di Archigram, nei casi più interessanti, non è stato interpretato come una matrice culturale o esclusivamente come espressione di un’utopia tecnologica, ma come ciò con cui porsi, in quanto espressione del proprio tempo, in un confronto dialettico. Un confronto dialettico che è evidentemente scaturito dalla profondità di interpretazione e dalla grande carica inventiva che innervava i progetti e le riflessioni di Archigram. Una produzione che, alimentata dalla volontà di rottura con la coeva produzione architettonica anglosassone, mostrava le ripercussioni che la realtà percepibile agli albori degli anni Sessanta avrebbe determinato nel progetto di architettura.

I mezzi di cui i componenti di Archigram si sono serviti per dar forma ai loro pensieri erano semplicemente quelli che avevano a disposizione. Se si osservano i primi numeri del magazine, si tratta di succinti opuscoli composti da fogli spillati tra loro che venivano diffusi tra conoscenti per far fronte alla povertà concettuale rinvenuta nelle maggiori riviste di architettura dell’epoca. Al loro interno erano presentati progetti di architettura elaborati in occasione di concorsi, di mostre o legati a occasioni contingenti di progetto, testi che ne evidenziavano i riferimenti progettuali, e numerose riflessioni che, scaturite dall’analisi di ciò che li circondava, evidenziavano i cambiamenti degli stili di vita, della cultura e del volto dell’epoca. Ad esempio, in «Archigram 3» del 1963, il cui sottotitolo in modo emblematico è «Magazine of Ideas in Architecture», Michael Webb scrive: «We are becoming much more used to the idea of changing a piece of clothing year by year, rather than expecting to hang on to it for several years. Similarly, the idea of keeping a piece of furniture long enough to be able to hand it on to our children is becoming increasingly ridiculous. In this situation we should not be surprised if such articles wear out within their ‘welcome’ lifespan, rather than their traditional lifespan. The attitude of mind that accepts such a situation is creeping into our society at about the rate that expendable goods become available. We must recognise this as a healthy and altogether positive sign. It is the product of a sophisticated consumer society, rather than a stagnant (and in the end, declining) society. Our collective mental blockage occurs between the land of the small-scale consumer-products and the objects which make up our environment. Perhaps it will not be until such things as housing, amenity-place and work place become recognised as consumer products that can be ‘bought off the peg’ - with all that this implies in terms of expendability (foremost), industrialisation, up-to-date-ness, consumer choice, and basic product-design - that we can begin to make an environment that is really part of a developing human culture».

Al di là del loro grande ottimismo - che chiaramente s’inscrive in un clima anglosassone ancora lontano dalla crisi politica degli anni successivi -, capire e evidenziare le caratteristiche della propria epoca per metterle in relazione con il progetto di architettura, interrogarsi sulle finalità del progetto per proiettarlo nel futuro: questo era ciò che Archigram, con grande inventiva e con uno sguardo lucido e profondo, e quindi lungimirante,”semplicemente” si prefiggeva.

 

Sito ufficiale: http://archigram.westminster.ac.uk/

 

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Cover «Archigram» n.1, 1961 ©Archigram

 

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Cover «Archigram» n.2, 1962 ©Archigram

 

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«Archigram» n.5, 1964 ©Archigram

 

«Archigram» n.9, 1970 ©Archigram
«Archigram» n.9, 1970 ©Archigram

 

 

 

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mostra

Si è inaugurata alcune settimane fa la mostra “La rivoluzione culturale – La Facoltà di architettura del Politecnico di Milano 1963/74”. L’esposizione ha destato molto interesse all’interno della comunità universitaria, e non solo: pertanto ne è sta prorogata l’apertura sino all’8 gennaio 2010.


Per i molti che hanno chiesto informazioni e approfondimenti, mettiamo a disposizione i risultati e i materiali della ricerca condotta, raccolti all’interno del catalogo della mostra, scaricabile in formato pdf. Il catalogo è stato strutturato, come i pannelli per l’allestimento, attraverso la scelta di soglie storiche significative o “punti nevralgici”, secondo questo indice dei contenuti:



LA FACOLTA’ DI ARCHITETTURA DI MILANO 1963-1974


1963-74 CRONOLOGIA


14 FEBBRAIO 1963


1965-68 CARLO DE CARLI


1966-67 VITA DI FACOLTÀ


8 LUGLIO 1967 L’AVVIO DELLA SPERIMENTAZIONE


DAL 1968 AL 1971


1972-73 TENTATIVI DI RESTAURAZIONE


1973 INIZIATIVE


8 APRILE 1973 OMAGGIO A PICASSO


1974 MOSTRA SULLA CITTÀ


11 MAGGIO 1974 IL RIENTRO DEGLI 8


1963-74 DATI


TESTI



Rispetto ai materiali presentati tramite i pannelli nell’allestimento, il catalogo è stato arricchito con degli apparati: la sezione GRUPPI DI RICERCA ALLA FACOLTA’ DI ARCHITETTURA DEL POLITECNICO DI MILANO 1968-72 (pp. 49-63); la sezione TESTI, che raccoglie i contributi sull’argomento di Vittorio Gregotti, Ernesto Rogers, Giancarlo De Carlo, Massimo Scolari, Umberto Eco, Ezio Bonfanti, Virgilio Vercelloni, Paolo Deganello, Paolo Portoghesi, Franco Origoni, Franco Purini, Antonio Monestiroli (pp. 97-104).


Nelle prossime settimane saranno pubblicate online una serie di testimonianze dei protagonisti di quegli avvenimenti. Lo scopo è quello di sviluppare alcune questioni aperte da questo lavoro di ricerca, e metterne altre sul tavolo, nella convinzione che il contributo di ciascuno sia una ricchezza del comune “progetto storico”.



di Fiorella Vanini



A seguire è possibile scaricare il catalogo della mostra e la brochure informativa sull’iniziativa.

La rivoluzione culturale - catalogo della mostra

La rivoluzione culturale - brouchure

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ESPERIENZA DELL’ARCHITETTURA
ERNESTO NATHAN ROGERS (1909-1969)

Convegno internazionale di studi



Facoltà di Architettura Civile

Politecnico di Milano

2-4 dicembre 2009




PROGRAMMA



Comitato d’onore



Letizia Moratti

Sindaco di Milano


Giulio Ballio

Rettore del Politecnico di Milano


Angelo Torricelli

Preside della Facoltà di Architettura Civile, Politecnico di Milano


Elio Franzini

Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli Studi di Milano


Francesco Dal Co

Direttore di “Casabella”


Daniela Volpi

Presidente dell’Ordine degli Architetti della Provincia di Milano


Massimo Fortis

Direttore del DPA, Facoltà di Architettura Civile, Politecnico di Milano


Vittorio Gregotti

Università IUAV di Venezia


Carlos Martì Aris

Escola Tècnica Superior d’Arquitectura de Barcelona


Rafael Moneo

Graduate School of Design, Harvard University


Antonio Monestiroli

Facoltà di Architettura Civile, Politecnico di Milano


Augusto Rossari

Facoltà di Architettura e Società, Politecnico di Milano


Daniele Vitale

Coordinatore del Dottorato in Composizione Architettonica, Facoltà di Architettura Civile, Politecnico di Milano



Comitato scientifico



Marco Biraghi

Facoltà di Architettura Civile, Politecnico di Milano

Federico Bucci

Facoltà di Architettura Civile, Politecnico di Milano


Giovanni Cislaghi

Facoltà di Architettura Civile, Politecnico di Milano


Francesco Collotti

Facoltà di Architettura, Università degli Studi di Firenze

Andrew Leach

University of Queensland, Brisbane


Giovanni Marras

Facoltà di Architettura, Università degli Studi di Trieste


Marco Mulazzani

Facoltà di Architettura, Università degli Studi di Ferrara


Daniel Sherer

Columbia University, New York City


Nel 1960, in un celebre editoriale di Casabella-continuità, Ernesto Nathan Rogers dedica queste parole a Henry van de Velde, pioniere dell’architettura moderna: «Credo che nessuna commemorazione sarebbe stata più gradita a Henry van de Velde quanto quella di farlo sentire come una presenza: non come qualcosa che si è chiuso, ma come qualcosa che continua e si perpetua trasformandosi in noi. Come ciò che accettiamo e rifiutiamo per favorire le mutazioni della nostra vita e produrre, con le energie acquisite, nuovo lavoro».

È una frase che sintetizza molto bene uno dei cardini del pensiero rogersiano: la problematica della “continuità” come fondamento del progetto d’architettura.

“Continuità” è per Rogers una forma possibile del tempo presente, è il riconoscimento di una tradizione, di una “stirpe” del moderno, entro la quale il nuovo artista innesta le sue originali invenzioni, nate dall’interpretazione critica di quelle del passato.

Per celebrare la figura e l’opera di Ernesto Nathan Rogers, nel centenario della sua nascita, la Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano organizza un convegno internazionale di studi con l’obiettivo di attualizzare il concetto di “continuità” attraverso il confronto dialettico con una pluralità di punti di vista storico-critici, volti a ricostruire la lezione rogersiana, i suoi motivi e le sue influenze sulla cultura architettonica italiana e internazionale.

L’eredità di Rogers, architetto, docente di architettura, direttore delle riviste Domus (1946-47) e Casabella-continuità (1953-64), è così raccolta, interpretata e resa viva da chi, oggi, sente con orgoglio il compito di dover trasmettere alle giovani generazioni la “continuità” con i maestri della Scuola di Milano.


***

2 dicembre 2009



Aula De Carli

ore 9.30


Angelo Torricelli

Un’eredità da riconoscere, un’eredità da rinnovare



Il mestiere dell’architetto


Presiede

Augusto Rossari


Relazione introduttiva

Federico Bucci, Il mestiere dell’architetto



Interventi di:


Roberto Dulio, Stefano Poli

I BBPR e il Palazzo delle Poste all’EUR


Cecilia Rostagni

Gli allestimenti degli anni Trenta


Orietta Lanzarini

Allestire la storia: il pensiero teorico di Rogers nel museo del Castello Sforzesco, Milano (1948-56)


Carolina Di Biase

Cuori e monumenti nella città del dopoguerra. Il Castello Sforzesco di Milano da Beltrami ai BBPR


Yehuda Safran

E.N. Rogers and Adolf Loos: Viennese Modernity in Postwar Milan


Michela Rosso, Jaume Rosell

Milano - Barcellona. L’edificio Hispano-Olivetti dei BBPR: frammento di un dialogo


Aldo Norsa

09 – 59 – 09



Ore 14.30


Presiede

Marco Dezzi Bardeschi



Fulvio Papi

Il rapporto Rogers-Paci



Interventi di:


David Rifkind

Urbanistica “corporative”: E.N. Rogers, BBPR and “Quadrante”


Paolo Nicoloso

Le proposte di Rogers per l’urbanistica coloniale e la persecuzione razziale. 1936-1938


Luca Molinari

“La sigla BBP avrà sempre un suono; la R andrà per il mondo solitaria e spersa.” 1939-1945: dalle Leggi razziali al periodo svizzero. La metamorfosi Rogers tra definizione di nuovi contenuti e rafforzamento del proprio ruolo politico


Luigi Spinelli

La Domus di Rogers: 1946-1947


Laura Montedoro

La battaglia per l’architettura razionale. E.N. Rogers e Piero Bottoni


Antonello Alici

Rogers e De Carlo: gli anni di “Casabella Continuità” (1953-1957)


Michela Beatrice Ferri

E.N. Rogers e Enzo Paci


Roberto Fabbri

“Accordeon”: E.N. Rogers e Max Bill


Roberta Martinis

E.N. Rogers, Pier Luigi Nervi e “Casabella”



Elisabetta Vasumi Roveri

E.N. Rogers e Aldo Rossi, 1953-1964. La “lezione” del maestro negli scritti editi e inediti dell’allievo: continuità e discontinuità



Relazione conclusiva

Giovanni Marras, Architettura,  memoria e invenzione. Attualità di Rogers


***



3 dicembre 2009



Non si può fare a meno dell’architettura


Aula De Carli

ore 9.30


Presiede

Luciano Patetta


Relazione introduttiva

Marco Biraghi, Non si può fare a meno dell’architettura




Interventi di:


Raffaella Neri

Architettura come impegno civile


Dario Costi

La lezione del progetto: il valore didattico del metodo di  Rogers


Marta Caldeira

“Batallas sin cuartel”: E.N. Rogers e la cultura architettonica a Barcellona, 1958-1969


Fiorella Vanini

La collezione Architetti del movimento moderno e l’ “anomalia” italiana (1947-59)


Orlando Di Marino

La tomba di Rocco Scotellaro (1954-57): il monumento, la tradizione, il “Mezzogiorno” di E.N. Rogers


Paola Di Biagi

“Il cuore della città”: abitare sociale e comunità. Borgo San Sergio a Trieste


Cesare Macchi Cassia

“Il cuore della città”. Il concetto di preesistenza e di centralità nella lezione di Rogers, alla luce delle necessità del progetto contemporaneo


Ore 14.30



Presiede: Massimo Fortis



Interventi di:


Eugenia López Reus

Dalle preesistenze ambientali al contesto globale


Maria Vittoria Capitanucci

E.N. Rogers: una vocazione all’internazionalità. Dalla Réunion Internationale d’Architectes all’UIA Congress, passando per l’esperienza nei CIAM


Pasquale Lovero

E.N. Rogers e Milano: internazionalismo e tradizionalismo


Michelangelo Sabatino

E.N. Rogers in North America: From Notoriety to Obscurity?


Simona Pareschi

E.N. Rogers: gli anni di formazione e la collaborazione a “Quadrante”


Marida Talamona

«Synthèse des Arts Majeurs»: un manoscritto di Le Corbusier del 1947 per la rivista Domus ( e mai pubblicato)


Elena Manzo

E.N. Rogers e la cultura architettonica scandinava. Il caso della Danimarca


Chiara Baglione

La “corsa al mare”. La creazione del paesaggio di E.N. Rogers e la questione dello sviluppo turistico delle coste italiane


Simona Pierini

Necessità dell’immagine. Relazioni e significati di una iconologia rogersiana


Alberto Sdegno

Rogers unbuilt. Il disegno dei progetti non realizzati di E.N. Rogers/BBPR




Relazione conclusiva

Daniele Vitale, E.N. Rogers: architettura e immagini di città


***

4 dicembre 2009


Aula De Carli

ore 10.00


Continuità: per un’idea di scuola




Introduzione:

Antonio Monestiroli



Intervengono:


Enrico Bordogna

Francesco Dal Co

Benedetto Gravagnuolo

Luciano Semerani

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Sito web: www.arch2.polimi.it/convegno_Rogers


Segreteria organizzativa: Gizmo
Per informazioni:
enrogers.dpa@polimi.it


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Guido Canella, California 1981

Il presente testo è l’incipit della conferenza tenuta  da Guido Canella il 14 dicembre 2005 presso la facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano all’interno dell’iniziativa “Narrate, uomini, la vostra storia”.

 

“Mi si chiede di parlarvi della mia attività professionale e credo che oggi per la prima volta mi trovi a commentare il mio lavoro di architetto nella scuola dove svolgo il compito di insegnare.

Sono di estrazione borghese, con una famiglia di ingegneri e architetti da molte generazioni. A Milano, con l’amico e collega Michele Achilli, compagno di scuola dalla prima elementare, avevamo frequentato il liceo classico Parini, prima di iscriverci alla Facoltà di architettura, dove incontrammo e cominciammo a collaborare con Daniele Brigidini fino al 1975. Ancora prima di laurearci, ci eravamo ripromessi di non lavorare per i privati ma per il pubblico o, quantomeno, per privati di tipo “particolare”, per cui risulterà spiegabile come i nostri primissimi disegni siano stati dedicati a mobili, allestimenti per fiere ed esposizioni, negozi per artigiani.

L’aspetto confortante dell’esperienza progettuale da noi vissuta negli anni Sessanta e Settanta, in prevalenza municipi e scuole realizzate attraverso la Lega dei Comuni Democratici alla quale avevamo aderito come architetti, sta nella circostanza per cui allora gli amministratori dei centri periferici attorno a Milano –quasi sempre di sinistra e quasi sempre operai o coltivatori diretti, che magari avevano anche militato nella Resistenza– mostravano nei confronti dell’architetto, anche se più giovane di loro, un atteggiamento di fermezza decisionale, ma anche di rispetto. Così, quando presentavamo un progetto di centro civico, proponendo, per esempio, che il municipio potesse dotarsi anche di biblioteca per la scuola media e di auditorium da usare non soltanto come sala consiliare e aula magna, ma anche per eventi culturali, quegli amministratori ne restavano convinti, regalandoci una sensazione straordinaria, pari a quella che deve aver ricevuto Richard Wagner da Ludwig di Baviera, cioè a quella dell’artista o del professionista quando incontra il committente che crede fino in fondo alla sua opera. Quante volte l’avrà provata Le Corbusier?

Alla mia età ci si chiede spesso se non si abbia sbagliato tutto, ma alla fine ci si rassegna riflettendo che non si avrebbe potuto agire altrimenti. Così credo sia quasi per tutti coloro che hanno la fortuna di svolgere un lavoro creativo: per chi dipinge, per chi scrive, per chi compone musica. Per me non c’era altro modo di lavorare, poiché ho sempre pensato che l’architettura mi offrisse l’occasione per creare nuove, migliori situazioni nello spazio dove vive la società degli uomini. Senza questo impulso (che forse si chiama “vocazione”), non avrei saputo che altro fare, né cosa insegnare agli allievi nella scuola. Ma non presumo certo che questo sia l’unico modo di intendere il compito dell’architetto, poiché potrebbe aver ragione chi invece ritiene che progettare consista nel soddisfare con puro abbellimento una domanda posta in termini già prescritti, senza ammettere alcuna modificazione contestuale, tipologica, comportamentale. 

Perciò sono anche contrario all’accademia. Infatti a chi seguo nella scuola mi sforzo di trasmettere il valore della ricerca e l’irrinunciabilità dell’impegno nella conoscenza per incidere attivamente sulla vita di relazione della città, della comunità, e quindi anche della vita familiare e individuale, così che in seguito ogni allievo possa sviluppare liberamente, autonomamente, coerentemente la propria personale interpretazione figurativa. Ma, piuttosto che l’allievo si ispiri al mio lavoro di architetto per compiacermi, paradossalmente preferirei quasi che nella fase finale a seguirne il progetto intervenisse un altro insegnante. 

Architetti giovani e meno giovani oggi ritengono che affrontare la progettazione e la professione secondo questo intendimento resti riconducibile e relegato esclusivamente alle ricerche di quegli anni, dacché il canone prescritto e la funzionalità particolaristica del razionalismo risultano ormai fuori corso –per intenderci, dal settecentesco adagio di Francesco Algarotti, per cui “nessuna cosa si deve porre in rappresentazione, che non sia anche veramente in funzione”, all’Existenzminimum, postulato al CIAM di Francoforte del 1929– e dacché in genere alla professione si chiedono ormai altri intendimenti e quindi altri approcci alla progettazione. Prevale infatti la persuasione che l’architettura, per risultare al corrente dei tempi, debba rinunciare a qualsiasi genere di presunzione ideologica (compresa quella del Movimento Moderno) e, invece, non possa prescindere dal meccanismo degli interessi particolari, attraverso il quale avviene ormai il processo di riproduzione della città e al quale all’architetto non resta che adeguarsi in modo segnaletico e autoreferenziale. Mentre all’estremo opposto una concezione radicale e minoritaria ritiene che all’architetto non resti che abdicare al progetto, riservandogli un residuo compito politico nel risultare attivo nel dissenso sociale. 

Personalmente ritengo ancora in vigore la funzionalità civile postulata dal Movimento Moderno cioè il suo impegno a migliorare le condizioni di convivenza sul territorio. Non è vero che non si possa contraddire il regime liberistico delle città quando spreca risorse tuttora disponibili. Anche a rischio di riuscire anacronistico, continuo a dissentire dall’atteggiamento di chi suppone inutile tentare di incidere sull’assetto fisico della città presente, poiché non ci sarebbe modo di interferire sugli interessi particolari, ormai del tutto dominanti su quelli della collettività, tanto che spesso l’intervento privato si avvale surrettiziamente dell’intervento pubblico. 

Costi quel che costi, credo ancora nell’università e nella professione svolte criticamente. Infatti, ricerca e scuola possono contribuire a disintossicare la  professione, poiché progettare architettura è complicato, difficile e faticoso, quando si tratti di interpretare e coltivare, tipologicamente, figurativamente e nella sua accessibilità, il respiro di una città. I grandi professionisti che vantano di essere assaliti dalla committenza e costretti a produrre con frenesia imprenditoriale farebbero bene a disintossicarsi, a rallentare l’attività e concedersi alcuni momenti di pausa, di riflessione, anche perché così forse si può sbagliare di meno.

Lo stato attuale dell’architettura può anche dipendere dall’inesistenza della critica. E questo non vale solo per l’architettura, poiché su questa latitanza è in corso un ampio dibattito anche tra letterati e artisti. La critica non è compensabile con la filologia o con la storia. In genere i critici contemporanei non aggrediscono l’opera filtrandola attraverso un personale intendere, ma si comportano come broker, per i quali il valore dei titoli viene definito per domanda e offerta in una borsa internazionale alla quale si adeguano tanto i mass-media quanto le pubblicazioni specialistiche. In passato il critico non mancava  del coraggio di scendere sul campo e di misurarsi alla pari con l’autore, assumendo la responsabilità del proprio parere, magari anche rischiando di commettere errori notevoli, come Roberto Longhi nel caso de Chirico, come Edoardo Persico nel caso Terragni.

Pertanto l’opera di architettura viene considerata alla stregua di un prodotto di design (inteso nella vulgata italiana) e gli architetti sono indotti a cimentarsi come designer, rinunciando alla responsabilità dell’interpretazione contestuale e puntando, invece, sulle qualità apparenti di sofisticata tecnologia, leggerezza, volatilità, eccentricità, come si trattasse di dare involucro a un feticcio domestico rappresentativo delle personali inclinazioni di un virtuale acquirente. E tutto ciò ha determinato un gusto corrente, coltivato anche dai mass-media, per una metropoli universale e globalizzata che si ritiene possa convivere con un centro storico imbalsamato.

La nostra opzione di lavorare in periferia e nel concentrico milanese derivava dunque dalla considerazione che i protagonisti milanesi dell’architettura moderna (per intenderci, gli Albini, Gardella, Asnago e Vender, Figini e Pollini, BBPR, Caccia Dominioni ed altri ancora), dopo la sostanziale prescrizione vissuta nell’anteguerra, negli anni Cinquanta stavano finalmente ottenendo il riconoscimento alla qualità della loro poetica nella ricostruzione del centro storico di Milano. Così che per noi si trattava di cercare un’espressione di riscatto funzionale ed epico nelle aree di nuovo insediamento ai margini e fuori dalla città. [...]”

 

 

 

Per la versione integrale del testo, vedi Italia 60/70. Una stagione dell’architettura, (a cura di GIZMO), Il Poligrafo, Padova 2009.

 

Gizmo

Hacking significa solamente costruire qualcosa rapidamente o testare i limiti di ciò che può essere fatto. Come la maggior parte delle cose, può essere utilizzato per fini giusti o sbagliati, ma la stragrande maggioranza degli hacker che ho incontrato sono idealisti che desiderano avere un impatto positivo sul mondo. (Mark Zuckerberg)

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