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manifesto mostra



La mostra documenta le opere più significative realizzate da Botta, nato a Mendrisio nel 1943 e laureato a Venezia, in tanti anni di fortunata attività professionale: dalle prime case unifamiliari, originali espressioni della scuola ticinese, fino ai grandi edifici pubblici, biblioteche, teatri, musei, chiese e sinagoghe, realizzati in tutto il mondo.

L’itinerario architettonico di Mario Botta, che trova le proprie origini nell’interpretazione della tradizione del Movimento Moderno e prosegue negli anni senza cedimenti su questa linea, si configura oggi come “ragione critica” rispetto alla fragilità dei modelli e delle mode offerte dalla globalizzazione.


Nel suo studio di Lugano, l’architetto ticinese progetta edifici che trovano la propria ragione d’essere nella consapevolezza di interpretare la sensibilità della cultura contemporanea e nel contempo evocare quel territorio di storia e di memoria che costituisce il vero patrimonio dell’identità dell’architettura europea. Presente e passato convivono dentro un linguaggio figurativo fatto di geometrie e materiali, senza ombra di nostalgie storiciste o velleità tecnologiche. L’architettura ritrova così la propria vocazione primitiva di forma essenziale che modella lo spazio di vita dell’uomo e che, rispettando le funzioni alle quali deve rispondere, aspira ad offrire inedite emozioni.


In mostra si possono studiare e ammirare circa 60 progetti di edifici realizzati, documentati con schizzi e modelli originali, fotografie e disegni inediti attraverso un originale percorso espositivo organizzato in dodici sezioni: dagli Incontri che rappresentano una vera e propria introduzione alla mostra, con suggestioni e memorie di artisti e opere che hanno lasciato un segno profondo nella formazione dell’architetto, fino ai progetti più recenti per i grandi spazi urbani.

L’ultima sezione è, infine, dedicata alle creazioni di oggetti di design e ai progetti di allestimento degli interni.

 




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a cura di Peter T. Lang e Patrizia Ferri


Hyunnart studio, viale Manzoni 85, Roma


dal 4 al 18 Giugno 2010
Vernissage giovedì 3 Giugno ore 18.00

 

 


Lo studio di architettura 2A+P/A,

diretto da Gianfranco Bombaci e Matteo Costanzo, esporrà, presso gli spazi espositivi dello Hyunnart studio, una selezione dei suoi ultimi progetti.

La mostra è un evento collaterale della prima edizione della Festa dell’Architettura di Roma “Index Urbis” (www.indexurbis.it) a cura di Francesco Garofalo, è patrocinata dall’Istituto Nazionale di Architettura IN/Arch Lazio ed è supportata nella comunicazione da Image.

La mostra, a cura di Peter T. Lang e Patrizia Ferri, organizzata in collaborazione con Mario De Candia e Paolo Di Capua, presenterà sei progetti rappresentativi della sua attuale ricerca architettonica: la nuova Facoltà di Architettura di Delft in Olanda, il Pop Music Center di Taipei a Taiwan, un complesso di abitazioni a Tartu in Estonia, un molo attrezzato per il porto di Dunkerque in Francia, il prototipo di unità abitativa “Condominio
Produttivo” e il nuovo Museo di Maribor in Slovenia.

L’allestimento rappresenta anch’esso un progetto e contribuirà a descrivere
l’immaginario degli autori, stravolgendo la percezione degli spazi espositivi: uno scenario surreale dove i progetti saranno presentati in forme diverse come disegni, immagini, wallpaper, modelli e video.
Festa.

 

 

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We are not able to say a priori which architecture we like. At least, not in a theoretical or in a prescriptive sense, nor in a stylistic or in any other sense.

 

Generally speaking, we like architecture that makes us think, that entertains us, architecture that makes us smart, cultured, complex, simple, as it is. Architecture that makes us feel at its height.  Architecture – as everybody knows – can really touch dizzy heights. But often it contents with a material height rather than with a height so high that it is simply impossible to reach.

 

We like architecture that we can’t possess, whatever amount of money we can have. Architecture that is beyond our reach, architecture in which we can’t feel completely “at home”, as far as we love it.

 

Yet with all this, we would not be able to say a priori which architecture we like. But we can tell a priori which we don’t like. What we disagree with is relatively easy to identify for us. And yet, in no way the architecture we don’t like can define - by simple opposition - the architecture we like.

 

 

***

 


Non sapremmo dire a priori quali architetture ci piacciono. Non comunque in senso teorico, o prescrittivo, o stilistico, o in qualunque altro senso.

 

In linea di massima, ci piacciono le architetture che ci fanno pensare, che ci divertono, che ci fanno essere intelligenti, colti, complessi, semplici, come lo sono loro. Le architetture che ci fanno sentire alla loro altezza. L’architettura – come tutti sanno – può toccare altezze davvero vertiginose. Ma spesso si accontenta di un’altezza concreta piuttosto che aspirare a un’altezza una volta conquistata la quale risulti semplicemente impossibile raggiungerla.

 

Ci piacciono le architetture che non riusciamo a possedere, qualunque sia la cifra di cui disponiamo. Quelle che rimangono in ogni caso al di fuori della nostra portata, quelle in cui non potremmo mai sentirci del tutto “a casa nostra”, per quanto appassionatamente le amiamo.

 

Con tutto ciò, non sapremmo ancora dire a priori quali architetture ci piacciono. E invece sappiamo benissimo dire a priori quali non ci piacciono. Ciò che non condividiamo è relativamente facile da identificare. E tuttavia, in nessun modo l’architettura che non ci piace riesce a definire – per semplice opposizione – l’architettura che ci piace.

 

Marco Biraghi

 


Milano, 29.03.2010


 

 

Gizmo

Io se fossi Dio, non avrei proprio più pazienza, inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio universale. (Giorgio Gaber)

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