logo RSS Feed Facebook Twitter Home page Image Map

dsc06671


Il 20 settembre, nel Castello di Barone, presso Caluso (TO), messo a disposizione per l’occasione da Pietro e Graziella Derossi con generosa e squisita ospitalità, ha avuto luogo la prima riunione del GIDAC (Gruppo Itinerante di Dibattito su Architettura e Città). L’iniziativa, promossa da GIZMO e intitolata “C’era una volta il dibattito: idee di città a contronto”, ha visto la partecipazione di Eugenio Abriani, Florencia Andreola, Laura Apollonio, Antonio Besso Marcheis, Marco Biraghi, Andrea Bogani, Bruno D. Chirchiglia, Alessandro Cossovich, Davide Derossi, Paolo Derossi, Pietro Derossi, Pier Massimo Enrico, Marco Farè, Catia La Grotta, Franco Lattes, Anna Licata, Gabriella Lo Ricco, Alessandro Mansutti, Claudia Matoda, Silvia Micheli, Edoardo Rovida, Warner Sirtori, Mauro Sullam, Davide Viganò.
La discussione sulle relazioni architettura/città nell’epoca contemporanea è così avviata. Nelle prossime settimane su questo sito verranno pubblicati gli Atti dell’incontro, che costituiranno la piattaforma di discussione per la prossima tappa del GIDAC, di cui daremo tempestiva informazione.


barone











 

 

 

00__battaglia_di_anghiari2


GIOCHI PER L’ESTATE

Divertirsi con la storia

di Marco Biraghi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

01-ryujo-miyamoto1

Caccia all’errore

Abbiamo “testato” per voi alcune tra le maggiori Storie dell’architettura contemporanea (Bruno Zevi, Leonardo Benevolo, Manfredo Tafuri e Francesco Dal Co, Kenneth Frampton, William Curtis). Come terreno di confronto abbiamo scelto un unico tema uguale per tutte, individuato sulla base del metodo scientifico noto con il nome di “metodo Conforti”. Il tema prescelto è l’architetto tedesco Hans Poelzig. Buon divertimento!




 

 

1) Bruno Zevi, Storia dell’architettura moderna, Einaudi, Torino 1950


Anche tralasciando ogni considerazione di ordine critico e in merito al modo in cui è inquadrata la figura di Poelzig, per rendersi conto del grado di approssimazione e d’inesattezza della Storia di Zevi basta rilevare che, a pagina 36, egli colloca un non meglio precisato «edificio razionale» di Poelzig (in realtà l’Industria chimica Milch & Co.) a Lubau anziché a Luban; differenza in apparenza minima, se non fosse che il primo è situato in Sassonia, a una ventina di chilometri da Dresda, e il secondo in Polonia, nei pressi di Posen; e che tra i due corrono all’incirca 400 km. Naturalmente si potrebbe pensare a un banale refuso, se la medesima inesattezza non ricorresse anche a pagina 107. Mentre a pagina 708 il nome si trasforma magicamente in Lublino, anch’essa in Polonia, ma distante da Luban poco meno di 500 km.
Inoltre a pagina 113 della prima edizione (non emendata per lungo tempo in quelle successive), Zevi regala generosamente a Poelzig dodici anni di vita, facendolo morire «nel 1948» anziché nel 1936 (regalo confermato nelle tavole cronologiche presentate a pagina 535 e a pagina 701, ma non – incoerentemente – nella scheda bibliografica di pagina 589). Errore non da poco, da cui scaturiscono notevoli distorsioni interpretative, non limitate al solo Poelzig ma che coinvolgono l’intero quadro dell’architettura europea.


2) Leonardo Benevolo,
Storia dell’architettura moderna, Laterza, Bari 1960


Quantitativamente scarsissimi, e di ancor più scarsa consistenza critica, i riferimenti a Poelzig da parte di Benevolo. A pagina 554 si accenna, senza peraltro affatto dettagliarle, ad «alcune opere di Pölzig» (accomunate a quelle di Mendelsohn e al Goetheanum di Steiner) come «tentativo di applicazione letterale, in campo architettonico, del repertorio espressionista post-bellico».
Tale stupefacente vaghezza non impedisce a Benevolo di includere l’architetto tedesco, a pagina 591, nel novero dei «più celebri maestri moderni», insieme a Gropius, Mendelsohn e Le Corbusier, a cui il governo russo commissiona un progetto «per il Palazzo dei Sovieti». Ma quando si tratta di entrare nei dettagli, la succinta descrizione dei progetti si limita a quella degli altri tre “maestri”. E lo stesso vale per l’Esposizione del Werkbund di Stoccarda del 1927, dove Poelzig è inserito tra «i migliori architetti di tutt’Europa [che] sono chiamati a costruire case».
Per chi cerchi qualcosa di più di codeste (del tutto immotivate, stanti gli elementi forniti da Benevolo) “onorificenze”, può trovare soddisfazione solo in scarne informazioni biografiche, peraltro prive di qualsiasi specificazione e contestualizzazione cronologica («professore alla Technische Hochschule di Charlottenburg e presidente del Werkbund»: professore di cosa? presidente quando?), e in due illustrazioni del progetto per il Festspielhaus di Salisburgo (pagina 663), non distinte tuttavia tra loro in prima e seconda versione, e datate entrambe (erroneamente) al 1919, anziché – come sarebbe corretto – l’una al 1920 e l’altra al 1921.


3) Manfredo Tafuri e Francesco Dal Co, Architettura contemporanea, Electa, Milano 1976


La figura di Poelzig è correttamente iscritta nel quadro della vicenda del Werkbund, organizzazione alla quale egli aderisce prima della guerra, ciò che rende però quantomeno inopportuna l’insistenza con cui viene sottolineata la sua tendenza «espressionistica» (pagina 79), che lo porterebbe conseguentemente a produrre «progetti di ispirazione espressionista» (pagina 80). Dovrebbe infatti risultare del tutto evidente agli autori come non soltanto la categoria di “espressionismo” (proprio uno di quegli “ismi” da loro stessi giustamente deplorati) sia di per sé equivoca, tarda e tutta interna al vocabolario della storiografia architettonica, e dunque estranea alla consuetudini verbali degli stessi protagonisti di quella stagione; ma altresì come tale categoria non possa essere in ogni caso applicata alle opere realizzate da Poelzig prima del 1914. Ma non è questo l’unico problema. Si legga quanto Tafuri e Dal Co scrivono alle pagine 86 e 87:

 


Dopo alcuni edifici vagamente e ironicamente medievaleggianti – la chiesa di Maltsch in Slesia e il municipio di Löwenberg (1906) – Poelzig progetta una serie di opere in cui si è voluto leggere un autentico Espressionismo architettonico: un gruppo di case a Breslau (1908-12), i magazzini sulla Lunkenstrasse a Breslau (1911), la torre-deposito d’acqua a Amburgo, la fabbrica chimica di Luban. Non si tratta di organismi innovatori, ma di masse scenograficamente atteggiate a mimare l’“antigrazioso” della grande città.

 


Trascurando l’inessenziale confusione tra Lunkenstrasse e Junkernstrasse, ciò che appare più sorprendente nella pur interessante affermazione in merito all’“antigrazioso” è che, tra gli edifici citati, soltanto quello di Amburgo è collocato (o piuttosto lo sarebbe, essendo in realtà rimasto allo stadio di progetto) in una “grande città”, mentre gli altri sorgono in contesti che non giustificano in alcun modo l’etichetta attribuita loro dai due autori. In quanto poi alla relazione che ciò intratterrebbe con i testi sulla metropoli di Max Weber e Georg Simmel (vere e proprie “chiavi universali” in grado di spiegare qualsiasi questione architettonica e urbana tedesca del primo Novecento, nella suggestiva visione offerta da Tafuri e Dal Co), è un peccato che i due storici non si peritino minimamente di provare la conoscenza di tali testi da parte di Poelzig, né la loro eventuale presenza nella biblioteca dell’architetto, requisito minimo solitamente richiesto agli studiosi per poter fondare con un qualche senso le proprie affermazioni.
Alquanto laconiche risultano infine le notazioni relative alle opere poelzighiane successive alla fase caratterizzata – secondo l’interpretazione sin troppo generica fornita dagli autori – da una «teatralità espressionista» (pagina 138); sicché bisogna accontentarsi, per i due importanti edifici della Haus des Rundfunks di Berlino e della IG Farbenindustrie di Francoforte, della messa in rilievo delle «contenute geometrie» che in modo quantomeno oscuro denoterebbero la «vocazione di grande professionista» di Poelzig (laddove, a riprova del padroneggiamento del mestiere, piuttosto che il ricorso a un carattere linguistico o stilistico, ci si aspetterebbe qualche considerazione maggiormente “strutturale”, di ordine costruttivo o distributivo. Ma su questi aspetti, come del resto sul cantiere, Tafuri e Dal Co tacciono – e non soltanto in questa circostanza).

 
4) Kenneth Frampton, Modern Architecture: A Critical History (1980), trad. it. Storia dell’architettura moderna, Zanichelli, Bologna 1982

 

L’unica preoccupazione di Frampton relativa a Poelzig pare sia quella di dimostrare l’affinità tra le sue opere e la Stadtkrone (corona della città) di Bruno Taut. Si legga quanto scrive alle pagine 131 e 132:

 

 

Paradossalmente, non fu Taut, ma Hans Poelzig a realizzare la più pura immagine della cristallina “corona della città”. Il teatro di 5000 posti, che egli progettò per Max Reinhardt a Berlino nel 1919, si avvicinò a Scheerbart, nella sua scintillante dissoluzione della forma e dello spazio, più di qualsiasi altra realizzazione postbellica di Taut. […] Dopo essersi affermato come architetto a Breslavia, nel 1911 aveva realizzato due opere anticipatrici che preludevano al successivo linguaggio formale dei due Taut e di Mendelsohn: una torre serbatoio d’acqua a Posen (una immagine della Stadtkrone se mai ve ne furono) e un edificio per uffici a Breslavia […]. [Nel 1920], egli proclamò la sua affinità con gli artisti della Catena di Vetro, elaborando un progetto per il Festspielhaus di Salisburgo, nel quale il motivo a pennacchio, da lui appena inventato, era sovrapposto a un’immagine di Stadtkrone di eroiche proporzioni.

 


Difficile stabilire con esattezza che cosa Frampton abbia in mente a proposito della Stadtkrone. Di certo, è abbastanza curioso che edifici così diversi fra loro per destinazione, tecniche costruttive, aspetto e datazione possano rimandare tutti a una medesima “idea”, peraltro formulata in un momento successivo ad almeno una delle tre opere citate. Inoltre, al pari degli altri autori nominati in precedenza, Frampton non fa il minino cenno alle complesse vicende costruttive del Grosse Schauspielhaus di Berlino (edificio di cui vengono al più formalisticamente ricordate le “false stalattiti” della cupola ma non l’origine come mercato coperto, e il susseguente adattamento a circo, da ultimo abilmente trasformato in teatro da Poelzig). Né fa parola – nelle successive edizioni del libro – della distruzione subita dall’edificio nel 1988. Per Frampton – non resta che concludere – tale evento non è considerabile storia.

 
5) William J. R. Curtis, Modern Architecture since 1900 (1982), trad. it. L’architettura moderna del Novecento, Bruno Mondadori, Milano 1999

 

Addirittura indegno anche solo di menzione è il Grosse Schauspielhaus per Curtis. In una Storia dalle dimensioni a dir poco imponenti, alla trentennale attività di Poelzig sono riservati soltanto due “fulminei cenni”, al «Serbatoio idrico a torre a Breslau» e alla «Fabbrica di prodotti chimici a Luban» (pagina 103). Per il resto, nulla al di fuori di una (giusta ma generica) critica – reiterata però inspiegabilmente due volte (a pagina 103 e a pagina 186) – del termine “espressionismo”, cui tuttavia non corrisponde l’analisi sotto una diversa angolazione anche di una sola opera tra quelle normalmente ascritte a questa fase del lavoro di Poelzig.
Al termine di questo breve florilegio di inesattezze, omissioni e sciocchezze sull’opera dell’architetto tedesco (assunto naturalmente come semplice “campione”, sulla base del quale però sarebbe a questo punto lecito quantomeno interrogarsi sul trattamento riservato – mutatis mutandis –  all’opera di Frank Lloyd Wright, Le Corbusier, Ludwig Mies van der Rohe o Giovanni Michelucci), non si può che concludere dicendo: in fondo abbiamo solo voluto un po’ scherzare… con i santi!

 

 

02-missiles1L’identità misteriosa


Le tre recensioni seguenti sono evidentemente frutto della stessa mano. A voi scoprire a chi appartiene. Inviateci le vostre risposte.

 

 

 

 

 

 

 

Storia dell’architettura contemporanea
Giovanni Fanelli, Roberto Gargiani
Laterza, Roma-Bari 1998

 

Albini F.; Bottoni P.; Cuypers P.J.H.; Domenech y Montaner L.; Eames C.; Fischer T.; Gardella I.; Howard E.; Isozaki A.; Jujol J.; Kahn A.; Lurçat A.; May E.; Niemeyer O.; Olmsted F.L.; Prouvé J.; Quaroni L.; Rogers E.; Siza A.; Tecton; Unwin R.; Voysey C.F.A.; Wagner M.; Zevi B.: un semplice gioco mnemonico, breve per non annoiare – ma anche gli studenti destinatari di questa “storia” mirante all’«analisi puntuale delle opere nelle soluzioni di struttura, di forma e di qualificazione spaziale», «non nozionistica, non evenemenziale, non descrittiva bensì nuova», come sostengono gli autori Fanelli-Gargiani, evidentemente cultori dell’understatement, questi nomi (e molti altri, anche di paesi e città, per tacere delle date) non li troveranno nel loro libro, il cui (modesto) obiettivo è separare la «verità» (d’origine «viollet-le-duchiana» o «semperiana») da «falsità» e «tradimento» (ad es. Sullivan-Wright). Che anche questo sia un libro non c’è dubbio; che sia una “storia dell’architettura” è difficile crederlo.

 

da «Casabella», 668, giugno 1999, p. 76

 

 
Storia dell’architettura moderna
Imitazione e invenzione fra XV e XX secolo
Giorgio Pigafetta
Bollati Boringhieri, Torino 2007

 

1000 pp. ca. raccontano l’architettura europea tra il XV e il XX secolo, tralasciando Venezia, Pavia, Ferrara, Napoli nel Quattrocento, Palermo, Napoli, Madrid, Granada, Lecce nel Cinque-Seicento, l’Escorial, Stoccolma, Haussmann, ecc. La tesi: “l’architettura imita l’antico” e l’“antico” coincide con gli ordini (ma Bramante e Brunelleschi non si cimentarono anche con volte e cupole?). Ciò detto il libro passa a considerare le varianti della “dottrina mimetica” e il loro tramonto (Sette-Ottocento) e compie poi un’incursione nel Novecento (che per l’Italia si esaurisce con Gigiotti Zanini e Piacentini). Se guerre, poteri che mutano come i commitenti e le tecniche o “accadimenti minori”, il Concilio di Trento per es., non turbano l’“Europa” qui raccontata, enciclopediche omissioni e assenza di storia sono invece cifre di questo libro, parzialmente riassunto da precedenti scritti di Pigafetta, non meno degli errori: per es. (ma è una parte per il tutto) la fotografia 10 dell’Ospedale degli Innocenti di Brunelleschi ritrae l’addizione del 1845; quella 78 recita: «Raffaello (attribuito), Palazzo Vidoni Caffarelli», ma mostra la facciata ricostruita nel XIX sec. del Palazzo edificato per Bernardino Caffarelli (1525-26) da Lorenzetto e non da Raffaello, morto cinque anni prima.

 

da «Casabella», 774, febbraio 2009, p. 99

 

 

 
Le parole dell’architettura
Un’antologia di testi teorici e critici 1945-2000

a cura di Marco Biraghi e Giovanni Damiani
Einaudi, Torino 2009

 

Per Biraghi la povertà della produzione teorica della cultura architettonica contemporanea è un fenomeno recente di cui non vi era traccia nei decenni successivi al 1945. Questa tesi non è avvallata dalla scelta degli scritti raccolti in questo libro, commentati da Damiani. Mescolando grano e loglio, e non facendo mai riferimento a opere costruite, egli non offre alcuna prova che le «brillanti teorizzazioni» e «le grandi inquietudini» che vi coglie non sono levia verba (una definizione di Biraghi appropriata per le pagine in cui Damiani parla «dell’alto livello e del grande interesse» di testi a volte inconsistenti, senza ricondurli ai rispettivi tempi e contesti). Afflitta da un curioso strabismo, l’antologia non brilla per ampiezza di vedute e originalità. Avendo come sfondo il cinquantennio 1945-2000 non fa cenno a quanto è accaduto, per es., in Oriente, in Sud America e nella penisola iberica, né coglie rimandi e scarti che, permettendo così di misurarne qualità e spessori, connettono i testi selezionati a quanto altri protagonisti del secondo Novecento hanno realizzato e scritto contemporaneamente (Le Corbusier, Pikionis, Mies, Schwarz, Aalto, Kahn, Barragán, De la Sota, Tavora, Van der Laan, per es., sono scomparsi tra il 1965 e il 2008, ma di loro il libro non parla).

 

da «Casabella», 779, luglio 2009, p. 98

 

 

03-hiroshimaChe cosa manca?


Un metodo critico molto in voga attualmente tende a valutare – all’interno di un libro o di una mostra – sempre e soltanto ciò che manca, anziché ciò che c’è.
Abbiamo provato a valutare con lo stesso parametro una delle più note e autorevoli collane di architettura del panorama editoriale italiano: la collana degli “Architetti moderni” dell’editore Electa. L’impegnativo titolo che reca giustifica infatti l’aspettiva che in essa si possano trovare volumi dedicati ai maggiori architetti moderni.
Vediamo il risultato del test.

 

Buon divertimento!

 

 

Per cominciare, manca Adolf Loos.
Mancano Joseph Maria Olbrich ed Henry van de Velde.
C’è Antoni Gaudí ma manca Hector Guimard.
C’è Sigurd Lewerentz ma manca Gunnar Asplund.
C’è Peter Behrens (a parte lo stravagante fatto che il volume su questo importantissimo e prolifico architetto ammonti a meno della metà rispetto a quello, ad esempio, sull’eccellente Dimitris Pikionis) ma manca Hans Poelzig. Manca Paul Bonatz. Manca Tony Garnier.
Manca Ludwig Mies van der Rohe. E manca pure Karl Friedrich Schinkel.
Mancano Ludwig Hilberseimer ed Ernst May. Manca J. J. P. Oud. È presente Rudolf Schwartz ma manca inspiegabilmente Dominikus Böhm. Manca Rudolf Schindler. Manca Paul Rudolph.
Mancano tutti gli architetti russi (Konstantin Melnik’ov, Ivan Leonidov, Mosej Ginzburg…).
Manca James Stirling. Mancano Alison e Peter Smithson, ma anche Denys Lasdun, Colin St John Wilson, Aldo van Eyck, Arne Jacobsen, Jørn Utzon.
Manca Louis I. Kahn.
Tra gli spagnoli manca Alejandro De la Sota. Manca José Antonio Coderch. Manca Francisco Javier Sáenz Oíza. Manca Rafael Moneo.
Tra i sudamericani, clamorosamente manca Oscar Niemeyer, ma mancano anche Paulo Mendes da Rocha e João Batista Vilanova Artiguas.
Tra i giapponesi mancano Kenzo Tange, Arata Isozaki, Kisho Kurokawa, Kyonori Kikutake.
Mancano quasi tutti gli italiani (Giovanni Muzio, Raimondo D’Aronco, Piero Portaluppi, Giuseppe de Finetti, Aldo Andreani), rappresentati – meritoriamente ma un po’ proditoriamente – da Gio Ponti e Tomaso Buzzi.
Manca Antonio Sant’Elia.
C’è Franco Albini ma manca Ignazio Gardella.
Mancano i BBPR.
Manca Vittorio Gregotti. Manca Renzo Piano…

E si potrebbe continuare ancora a lungo.
Procedendo di questo passo si finirebbe col persuadersi che un’ottima collana sia una pessima collana.
Ma ovviamente è ben lungi da noi voler avanzare questa critica!

 

 

04-ingresL’enigma della Sfinge

Quali sono le «diverse “ottiche”» adottate nella Storia dell’architettura contemporanea del noto storico d’architettura “miope” Marco Biraghi (ottiche diverse «a seconda del soggetto trattato e della distanza dal presente alla quale si trova»)?

Un attento lettore si è lamentato del fatto che queste “ottiche” non siano “mai esplicitate o definite”. Per questa ragione, vista l’estrema difficoltà dell’indovinello e l’alto quoziente intellettivo che presuppone, se ne fornisce qui la soluzione.

 

 

 

 

Soluzione:

1) ottica “grandangolare”, per il primo brevissimo capitolo (20 pagine) sulla seconda metà del Settecento, e per il secondo (67 pagine) sul periodo 1800-1914;

2) ottica “normale”, per il capitolo L’esperimento del “moderno”, dal 1900 al 1945 (340 pagine);

3) ottica “tele”, per il secondo volume, dedicato agli ultimi cinquant’anni (530 pagine).

Lo stesso attento lettore ha dedicato circa un terzo della sua minuziosa analisi del libro a una parte di esso che occupa – non casualmente, o per disattenzione, mancanza di considerazione, superficialità o trascuratezza da parte dell’autore bensì programmaticamente, stante l’aggettivo che compare nel titolo – meno di un decimo delle pagine totali. Per esplicitare ancor meglio, all’arco di tempo che va dal 1945 a oggi è assegnato un numero di pagine – e conseguentemente un approfondimento – più di 26 volte maggiore rispetto a quello assegnato al XVIII secolo.
Del resto, la semplice lettura della quarta di copertina del primo volume avrebbe forse evitato all’attento lettore un inutile incomodo: «[...] questo volume [...] cerca anche d’individuare – in misura inversamente proporzionale alla loro distanza nel tempo – le “cause lontane” dell’architettura contemporanea: partendo dalla seconda metà del Settecento, e passando per l’Ottocento, vengono cosí messe in luce alcune delle “radici storiche” su cui essa si fonda».

 

 

05-bunkerLa definizione

Torre d’avorio (dal lat. Turris eburnea; cfr. Cantico dei Cantici, 7, 5): Luogo, solitamente figurato, nel quale ci si isola per perseguire i propri interessi e ideali (detto soprattutto degli intellettuali).

 

 

 

 

 

 

 

 

06-microscopioIl confronto

1) Si prenda una monografia su un architetto (a libera scelta del giocatore). Si verifichi lo spazio, in termini di numero di pagine, che essa ha a disposizione e lo si confronti con quello spettante al medesimo architetto nell’ambito di una Storia dell’architettura a piacere.

2) Ripetere il medesimo esercizio con un volume interamente dedicato a un solo edificio (la scelta anche in questo caso è libera). In particolar modo, confrontare le analisi dedicate al contesto politico, a quello economico-sociale e culturale, alle vicende progettuali, alle scelte strutturali, al ruolo della committenza e alle vicende costruttive, alle fasi del cantiere, all’organizzazione dell’impresa costruttrice, alle dettagliate biografie di tutti i soggetti coinvolti nel progetto e nella realizzazione dell’edificio, dagli architetti fino alle maestranze, con gli approfondimenti consentiti a una Storia dell’architettura (sempre a piacere).

Scriveteci i risultati dei vostri confronti. A chi dimostrerà maggiore stupore nel constatare le differenze esistenti (non dimenticate di indicarci i titoli dei libri messi a confronto), verrà donato un volume a vostra scelta della prestigiosa collana Electa “ad esempio”, oppure un abbonamento annuale a «Ville e Giardini».

 

 

07-willem-van-de-velde-iLo sapevate che…?

1) …l’editore di un libro esige e si aspetta qualcosa dall’autore del libro medesimo?
2) …l’editore fissa per un libro dei costi economici?
3) …l’editore impone a un libro dei limiti dimensionali?
4) …l’editore stabilisce dei tempi di lavorazione?
5) …complesse trattative, scadenze, dilazioni, compromessi, rapporti umani si nascondono dietro un libro?

Naturalmente tutto ciò dovrebbe essere ben noto a chi abbia avuto occasione, anche una sola volta, di accostarsi al mondo editoriale, e abbia in più una spiccata sensibilità per le problematiche della committenza e del cantiere. Costui non potrà certo ignorare i problemi concernenti la committenza e il “cantiere” di un libro. Problemi reali, concreti, e perciò in nessun modo idealizzabili o trascurabili ai fini della sua valutazione complessiva.

 

 

08-memlingAntologia del buon umore

La barzelletta dello storico, e dello studioso italiano in generale.

La discussione scientifica
«Nell’impostazione dei problemi storico-critici, non bisogna concepire la discussione scientifica come un processo giudiziario, in cui c’è un imputato e c’è un procuratore che, per obbligo d’ufficio, deve dimostrare che l’imputato è colpevole e degno di essere tolto dalla circolazione. Nella discussione scientifica, poiché si suppone che l’interesse sia la ricerca della verità e il progresso della scienza, si dimostra più “avanzato” chi si pone dal punto di vista che l’avversario può esprimere un’esigenza che deve essere incorporata, sia pure come un momento subordinato, nella propria costruzione. Comprendere e valutare realisticamente la posizione e le ragioni dell’avversario [...] significa appunto essersi liberato dalla prigione delle ideologie (nel senso deteriore, di cieco fanatismo ideologico), cioè porsi da un punto di vista “critico”, l’unico fecondo nella ricerca scientifica».

(Antonio Gramsci, Problemi di filosofia e di storia)

 

 

09-magritteIl personaggio storico

Dare del “crociano” a qualcuno, in un certo (un po’ vetusto) ambiente intellettuale che ancora sopravvive e a cui gli storici dell’architettura paiono – nonostante tutto – appartenere, è uno sport sempre in voga; un po’ come dare del “fascista” negli anni sessanta, e dello “stalinista” (o più semplicemente del “comunista”) ai giorni nostri.
Naturalmente, per parlare di Benedetto Croce con conoscenza di causa bisognerebbe innanzitutto averlo letto, e inoltre sapere quale ruolo rivestiva nella società del suo tempo. Per fornire un indizio, Antonio Gramsci ne parla come del «leader della cultura egemone».
Volendo esercitarci a nostra volta in tale sport, la domanda è: chi in questi anni ha rivestito e riveste tuttora il medesimo ruolo nell’ambito dell’architettura italiana (università, editoria)? Chi è il vero Benedetto Croce della contemporaneità?

 

 

10-sarajevoLa sottrazione

Chi è l’autore del seguente aforisma?

«Si occupano della storia con l’intento di sottrarla all’umanità»

1) Giorgio Vasari

2) Anthony Alofsin

3) Karl Kraus

 

 

 

 

 

 

11-rembrandtIl bersaglio

E per concludere, i veri obiettivi dello storico “specialista” in materia di storia:

Meglio inutile che utile.
Meglio inoperante che operativa.
Meglio morta che in mano altrui.

aa52_1_b

 

Giochi per l’estate

cera-una-volta-il-dibattito

a cura di GIZMO

con la partecipazione di DEROSSI ASSOCIATI



Primo  incontro del seminario itinerante a inviti  ”C’era una volta il dibattito. Idee di città a confronto“.



20 settembre 2009, ore 10.00

Barone-Caluso (TO)

dsc06674

881_libri_010_big Recensione a Francesco Dal Co, Il tempo e l’architetto. Frank Lloyd Wright e il Guggenheim Museum (Electa, Milano 2004)

 

 

La storia della spirale ovvero la spirale della storia

di Marco Biraghi

 

L’ultimo libro di Francesco Dal Co analizza il Guggenheim Museum di New York, una delle architetture più celebri, celebrate, criticate e chiacchierate del secolo scorso. Lo fa ricostruendone minuziosamente ma intelligentemente la storia, i presupposti, i rapporti con la committenza, il radicamento nello sviluppo della carriera di Wright, prendendo in considerazione i problemi materiali e costruttivi, non meno di quelli interpersonali e psicologici, i vagheggiamenti, gli amori e le invidie che hanno animato protagonisti e comparse della sua complessa vicenda. Lo fa attraverso una prosa elegante, artatamente involuta ma sempre controllatissima nei suoi sviluppi e soprattutto nei suoi fini: i documenti presi in considerazione (siano essi disegni preparatori, lettere o articoli di giornale) sono sempre fatti intervenire nel discorso con pertinenza e proprietà, mai finalizzati a quella vuota ostensione di sé e a quella feticistica celebrazione cui spesso li sottopone lo storico-archivista dei nostri tempi. 

In un unico punto l’autore sembra perdere la perfetta aderenza dimostrata in tutto il resto del libro tra materia trattata e suo inquadramento storico-critico: allorché, occupandosi del rapporto, negato da Wright, tra la sua apparecchiatura a spirale e il Central Park di New York, invita a «riconsiderare criticamente uno dei luoghi comuni più frequentemente utilizzato dalla storiografia per spiegare la peculiarità delle costruzioni wrightiane, spesso interpretate quali conseguenti espressioni del rapporto empatico che l’architetto sarebbe stato in grado di instaurare, organicamente e puntualmente, con i luoghi e gli ambienti naturali destinati ad accoglierle». Criticare l’interpretazione “volgare” dell’organicismo wrightiano gettandole in faccia il supremo distacco assunto dal Guggenheim rispetto al contesto nel quale è inserito significa non soltanto andare alla ricerca di un sin troppo facile applauso, ma anche sottovalutare – e forse addirittura fraintendere – la reale sostanza della concezione della natura per Wright. Con l’edificio del Guggenheim Wright esprime il proprio distacco rispetto alla città, non certo rispetto alla natura. E non perché al contrario nei confronti della natura il suo atteggiamento sia di “organico” confondimento, come sostiene appunto un organicismo “volgare”, bensì per la semplice ragione che nel contesto di New York non vi è alcuna natura che Wright possa “riconoscere” come tale e con cui conseguentemente possa rapportarsi (ed equivarrebbe a sottostimarlo ritenere che per un architetto come lui, avvezzo alle foreste della Pennsylvania o alla wilderness dell’Arizona, il Central Park – puzzle di landscapes artificialmente costruito nel cuore di Manhattan – possa rappresentare davvero un credibile campione di “natura”!). 

Per il resto il libro di Dal Co si presenta come un’eccellente e addirittura perfetta ricostruzione storica della vicenda che vede la nascita e la realizzazione di uno dei capolavori assoluti della modernità: dove la nozione di “capolavoro” non è assunta nella sua accezione idealistica, bensì è dimostrata in tutta la sua realtà materiale, passo dopo passo, anno dopo anno, decisione dopo decisione, nella vera e propria lotta corpo a corpo che uomini, materia e tempo intraprendono fra loro per riuscire a realizzare qualcosa – e qualcosa per di più che valga la pena di essere custodita nella memoria di un’epoca e di una civiltà. Una lotta che non ha semplicemente “luogo” nel tempo (i lunghi anni che il progetto del Guggenheim richiede per raggiungere la sua configurazione finale e per tradursi poi in un oggetto materiale, concreto), ma che è assieme contro il tempo e a favore del tempo, nel senso che il tempo costituisce tanto il suo limite quanto la sua possibilità: unica via – pericolosa, malcerta – perché ciò che sempre diviene possa, sia pur provvisoriamente, essere.

Il libro di Dal Co, però, sembra voler essere qualcosa di più o di diverso: non soltanto un buon libro di storia, quanto piuttosto un libro di storia esemplare. Ciò che viene esposto nelle sue pagine ben scritte e appropriatamente illustrate non è cioè soltanto “una” storia ma un modo di fare la storia. Questo intento, ovviamente mai esplicitamente dichiarato dal suo autore, emerge con grande chiarezza dal libro: e – si può ben dire – con piena ragione, dal momento che ogni libro di storia (quantomeno nelle sue aspirazioni) dovrebbe proporsi assieme come indagine particolare, articolata e circostanziata, dell’argomento del quale si occupa, e come modello generale di approccio alle problematiche storiche; affermazione – per quanto “muta” – di un metodo. Il fatto poi che questo metodo venga “additato” da uno dei più importanti storici dell’architettura contemporanea operanti sulla scena mondiale, carica di ulteriori significati il metodo stesso, e impegna chi legge a prenderlo in considerazione con la massima serietà ed attenzione.

Come detto, quella di Dal Co è una filologia intelligente, dove i dati sono chiamati a significare qualcosa, e non soltanto a testimoniare della propria mera esistenza. La scelta stessa del tema, in sé tanto difficile quanto indiscutibilmente “centrale” (almeno per la storiografia del Moderno), mette in evidenza un preciso modo di porsi nei confronti dei fenomeni storici: dove alla puntualità e all’accuratezza del quadro documentario approntato debba rispondere quasi “obbligatoriamente” l’obiettiva importanza della vicenda narrata. Un simile modo di concepire la storia si muove decisamente in controtendenza rispetto alla perdita di rilevanza delle discipline storiche all’interno dei corsi di studi in cui sono sempre state tradizionalmente inserite, e contro la progressiva espulsione della memoria e della coscienza storiche dalle società contemporanee. Tornare a infondere interesse per questioni storiche mediante argomentazioni scientifiche (e non attraverso una superficiale e riduttiva divulgazione, ultima forma di discorso popolare con cui la storia riesca ancora a sopravvivere all’interno della società dello spettacolo e dell’universo mediatizzato) significa possedere la capacità di mostrarle nel loro aspetto vitale – ciò che costituisce già in sé un risultato importante, presupposto essenziale per riuscire, se non a vincere, perlomeno a combattere la crociata a favore del mantenimento in vita del passato.

Con tutto ciò, vi è ancora qualcosa di cui il libro di Dal Co non riesce – o forse rinuncia preventivamente – a dar conto: può una storia così intelligente, elegante e esauriente, aspirare davvero a divenire un modello? Ovvero, detto altrimenti, è davvero auspicabile che lo diventi? Il problema è evidentemente quello dell’orizzonte di senso entro cui si vanno a collocare i singoli fenomeni storici. Di tale orizzonte, osservando in maniera ravvicinata la vicenda del Guggenheim come fa il libro in questione, è estremamente difficile, se non addirittura impossibile, avere qualche nozione. Eppure una storia che voglia rivendicare – e riacquistare – una centralità all’interno di un panorama culturale più vasto, non può in alcun modo abdicare alla facoltà che le è sempre stata propria di abbracciare scenari di ampiezza maggiore, e di conseguenza tracciare quadri di sintesi, oltreché condurre analisi particolareggiate. 

Si potrebbe obiettare che è proprio quanto ha fatto lo stesso Dal Co, fra gli altri libri, in Architettura contemporanea (1976), scritto con Manfredo Tafuri, e nei saggi contenuti in Abitare nel moderno e Teorie del moderno (1982). Inoltre, si potrebbe obiettare che la mancanza di un’adeguata risposta all’interrogativo ora posto da parte del libro sul Guggenheim lasci sensatamente supporre che la domanda stessa non sia pertinente, o quantomeno, che non sia pertinente porla a un libro del genere. Nonostante tutte le buone ragioni accordabili a tali obiezioni, comunque, rimane la sottile impressione che l’orizzonte di senso prima evocato qui venga volontariamente – programmaticamente, metodologicamente – lasciato da parte. Da un punto di vista “strutturale”, la scelta del Guggenheim quale suo tema è – verrebbe da dire – “autoportante”, affidata com’è integralmente alla cospicua dote di fama che l’edificio di Wright porta con sé. Se la trattazione affronta infatti con scrupolo tutte le vicende che lo riguardano, non si attarda però in nessun luogo a spiegare per quale motivo il lettore dovrebbe interessarsene; quale sia il suo “valore”; in quale modo inserirlo in una prospettiva storica più generale. 

Non è certo l’assenza di un capitoletto sulla “fortuna critica” del Guggenheim, o sulla sua “valutazione storiografica”, che si rimprovera al libro. Piuttosto il fatto di dare per sottinteso qualcosa che oggi non si può più sottintendere, confidando che il lettore già lo sappia, o che lo ricavi da solo: il perché della storia, la ragione storica delle cose – ovvero non soltanto quella che sta “dentro” le cose, ma anche quella che sta dietro, davanti, a lato, al di sopra di esse, e che proprio in quanto tale potrebbe giungere fino a noi, che alle ragioni storiche siamo ormai epocalmente sempre più estranei e distanti.

Quella che il libro di Dal Co delinea, al contrario, è una storia straordinariamente completa, compiuta, ma appunto per questo perfettamente conchiusa in se stessa, e dunque pericolosamente fine a se stessa. Non tuttavia una chiusura – e un’autoreferenzialità – qualsivoglia; piuttosto una chiusura e un’autoreferenzialità di una qualità molto speciale. A ben guardare, in quanto modello di storia, il libro presenta infatti una singolare somiglianza con l’edificio al quale con tanta abilità e precisione è dedicato. Come nel caso dell’edificio di Wright, anche nel caso di quello di Dal Co si tratta indubbiamente di un “pezzo di bravura”; come l’edificio di Wright, inoltre, anche quello di Dal Co si dipana elegantemente come una spirale, per richiudersi infine su se stesso; e sempre in quest’ottica, il dialogo che il museo wrightiano rifiuta di intavolare con la città mediante la scelta della sua forma cieca e centripeta, sembra essere il medesimo che la storia allestita da Dal Co decide di non intrattenere con la realtà che si colloca al di fuori del suo immediato orizzonte. In entrambi i casi, capolavori; ma forse inutili se non si spiega a che cosa possono servire a noi oggi.

Una critica del genere – va chiarito ancora una volta – non avrebbe alcun senso se non partisse dalla massima considerazione per il libro e il suo autore, dal fondamentale apprezzamento per essi. È proprio perché tanto l’uno che l’altro sarebbero in grado – tra i pochissimi oggi – di dare risposte a quelle domande che qui si sono loro rivolte, che si può rammaricarsi del fatto che preferiscano evitare di farlo.

Ma forse il vero rammarico è un altro: che una storia tanto raffinata e brillante possa finire col risultare superflua. Prospettiva inquietante: modello ineguagliabile di storiografia “voluttuaria”. Ma in una società smemorata la storia non dovrebbe essere piuttosto una questione di vita o di morte?

9788842491231g


Gabriella Lo Ricco, Silvia Micheli

Lo spettacolo dell’architettura. Profilo dell’archistar©

Bruno Mondadori, Milano 2003

ISBN 9788842491231

www.brunomondadori.com


Read the rest of this entry »

 

Gizmo

Io se fossi Dio, non avrei proprio più pazienza, inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio universale. (Giorgio Gaber)

Twitter

    collabora

    Vuoi pubblicare su GIZMO review?
    Invia il tuo articolo a info@gizmoweb.org
    Webdesign Cinzia Giacumbo