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di Manuele Salvetti

 

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Antonio Citterio Patricia Viel and Partners, Nuova sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007

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La nuova sede di Ermenegildo Zegna (2007) a Milano mette in tensione elementi industriali tipici della zona Tortona e temi urbani strettamente milanesi, dando vita a un programma compatto e complesso.

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Gli spazi un tempo ospitanti le acciaierie Riva Calzoni vengono acquisiti dalla casa di moda piemontese che ne affida il progetto di riconversione allo studio Antonio Citterio Patricia Viel and Partners in collaborazione con lo Studio Beretta Associati. Parte del lotto compreso tra le vie Savona-Stendhal-Solari è occupato da un capannone che subisce un’operazione di depurazione ma riesce a conservare alcuni temi propri dell’architettura industriale: oltre alla copertura a shed, la chiusura verso l’esterno. Il corpo interno si connette alla strada mediante un volume-scheletro svuotato e vetrato che costituisce l’ingresso principale da via Savona, permettendo la vista verso l’interno e fissando il punto di avvio della distribuzione longitudinale dell’intero organismo. Open space si alternano a luoghi di esposizione e showroom, questi ultimi organizzati al piano terreno come un teatro. L’edificio è così formato da numerose parti che raggiungono una sintesi eloquente in una corte interna, posizionata ortogonalmente all’ingresso. La copertura del teatro costituisce una parte di questo vuoto che, sottraendosi al resto, rappresenta il cuore dell’intervento. Gli uffici sono in continua relazione tra loro e si rispecchiano nel “doppio” interno, operazione di “scavo” che è al contempo messa in rapporto tra le parti e snodo di tutto il sistema.

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Dalla lettura del progetto e dell’edificio realizzato emerge dunque con piena evidenza - come detto all’inizio - la relazione tra temi architettonici e urbani tipici della tradizione milanese (la corte, l’androne) e temi propri dell’architettura industriale (open space, doppie altezze, flessibilità degli spazi); una relazione che si traduce in una riflessione positiva, diretta e concreta sul mutamento dei luoghi di lavoro nella Milano del XXI secolo.

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L'ingresso della sede del gruppo Zegna, Milano 2007
L’ingresso della sede del gruppo Zegna, Milano 2007

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Planimetrie della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007
Planimetrie della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007

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Sezione della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007
Sezione della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007

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La corte interna della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007
La corte interna della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007

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Gli uffici della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007
Gli uffici della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007

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I percorsi interni della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007
I percorsi interni della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007

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Maquettes della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007
Maquettes della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007

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Milano, 30 maggio 2012
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di Gabriella Lo Ricco

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Citterio e Viel and partners, Abitazioni in via Lomazzo, Milano 2012 © Erica Gerosa

Antonio Citterio Patricia Viel and partners, Abitazioni in via Lomazzo, Milano 2012 © Erica Gerosa

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Non ci si meraviglia più che per fargli spazio sia stato distrutto un sobrio e dignitoso esempio di archeologia industriale milanese, lo stabilimento Centenari Zinelli; non ci si stupisce neanche più dell’assurda retorica pubblicitaria che pone il complesso abitativo di via Lomazzo 52 surrettiziamente in continuità con gli eccellenti esempi abitativi progettati da Bottoni, Terragni e Vietti nel vicino corso Sempione; né scandalizza ormai più di tanto la convenzionale e grossolana organizzazione interna delle diverse unità abitative, perfettamente in linea con le attuali offerte degli operatori immobiliari.

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Ciò che invece perturba è il messaggio che tale intervento mette in forma: l’indifferenza ai caratteri morfologici dell’area adiacente a via Lomazzo, e i meri calcoli di distanza tra gli edifici e delle volumetrie disponibili, sono le uniche e reali ragioni della dislocazione planimetrica e delle altezze dei tre stabili che compongono l’intervento.

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Inoltre se il muto recinto che racchiude lo stabile a ridosso di via Lomazzo, nel suo celare indifferentemente i corridoi di accesso ai duplex e gli spazi riservati ai box, traduce la richiesta di dotare i tradizionali e vibranti ballatoi milanesi della “sicurezza” di poter vivere lo spazio abitativo senza la costante preoccupazione di essere disturbati, anche solo visivamente; se la creazione di un inabitabile giardino “giapponese”, visibile attraverso un ulteriore (benché trasparente) recinto, è la negazione degli intoversi e inaspettati cortili milanesi; se tale silente cortile è, in relazione agli spazi abitati, solo il retro degli alloggi che si aprono sui giardini privati, sapientemente celati anch’essi agli sguardi indiscreti e frenetici della città; se la struttura a griglia che avvolge i sedici piani delle abitazioni, caratterizzata da un passo irregolare per far fronte alla non coordinata progettazione degli affacci interni, nega paradossalmente quel pensiero e quella misura razionale a cui vorrebbe invece alludere; se la scadente qualità delle finiture di facciata parla di un totale disinteresse per la cura costruttiva ed esecutiva del costruito: se tutto ciò è vero, allora l’intervento in via Lomazzo progettato dallo studio Antonio Citterio Patricia Viel and partners in collaborazione con lo studio Anna Giorgi and partners è un esempio calzante di come il tentativo di accordare le ragioni “burocratiche” e gli attributi del nuovo lusso generi uno sterile contributo alla costruzione di una cultura dell’abitare condivisa e condivisibile.

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Brochure pubblicitaria delle abitazioni in via Lomazzo, Milano 2012 © Greenway

Brochure pubblicitaria delle abitazioni in via Lomazzo, Milano 2012 © Greenway

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Lo stabilimento Centernari Zinelli di via Lomazzo prima della demolizione

Lo stabilimento Centenari Zinelli di via Lomazzo prima della demolizione

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Le abitazioni di via Lomazzo in costruzione, Milano 2010

L'intervento in fase di realizzazione, Milano 2010

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La corte interna © Erica Gerosa

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La orte interna e i duplex

La corte interna e i duplex

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Gli appartamenti con i giardini privati e la corte

Gli appartamenti con i giardini privati e la corte

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© Erica Gerosa

© Erica Gerosa

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007 Piante dei duplex con accesso dai corridoi con affaccio su via Lomazzo

007 Piante dei duplex con accesso dai corridoi con affaccio su via Lomazzo

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Piante dei duplex con i giardini privati

Piante dei duplex con i giardini privati

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Piante del duplex al quindicesimo piano

Piante del duplex al quindicesimo piano

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Milano, 30 maggio 2012

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di Marco Biraghi 

 

 

Piuarch, D&G Headquarters, Milano 2006

Piuarch, D&G Headquarters, Milano 2006

 

 


 

Non ho nessuna simpatia per Dolce&Gabbana. Non mi piace la loro moda, e non mi piace l’estetica che si lega al loro marchio. Tuttavia la sede dei loro uffici e del loro showroom, tra le vie Broggi, Zambeletti e Redi, nelle vicinanze di corso Buenos Aires, a Milano, realizzata nel 2006 da Piuarch (Francesco Fresa, Germàn Fuenmayor, Gino Garbellini e Monica Triario) è sorprendente nella sua capacità di attribuire al nome e all’immagine di Dolce&Gabbana concetti altrimenti ad essi alieni come sobrietà ed eleganza. Ed è una dimostrazione di come in architettura - nella buona architettura - siano (quasi) sempre sufficienti pochi elementi per ottenere risultati eccellenti: ovvero - più in generale - di come ne bastino piuttosto di meno che di più (e ciò, nonostante il nome che si sono voluti dare gli architetti). Avvolto in una candida scatola di acciaio, vetro e pietra bianca di Namibia, il D&G Headquarters dà la consolante (benché certamente illusoria) sensazione che l’architettura, ancora ai nostri giorni, possa essere una cosa semplice.
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Piuarch, D&G Headquarters, Milano 2006

Piuarch, D&G Headquarters, Milano 2006-Piuarch, D&G Headquarters, Milano 2006

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Piuarch, D&G Headquarters, Milano 2006

Piuarch, D&G Headquarters, Milano 2006

 

 

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a target 

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Milano, 7 marzo 2012

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di Gabriella Lo Ricco

 

 

Studio Ticozzi, Residenze a Porta Vittoria, Milano

Studio Ticozzi, Residenze a Porta Vittoria, Milano

 


 

Secondo Tommaso Labranca il trash può essere definito attraverso una semplice formula matematica:
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k S - R = T
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dove:
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k = è una costante (intenzione, povertà di mezzi, incapacità, contaminazione, incongruità, massimalismo, ritardo ecc.) che altera lo scopo
S = è lo scopo, cioè l’emulazione di un modello
R = è il risultato, ciò che si ottiene
T = trash
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Proviamo ad applicare questa formula a Milano, specificatamente all’area di Porta Vittoria.
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S = Scopo del progetto planivolumetrico definito dal Piano Integrato di Intervento approvato dal Comune di Milano nel 2001 è quello di creare un luogo urbano di grande vitalità attraverso l’instaurarsi di un articolato sistema di relazioni pensate secondo una strategia comune tra il progetto della Grande Biblioteca Europea di Informazione e di Cultura (Beic)  elaborato dagli studi Bolles + Wilson  e Alterstudio Partners e gli interventi privati che occupano il settore settentrionale dell’area di intervento affidati allo Studio Nonis e allo Studio Ticozzi.
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Planivolumetrico del progetto di Porta Vittoria, Milano

Planivolumetrico del progetto di Porta Vittoria, Milano

 

 

 

k = la variabile k a Porta Vittoria assume significati  e accenti molto diversificati tra loro.

Di natura finanziaria, perché nel corso del tempo sono venuti meno quei finanziamenti privati e quell’interesse del governo nazionale e dell’amministrazione comunale necessari per la realizzazione della Beic.

Di natura strutturale, perché si è assistito all’alternarsi di committenti ben poco illuminati: nel 2001 la proprietà delle aree viene ceduta a Risanamento Spa (Gruppo Zunino),  nel 2005 a Ipi Spa (Gruppo Coppola) e nel 2009 a Tikal Spa.

Di natura temporale, perché i lavori di realizzazione hanno subito innumerevoli interruzioni per i cambiamenti di proprietà e per innumerevoli “terremoti” finanziari (tra cui nel 2005 quello determinato dall’arresto di Danilo Coppola per appropriazione indebita e riciclaggio).

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R =  Qual è stato il risultato raggiunto? Che nel giugno 2007 iniziano i lavori di costruzione degli interventi privati, mentre la realizzazione della Beic viene esclusa a causa della mancanza di finanziamenti e di un reale interesse pubblico. Vengono meno dunque quei presupposti progettuali per cui l’intera area di Porta Vittoria era stata pensata come un unico intervento caratterizzato da una spina centrale pubblica volta a mettere in connessione urbana edifici pubblici e privati.

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T = L’aspetto trash di Porta Vittoria è visibile percorrendo oggi viale Mugello  da cui, accanto alle gru abbandonate e agli scavi già effettuati per realizzare le fondamenta della Beic, è possibile ammirare gli edifici residenziali progettati dallo Studio Ticozzi. Edifici che possono essere considerati una perfetta dimostrazione di quegli assunti portanti che, come ricorda sempre Labranca, sono peculiari del trash. La libertà di espressione di un gusto prettamente soggettivo e antintellettuale è ben rintracciabile in quei pannelli rivestiti da un mosaico “effetto piscina” che fungono da schermi per “mascherare” le stanze di servizio degli appartamenti, ossia le cucine; il massimalismo è individuabile nell’uso di materiali pregiati e finiture di pregio intesi come essenza del lusso; mentre la contaminazione e l’incongruenza sono rintracciabili nei piani terra degli edifici, costituiti, come si legge nella relazione di progetto, «da piani pilotis seminterrati».

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Ma attenzione: il trashista non sa di essere trash perché la sua è una qualità innata, è una condizione originaria che non si acquisisce con il tempo o con l’esperienza! Basta guardare ciò che lo Studio Ticozzi inserisce ormai da anni “a completamento” dei suoi edifici: una meridiana che, a Porta Vittoria, simboleggia la sensibilità per le energie rinnovabili derivanti dal sole. Beh, in effetti, l’edificio di Porta Vittoria è classificato energeticamente come “B”. 

 

Studio Ticozzi, Residenze a Porta Vittoria, Milano

Studio Ticozzi, Residenze a Porta Vittoria, Milano

 

 

Studio Ticozzi, Residenze a Porta Vittoria, Milano

Studio Ticozzi, Residenze a Porta Vittoria, Milano

 

Studio Ticozzi, Residenze a Porta Vittoria, Milano

Studio Ticozzi, Residenze a Porta Vittoria, Milano

 

Studio Ticozzi, Residenze a Porta Vittoria, Milano

Studio Ticozzi, Residenze a Porta Vittoria, Milano

 

 

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a target 

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Milano, 7 marzo 2012

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di Luca Astorria

 

 

Studio Dordoni, Edificio per uffici, Milano ©Pietro Savorelli

Studio Dordoni, Edificio per uffici, Milano ©Pietro Savorelli

 

Milano è una città introversa priva di un carattere unitario che la contraddistingua; per questo spesso si è costretti a intrufolarsi in cortili privati o spiare dalle finestre per trovare edifici e contesti inaspettati e meravigliosi. Tramontata l’idea di una città unitaria, la strada che rimane da percorrere è quella della somma di elementi, come un collage di forme, soluzioni, eventi. La città è il risultato, bello o brutto, dei suoi edifici, dei suoi monumenti, dei suoi palazzi. Risultato che non sempre è positivo. Negli ultimi dieci anni è ancora più difficile scoprire architetture meritevoli di attenzione. Una di queste è sicuramente l’edificio per uffici progettato dallo studio Dordoni in via Savona 97, all’interno del cortile un tempo sede dell’azienda belga Schlumberger.

Un edificio volumetricamente semplice che rifugge banali formalismi, essenziale nella forma, funzionale nella distribuzione degli ambienti. Un cubo nero scavato per dare ordine agli spazi e far penetrare la luce al suo interno.

Questo progetto non è certo un’opera rivoluzionaria, non colpisce il passante distratto e non ha la forza degli uffici ex Loro Pasini - progettati a metà degli anni ‘50 da Caccia Dominioni al 197 della stessa via e stuprato dal recente “restauro” -, ma è onesto nella sua austera eleganza e, nel sapiente uso dei materiali di rivestimento (pannelli di cemento prefabbricati, lamiera piegata forata e brise-soleil di legno ricomposto), mostra tutte le sue qualità architettoniche.

 

 

Studio Dordoni, Edificio per uffici, Milano ©Pietro Savorelli

Studio Dordoni, Edificio per uffici, Milano ©Pietro Savorelli

Studio Dordoni, Edificio per uffici, Milano © Pietro Savorelli

Studio Dordoni, Edificio per uffici, Milano ©Pietro Savorelli

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Studio Dordoni, Edificio per uffici, Milano ©Pietro Savorelli

Studio Dordoni, Edificio per uffici, Milano ©Pietro Savorelli

 

 

Studio Dordoni, Edificio per uffici, Milano ©Pietro Savorelli

Studio Dordoni, Edificio per uffici, Milano ©Pietro Savorelli

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Milano, 27 febbraio 2012

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Gizmo

Io se fossi Dio, non avrei proprio più pazienza, inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio universale. (Giorgio Gaber)

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