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Il terremoto che ha colpito il Giappone è una cosa seria. Lo tsunami che si è abbattuto sulle sue coste, il pericolo nucleare che ne è conseguito - sono cose serie.


La tenuta delle costruzioni antisismiche giapponesi si è dimostrata affidabile. La reazione dei giapponesi di fronte al disastro è apparsa composta. Nel complesso, una lezione di serietà.


Rivolgere il proprio pensiero al Giappone, in questo momento, non significa soltanto solidarizzare idealmente con chi è stato colpito da un’immane catastrofe, ma significa soprattutto, per chi vive in Italia, distogliere per un po’ il proprio pensiero da un Paese in cui nulla - da qualunque parte lo si osservi e in qualunque modo lo si giudichi - risulta mai serio. Nemmeno le tragedie. Nemmeno le commedie.


Difficile invidiare i giapponesi nelle circostanze attuali. Eppure - nonostante le immagini di terrificanti distruzioni che giungono dal Giappone - altrettanto difficile è resistere al senso d’invidia per un popolo per il quale l’esistenza può anche essere difficile, può anche essere tragica, ma è una cosa seria.



13 marzo 2011




Il 28 marzo 2011 si svolgerà al Teatro Franco Parenti di Milano una “conversazione” sul tema “Milano è bellissima”. I manifesti che annunciano l’iniziativa, corredati da diverse fotografie di luoghi e spazi milanesi, non forniscono ulteriori precisazioni sui partecipanti e sugli organizzatori, limitandosi a indicare un indirizzo mail a cui rivolgersi per informazioni: <info@mixmilanoper.org>.


Più che per il fascino delle immagini presentate, i manifesti colpiscono - con un effetto quasi straniante - per la surrealtà dell’annuncio: “Milano è bellissima”. Una semplice frase che ha la forza del paradosso, l’imprevedibilità della sorpresa. Come dire che Milano è verde, o che l’aria che respiriamo è pulita.


Naturalmente queste ultime si potrebbero considerare menzogne belle e buone, come certi slogan pubblicitari, mentre non vi è alcuna ragione di sospettare che “Milano è bellissima” contenga in sé una volontà di persuasione occulta.


Rimane tuttavia la perplessità - e la curiosità - sull’identità degli animatori di una simile iniziativa. Si tratta certamente di persone in buona fede, mosse dalla buona volontà e da uno spirito positivo. E in effetti, navigando appena un po’ su internet, si scopre che “MIX-Milano Per” è «una nuova associazione nata per stimolare il dibattito sociale e culturale in città». I suoi soci fondatori sono 28. Avvocati, architetti, designer, imprenditori, finanzieri, uomini e donne tra i venti e gli ottant’ anni, con un “impegno” da condividere. «Non è un salotto intellettuale, un pensatoio radical-chic. Piuttosto, un circolo “neoilluminista”, a vocazione riformista, che punta sui giovani».


Magnifico. Proprio quello che ci voleva, proprio quello che aspettavamo da tempo: un toccasana contro il diffuso e ingiustificato pessimismo. Basta leggere quel che sostiene l’entusiasta promotore di questa iniziativa: «Si dice, si mugugna: Milano non è Londra, non è New York, non è Parigi… D’accordo, Milano è Milano: ma può essere migliore? La critica continua è diventata insopportabile. Concentriamoci invece sulla politica, sul volontariato, sul bene pubblico. Recuperiamo la nostra responsabilità sociale e civile. Nostra: di ognuno. Milano è una scelta, per noi».


Parola di Manfredi Catella, immobiliarista, numero uno di Hines Italia, la multinazionale texana del real estate, responsabile della trasformazione del vecchio quartiere popolare dell’Isola in una nuova enclave d’elite.


Milano è davvero bellissima.



8 marzo 2011




Le conferenze sono momenti - almeno potenzialmente - di un certo interesse, nei quali a volte capita d’imparare qualcosa, o anche semplicemente di confrontarsi con mentalità, impostazioni culturali, visioni del mondo differenti. Non sempre accade, naturalmente. In molte circostanze ci si annoia. E allora rimane sempre la possibilità di alzarsi e andarsene, specialmente se non si è tra gli invitati a parlare.


Qualche giorno fa ho assistito a una conferenza di tre architetti italiani, introdotta e moderata da un critico di architettura, anch’egli italiano. L’ho fatto perché avevo necessità di parlare con uno dei tre architetti, e ho approfittato dell’occasione per sentire che cosa avessero da dire su se stessi e sull’attuale situazione italiana i quattro invitati.


Non dirò nulla dei progetti presentati dagli architetti. E non perché di essi non ci sia nulla da dire, nel bene e nel male. L’aspetto che più mi ha colpito - in senso negativo - è stato piuttosto il livello scandalosamente basso del discorso di due dei tre architetti, e dell’ancora più infimo livello - se possibile - del critico.


Non sto parlando di divergenze di opinioni, di disaccordi di natura metodologica, filosofica, o estetologica. Sto parlando di povertà lessicale, di sconclusionatezza sintattica, di surrealtà grammaticale. E ciò sia detto di persone tutte laureate, per quanto presumibilmente in architettura.


Se dedico uno spazio di riflessione a tutto ciò non è per criticare questa o quella persona (tanto più poi che non ne faccio i nomi), né per condannare in modo sommario la categoria degli architetti e dei critici italiani. La ragione è un’altra. È che povertà lessicale, sconclusionatezza sintattica e surrealtà grammaticale mi sono parse non generare alcun imbarazzo tanto nei relatori intervenuti quanto nelle persone convenute ad ascoltarli. E se nei primi mi è sembrato di riscontrare una certa protervia, quasi una sfrontatezza nel modo di ostentare il proprio analfabetismo, nelle seconde ho colto invece una sorta di insensibilità, di indifferenza, fors’anche di assuefazione, di fronte a una tale manifestazione di pochezza culturale e intellettuale.


L’effetto è risultato acuito dal fatto che il terzo architetto intervenuto (quello con il quale dovevo parlare) ha messo in mostra come di consueto la propria solida cultura e la propria brillante capacità argomentativa, espresse con perfetta proprietà linguistica e con abilità discorsiva: tutte qualità che gli sono valsi gli sguardi vacui e annoiati del pubblico (composto per la gran parte da studenti). Vale forse la pena aggiungere che l’architetto in questione ha trascorso gli ultimi anni all’estero.


Quali conclusioni desumerne, al di là delle considerazioni strettamente legate alle qualità delle persone? Una su tutte: dopo anni e anni di lavoro ai fianchi della società italiana compiuto attraverso il progressivo smantellamento della scuola e dell’università, e la loro sostituzione con una totalizzante subcultura televisiva, l’analfabetismo non è più qualcosa di cui vergognarsi, e di cui conseguentemente cercare di liberarsi. Nell’Italia di oggi l’analfabetismo è ormai elevato a modello culturale.



21 gennaio 2011





Ho appena “sfiorato” l’occupazione della Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano, svoltasi nei giorni scorsi. È accaduto in due circostanze - una più rapida e superficiale, l’altra un po’ più approfondita, prolungatasi per qualche ora. Non ho avuto modo di sentir parlare gli studenti riuniti in assemblea, né ho avuto il tempo per discutere con loro le tematiche legate all’occupazione. Non entrerò dunque nel merito delle ragioni che li hanno spinti a occupare - e non perché queste non siano sufficientemente profonde, motivate e condivisibili.

È evidente in ogni caso che gli occupanti hanno il mio appoggio e la mia simpatia.


Qui mi limiterò soltanto a qualche breve considerazione sulla base di quanto ho visto e percepito. So che nel corso dei dieci giorni circa che è durata l’occupazione gli studenti hanno svolto alcuni laboratori sotto la guida di ricercatori resisi disponibili per l’occasione, e ho anche assistito a qualche frammento dell’attività laboratoriale. Non sono in grado di valutare quali siano stati gli esiti di tali attività, ma i colleghi che vi hanno partecipato mi hanno manifestato la loro moderata soddisfazione.


Quello che ho colto aggirandomi per gli spazi della Facoltà occupata e osservando gli studenti occupanti è innanzitutto la civiltà con la quale tutto si è svolto. Certamente non saranno mancati, nel corso delle giornate e delle nottate, i momenti di tensione, di disordine, di abbandono a pulsioni più “primordiali”. Tuttavia nel complesso ciò che emerge vistosamente sono il senso di rispetto e l’educazione. La regolare pulizia dei pavimenti, il rispetto del divieto di fumare negli interni, l’efficiente organizzazione della cucina, la regolamentazione delle vendita delle bevande, sono tutti elementi che testimoniano di un controllo - e di un “autocontrollo” - della situazione secondo le regole di una convivenza civile che questi studenti palesemente portano con sé come un gene del proprio DNA, e non soltanto come un attestato di fedeltà allo “statuto” della Facoltà cui molti di loro appartengono.


L’altro aspetto percepibile è quello dell’impegno degli studenti: non il loro “impegno” come s’intendeva una volta, in senso politico, quanto piuttosto la loro disponibilità a darsi da fare, a lavorare (e dico intenzionalmente lavorare, e non studiare, perché quanto ho visto corrisponde assai più a questa prima idea che non alla seconda). Sovvertendo radicalmente l’immagine stereotipata degli studenti occupanti come studenti scansafatiche, “scioperati”, gli studenti della Bovisa sono stati impegnati, occupati per molte ore al giorno, compresi il sabato e la domenica: dimostrazione che all’odierna scarsità di offerte di lavoro corrisponde non certo un’assenza di volontà o di dedizione, e che la richiesta di lavoro da parte dei giovani è non soltanto legittima ma anche tutt’altro che velleitaria. Questi studenti - e gli studenti in generale - vogliono lavorare, in università e anche fuori, e l’occasione dell’occupazione sembra essere stata utilizzata per esercitarsi produttivamente in tal senso.


Ma lavorare in che modo? Ho visto gli studenti discutere nei laboratori insieme ai ricercatori che li seguivano, ma soprattutto ho visto gli studenti impegnati in attività individuali, ciascuno davanti al proprio computer: un’immagine consueta, al giorno d’oggi, in università, ma anche nei locali pubblici, sui treni, ovunque. Ma un’immagine più sorprendente in una Facoltà occupata - o almeno, sorprendente per me. Non che sia mancato il confronto collettivo, come ho appena detto (e, come ho detto già in precedenza, non ero purtroppo presente nei momenti in cui tale confronto si è svolto nelle sue forme più politicamente canoniche: gruppi di discussione, dibattiti, assemblee). Ma accanto a questi momenti, quasi a costituire l’effettivo collante dell’attività degli occupanti, vi è comunque l’”evento” centrale del lavoro individuale, mononucleare, il lavoro svolto dentro la “bolla” del computer, aperta al mondo intero ma di fatto estraniata all’ambiente immediatamente circostante.


Tra le iniziative organizzate nel corso dell’occupazione, su un cartellone appeso al muro (un tempo lo si sarebbe chiamato tazebao) gli studenti della Bovisa hanno scritto le cose che vorrebbero in un’università che “ci piace”. Nelle loro scritte nessuna traccia di ideologia, ma pure nessuna traccia (o quasi) di coscienza politica. Al di là di una sana ironia e di un’immancabile gogliardia, vi è molto pragmatismo, molto “buon senso” nei desideri degli studenti. Ma nulla che li unisca idealmente, nulla che ne faccia una comunità in senso effettivo, e non soltanto un gruppo di individui che si ritrovano per un certo periodo a spartire determinate esperienze.


Se l’occupazione degli spazi universitari - oggi più che mai pacifica, educata, civile - può ancora essere assimilata a una sorta di piccolo esperimento sociale, a una piccola prova di un futuro un po’ più desiderabile di quanto non riesca a esserlo il tempo presente, a una piccola - tra molte virgolette - “utopia realizzata”, sia pure condotta con mezzi limitati e per la durata di pochi giorni, allora i segnali che emergono dall’occupazione della Facoltà di Architettura Civile vanno valutati con la dovuta attenzione. Da un lato il mutuo rispetto e la propensione per il lavoro; dall’altro la tendenza all’individualismo. E su tutto, l’assenza di una posizione politica che sia, non dico unificante ma quantomeno capace di esprimere la condivisione di altri punti che vadano oltre quello della contrarietà alla riforma Gelmini.

La risultante è un encomiabile tentativo di mettere a confronto le differenze, e possibilmente di farle convivere, ma anche - al tempo stesso - l’accettazione della loro irriducibilità reciproca, il riconoscimento dell’essere rinchiusa ciascuna nella “bolla” della propria separatezza.


Ciò che l’esperimento dell’occupazione ci consegna è un modello tutto sommato positivo, da sostenere e incoraggiare, di coesistenza delle diversità (e non perché vi si riconoscano tutti bensì perché tutti in una certa misura le tollerano, o perché semplicemente vi sono indifferenti). Ma insieme un modello che fa dell’alienazione contemporanea un fattore fondante, apparentemente non superabile.

In quanto specchio, riproduzione di un’immagine appena un po’ deformata della società attuale. In quanto sfera di cristallo in miniatura, prefigurazione della società che ci attende in futuro.



14 dicembre 2010


 

Domus dei gladiatori a Pompei

 

 

 

 

Gentile Ministro Bondi

 di Marco Biraghi

 

 

 

 

Gizmo

Io se fossi Dio, non avrei proprio più pazienza, inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio universale. (Giorgio Gaber)

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