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di Marco Biraghi

 

Sempre meno di sovente, nella società odierna, accade d’imbattersi in qualcuno che sappia “raccontare storie”. Lo sa fare ancora (sia pure assai raramente) qualche scrittore, qualche regista, qualche musicista, qualche politico. Lo sanno fare poco e male i giornalisti. Non lo sanno quasi più fare gli artisti. Non lo sanno più fare del tutto gli storici.

 

Un tempo le mitologie costituivano l’indispensabile alimento della società: qualcosa di cui essa non poteva assolutamente fare a meno. Al giorno d’oggi giornalisti, storici, artisti sono impegnati per lo più nel demistificare le rare “storie” che ancora resistono, sopravvissute dal passato o messe in circolazione ex novo dalle categorie sopra citate.

 

Ciò viene salutato come un progesso sociale, culturale, “scientifico”. E senza dubbio lo è. Tuttavia, l’odierno tramonto delle mitologie - per ragioni non complicate a comprendersi - va di pari passo con il progressivo insterilirsi dell’opera di demistificazione: l’immiserirsi delle une determina il languire dell’altra.

 

16 maggio 2010

di Marco Biraghi



Una tendenza sempre più diffusa (recente ma in realtà ciclicamente riemergente, come le mode) pone al centro dell’interesse degli studiosi di architettura il cantiere come momento decisivo per la comprensione dell’edificio. Lungi dall’essere la semplice e lineare estensione del progetto, il cantiere è considerato - e certo non a torto - il luogo del farsi concreto dell’opera, e dunque del suo crescere e modificarsi, del suo vivere, insomma il luogo del suo verificarsi come fatto materiale aperto a molte aleae.


Osservando le città in cui viviamo e gli edifici che vi sono sorti negli ultimi anni viene da chiedersi se dell’importanza - della centralità - del cantiere siano stati messi a parte coloro che quotidianamente se ne occupano. Se l’architetto - secondo Adolf Loos - è un muratore che ha studiato il latino, il muratore palesemente non ha studiato né il latino né da architetto. E lo stesso vale per chi dirige i suoi lavori, e per chi li finanzia, nella gran parte dei casi.


Ciò almeno riguarda quanto fatto in Italia. A furia di riempirsi la bocca con la qualità del made in Italy, si è finito per non rendersi conto di come - nel campo delle costruzioni (ma lo stesso si potrebbe dire dei lavori pubblici in generale: si osservi come sono realizzati viadotti, strade, ma anche apparentemente “semplici” giardini cittadini) - i risultati frequentemente deludenti non siano dovuti, nella maggioranza dei casi, a problemi di qualità del progetto: piuttosto alla dozzinalità delle soluzioni, alla povertà dei materiali, all’approssimazione delle esecuzioni (per non parlare della mancanza di manutenzione).


Ci fu un tempo in cui nel mondo il fare italiano era sinonimo di eccellenza. Questo tempo è passato. Oggi, con una frequenza sempre più drammatica, il cantiere italiano è la tomba dell’edificio.


3 maggio 2010


 

We are not able to say a priori which architecture we like. At least, not in a theoretical or in a prescriptive sense, nor in a stylistic or in any other sense.

 

Generally speaking, we like architecture that makes us think, that entertains us, architecture that makes us smart, cultured, complex, simple, as it is. Architecture that makes us feel at its height.  Architecture – as everybody knows – can really touch dizzy heights. But often it contents with a material height rather than with a height so high that it is simply impossible to reach.

 

We like architecture that we can’t possess, whatever amount of money we can have. Architecture that is beyond our reach, architecture in which we can’t feel completely “at home”, as far as we love it.

 

Yet with all this, we would not be able to say a priori which architecture we like. But we can tell a priori which we don’t like. What we disagree with is relatively easy to identify for us. And yet, in no way the architecture we don’t like can define - by simple opposition - the architecture we like.

 

 

***

 


Non sapremmo dire a priori quali architetture ci piacciono. Non comunque in senso teorico, o prescrittivo, o stilistico, o in qualunque altro senso.

 

In linea di massima, ci piacciono le architetture che ci fanno pensare, che ci divertono, che ci fanno essere intelligenti, colti, complessi, semplici, come lo sono loro. Le architetture che ci fanno sentire alla loro altezza. L’architettura – come tutti sanno – può toccare altezze davvero vertiginose. Ma spesso si accontenta di un’altezza concreta piuttosto che aspirare a un’altezza una volta conquistata la quale risulti semplicemente impossibile raggiungerla.

 

Ci piacciono le architetture che non riusciamo a possedere, qualunque sia la cifra di cui disponiamo. Quelle che rimangono in ogni caso al di fuori della nostra portata, quelle in cui non potremmo mai sentirci del tutto “a casa nostra”, per quanto appassionatamente le amiamo.

 

Con tutto ciò, non sapremmo ancora dire a priori quali architetture ci piacciono. E invece sappiamo benissimo dire a priori quali non ci piacciono. Ciò che non condividiamo è relativamente facile da identificare. E tuttavia, in nessun modo l’architettura che non ci piace riesce a definire – per semplice opposizione – l’architettura che ci piace.

 

Marco Biraghi

 


Milano, 29.03.2010


 

DGM

di Marco Biraghi


Per oggi non ci si può occupare di architettura. Cose più serie urgono. Oggi, anche le inveterate regole della furbizia italiota vengono sistematicamente, scientemente sovvertite, per screditare il sistema, per “forzarlo” fino al punto da farlo esplodere, da mandarlo completamente in frantumi.


Da oggi vale la regola: fatto l’inganno, trovata la legge. Da questo punto di vista, i ritardi apparenti, gli errori apparenti, l’apparente dilettantismo nascondono (non possono non nascondere) un piano ben preciso: dimostrare l’onnipotenza della libertà di qualcuno a dispetto della legge di tutti.


È una rivoluzione copernicana, che ha il neanche troppo segreto disegno di distruggere il residuo di ordine vigente nell’universo nella quale si compie. Nel trionfo del caos - semplicemente - vince il diritto di chi se lo prende. È questo il nuovo concetto di democrazia che si profila in Italia: democrazia del privilegio, della disuguaglianza, del sopruso. Democrazia a irresponsabilità illimitata. Democrazia geneticamente modificata.



4 marzo 2010



di Marco Biraghi





A Milano, la città più ecosostenibile del pianeta, la città che può vantare la più alta percentuale di verde per abitante, la città in cui aria, acqua, suolo, sottosuolo sono di una purezza impeccabile, la città in cui il bosco è in città e in cui la natura cresce ovunque e comunque, anche in verticale - a Milano si celebra l’ultima conquista dell’umanità, la più straordinaria scoperta del millennio, la migliore invenzione dopo quella del motore a scoppio. Come ogni idea geniale, anche quella presentata nei saloni della Triennale di Milano ha dalla sua il dono della semplicità, e tale semplicità ha il nome di un colore: Green. Chiave magica universale che dischiude ogni più rosea (pardon: verde) prospettiva per il futuro della Terra.


La ricetta in fondo è semplice: basta pronunciare la parola “Green”, o farla precedere un’altra parola qualsiasi, e come d’incanto - come novelli alchimisti o come re Mida dal pollice verde - ogni cosa si trasforma: la benzina, da plumbeo inquinante, diviene una succosa essenza, appena un po’ troppo aromatica; l’architettura, da oggetto sporco e ingombrante, diviene una struttura aerea e traspirante; la città, da caotico ammasso di edifici e strade senza senso e senza via d’uscita, diviene un giardino dell’Eden; il mondo, da luogo insopportabile e inabitabile, diviene il migliore tra quelli possibili. Il segreto della felicità è verde. Green Architecture. Green Design. Green Life. The Green Triumph of a Green Life in a Green City in the Green Universe. For Green People.





Green is the Colour

Green is the World

Green is the Future

Green is the Truth





5 febbraio 2010




Un'immagine di Milano di Bert Theis

Un'immagine di Milano di Bert Theis

 

Gizmo

Io se fossi Dio, non avrei proprio più pazienza, inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio universale. (Giorgio Gaber)

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