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In data 18 gennaio 2011 si è tenuto il Seminario sul PGT di Milano presso la Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano. Tra gli interventi tenuti dagli ospiti presenti all’iniziativa si è distinto quello del Professore Cesare Macchi Cassia, incentrato sulla necessità di impegno etico-politico da parte degli architetti che concorrono, a diverso titolo, alla definizione delle trasformazioni della città. 

 




La qualità della città


Cesare Macchi Cassia



Mi è stato chiesto dagli organizzatori del seminario un contributo sul tema della qualità della città alla luce dei lavori e dei contenuti del nuovo piano di Milano.


Non vi è occasione più importante perchè una città rifletta sulla sua qualità civile, culturale e politica, che quella offerta dalla preparazione di un nuovo scenario di sviluppo. Milano attendeva questa occasione da trent’anni: tre decenni nei quali la città – ossia in primo luogo la società e l’economia, ma anche la fisicità – sono radicalmente mutate.

E’ di fronte alle potenzialità dell’occasione che va quindi valutato il riflesso che il Pgt può avere sulla qualità di Milano. Più che attraverso un giudizio sulle singole scelte del piano.

Per questo motivo io offrirò alla discussione alcune annotazioni sui modi con i quali i lavori e i contenuti del piano ci parlano della qualità della Milano di oggi, e possono contribuire a quella di domani. Ma vi è anche un altro motivo per la specificità del mio intervento: questo seminario si tiene all’interno dell’Università, un luogo dedicato alla ricerca e all’insegnamento,  ossia all’avanzamento disciplinare e alla trasmissione di un’etica professionale. 


Negli anni precedenti il Piano vigente, gli anni Sessanta, era proprio dell’intellighenzia italiana vedere l’impegno professionale e quello culturale come un tutto, e intendere questo impegno come il proprio contributo “politico” alla società e al Paese. 

In quegli anni Casabella di Rogers e Urbanistica di Astengo testimoniavano di una unitarietà culturale di fondo, e illustravano in Europa la specificità dell’apporto italiano al progetto urbano.  

Rogers, chiamato al Comitato nazionale di studi dell’INU presieduto nel ‘57 da Samonà, affermava «…non essere sufficiente alcun discorso che consideri il processo storico dell’urbanistica solo individuando le relazioni formali esistenti, senza avviarle a nuove relazioni che implicano l’evoluzione delle forme». 

Astengo, a commento del suo progetto di maggior impegno e contenuto discilinare – il piano di Bergamo ¬– parlò del piano come del «… processo progettuale basato sulla insopprimibile invenzione delle grandi scelte spaziali, sulla percezione del senso dei luoghi e sulla costruzione, tutta mentale, di una nuova realtà spaziale». 

Queste parallele visioni da un lato mettevano in evidenza l’utilità della posizione progettuale come contributo all’avanzamento civile della comunità, dall’altro sottolineavano il ruolo fondamentale della forma al suo interno. Si trattava di percorsi insieme culturali e politici che rappresentavano il lavacro dall’idealismo seguito alla guerra e alla tragedia della sovrapposizione tra architettura razionalista e dittatura. L’astinenza dall’idealismo consentiva in quegli anni di affrontare la realtà a partire dal proprio ruolo, dalle proprie competenze, da un’etica personale che ordinava ogni azione e contributo.


Negli anni Settanta, l’atteso e desiderato ritorno alle facilitazioni dell’idealismo annullava l’impegno di due decenni e provocava la rottura tra cultura, professione e ricerca, portando alla perdita dell’etica del lavoro, e di conseguenza all’impossibilità dell’impegno politico attraverso le proprie competenze. 

Culture meno intrise di ciò che Philip Roth ha indicato, alla fine del ‘900, come “la terribile tentazione dell’idealismo” hanno sviluppato la riflessione sulle responsabilità degli intellettuali. In “Ho sposato un comunista”, Roth fa dire a Glucksman, professore di liceo di Nathan Zuckerman:  «Lei deve imparare a padroneggiare il suo idealismo, le sue virtù come i suoi vizi, a padroneggiare esteticamente tutto ciò che la spinge a scrivere: lo sdegno, la politica, il risentimento, l’amore! Cominci a predicare e a prendere posizione, cominci a trovare superiore la sua prospettiva, e lei non varrà nulla come artista….. Lei vuole ribellarsi alla società? Le dirò io come si fa: scriva bene». 

 

 

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Nei nostri giorni, in nessun modo un discorso politico viene portato avanti attraverso un impegno di qualità professionale. Un esempio che ci tocca da vicino e che cito con rammarico è quello del nostro collega che, presentandosi alle primarie per le elezioni comunali, ha dichiarato di voler abbandonare il lavoro di architetto. Non ritenendo di poter svolgere un ruolo politico attraverso la sua esperienza professionale, ha sentito la necessità di dare ai suoi potenziali elettori la garanzia di non sovrapporre i due ruoli. 

Una posizione questa  che non sarebbe stata pensabile per i nostri maestri degli anni Sessanta, per un chiaro motivo: essi perseguivano l’impegno civile in primo luogo attraverso la qualità e il significato etico del proprio lavoro. Anche quando, è il caso di Astengo, venivano assunte dirette responsabilità della cosa pubblica.    


Il Pgt di Milano è un parto dei nostri giorni: ha rappresentato nei lavori preparatori, rappresenta nei contenuti, e conferma con le osservazioni ufficiali che sta ricevendo, il livello qualitativo attuale della città. 

Il Pgt è un fatto tecnico che non riesce a divenire un discorso politico; da un lato non traspare dai suoi lavori una intesa tra amministratori e estensori, dall’altro l’impegno dei tecnici non è riuscito a spiegare agli amministratori cosa avrebbe dovuto essere un piano in grado di avvicinarsi ai problemi che Milano da anni si trova di fronte laddove essa vive. 

Come parlare del piano alla politica? Il P.g.t. non è stato steso dagli uffici urbanistici del Comune, ma da tecnici autonomi, esterni all’Amministrazione e da essa direttamente incaricati. 

Una Amministrazione che segue quelle che decisero di lasciare la città senza una riflessione progettuale sul proprio futuro e che produssero il Documento Programmatico teorizzatore del superamento del piano. Ma una Amministrazione che opera oggi in base alla nuova legge urbanistica regionale che fa propri alcuni dei modi tentati da molti di noi negli ultimi decenni per rendere più significativo il piano: la possibilità di introdurre progetti urbani entro il progetto del piano, la sostituzione degli standard con i servizi, la perequazione, e soprattutto l’invito a progettare il Piano dei Servizi – ossia la forma strutturale della città – a livello intercomunale. 

Parlare del piano alla politica significa assumere una posizione civile attraverso l’autonomia dell’architettura, e in tal modo offrire un contributo ‘politico’. 

Se leggiamo i documenti del Pgt, noi non ritroviamo quella assunzione di responsabilità rispetto al piano da parte della politica, che l’impegno dei tecnici deve innanzitutto  garantire. Non vi è individuato, nè ricercato il ruolo di Milano, e di conseguenza non è percepibile una innovata immagine della città. 

In questo senso il Piano denuncia le sue carenze qualitative, a partire dalla incapacità di  elevarsi al di sopra della scala locale, e quindi dal suo non parlare della Milano vera ai milanesi tutti.

 

 


La conseguenza e la verifica di ciò è che, nonostante le ampie quantà edificatorie messe in campo al momento di una adozione raggiunta solo con il consenso dell’opposizione, le osservazioni dei veri referenti dell’Amministrazione comunale – gli operatori immobiliari – denunciano in questi giorni l’impossibiltà di comprendere gli obiettivi del Pgt. La motivazione sta nella assenza di traguardi alti da parte del piano. Contro di essi nessuna parte della società potrebbe apertamente schierarsi, pena la auto-esclusione da un comune discorso. 

I giornali ci hanno informato che l’eterno Ligresti chiede di costruire dai margini della città consolidata fino al Cerba senza soluzione di continuità, come già fatto fino a Rozzano, annullando la continuità est-ovest del ParcoSud; Cabassi non è soddisfatto dell’edificazione che si ritroverà sulle aree dell’Expo, la prima Esposizione mondiale prevista su aree non pubbliche; le Società cui fanno capo le due squadre di calcio milanesi chiedono di avere mano libera nello sfruttamento delle aree circostanti lo stadio Meazza; le Ferrovie vogliono meno parco e più edifici di lusso sugli scali dismessi. 

Il tutto nella diffusa e verificata convinzione che queste capacità edificatorie non servono alla città in quanto non esiste per esse mercato, ma devono solo convincere le banche a rifinanziare i debiti accumulati dai developers. Il tutto nella consapevolezza che la risposta a alcune di queste richieste fatte al Comune, al di la delle risposte che verranno date, non sta nelle mani degli amministratori milanesi, ma in quelle della Provincia, responsabile dei Piani di cintura che coinvolgono le aree milanesi del Parco Sud.    


 

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Milano non è quella di cui parla il Piano, nè quella cui il piano parla. Milano deve riprendere il ruolo storico di sollecitatrice del suo intorno, affinchè possa continuare a esserne la capitale geografica. Milano non è una città, è sempre stata un territorio: oggi un territorio urbano. La sua parte più interna, quella entro i confini municipali, è solo un quartiere della città. Questo quartiere ha subito uno scadimento funzionale e qualitativo, e quindi è giusto occuparsene, e il Piano lo fa bene. Ma questo è solo uno dei problemi che oggi ha la città, e certamente non il più importante. Il Pgt appare infatti come un piano particolareggiato per questo quartiere, non uno scenario per la città. 

La qualità consisterebbe nel lavorare sul quartiere centrale a partire dalla città vera, disegnando l’interno a partire dall’esterno. Le occasioni sono molte: l’avvicinamento al tessuto del quartiere centrale dei due grandi parchi a settentrione e a meridione, il Parco Nord e il Parco Sud; le regole da fornire ai tessuti centrali tramite la relazione con le fasce verdi del Lambro a est, dei parchi e degli ippodromi a ovest; la presa di coscienza che le tre grandi strade metropolitane in costruzione da parte della Regione ¬– TEEM, Brebemi e Pedemontana – e la successiva Tangenziale Ovest Esterna disegneranno la forma strutturante della Milano dei prossimi anni; la messa in luce di una forma urbana contemporanea attraverso il disegno reticolare che si ottiene srotolando la fascia circolare costituita dal doppio anello dei grandi vuoti urbani e dalle radiali storiche; infine, l’utilizzazione della omogeneità politica di tutti i livelli istituzionali di governo del territorio urbano, dal Comune centrale alla Regione, dalle Province coinvolte a molti Municipi, per proporre un disegno coerente con la nuova dimensione culturale, prima ancora che fisica, della città contemporanea.  


Concludendo, io credo che il Pgt abbia poco a che fare con la qualità possibile di Milano. In ciò esso si affianca alla incapacità – da parte di imprenditori economici parassiti della città e non suoi costruttori – di andare al di là dell’edilizia per dimostrare i propri talenti.

Ma penso anche che la carenza di qualità della Milano dei nostri giorni sia rappresentata dalla nostra incapacità di capire quale responsabilità ci assumiamo come tecnici e uomini di cultura quando non comprendiamo a fondo la scena cui collaboriamo: sia essa quella del Documento direttore del 2000, del Pgt del 2010, dell’Esposizione del 2015. 


Quando, in definitiva, trascuriamo il valore politico del nostro lavoro di architetti.



Milano, 1 febbraio 2011

 


 

L’anno rogersiano che si è concluso ha visto la proliferazione di numerose iniziative editoriali volte a riscoprire l’eredità del maestro. Le pubblicazioni dedicate a Ernesto Rogers negli ultimi decenni sono state poche e sporadiche; questa figura-cardine nel dibattito architettonico italiano del dopoguerra, che ha formato la generazione dei sessanta-settantenni che hanno traghettato le facoltà di architettura italiane nel nuovo millennio, si è inabissata. Certo, riferimenti ai suoi testi si rintracciano in accurate bibliografie, ma la produzione critica sul suo contributo ha subito un raggelante, se non inquietante, torpore.

 

 

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Non è un caso che Gillo Dorfles denunciando l’inconcepibile lacuna che grava sull’amico, abbia promosso dalle colonne de «Il Corriere della sera» (30.11.09) il saggio della studiosa ispano-argentina Eugenia Lopez Reus - il primo libro interamente dedicato al pensiero di Rogers a quarant’anni dalla sua scomparsa! - Ernesto Nathan Rogers: continuità e contemporaneità, uscito per Marinotti nella collana diretta da Gianni Contessi [1].


 

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La casa editrice padovana Il Poligrafo ha pubblicato Il pentagramma di Rogers: lezioni universitarie di Ernesto Nathan Rogers con curatela di Serena Maffioletti. Il volume raccoglie alcuni dei materiali prodotti da Rogers a fini didattici, passati “clandestinamente” di mano in mano nei decenni precedenti e, grazie a questa iniziativa, restituiti alla collettività. Gli scritti selezionati fanno parte del corpus delle lezioni che Rogers ha tenuto presso il Politecnico di Milano tra gli anni Cinquanta e Sessanta nei corsi di “Caratteri stilistici e costruttivi dei monumenti”, “Elementi di composizione”, “Storia dell’architettura”. Questo è un libro che può essere letto a latere di un saggio postumo di Rogers: in queste lezioni, scritte per gli studenti del Politecnico, vibrano infatti l’impeto pedagogico e il rigore metodologico sistematicamente formalizzati ne Gli elementi del fenomeno architettonico [2].


 

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La Hoepli ha ripubblicato, su indicazione di Cesare Macchi Cassia, Città, museo e architettura: il Gruppo BBPR nella cultura architettonica italiana 1932-1970. La monografia, commissionata da Rogers al più giovane dei suoi assistenti, Ezio Bonfanti allora solo trentenne, legge la vicenda dei BBPR come specchio della cultura architettonica italiana del Novecento. Il risultato è un ritratto critico avvincente, eseguito con singolare intelligenza, forse riprova di una capacità di lettura che può maturare solo all’interno di un serrato confronto tra allievo e maestro.


La celebrazione del centenario della nascita di Rogers è stata occasione per l’organizzazione di vari convegni: quello veneziano “Il senso della storia, quello parmense Ernesto Nathan Rogers e la costruzione dell’architettura”, quello milanese “Esperienza dell’architettura – Ernesto Nathan Rogers (1909-1969)”. Sono già stati pubblicati gli atti del convegno di Parma, mentre si attendono quelli del convegno meneghino svoltosi in un tour de force di tre giorni presso il Politecnico di Milano, sulla base di una selezione internazionale di contributi critici di alto livello scientifico.

 

 

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In occasione del convegno è stata presentata la riedizione di Editoriali dell’architettura, libro ormai fuori commercio da decenni. Il progetto curato da due giovani studiosi, Gabriella Lo Ricco e Mario Viganò, è stato pubblicato dalla casa editrice Zandonai. Recuperando il format di partenza, i curatori lo hanno arricchito di strumenti molto utili: un apparato iconografico tratto dalle pagine di «Casabella Continuità»; un apparato di note che aiuta il lettore ad orientarsi nella scrittura densa e intessuta di rimandi di Rogers; la sezione Addenda che raccoglie editoriali non inclusi dall’autore nella prima edizione: Ortodossia dell’eterodossia, che precede la polemica con Reyner Bahnam; Classicità di Mies Van der Rohe, editoriale escluso dalla sezione dedicata ai maestri del Movimento Moderno; L’insegnamento della composizione architettonica, risposta ai primi moti di contestazione studentesca nati, nella Facoltà di architettura di Milano, a causa di un corso di Composizione; Elogio dell’architettura, discorso pronunciato da Rogers in occasione del conferimento della laurea honoris causa ad Aalto, Kahn, Tange; Architetti senza complesso di Edipo, editoriale che fa il punto sul rapporto tra giovani, l’eredità del moderno e linea editoriale della rivista.


Questa produzione culturale documenta quanto ancora ci sia da scoprire riguardo la figura di Ernesto N. Rogers. 


Gli intellettuali, come ha ricordato Luciano Patetta, possono apparire inattuali o sconfitti agli occhi delle generazioni successive. Eppure l’umana intelligenza di Rogers ha superato i cancelli del tempo e gli steccati dei tradimenti per provocare nuovamente le nostre coscienze.



Fiorella Vanini



1 aprile 2010




[1] Obbiettivo della collana è, da un lato, riaprire il fronte della ricerca su personaggi chiave come Ernesto Rogers o Manfredo Tafuri tramite la pubblicazione di saggi critici, dall’altro, riproporre contributi ormai introvabili nel mercato editoriale italiano come Difficoltà politiche dell’architettura in Italia 1920-1946 di Giulia Veronesi, oppure Architettura della prima età della macchina di Bahnam.

[2] Ernesto Nathan Rogers, Gli elementi del fenomeno architettonico, Marinotti, Milano 2006

 

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Relazione introduttiva alla II giornata del convegno dedicato a E.N. Rogers

 

di Luciano Patetta

 

 

Iniziamo la seconda giornata del Convegno su Ernesto Nathan Rogers, doverosa celebrazione del centenario della sua nascita, celebrato giustamente anche alla Facoltà di Architettura di Venezia e a quella di Napoli, e previsto pure altrove.
Mi permetto di rubarvi qualche minuto per una breve riflessione.
Ernesto Nathan Rogers è stato il più importante e il più completo maestro dell’architettura del secondo dopoguerra in Italia, di quella stagione eccezionale -e penso irripetibile- della cultura architettonica italiana, nella quale, dopo gli anni di formazione vissuti al tempo di Terragni, di Persico e di Pagano, erano attivi, sia nella scuola che nella professione, personalità come Quaroni, Samonà, Scarpa, Zevi, Gardella, Albini e Ridolfi. Credo che quella brillante stagione si sia definitivamente conclusa, purtroppo, e così credo che per certi versi anche molti- non tutti- ma molti degli insegnamenti di Rogers debbano essere storicizzati.
Rogers era un intellettuale borghese che coltivava il decoro e la dignità della parte migliore della borghesia progressista, quella a cui appartenevano- per far degli esempi. Luigi Einaudi, Enrico De Nicola e Adriano Olivetti. Ciascuno di loro aspirava a trasferire questo decoro e questa dignità nel proprio lavoro, oltre le indispensabili competenze: Rogers naturalmente aspirava a trasferire decoro e dignità nel fare architettura, nel senso di una urbanità e civiltà del costruire, secondo precisi ideali politici e sociali, mediando, credo si possa dire, tra il liberismo sociale e il socialismo vero e proprio. Egli aveva osservato, già negli scritti degli anni dell’esilio in Svizzera: “Non ci hanno detto per quale società dovevamo costruire”. Una osservazione di grande significato, questa, che collegava in maniera talvolta anche tragica l’architettura ai regimi politici.
Era un borghese ben vestito, istintivamente elegante, che non alzava mai la voce né all’università (allora attraversata dalle prime agitazioni) né negli scritti sulle pagine della sua rivista “Casabella-Continuità”, e neppure nelle architetture che inseriva nel tessuto della città con i colleghi dello Studio BBPR. Pur essendo un colto intellettuale da sempre interessato e partecipe di tutti gli aspetti della modernità, Rogers conservava quel controllato buon gusto della vecchia borghesia europea. In questo era forse simile ad Adolf Loos, del quale -d’altronde- mi sembra che egli condivida un distacco, una lontananza un che di anacronistico. rispetto alla crisi dei valori di gran parte dell’architettura dei nostri giorni. Rogers insisteva su due questioni anzitutto: I°) la necessità per un architetto di una vasta cultura, non limitata alla propria specializzazione, bensì estesa al teatro, alla letteratura, alla filosofia, alla politica ecc. 2°) l’impegno morale e civile nel proprio lavoro, che doveva contemplare anche un eventuale rifiuto ad essere coinvolto in interventi sbagliati e/o immorali. Questi suoi principi coincidevano, come è evidente, con quelli di Leon Battista Alberti, e nelle sue parole possiamo rilevare più di una coincidenza con quelle scritte in un tempo così lontano da un maestro come l’Alberti: per esempio, anche Rogers definiva l’architettura come la sintesi di utilità e bellezza, senza sprechi: senza sprechi economici e senza sprechi formali. Una strada questa dalla quale, dagli anni in cui Rogers la predicava, ci si è allontanati ogni giorno sempre di più. Ma anche gli insegnamenti di Alberti sono stati pressoché ignorati nello sviluppo del Rinascimento; sono stati elusi. Lo stesso è avvenuto per la sostanza della lezione architettonica di Rogers, tranne che per alcuni suoi affezionati allievi e per qualche giovane collaboratore. Alberti e Rogers- insisto su questo accostamento- appaiono oggi entrambi inattuali e sconfitti. Intendiamoci, considerando la inattualità e la sconfitta - in particolare quelle degli intellettuali- due condizioni positive e ammirevoli, non due condizioni negative.
D’altronde, entrambi sono stati dei maestri difficili. Mi ricordo, come allievo del suo corso di “Caratteri stilistici e costruttivi dei monumenti” e avendo partecipato con lui a dei viaggi di studio, la difficoltà delle sue lezioni, difficoltà concettuale non linguistica, lezioni più simili a quelle di un filosofo che a quelle di un architetto o di uno storico. Come studente, avevo naturalmente una certa fretta di imparare a fare l’architetto, e mi aspettavo degli insegnamenti subito direttamente applicabili. Rogers invece ci coinvolgeva in un insieme di problemi dialettici, e in una esperienza critica che doveva, per citare le sue parole, “valutare tutta la complessità dell’evoluzione fenomenologica dell’architettura”.
Contemporaneamente a scuola e sulle pagine di “Casabella” Rogers approfondiva in modi nuovi e non facilmente ritrovabili altrove (in libri o articoli) le nozioni di moderno, di passato e di tradizione; la responsabilità verso la tradizione, come lui diceva. Aggiungendo poi quella “tradizione del moderno” alla quale ci invitava a restare fedeli. Erano nuove e difficili le sue definizioni di “continuità”, e le sue considerazioni per metterci in guardia dal pericolo del formalismo modernista e dell’imitazione passiva. Ancor più difficile era la sua concezione di “utopia della realtà” che doveva essere l’opposto dell’ “utopismo astratto e stravagante”: per Rogers l’utopia della realtà era la volontà di “proiettare il presente in un futuro possibile”, tema per lui fondamentale nelle ricerche in una Facoltà di Architettura. L’espressione “utopia della realtà” riecheggiava le parole “sostanza di cose sperate” scritte nel 1935 da Edoardo Persico a conclusione della sua “Profezia dell’architettura”, a sua volta citazione della Lettera agli Ebrei di S.Paolo: “La fede come sostanza di cose sperate”.
Rogers insisteva sulla indispensabilità della storia, di tutta la storia dell’architettura del passato, di una sorta di coscienza storica, ma ci metteva in guardia dallo slogan, allora di moda, dell’uso della storia nel progetto d’architettura. Comunque, egli affrontava il ricupero non facile della cultura storica, che come è noto, era stata bandita dalle avanguardie e da quasi tutto il Movimento Moderno tra le due guerre. Meno difficile appariva il suo invito a considerare nella progettazione le “preesistenze ambientali”, anche se appariva poco convincente la necessità da lui affermata di dover “valutare il caso per caso”, anziché poter seguire degli indirizzi precisi. Il ricupero della storia e le preesistenze ambientali hanno prodotto, come si sa, risultati non del tutto convincenti per Rogers, come per esempio certe opere del cosiddetto Neoliberty e i presagi del Postmodern.
Pubblicando su “Casabella” le ultime opere dei grandi maestri, Gropius, Mies, Le Corbusier e Wright, ancora viventi, opere così diverse da quelle di prima della guerra, egli cercava di ritrovarvi i principi del Movimento Moderno espressi in forme che riconosceva essere “esperienze che portano a forme più complesse e conducono il rapporto tra le parti a più dense implicazioni”. Era la concezione dell’”ortodossia dell’eterodossia” e l’affermazione convinta del valore del pluralismo espressivo. Vi ritornava il principio della “continuità”, non nella permanenza di forme e di linguaggi, ma al contrario nella loro evoluzione.
A proposito del pluralismo, voglio citarvi un pensiero inedito di Rogers, che ha detto a voce e non ha mai pubblicato. L’avevo annotato e ve lo cito, come piccolo contributo alla conoscenza dei suoi insegnamenti: “Non dobbiamo pensare di possedere, ciascuno di noi, il monopolio della logica”. E si riferiva, naturalmente alla logica della progettazione architettonica.
Tanta finezza di riflessioni, tanta attenzione e cura nel controllo del progetto d’architettura, tanta partecipazione attiva ai problemi della costruzione della città, fanno di Rogers, fatalmente, una figura distante dall’attualità. Ma quanto sto dicendo non va certo interpretato come un invito a trascurare gli insegnamenti di Rogers. Anzi, concludo con il consiglio ai più giovani di leggere e riflettere a lungo sui suoi scritti, a condizione però di accettare il rischio di entrare a far parte di una minoranza di opposizione, non certo della maggioranza trionfale dei protagonisti più noti dell’architettura di oggi.

 

 

Facoltà di architettura civile del Politecnico di Milano

 

3 dicembre 2009

 


 

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Pubblichiamo un primo resoconto dei risultati del convegno internazionale di studi dedicato a Ernesto Nathan Rogers, inviatoci da Florencia Andreola:

 

 

TRA ACCADEMIA ED APERTURA: IMPRESSIONI SUL CONVEGNO DEDICATO A E. N. ROGERS


Concluso il convegno internazionale di studi, organizzato dalla Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano per celebrare la figura e l’opera di Ernesto Nathan Rogers, nel centenario della sua nascita, cerchiamo di capire se sia stato raggiunto o meno, attraverso un confronto dialettico e corale, l’obiettivo di attualizzare la figura del grande architetto triestino, e milanese d’adozione.

In molti interventi ho riscontrato un carattere spiccatamente teorico e specialistico, forse involuto, delle trattazioni che sono risultate a volte incomprensibili soprattutto agli studenti. In alcuni di essi risultava persino difficile scorgere delle connessioni fra i temi affrontati e la figura di Rogers. Altri contributi, quasi volessero invece sfuggire a un’eccessiva astrazione, hanno scelto la via della minuziosa descrizione di opere scelte - edifici, quartieri, allestimenti o scritti - particolare per particolare, in maniera ridondante e spesso noiosa. 

Nessuno dalla platea è intervenuto nei tre giorni del convegno, e questa assenza di dibattito mi lascia perplessa: non sono emerse polemiche o interrogativi, questo sia per mancanza di tempo - moltissimi relatori e non esattamente concisi - sia forse per una scarsa preparazione da parte degli studenti sulla figura di Rogers. Personaggio celebrato come maestro e indiscusso professionista, egli non rientra forse più nelle coscienze degli studenti come un riferimento dal quale attingere e dal quale apprendere un metodo. In questo senso il convegno ha sì fornito un contributo didattico, ma spesso senza un ordine logicamente programmato degli interventi che avrebbe potuto favorire l’orientamento e la comprensione.

Credo che la reale riuscita del convegno si sia invece registrata su altri aspetti: alcuni degli ospiti sono stati in grado di inquadrare ed approfondire con completezza particolari momenti della vicenda personale di Rogers, soprattutto con gli interventi che lo hanno contestualizzato nel suo periodo storico,  e che hanno ricostruito la sua figura attraverso eventi politici e sociali che hanno un’eco fortemente attuale. Ciò è stato possibile sia grazie alle testimonianze dirette di coloro che Rogers l’hanno vissuto, sia grazie al lavoro di studiosi che hanno dedicato attenzione ed impegno alle proprie ricerche, riuscendo così ad inserirsi nell’ampio quadro che il convegno si era preposto, e raggiungendo lo sperato risultato di una collaborazione tra i contributi stessi. 

Se il pubblico studentesco non è mai mancato durante le tre giornate del convegno, è interessante notare come gli interventi dei docenti di Bovisa abbiano spesso registrato le presenze più numerose, forse perché all’incognita della novità si preferisce ancora la sicurezza di volti noti e di discorsi già ascoltati. 

Questa iniziativa, per contro, ha proprio il merito dell’apertura: nel tentare una mediazione concreta fra punti di vista e provenienze diverse, grazie ad un poderoso sforzo organizzativo che ha portato in facoltà studiosi di tutto il mondo, è stato possibile superare le perplessità di quella Bovisa spesso restìa al confronto.


Pubblichiamo l’intervista ad Alberico Barbiano di Belgiojoso e Angelo Torricelli (da http://www.youtube.com/user/polimi).

 

 

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Hacking significa solamente costruire qualcosa rapidamente o testare i limiti di ciò che può essere fatto. Come la maggior parte delle cose, può essere utilizzato per fini giusti o sbagliati, ma la stragrande maggioranza degli hacker che ho incontrato sono idealisti che desiderano avere un impatto positivo sul mondo. (Mark Zuckerberg)

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