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Nell’ultimo film di Lars von Trier la Terra è minacciata da un gigantesco pianeta che ne incrocia l’orbita. Al contrario della totalità dei film (generalmente americani) che mettono in scena eventi catastrofici dello stesso genere, qui non ci sono allarmi generali, folle terrorizzate, autorità politiche e polizia impotenti, eroi solitari capaci di salvare il pianeta. Nel film di von Trier tutta la drammaticità della situazione è passata attraverso il filtro delle due sorelle protagoniste - Justine e Claire - e dei pochi personaggi che ruotano intorno a loro. Confinato all’interno (e nei geometrici giardini) di un enigmatico castello affacciato su un altrettanto enigmatico Mare del Nord, il dramma risulta così al tempo stesso attenuato e potenziato: la catastrofe cosmica si consuma in una dimensione personale, familiare, con effetti se possibile ancora più strazianti di quanto non avverrebbe se avesse un’ambientazione pubblica.


Ma ciò che caratterizza la versione di von Trier dell’apocalisse è l’apparente “calma” da cui è dominata. Al pari delle immagini “quasi ferme” del Prologo, le vicende del film sono “rallentate” da un senso di ineluttabilità che le rende incomparabilmente più drammatiche di quelle convulse a cui il cinema americano ci ha abituato. Nessuna frenesia ipercinetica, nessun ululare di sirene, nessuna scena di panico accompagna la sempre più incombente minaccia e il definitivo precipitare degli eventi. Piuttosto un tratto malinconico, che nella parte finale del film fa osservare i pochi elementi presenti sulla scena (le due donne, il bambino, i cavalli, il castello, la natura circostante) con crescente mestizia, ma in fondo senza nostalgia. Quelle persone, quegli animali, quella natura, quelle cose, sono destinati a passare. Nella loro speranza come nella loro disperazione. Non possono resistere a qualcosa che è più grande di loro. È il loro destino.


Nel film di von Trier è come se il nostro stesso destino fosse osservato dall’alto, o da lontano. Con partecipazione ma insieme con un certo distacco. Ed è come se ai nostri umani tentativi di resistere alle avversità planetarie - alle ingiustizie, ai conflitti, alla dilagante crisi economica, all’inarrestabile aumento delle emissioni di elementi inquinanti, al riscaldamento globale - esso rispondesse con una dolce persuasione sull’inevitabilità di tutto ciò. E sull’inutilità di agitarsi. Non a caso, il nome del pianeta che minaccia la Terra è Melancholia.




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2 dicembre 2011











L’architettura è un fatto complesso: le sue implicazioni sono innanzitutto finanziarie, impegnando di sovente ingenti capitali economici. Ma sono anche politiche e sociali, coinvolgendo la sfera del “pubblico”, tanto sul versante della sua amministrazione quanto su quello della sua fruizione. Non minori sono inoltre i suoi effetti urbanistici e, almeno in alcuni casi, il suo impatto sul traffico e sulla mobilità.


L’architettura ha poi evidenti ricadute ambientali, esercitando inevitabilmente un impatto sul luogo in cui si inserisce, e in un senso più lato valenze culturali, essendo il prodotto cosciente di una civiltà e di un’epoca.


L’architettura insomma è qualcosa che difficilmente può essere considerata in modo esclusivo sotto il profilo estetico. Parlare di architettura fermandosi alla questione del “bello” è certamente limitato. Ma perché questo dovrebbe giustificare certi architetti a produrre architetture così brutte?



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Fox Pedersen Kohn Architects, Porta Nuova Varesine




Fox Pedersen Kohn Architects, Porta Nuova Varesine

Fox Pedersen Kohn Architects, Porta Nuova Varesine





Fox Pedersen Kohn Architects, Porta Nuova Varesine

Fox Pedersen Kohn Architects, Porta Nuova Varesine




22 ottobre 2011





Ieri ho visto in faccia il futuro dell’architettura italiana. Facce normali, abbronzate, spaesate, annoiate; facce di ragazze e ragazzi (soprattutto ragazze) che mitemente, in modo quasi rassegnato, si sono sottoposti al test d’ingresso per iscriversi a una delle scuole di architettura italiane. Non tutti entreranno. Alcuni verranno scartati, vittime del meccanismo del “numero chiuso”. Ma molti altri passeranno, e inizieranno a frequentare i corsi. Conseguiranno la laurea triennale, poi quella magistrale, faranno l’esame di stato. Diventeranno architetti. E finalmente si confronteranno con la possibilità di esercitare la professione per la quale ieri per la prima volta hanno incominciato a lottare.


Difficile dire chi ce la farà. Ma di certo qualcuno ce la farà. E per chi ce la farà, sarà un percorso lungo e difficile, indubbiamente faticoso. Per questo, forse, avevano tutti un’aria così stanca.



8 settembre 2011




di Marco Biraghi


Ci sono momenti, nella vita individuale come in quella collettiva, in cui sembra farsi impellente la necessità di fare il punto della situazione, di fare chiarezza sullo stato delle cose e sugli obiettivi futuri. Tali momenti possono o meno essere riconosciuti (a posteriori) come momenti storici, ma senza ombra di dubbio sono identificabili (a priori) come momenti critici. E ciò sia sempre da intendersi tanto in termini individuali che collettivi, e dunque al di là di qualsiasi soggettivismo, mania di protagonismo, convenienza o strategia personale.


La criticità del momento odierno potrebbe lasciarsi desumere da un numero consistente di indizi; ma forse, a questo fine, potrebbe bastare la richiesta ormai sempre più diffusa e pressante di una storicizzazione delle vicende italiane degli ultimi anni, nella fattispecie quelle legate all’architettura. Con questa domanda di sistematizzazione e di chiarificazione, indispensabili entrambe alla comprensione di una situazione che si presenta evidentemente tutt’altro che cristallina, chi abbia la pazienza e la voglia di sobbarcarsene il compito, è dunque invitato a provare a misurarsi.


Con una persuasione di fondo: che debba essere dichiarata conclusa la stagione dei “giochi” storici semplicemente verbali, delle enfatizzazioni o delle riduzioni soltanto retoriche e funzionali esclusivamente all’innalzamento o alla condanna di questa o quella figura: un tipo di storia semplicemente strumentale a costruire un quadro “di parte”. Così come dovrebbe essere considerata tramontata una volta per tutte l’epoca dei “balletti” critici (o pseudocritici) puramente interlocutori, senz’altro fine che quello di “descrivere” - o di ritrascrivere - ciò che gli autori presi in considerazione hanno prodotto: un modo di operare storicamente e criticamente mosso dall’intento neppure troppo segreto di lasciare tutto come prima.


Abbandonate le posizioni di comodo, inefficaci e improduttive, o utili al più al perpetuarsi di condizioni che si rivelano storicamente esaurite; lasciato alle spalle l’accademismo nel quale si è autoconfinata per decenni, facendo di se stessa una disciplina separata dalla realtà e da qualsiasi interesse vitale, la storia può e deve tornare a essere investita da una qualche forma di urgenza nell’allestire le proprie analisi e nel fornire le proprie risposte. Ciò - nel cercare di fissare un’agenda del prossimo futuro per la storia dell’architettura italiana - induce a mettere da parte tutte le cautele e le riserve, e ad affrontare la questione nel modo più diretto possibile.


Uno dei primi obiettivi che si dovrebbe prefiggere un’operazione di storicizzazione critica dell’architettura italiana, in questo momento,  dovrebbe essere quello di cercare di aumentare la conoscenza dell’architettura in generale nel nostro Paese - e quindi, in qualche modo, anche la considerazione nei suoi confronti. E ciò, non certo per fornire un sostegno a un mercato le cui eventuali difficoltà sono da ricondurre a tutt’altre ragioni rispetto a quelle della scarsa conoscenza e dello scarso apprezzamento di cui gode l’architettura in Italia; né per compiacere la categoria degli architetti con incensamenti elogiativi. Lo scopo di un tale aumento di conoscenza è piuttosto quello di incrementare la capacità critica dei fruitori dell’architettura: un “esercito” potenzialmente enorme di persone (dal più al meno quanti sono gli abitanti dei contesti urbani italiani, e forse anche di quelli extraurbani), protagoniste quotidianamente di quella percezione che Walter Benjamin definisce “distratta”, ma prive nella gran parte dei casi della benché minima educazione specifica (conseguenza del fatto che non esiste attualmente, nell’ordinamento scolastico superiore italiano, quasi nessuno spazio riservato allo studio dell’architettura, se non come “sottocategoria” della storia dell’arte). A ciò si correla strettamente il fatto che l’osservatorio pressoché unico attraverso il quale è dato agli italiani di entrare in contatto con l’architettura (a parte le riviste specializzate, che però raramente raggiungono il pubblico dei non addetti ai lavori e degli studenti) è rappresentato dai quotidiani, dove l’architettura è trattata in modo spesso dilettantistico e rapsodico, o dalle riviste femminili e di costume. Nulle o quasi le incursioni della televisione nel mondo dell’architettura (in special modo contemporanea), mentre l’editoria che vi si dedica in modo settoriale è relativamente ampia ma inesorabilmente di nicchia.


A fronte di questa situazione, che combina l’esiguità della conoscenza con il pregiudizio (tipicamente italiano) nei confronti dei fenomeni della cultura contemporanea, cui viene sempre preferito il patrimonio storico di cui l’Italia è ricca, una storia dell’architettura italiana attuale dovrebbe sforzarsi di rivolgersi a un pubblico il più allargato possibile, oltrepassando quel pregiudizio elitaristico entro il quale si è racchiuso di preferenza lo specialismo accademico, per rendere infine l’architettura contemporanea un linguaggio più noto e popolare.


All’interno di questo obiettivo di carattere più generale, ve n’è poi uno più circostanziato, relativo alla messa a fuoco dell’identità dell’architettura italiana attuale. Il tema delle identità nazionali (in particolare quelle del vecchio continente) è ritornato ad acquisire, negli ultimi anni, una notevole rilevanza, più che altro in senso negativo, non certo positivo. Ha ancora senso infatti parlare di architettura francese, tedesca, inglese, spagnola, italiana, al cospetto del duplice processo, da lato di sempre più ampia integrazione europea, e dall’altro di sempre maggior mescolanza culturale, etnica, religiosa che ha avuto luogo in Europa e per molti versi nel mondo?


Ciò che distingue l’architettura italiana da quella delle altre nazioni oggi non è più palesemente qualcosa di riducibile in termini stilistici, o anche soltanto linguistici, come si sarebbe potuto fare in altre epoche, o ancora pochi decenni or sono. Ma neppure tale distinzione può riguardare semplici fattori anagrafici o di radicamento territoriale.


Elementi che presentano maggiore interesse da questo punto di vista possono essere piuttosto l’appartenenza a una certa scuola, e la discendenza da alcune figure di riferimento delle generazioni precedenti: senza con questo voler resuscitare o perpetuare “antiche” stirpi o famiglie progettuali, di sovente fieramente contrapposte tra loro, quanto piuttosto con l’intento di raccogliere e analizzare quel “patrimonio genetico” dell’architettura italiana che ha costituito in un passato non remoto un suo carattere distintivo, e che forse ancor’oggi può contenere tracce anche consistenti di un’identità valida per il presente.


Al di fuori di questi elementi, comunque, se qualcosa di autenticamente italiano è rintracciabile nell’architettura del nostro Paese, essa consiste proprio nella difesa di un “patrimonio” certamente non lineare, non definito una volta per tutte e altamente contraddittorio; un “patrimonio” rappresentato dall’approccio fortemente problematico al progetto. Si tratta probabilmente della migliore eredità - al di là di ogni possibile critica o riserva - della stagione “della crisi e del dubbio” degli anni ‘50-’70: la stagione non soltanto di Ludovico Quaroni, che ha incarnato nella maniera più piena la figura dell’architetto lacerato dalle contraddizioni generate dalla realtà e da se stesso, ma di tanti altri maestri che, a prescindere dagli esiti diversi della loro ricerca, hanno fondato il proprio approccio progettuale su una messa in discussione dei “principî” che la cultura architettonica internazionale aveva consegnato loro nel secondo dopoguerra. Anche la “continuità” rogersiana è in fondo assai più un modo per “problematizzare” che non per trovare facili soluzioni. E lo stesso si potrebbe dire delle “preesistenze ambientali”: non una formula applicabile in modo lineare ed univoco bensì un’atteggiamento di attenzione, di sensibilità nei confronti di ciò che fa da contorno - spazialmente e temporalmente - al progetto.


L’assenza di dogmi dell’architettura di Ignazio Gardella, di Franco Albini, di Carlo Scarpa, ma in fondo anche di Luigi Moretti, di Guido Canella, persino di Aldo Rossi, per fare soltanto qualche nome, ma al tempo stesso il loro rispondere tutte a una sorta di autoimposto “rigore”, costituisce una risorsa per chi voglia desumerne, al di là delle soluzioni formali, la lezione ben più proficua e durevole del confronto continuo, della riflessione costante, della sperimentazione inesausta.


Che ciò non rappresenti soltanto una personale propensione dell’uno o dell’altro architetto, ma costituisca piuttosto il denominatore comune di molta architettura italiana degli scorsi decenni fa di questo carattere un elemento fondamentale, qualcosa da ricercare e custodire come un valore dell’architettura del nostro Paese: una sua ricchezza, una sua proprietà, un suo “certificato di provenienza”. Ed è probabilmente in suo nome, piuttosto che in nome degli altri fattori precedentemente citati, che vale davvero la pena di consolidare una via italiana all’architettura contemporanea.


La prospettiva sulla quale si chiudeva la Storia dell’architettura italiana 1944-1985 di Manfredo Tafuri (l’ultimo serio tentativo di storicizzazione dell’architettura del nostro Paese) era quella di una crisi, quantomeno presagita, se non ancora manifestatasi del tutto. Oggi, prendendo le mosse dalla metà degli anni ottanta, ovvero dal punto in cui il volume tafuriano si arrestava, sarebbe necessario assumere quella crisi rivelatasi poi come tale quale punto di partenza. E ciò non certo in omaggio a un atteggiamento “catastrofista”, di natura o di maniera, bensì sulla base di un’analisi serena ma al tempo stesso sufficientemente distaccata della situazione italiana. Dalla seconda metà degli anni ottanta in avanti infatti l’architettura italiana - al pari di quella di altri Paesi, ma con alcune caratteristiche specifiche, oltreché attraverso una serie di figure ben distinguibili e riconosciute anche a livello internazionale - si è trovata ad affrontare situazioni spesso problematiche, legate ad esempio alle trasformazioni urbane dovute al recupero di aree ex-industriali dismesse, al rinnovo di opere di infrastrutturazione (stazioni ferroviarie, porti, aeroporti) e alla gestione di “grandi eventi”, che hanno generato un’importante stagione di concorsi. Il tutto però secondo modalità molto italiane, prive di trasparenza, “gelatinose”, oppure (il che poi è lo stesso) ipergarantiste nei confronti della (almeno apparente) imparzialità delle procedure di assegnazione degli incarichi, e dunque complicate fino al bizantinismo. A ciò si è accompagnata, al di là delle secche di Tangentopoli e dei provvedimenti legislativi volti a fare un’altrettanto apparente “pulizia” nel settore, la ricorrente tendenza a fare e rifare un’opera architettonica o infrastrutturale, a dichiararla dapprima assolutamente indispensabile e poi a non realizzarla, oppure a realizzarla e poco dopo ad abbatterla; per non dire della frequenza con cui le opere in Italia rimangono per lungo tempo - e non di rado permanentemente - incompiute. E in mezzo a tutto questo, un susseguirsi continuo di attacchi a testa bassa e di difese a spada tratta, di chiacchiere e di critiche, di esaltazioni e di recriminazioni, di denunce all’opinione pubblica e di autoassoluzioni, di ricorsi volti a cancellare ciò che - con azione uguale e contraria - precedenti concorsi avevano faticosamente sancito, il tutto spesso con strascichi giudiziari a loro volta infinitamente protratti nel tempo.


Questo complesso intrico di fattori (di cui le vicende del Ponte sullo Stretto di Messina o dell’Ara Pacis potrebbero costituire due esempi assolutamente emblematici, quantunque non certo isolati) forma, nel bene e nel male, la condizione di fatto in cui si trova ad agire chi venga a contatto con la realtà italiana. E finisce per contraddistinguere, in modo pressoché unico e inconfondibile, la gran parte dei fenomeni che hanno luogo in Italia.


Al di là di quanto di negativo compone questo quadro, comunque, vi è in esso un aspetto fondamentale nella definizione di quell’identità italiana alla quale si riferisce tuttora una buona parte degli architetti e dell’architettura del nostro Paese: lo spiccato individualismo che guida comportamenti che dovrebbero altrimenti connotarsi in senso sociale, e in taluni casi anche pubblico. Tale individualismo mette in evidenza una ipersensibilità per le differenze che si dimostra assai più preoccupata di rimarcarle di quanto non lo sia di comprenderle o di rispettarle; più ansiosa di rivendicare distanze piuttosto che di ricercare punti di convergenza. Se da un lato questa attitudine comporta una capacità critica sviluppata a un altissimo grado, e un’intelligenza e un istinto acutissimi per le sfumature e per le possibilità alternative, dall’altro causa enormi difficoltà nel conciliare opinioni e punti di vista appena un po’ divergenti fra loro, e conseguentemente nel concepire progetti comuni, condivisibili e condivisi. Ciò si ripercuote al livello delle opere architettoniche e infrastrutturali, a carattere principalmente pubblico, traducendosi in una esiziale incapacità di “stratificare” gli interventi nel tempo, concependoli al di fuori di una logica strettamente autoreferenziale e “di parte”. Il continuo disfacimento e rifacimento della “tela” che ne consegue, in questo senso, finisce fatalmente col lasciare vistose lacune in settori importanti del nostro Paese, oltre a produrre inutili e dannosi sprechi economici. Ed è esattamente questa la differenza rispetto ad altre nazioni che, al pari dell’Italia (ma in realtà più a buon titolo di questa), riferiscono a se stesse gli attributi di “civili” e di “avanzate”: la capacità di “comporre” le differenze, di superare le singolarità, le parzialità, e di lavorare - pur partendo da posizioni diverse e operando con diverse intenzioni - per il bene comune. Al di fuori di ciò, la rete infrastrutturale, il tessuto urbano, ma anche il tessuto sociale, lo stesso futuro di una nazione, sono destinati a rimanere una “tela di Penelope”.


In base a queste considerazioni viene da chiedersi se l’architettura italiana abbia ancora la possibilità di rivestire un ruolo sociale e culturale di qualche rilievo - e addirittura, se abbia ancora la possibilità di sussistere al di fuori della falsa alternativa tra buone intenzioni e cattive realizzazioni.


Vi è tuttavia un’istanza di cui una storia dell’architettura italiana prossima ventura dovrebbe tener conto: quella che giunge con una forza per molti aspetti inedita (o quantomeno inconsueta per quanto riguarda gli ultimi trent’anni) dalle più giovani generazioni. Negli ultimi tempi la “questione generazionale” in Italia sta finalmente venendo allo scoperto, sia pure con enorme ritardo rispetto agli altri stati europei, mettendo in luce la drammatica assenza di ricambio generazionale a pressoché tutti i livelli e in pressoché tutti i settori della vita sociale. Tale fenomeno generalizzato proietta i suoi consistenti riflessi anche sull’ambiente architettonico, dove il fronte degli architetti ormai settantenni e ottantenni continua tuttora a resistere, mantenendo posizioni di potere e di prestigio in ambito professionale, culturale, editoriale e accademico; e ciò nonostante all’interno di questo quadro si siano affacciate recentemente alcune figure “nuove” (o relativamente tali) a indicare una sia pur timida inversione di tendenza. È evidente comunque che un’odierna storia dell’architettura italiana debba essere innanzitutto e in modo anche programmaticamente consistente la storia di un’altra generazione: una generazione che non è semplicemente cronologicamente successiva a quelle precedenti, ma che rompe con esse non tanto dal punto di vista dei presupposti culturali quanto dal punto di vista dell’esperienza; una generazione che ha dovuto in primo luogo affrontare il proprio impegno nell’architettura a partire da posizioni spesso deboli, caratterizzate da una condizione di precariato, di incertezza, di marginalizzazione, di scarsa considerazione; e poi ancora, una generazione che ha dovuto fare i conti con una situazione italiana economicamente e strutturalmente molto fragile, con tutte le conseguenti difficoltà a individuare una committenza, tanto pubblica quanto privata.


Nell’epoca della comunicazione e della mediatizzazione i giovani progettisti italiani faticano a trovare spazi di visibilità sulle riviste e nell’editoria tradizionali, e cercano nella più impalpabile ma diffusiva realtà del web la propria dimensione di rappresentazione. Nell’epoca dell’individualismo si uniscono di sovente in formazioni di gruppo che presentano indubbi vantaggi tanto da un punto di vista economico quanto da quello della moltiplicazione delle forze e della capacità di ampliare e diversificare le proprie relazioni e proposte; ma che hanno anche non irrilevanti riflessi sul piano dell’”immagine” e della “poetica”. Accettare la condivisione dello studio con altri architetti, oltre agli evidenti benefici, comporta infatti anche l’accettazione della perdita (o quantomeno della limitazione) dell’identità personale, individuale, e l’acquisizione di un’identità collettiva, o piuttosto di una multi-identità che in qualunque caso ha quale proprio inevitabile presupposto una forte componente dialettica, assente o poco presente negli studi composti da un solo architetto o organizzati in senso fortemente gerarchico, piramidale. La stessa scelta - estremamente diffusa negli studi attuali - di assumere come propria ragione sociale non i nomi dei loro componenti quanto piuttosto una sigla, un acronimo o un vocabolo in qualche modo emblematici, capaci di manifestarne lo stile o di compendiarne l’idea, dimostra in modo palese la volontà di oltrepassare la concezione solipsistica e autoriferita del mestiere di architetto, per abbracciarne invece una più compartecipativa e democratica. Proprio in Italia, del resto, nella seconda metà degli anni sessanta e nei primi anni settanta, si sono formati numerosi gruppi architettonici che hanno fatto di tale forma di aggregazione un fattore d’azione strategico e politico, anziché meramente pratico. Pur discendendo idealmente dal gruppo inglese Archigram (i cui progetti altamente utopici erano tuttavia concepiti - e conseguentemente firmati - dai suoi singoli componenti), i gruppi delle neo-avanguardie italiane (Superstudio, Archizoom, Ufo, Zziggurat, 9999, ecc.) coniugavano un’attività a carattere più collettivo con una progettualità che spesso oltrepassava il terreno dell’architettura per sconfinare nella narrativa e nella performance. Rare, o del tutto assenti, le tentazioni avanguardistiche dei giovani studi italiani contemporanei. Benché, per percorsi non sempre lineari (che a volte possono transitare anche per l’estero, dove i gruppi italiani degli anni ‘60 hanno raggiunto una fama quasi mai eguagliata in patria), non siano da escludere influenze e suggestioni derivate da questi, sia pure trasposte su un piano eminentemente “estetico”.


In un’epoca a vocazione prevalentemente pragmatica, infine, le più giovani generazioni di architetti italiani posseggono non di rado nel proprio bagaglio formativo una dotazione teorica, più o meno consistente. Pur non rispondendo in senso immediato alle necessità professionali - e anzi essendo spesso radicalmente antitetica a queste - tale dotazione rimarca la volontà di almeno una parte dei giovani protagonisti dello scenario italiano attuale di concentrarsi, prima ancora che sulla sua esecuzione, sulle condizioni di pensabilità della propria architettura futura, e costituisce un valore aggiunto per chi voglia affrontare i compiti dell’architetto in termini più problematici. Il che riporta alle questioni trattate all’inizio. Con la differenza che, viste dal punto di osservazione delle generazioni più giovani, la criticità e la problematicità non sono soltanto impicci di cui liberarsi il più rapidamente possibile, bensì delle condizioni con cui si è confrontata - e addirittura, su cui si è conformata - la loro stessa esistenza, almeno sin qui. In questa prospettiva, nelle mani addestrate alle contrarietà dei giovani architetti italiani, tutte le difficoltà qui rilevate possono finire per tramutarsi in risorse, in occasioni positive. Di queste “deboli forze”, di queste contraddizioni non soltanto apparenti, di queste insperate (e a volte disperate) “occasioni” non dovrà mancare di occuparsi una prossima storia dell’architettura italiana.



1 giugno 2011




Letizia Moratti che abbraccia gli anziani; Letizia Moratti in mezzo ai giovani; Letizia Moratti ecologica; Letizia Moratti urbanista; Letizia Moratti spazzina; Letizia Moratti maestrina; Letizia Moratti mammina…


La campagna elettorale di Letizia Moratti per la poltrona di sindaco di Milano è incentrata su uno degli stereotipi più triti della politica italiana contemporanea: quello del politico (e nella fattispecie, del sindaco) “tuttofare”. Per di più, rispetto ad analoghe “performance” precedenti - specie berlusconiane - quella della Moratti è caratterizzata da un tasso di retorica e da una fiacchezza davvero difficilmente immaginabili ed eguagliabili. Immagini “costruite” in modo estremamente banale, e al tempo stesso artefatto, dove le comparse raggiungono il non invidiabile risultato di apparire “stanche” del loro ruolo, e dove la stessa attrice protagonista pare essere a disagio e mostra un volto che è tanto digitalmente manipolato quanto pateticamente smarrito, quasi fuori luogo.


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Tutto ciò rientra comunque nelle consuete strategie dell’immagine, riuscite o meno che siano. Certo, si potrebbe chiedersi per quale ragione il sindaco Moratti non abbia scelto di utilizzare, per la sua campagna elettorale 2011, le vere immagini che nel corso di cinque anni di governo avrà (o quantomeno, dovrebbe avere) raccolto: Letizia che abbraccia gli anziani; Letizia in mezzo ai giovani; Letizia ecologica; Letizia urbanista; Letizia spazzina; Letizia maestrina; Letizia mammina… Perché fare ricorso a cattivi figuranti quando (e se) si hanno a disposizione persone animate da un sincero entusiasmo? Ma chi cura l’immagine di Letizia Moratti sa sicuramente il fatto suo: innaturalità e pateticità evidentemente - si pensa - piacciono ai milanesi.


Tra le immagini presentate, tuttavia, ve n’è una che merita uno sguardo più attento: quella in cui Letizia Moratti addita a tre inebetiti giovanotti un grande rendering incorniciato del nuovo Museo di Arte Contemporanea di Daniel Libeskind, che dovrebbe sorgere a CityLife, nell’area dell’ex Fiera. Lo slogan recita: “Una Milano sempre più attraente: un nuovo museo di arte contemporanea unico al mondo”.


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Daniel Libeskind, rendering del Museo del Design, CityLife, 2004



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Daniel Libeskind, rendering del Museo di Arte Contemporanea, CityLife, 2010



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Daniel Libeskind, rendering del Museo di Arte Contemporanea, CityLife 2010, spaccato


Tralasciando la poco probante, e addirittura risibile, questione dell’”unicità” del museo (unico quanto lo può essere qualsiasi altro edificio sulla superficie del pianeta, e non certo perché intrinsecamente diverso dai musei di arte contemporanea già presenti in ogni altra città mondiale e italiana), ciò che va notato è invece un curioso raggiro: lo spettacolare rendering che Letizia Moratti mostra orgogliosamente come prossimo prodotto della cultura (d’impresa) milanese si riferisce infatti a un altro progetto.


Si tratta del Museo del Design, progettato dallo stesso Libeskind nel 2004, trasformato in Museo di Arte Contemporanea a seguito della Variante del 2008. Esso differisce dal progetto di Museo di Arte Contemporanea attuale (presentato in Comune nell’aprile 2010) per le dimensioni e per i materiali impiegati. Avendo verificato, in fase di redazione del progetto preliminare, che il budget a disposizione non sarebbe stato sufficiente, CityLife riduce la superficie disponibile del Museo originario di circa un terzo (a fronte di un volume lasciato invariato), mentre il travertino previsto nel primo progetto diviene ora alluminio verniciato color bronzo “spazzolato”. Si viene così a creare un’”intercapedine”, nel nuovo progetto, tra l’edificio vero e proprio e la sua “pelle” esterna; uno spazio vuoto che rivela il carattere posticcio e del tutto superfluo - “decorativo” - dell’involucro del Museo, che si torce trapassando progressivamente da una pianta quadrata a una pianta circolare (evocazione, nella mente di Libeskind, dell’homo ad circulum et quadratum di Leonardo); uno spazio vuoto che nel rendering della versione attuale è nettamente visualizzato, mentre in quello esibito da Letizia Moratti (trattandosi del rendering della versione precedente) non c’è. (Devo la segnalazione di questo caso di “scambio” di immagini, nonché l’accurata ricostruzione delle caratteristiche dei due progetti e delle loro differenze, a Florencia Andreola, il cui bel lavoro su CityLife è di prossima pubblicazione).


Per quale ragione Letizia Moratti per la sua campagna elettore ricorre deliberatamente a questo inganno? Perché utilizza un progetto che non esiste più e che non verrà mai realizzato quando (e se) aveva a disposizione un progetto più recente e realistico? Ma chi cura l’immagine di Letizia Moratti sa sicuramente il fatto suo: menzogne e inganni evidentemente - si pensa - piacciono ai milanesi.



28 aprile 2011


 

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Hacking significa solamente costruire qualcosa rapidamente o testare i limiti di ciò che può essere fatto. Come la maggior parte delle cose, può essere utilizzato per fini giusti o sbagliati, ma la stragrande maggioranza degli hacker che ho incontrato sono idealisti che desiderano avere un impatto positivo sul mondo. (Mark Zuckerberg)

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