Alla Torre Galfa continuano le sperimentazioni artistiche come espressione
dell’esigenza di diversi spazi d’azione e di costruzione della città.
Torre Galfa, a Garibaldi scatta l’occupazione
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Alla Torre Galfa continuano le sperimentazioni artistiche come espressione
dell’esigenza di diversi spazi d’azione e di costruzione della città.
Torre Galfa, a Garibaldi scatta l’occupazione
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Aula Rogers
Scuola di architettura e società del Politecnico di Milano
15 maggio 2012
via Ampère 2, Milano, ore 14.30

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Aula Carlo De Carli
Scuola di architettura civile del Politecnico di Milano
16 maggio 2012
via Durando 10, Milano, ore 10.15
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Milano, 13 maggio 2012
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di Luca Astorria
Milano è una città introversa priva di un carattere unitario che la contraddistingua; per questo spesso si è costretti a intrufolarsi in cortili privati o spiare dalle finestre per trovare edifici e contesti inaspettati e meravigliosi. Tramontata l’idea di una città unitaria, la strada che rimane da percorrere è quella della somma di elementi, come un collage di forme, soluzioni, eventi. La città è il risultato, bello o brutto, dei suoi edifici, dei suoi monumenti, dei suoi palazzi. Risultato che non sempre è positivo. Negli ultimi dieci anni è ancora più difficile scoprire architetture meritevoli di attenzione. Una di queste è sicuramente l’edificio per uffici progettato dallo studio Dordoni in via Savona 97, all’interno del cortile un tempo sede dell’azienda belga Schlumberger.
Un edificio volumetricamente semplice che rifugge banali formalismi, essenziale nella forma, funzionale nella distribuzione degli ambienti. Un cubo nero scavato per dare ordine agli spazi e far penetrare la luce al suo interno.
Questo progetto non è certo un’opera rivoluzionaria, non colpisce il passante distratto e non ha la forza degli uffici ex Loro Pasini - progettati a metà degli anni ‘50 da Caccia Dominioni al 197 della stessa via e stuprato dal recente “restauro” -, ma è onesto nella sua austera eleganza e, nel sapiente uso dei materiali di rivestimento (pannelli di cemento prefabbricati, lamiera piegata forata e brise-soleil di legno ricomposto), mostra tutte le sue qualità architettoniche.
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di Brunella Angeli
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Fin dai primi render di progetto appare chiaro come l’atto fondativo del progetto del Museo del Novecento di Milano elaborato dallo studio Italo Rota & Partners si generi indipendentemente dall’architettura esistente - il Palazzo dell’Arengario progettato nel 1936 da Portaluppi, Griffini, Magistretti e Muzio - e affidi parte della sua carica attrattiva al potere di seduzione delle immagini.
Avvicinandosi al museo dall’esterno si percepisce un’immagine luminescente del volume, in cui la luce pare essere promossa a corpo dell’architettura: non sono più angoli, pareti, materiali, e la loro complessa articolazione a costituire fondamento del progetto, bensì la materia evanescente della luce che può essere plasmata ‘da lontano’ come su Photoshop, con un gesto veloce del pennello, o di un interruttore di dimmerizzazione.
Procedendo verso l’interno, sedotti dalla luce, si rimane tuttavia interdetti dalla precisa negazione delle suddette qualità di vuoto e leggerezza. Il progetto allestitivo degli interni si caratterizza invero per un variegato affastellamento di oggetti disomogenei: pannelli per l’affissione e per la suddivisione interna degli spazi, supporti per sculture, installazioni impiantistiche e tecniche, l’uso dei colori e la stessa segnaletica, tutti elementi voluminosi e autonomi che inevitabilmente influenzano il visitatore con le loro forme imposte.
Ciò che ne risulta maggiormente contraffatto è l’ambiente nel suo complesso, privato di una chiara gerarchia degli spazi e di quella leggibilità necessaria alla presentazione razionale di collezioni di oggetti, per concentrare invece la consapevolezza sensoriale sui soli avvenimenti di luce. Quasi una cancellazione dei fondamenti materiali dell’architettura, così da entrare in uno spazio capace di rimuovere i contenuti fisici del proprio esistere.
Ma poi, quando la luce si spegne, cosa resta?
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