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critical text by Alberto Ferlenga

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The Red Kilometer©Michele Nastasi

 

 

It is difficult to judge architecture when everything is possible. It is hard to single out something different as an alternative to the “novelties” one finds in such abundance, something that can be distinguished for its evident quality.

 

Then, within a few years, the picture has changed: many recent works display early aging and many conditions which these emerged from are no longer acceptable. What is the sense of using immoderate resources in order to make immoderate works sustainable? Why disfigure the nature of a place in order to have to amend undesirable consequences?

 

Actually, a crisis is enough to alter the picture of compatibility and sensitivity as well as to allow matters considered to be out-of-date to emerge. In this way, the capability to interpret complex architectural spaces that take into consideration surrounding events would seem to be once again worth taking into account as important ethical information and common sense. Throughout most recent years, very few works that have been built propose something new with respects to all this. I’ll give you an example: Kilometro Rosso by Jean Nouvel. The element that most characterises this work is, of course, the long red metal wall that stretches, for about a kilometre, parallel to the Milan-Venice motorway, giving rise to a brief yet significant clear cut interlude setting it apart from the succession of non-descript prefabricated buildings. The reasons for which I have chosen this work refer to it being successfully inserted into one of the most disrupted landscapes but above all for its capability to interpret nature, rendering an aesthetically effective oeuvre that is able to attribute value to a “lost” place while indicating, at the same time, a repeatable model.

 

The size of the Kilometro Rosso is compared to that of the motorway, the long surface interprets the uninterrupted theory of warehouses, the bright colour compresses metres of signs, the car park in the foreground makes the staticity of the parked cars interact with the flow of those which are speeding down the motorway. Everything that the work proposes is generated from something that already exists, confirming that urban “genericity” remains so only until the moment in which someone interprets it rendering its intrinsic qualities both visible and acceptable.

 

 

 

The Red Kilometer ©Ateliers Jean Nouvel

 

 

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È difficile giudicare un’architettura quando tutto è possibile. È arduo staccare dalla massa  delle cose “carine” qualcosa di diverso, che sia isolabile per la sua evidente qualità.

 

Nell’arco di pochi anni, poi, il quadro è mutato: molte realizzazioni recenti mettono in mostra il loro precoce invecchiamento e molte premesse da cui nacquero non sono più accettabili. Che senso ha impiegare risorse smodate per rendere sostenibili opere smodate? Stravolgere la natura di un luogo per dover sanare conseguenze nefaste?

 

In effetti, basta una crisi perché il quadro delle compatibilità e delle sensibilità cambi e perché questioni date per superate emergano. Così, torna a contare, come dato etico e di buon senso, la capacità di interpretare luoghi complessi attraverso architetture attente a ciò che accade attorno a loro. Poche opere costruite negli anni più vicini a noi propongono qualcosa di nuovo rispetto a tutto ciò. Ne indicherò una: il Kilometro Rosso di Jean Nouvel. L’elemento che più caratterizza l’intervento è, come si sa, un lungo muro rosso di metallo che scorre, per circa un chilometro, in parallelo all’autostrada Milano-Venezia, dando origine a un breve ma significativo intermezzo d’ordine tra il susseguirsi dei prefabbricati. I motivi per cui lo scelgo riguardano il suo riuscito inserimento nel più disgregato dei paesaggi ma soprattutto la sua capacità di interpretarne la natura, restituendo un’opera esteticamente efficace e capace di attribuire valore a un luogo “perduto” indicando, al tempo stesso, un modello ripetibile.

 

La dimensione del Kilometro Rosso si confronta con quella autostradale, la lunga superficie interpreta la teoria ininterrotta dei capannoni, il colore acceso sintetizza metri di insegne, il parcheggio in primo piano fa interagire la staticità delle macchine posteggiate con il flusso di quelle che percorrono la strada. Tutto ciò che l’intervento propone nasce da ciò che già esiste, a riprova del fatto che la “genericità” urbana rimane tale solo fino al momento in cui qualcuno la interpreta rendendo visibili e accettabili le sue intrinseche qualità.

 

 

 

Sezione ©Ateliers Jean Nouvel

 

Prospetto ©Ateliers Jean Nouvel

 

Sezione B3 ©Ateliers Jean Nouvel

 

 

 

The text is presented at the exhibition L’architettura che ti piace©/The architecture you like© opened at MAXXI, Rome until 15th May 2011. Info www.fondazionemaxxi.it


Il testo è presentato alla mostra L’architettura che ti piace©/The architecture you like© visitabile al MAXXI di Roma fino al 15 maggio 2011. Info www.fondazionemaxxi.it

 

 

critical text by Alejandro Aravena

 

 

 

© Rafael Iglesia_L'architettura che ti piace©

 

 

 

This is a radical and original building, and it achieves such things within one of the less expected fields: in the real estate market, where the already proven or where old answers, only decorated differently tend to be the case, this building proves that there are always, even with lots of constraints and restrictions (and maybe because of them), some degrees of freedom. To access every apartment through the terrace, through a space that might become an extension of the apartment (living room, another bedroom, hall) or another thing (a studio or a small room for rent), carries to an extreme the notion of free plan: it is not just about a flexible distribution but an openness of the program itself. This building could be the perfect example for Robin Evans’ book, Figures Doors and Passages (which Iglesia does not know by the way) in which is stated that the true invention in architecture has nothing to do with forms or space, but with the nature of human relations (which an architectural plan ultimately describes). Accessing through the terrace is equivalent to the invention of the corridor described by Evans.

 

On the other hand, this building is a celebration of the gravity force and the absence of horizontal (seismic) loads. As Iglesia himself explains, this building is about neutral pieces, which are not beams, walls, columns, nor windows a priori. Even though they are pieces, they are not like chess ones which have specific functions; it is more like the Japanese GO, where the function of the piece depends of its relative position in the whole. In that way, a piece could be a beam, a wall or a slab, and its absence a window or a door, depending of how and where placed in the system.

 

The overwhelming aspect of this work is its logic, simultaneously so simple and not so evident. It is exactly this strict logic which transforms the building in an irrational structure, because the neatness of the principle according to which a piece is placed does not requiere to think; one does not need to rationalize, but just act.

 

 

 

© Rafael Iglesia_L'architettura che ti piace©

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Si tratta di un edificio radicale e originale, ed è tale in uno degli ambiti più inaspettati: nel mercato immobiliare, dove si tende a preferire ciò che è già stato sperimentato o le vecchie soluzioni, magari cambiandone soltanto la decorazione, questo edificio è la prova che esistono sempre dei margini di libertà, persino quando ci sono molti limiti e restrizioni (e probabilmente proprio a causa di questi). Accedere a ogni singolo appartamento attraverso la terrazza, attraverso uno spazio che potrebbe divenire un’estensione dell’appartamento stesso (soggiorno, un’altra camera da letto, l’ingresso) o un’altra cosa (uno studio o una piccola stanza da affittare) porta all’estremo il concetto della pianta libera: non si tratta solo di una distribuzione flessibile ma di un’apertura dello stesso programma. Questo edifico potrebbe essere l’esemplificazione perfetta del libro di Robin Evans, Figures Doors and Passages (che per inciso, Iglesia non conosce), nel quale si afferma che la vera invenzione in architettura non ha nulla a che fare con le forme o lo spazio bensì con la natura delle relazioni umane (che è ciò che in ultima analisi un progetto architettonico rappresenta). L’accesso tramite il terrazzo equivale all’invenzione del corridoio descritta da Evans.

 

D’altro canto questo edificio è la celebrazione della forza di gravità e dell’assenza di carichi (sismici) orizzonali. Come lo stesso Iglesia spiega, questo edificio ha a che fare con elementi neutri che non sono travi, muri, colonne né finestre a priori. Sebbene siano elementi, non sono come i pezzi di una scacchiera che hanno funzioni specifiche: è più come il gioco giapponese del GO, dove la funzione dell’elemento dipende dalla sua posizione relativa all’interno del tutto. In questo modo un elemento potrebbe essere una trave, un muro, una lastra e la sua assenza, una finestra o una porta, a secondo di come e dove è collocato nell’ambito del sistema. 

 

L’aspetto dominante di quest’opera è la sua logica al contempo così semplice e non cosi evidente. È esattamente questa rigida logica che trasforma l’edificio in una struttura irrazionale poichè la chiarezza del principio secondo il quale un elemento è collocato non richiede di pensare; non bisogna razionalizzare ma solo agire. 

 

 

© Rafael Iglesia_L'architettura che ti piace©

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The text is presented at the exhibition L’architettura che ti piace©/The architecture you like© opened at MAXXI, Rome until 10th April 2011. Info www.fondazionemaxxi.it


Il testo è presentato alla mostra L’architettura che ti piace©/The architecture you like© visitabile al MAXXI di Roma fino al 10 aprile 2011. Info www.fondazionemaxxi.it

 


 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

Alejandro Aravena, Stefano Boeri, Mario Botta, Alberto Ferlenga, Grafton Architects/Yvonne Farrell + Shelley McNamara, Joseph Grima, Stefano Guidarini, Franco La Cecla, Gabriele Mastrigli, Enrico Morteo, Antony Moulis, Anh-Linh Ngo, Steve Piccolo, Carme Pinòs, Franco Raggi, Mauro Sullam, Pier Paolo Tamburelli, Cino Zucchi.

 


 



bove the names of the 18 Italian and foreign architects, historians, critics, review editors and students, who have been invited to partecipate to the exhibition L’ARCHITETTURA CHE PIACE© / THE ARCHITECTURE YOU LIKE© (curated by Marco Biraghi, Gabriella Lo Ricco and Silvia Micheli/GIZMO) at MAXXI in Rome. They have been asked to indicate a building considered very “positive” and built in the last decade and express their reasons.


Questi i nomi dei 18 architetti, storici, critici, direttori di riviste e studenti di architettura, italiani e stranieri che,  nell’ambito della mostra L’ARCHITETTURA CHE PIACE© (a cura di Marco Biraghi, Gabriella Lo Ricco e Silvia Micheli/GIZMO) attualmente visitabile al MAXXI di Roma, sono stati invitati a indicare quali progetti di edifici realizzati nell’ultimo decennio assumono ai loro occhi un carattere fortemente positivo e a esprimere le proprie ragioni.

 

 

 

 

 

 l'architettura che ti piace© Aravena/Iglesia

Rafael Iglesia, Altamira Building,  Rosario (Argentina), 1998-2001

chosen by Alejandro Aravena

 

 

 

l'architettura che ti piace© Boeri/Orozco e Bilbao

Gabriel Orozco, Tatiana Bilbao, Gabriel Orozco’s house-observatory, Oaxaca (Messico)  2008

chosen by Stefano Boeri

 

 

 

larchitettura-che-ti-piace-25-02-2011-87

Diébédo Francis Kéré, Primary School Extension, Gando (Burkina Faso) 2008

chosen by Mario Botta

 

 

 

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Jean Nouvel, Brembo Technical Center (The Red Kilometer), Bergamo (Italy)  2001-2007

chosen by Alberto Ferlenga

 

 

 

 larchitettura-che-ti-piace-25-02-2011-25

Anna Heringer, Eike Roswag, Handmade School, Rudrapur (Bangladesh) 2005-2006

chosen by Grafton Architects/Yvonne Farrell + Shelley McNamara

 

 

 

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Alejandro Aravena/ELEMENTAL, Quinta Monroy, Iquique (Chile) 2000-2008

chosen by Joseph Grima

 

 

 

l'architettura che ti piace© Guidarini/Sanaa

Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa/SANAA, Rolex Learning Center, Lausanne (Switzerland)  2005-2010

chosen by Stefano Guidarini 

 

 

 

Ferdico Family, Ferdico Family’s house, Palermo (Italy) 2008-2010

chosen by Franco La Cecla

 

 

 

 l'architettura che ti piace© Mastrigli/Eisenman

Peter Eisenman, Memorial to the Murdered Jews of Europe, Berlin (Germany) 1998-2005

chosen by Gabriele Mastrigli 

 

 

 

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Haverhals-Heylen Architecten, T’Pandreitje Quarter, Bruges (Belgium) 2002

chosen by Enrico Morteo

 

 

 

 l'architettura che ti piace© Moulis/Donovan Hill

Donovan Hill (in association with Peddle Thorpe Architects), Renovation and Extension of the State Library of Queensland, Brisbane, Queensland (Australia) 2002-2006

chosen by Antony Moulis

 

 

 

Arno Brandlhuber, Residential and gallery building, Brunnenstrasse, Berlin (Germany) 2007-2009

chosen by Anh-Linh Ngo

 

 

 

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Herzog & De Meuron, Caixa Forum Cultural Center, Madrid (Spain) 2001-2008

chosen by Steve Piccolo

 

 

 

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Grafton Architects/Yvonne Farrell + Shelley McNamara, Extension of the Luigi Bocconi University, Milan (Italy) 2000-2007

chosen by Carme Pinòs

 

 

 

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Associazione Architetti Senza Frontiere Italia, Arts and Crafts Center Desiré Somé, Bobo-Dioulasso (Burkina Faso) 2000-2006

chosen by Franco Raggi

 

 

 

Peter Barber Architects, Donnybrook Quarter, London (United Kingdom) 2006

chosen by Mauro Sullam

 

 

 

l'architettura che ti piace© Tamburelli/Peter Barber Architects

Office Kersten Geers David van Severen, “Muur”, Traveling scenography for LOD theatre group, Bruxelles (Belgium) 2010

chosen by Pier Paolo Tamburelli

 

 

 

chosen Ifdesign/Ida Origgi , Franco Tagliabue Volontè, NOIVOLORO New Building , Erba (Italy) 2004-2010

by Cino Zucchi

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being renzo piano


Pubblichiamo la replica di Fabrizio Gallanti apparsa sul sito web di «Abitare» in data 24.11.2010 in risposta all’editoriale Being Critical. Cogliamo l’occasione per accettare l’invito rivoltoci da Gallanti per discutere insieme – e in maniera propositiva – sulle modalità della critica contemporanea e sul pubblico a cui doversi e potersi rivolgere. Sarebbe interessante che all’incontro partecipassero anche i giovani architetti e gli studenti, ossia coloro ai quali, speriamo, la nostra critica possa essere d’interesse.


Gizmo

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A GIZMO non piacciono del tutto i nostri Being


I numeri di Being (sinora due, Renzo Piano e Norman Foster, con altri in arrivo), sono oggetto di una lettura da parte degli autori del sito Gizmoweb (del quale, già in passato abbiamo parlato). In generale, il loro pezzo è un rimprovero garbato (mi sforzerò di non usare la parola “critica”): il problema dei Being è quello di aver realizzato numeri dove manca una dimensione di analisi e lettura, potenzialmente non in positivo, dei soggetti ai quali sono dedicati. Una questione interessante. Essendo dall’altra parte della barricata direi che abbiamo misurato lo iato tra biografie autorizzate e biografie non autorizzate: ossia per costruire una vicinanza narrativa è stato necessario un rapporto di fiducia e di confidenza con i progettisti, che ci ha assorbiti al punto da farci dimenticare la possibilità (comunque molto complessa) di una lettura più articolata, critica appunto. Si tratta di una scusa parziale (se mai ci sarà un making-of dei Being, potremmo anche raccontare di alcuni tentativi, abortiti, di approccio critico).


In ogni caso l’ultima frase del loro pezzo, indica una idea di critica che sembra uscita paro paro da “Teorie e storia dell’architettura” di Manfredo Tafuri, ossia l’azione critica come operazione di ordinamento e contestualizzazione storica. Forse la critica può fare altre cose? Si potrebbe discutere di cosa dovrebbe essere, cosa potrebbe riuscire a fare, a chi dovrebbe rivolgersi, con quali mezzi e strumenti. E poi se gliene frega qualcosa a qualcuno. Si sente spesso dire “ci vuole la critica”, e poi quando, questa, con difficoltà si manifesta, molti si ritraggono come ricci impauriti.


Da discutere. Come, dove e quando, da decidere insieme. L’invito è aperto.


In ogni caso, siamo anche incuriositi dal loro libro MMX. Una domanda malvagia: Gizmoweb vuole diventare il Crimson italiano (secondo me ce ne sarebbe bisogno)?

di Fabrizio Gallanti

www.abitare.it


 

Gizmo

Io se fossi Dio, non avrei proprio più pazienza, inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio universale. (Giorgio Gaber)

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