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Reinier De Graaf, OMA

“On Hold”

Opening: 4th May 2011

H. 18.00 pm Lecture by Reinier De Graaf

Introduced by Pippo Ciorra

The British School

Via Gramsci 61, Rome

In this sixth event of our programme “Three Cities in Flux, an investigation into urban regeneration in London, Milan and Rome”, Reinier de Graaf, Partner of OMA, will present the lecture and exhibition “On Hold”.

De Graaf will exhibit ten of his practice’s masterplanning schemes: urban regeneration in White City in London, Nuova Bovisa in Milan, and a selection of projects in Eastern Europe and the Middle East. As the projects are commissions which are now on-hold or discontinued, the representations exhibited may well be their only physical manifestation.

The architect will discuss the sometimes difficult role that architects play in master planning as they negotiate the forces of the private sector, political pressures, the declining power of the public sector and the severe economic crisis. Through the analysis of these urban plans, De Graaf will reflect on the rehabilitation of urbanism as the ‘other product’ of the construction boom, as well as the implications these plans have for the future.

“What will be next? The current time is mainly one of questions. Will the pre-crisis boom go into the history books as an aberration? Or, will the previous building boom prove only a precursor of things to come?  Is ‘On Hold’ merely a convenient euphemism to keep hope alive (for clients and architects alike), a shared inability to face the facts, or does it really only signify the pause it seems to insist on, a coma from which these enterprises will one day awake?”

Reinier de Graaf is a Partner of OMA, and leads a number of building and urban projects, some of which are displayed in the exhibition.  He is currently working on the Stadskantoor ‘Town Hall’ and Coolsingel Mixed-use Buildings in Rotterdam, the new G-Star Headquarters in Amsterdam, and the Commonwealth Institute in London.  De Graaf also directs the work of AMO, OMA’s research and design studio. While OMA remains dedicated to the realisation of buildings and master plans, AMO operates in fields such as media, sociology, technology, energy, fashion, publishing and graphic design.

Alessandro Gattara



Su MMX manca un testo su Lagos, che invece non mancava all’ultima Mostra di Architettura alla Biennale di Venezia conclusasi lo scorso novembre.  Era nel Palazzo delle Esposizioni, nell’installazione curata da OMA e intitolata Cronocaos.

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La copertina del volume Lagos esposto nell’installazione Cronocaos, curata da OMA alla Biennale di Venezia 2010


L’interesse di Rem Koolhaas per la città di Lagos è noto da tempo; non era noto invece questo libro, scritto probabilmente nel 2000 e finora inedito. La storia editoriale della ricerca sviluppata con gli studenti di Harvard Project on the City è ricca e travagliata. Il volume di 800 pagine Lagos. How It Works, annunciato prima nel 2005 in uscita per Taschen poi nel 2006 per Lars Müller, non è mai stato pubblicato. Su Amazon.com si può vedere la copertina, sul catalogo della Frances Loeb Library alla Graduate School of Design di Harvard si può vedere che quattro copie sono state ordinate ma non ricevute. Si è potuto leggere su Lagos invece su Mutations nel 2000 e su Content nel 2004. Infine nel 2005 (nel 2003 per l’edizione americana) è uscita una registrazione video che ritrae Koolhaas sul campo della ricerca. Si deve segnalare anche una rarissima edizione, oggi da collezione e quasi introvabile, per le Midi Series di Taschen del 2006 dal titolo Lagos.

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Il primo saggio su Lagos firmato dal gruppo di ricerca degli studenti di Harvard Project on the City è pubblicato in Mutations (2000)


Il volumetto apparso nel padiglione veneziano è una versione più ampia, e solo in parte diversa, del saggio apparso su Mutations. In circa 150 pagine, di cui le prime 60 di solo apparato iconografico, sono raccolti e ordinati in brevi paragrafi alcuni esiti degli studi sul campo e delle ricerche effettuate da Koolhaas per circa tre anni. La struttura di questo libro non è mutuata dall’oggetto stesso della narrazione, come invece si riscontrava in Delirious New York (1978), The Generic City (1994) e Junkspace (2002). Si legge alle pp. 63-64: “La struttura di questo libro non è né una riproduzione della città, né una metafora dei suoi processi. Il corpo dei testi, ampi saggi impilati in una matrice di brevi citazioni e aneddoti, segue una traiettoria documentaria attraverso la costruzione materiale e mitica di Lagos. Liberamente disposti lungo uno spettro formato da Scape, Building e Flexible Infrastructure, ogni sezione tratta di svariati processi in atto in questo apparentemente incomprensibile milieu.” A p.65: “L’intenzione di questo montaggio narrativo è definita nella sezione di apertura, una sorta di tour in automobile della città, e nel post scriptum, un riassunto della storia della città in diversi tipi di dati ricomposti. [...] L’ambiguità del tour fotografico, dopo le investigazioni del testo, si combina con la fastidiosa inadeguatezza del tour statistico di Lagos-Abuja nel post scriptum, dimostrando i limiti delle analisi tradizionali in questo nuovo tipo di città.”

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La copertina del libro non pubblicato Lagos. How It Works a cura di Rem Koolhaas e Edgar Cleijne così come appare su Amazon.com

La copertina del libro non pubblicato Lagos. How It Works a cura di Rem Koolhaas e Edgar Cleijne così come appare su Amazon.com


Koolhaas nel 1998 inizia a studiare Lagos come “estremo e paradigmatico caso di studio di una città all’avanguardia della modernità globalizzata” (p.63). A seguito di un esame approfondito della realtà, quello che a prima vista potrebbe apparire come una condizione caotica e disordinata, con inaspettati e grandiosi momenti di auto-organizzazione, viene descritto invece come un sistema ingegnoso e prosperoso, che in modo parassitico si adatta alle grandi infrastrutture del processo di modernizzazione degli anni ‘70. La permanente sete di infrastrutture di Lagos è dovuta alla scarsissima densità abitativa dovuta a sua volta all’introduzione del blocco di argilla come materiale di edificazione. Si legge a p.75: “il sogno modernista dell’abitazione collettiva sviluppata in altezza resta una fiction. [...] Può l’orizzontalità essere urbana?” Le consolidate convinzioni eurocentriche iniziano a scricchiolare. Paragrafo dopo paragrafo Lagos intende sovvertire interamente l’idea della cosiddetta città moderna. A p.76 i muri di recinzione delle proprietà più costose ospitano casualmente mercati. A p.82 lo spazio destinato a parco rapidamente viene trasformato in parcheggio, mercato, attività commerciali, discarica, luogo di preghiera; in questa metropoli “una formale architettura del paesaggio è un’anomalia”. A p. 86 ancora, definendo il ruolo della veranda nella costruzione del tipo residenziale: “il sogno modernista del tipo residenziale in linea fluttuante su cinture di verde non trova spazio a Lagos.” A p. 118 le condizioni del traffico, definite con i termini popolari slow-go e no-go, determinano importanti scambi commerciali come ad esempio il più grande mercato scoperto dell’Africa Occidentale a Oshodi (p.126). Tutto quello che per la cultura architettonica occidentale è marginale o informale, a Lagos, funziona.


Lagos è presentata come un’altra Città Generica. Prima ci sono state New York degli anni ‘20 e ‘30 (il testo è scritto tra il 1972 e il 1978), Atlanta degli anni ‘70 (tra 1987 e il 1994), Singapore degli anni ‘60 (1995), il Delta del fiume delle Perle degli anni ‘90 (2001); successivamente il Golfo Persico degli anni ‘00 del ventunesimo secolo (2007 e 2010). In questi racconti Koolhaas dimostra essere attratto soprattutto dall’architettura senza firma; tra le innumerevoli immagini che illustrano i voluminosi tomi si nota un’ossessione per tutto ciò che si può definire semplicemente l’ordinaria realtà della città e non per i suoi memorabili monumenti. Il registrare incessante ha però un fine. L’autore è spinto dall’inesauribile attitudine nel ricercare nuovi significati che illuminino per riflesso il punto di partenza (e di arrivo) di ogni esplorazione, cioè la “tradizionale” idea occidentale di città. Si legge in Lagos a p.63: “Lagos non sta raggiungendo noi. Piuttosto, siamo noi che potremmo raggiungere Lagos.” [...] “Scrivere sulla città africana è come scrivere sulla condizione terminale di Chicago, Londra o Los Angeles.” In conclusione a Singapore Songlines a p.1087 di S,M,L,XL si legge: “il suo modello sarà lo stampo per la modernizzazione cinese. Due miliardi di persone non possono sbagliarsi.” Nel saggio Last Chance?, dove si prefigura la prossima estinzione di luoghi in cui ricominciare dalla tabula rasa, a p.7 di Al Manakh si legge: “il Golfo non sta solo riconfigurando se stesso; sta riconfigurando il mondo.”


Koolhaas veste per la prima volta la figura di architetto-antropologo, oggi esplicitamente dichiarata, nel saggio Globalization del 1993, pubblicato a p.362 di S,M,L,XL, dove a fianco del testo un’immagine ritrae seminudi un uomo e una donna di colore, in piedi di fronte a una capanna nella foresta e con alcuni arnesi in mano. Si potrebbe “retroattivamente” considerare questo come l’inizio della vena antropologica di Koolhaas. Dall’interesse per le implicazioni del processo di globalizzazione, l’architetto arriva a confrontarsi apertamente con la città non Occidentale. Con i metodi di un antropologo, e anche grazie alla libera piattaforma di ricerca resasi disponibile ad Harvard, negli anni successivi Koolhaas ha svolto un’impressionante ricerca che lo ha portato ad esaminare gli apparenti residui del processo di modernizzazione ai quattro angoli del globo per smuovere le inerzie della Vecchia Europa. Ci mancava solo Lagos.



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25 gennaio 2011



Dopo aver visitato la XII Biennale di Architettura a Venezia nel corso della sua inaugurazione,

ecco i Gizmo Awards:





GOLDEN GIZMO

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(per l’allestimento basato sull’alternanza tra Realtà e Immaginazione)



Kazuyo Sejima, People meet in architecture, Corderie dell’Arsenale


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MIGLIOR PROGETTO

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(per la spregiudicatezza dell’opera)

 


Toyo Ito & Associates, Design Process of the Taichung Metropolitan Opera House, 2010


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MIGLIOR VIDEO

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(per la migliore comunicazione del progetto)



Wim Wenders, “If Buildings Could Talk …”,  video 3D per la Rolex Learning Center

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MIGLIORE INSTALLAZIONE

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(per il massimo grado di evasione)

 


Olafur Eliasson, Your split second house, 2010


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GENIUS AWARD

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(per la “scoperta” della Preservation)

 


OMA, Rem Koolhaas


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CULTURE AWARD

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(per il messaggio sociale e per l’attenzione alle nuove generazioni)



Padiglione finlandese

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COMFORT AWARD

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(per le più confortevoli sedute di tutta la Biennale)

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Padiglione tedesco

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Marco Biraghi, Silvia Micheli


2 settembre 2010

 


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Dopo aver studiato il fenomeno dello shopping, indagato il sistema della città romana, osservato la megalopoli di Lagos, il delta del Pearl River in Cina, i paesi del Golfo arabo, Rem Koolhaas è finalmente giunto a scoprire la preservation. Parrebbe la scoperta dell’acqua calda, e in effetti lo è. Ma proprio per questo è geniale.

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Tra le mani di Koolhaas/OMA la preservation non acquisisce nulla che non possedesse già in precedenza: semplicemente, spazzato via lo strato di polvere depositatovisi nel corso dei secoli, assume la sfolgorante evidenza di un messaggio appena coniato da comunicare ai quattro venti.

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«This year, OMA’s exhibition at the Biennale will focus on “Preservation”, a theme long neglected by contemporary construction and urban theory but nonetheless bound to these fields and central to any experience of the twenty-first century landscape. OMA’s installation will become a manifesto in space, in which preservation is understood as of simultaneous political, economic and social relevance. In the exhibition’s two rooms, visitors will be exposed to phenomena, to objects and to stories, which take preservation as an instrument of architectural thinking and invention».

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Mettendo mano al proprio archivio appartentemente senza fondo, Koolhaas/OMA ripresenta una serie di progetti del passato ripensati nella prospettiva della preservation. Quest’ultima, ambiguamente oscillante tra conservazione e demolition, rivela di essere la “nuova” chiave mediante cui penetrare il senso dei progetti koolhaasiani (dal concorso per l’ampliamento della Tate Gallery all’intervento sul campus dell’IIT di Chicago, transitando per numerosi altri), l’ennesimo livello di autosfruttamento della congestione interpretativa.

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A Koolhaas/OMA è stato affidato il progetto di ridefinizione e trasformazione del Fondaco dei Tedeschi, accanto al Ponte di Rialto, sul Canal Grande, a Venezia. Il palazzo, costruito nel 1228 e poi riedificato nella forma attuale nel 1506, si presenta come una stratificazione di interventi avvenuti nel corso del tempo, di cui la riconversione progettata da OMA in termini di «culturally-programmed department store» (”culla” della cultura e dell’italian brand coperta da una vetrata e servita da scale mobili) costituisce l’ultima tappa. «Preservation is a history of change».

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30 agosto 2010

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© OMA


 


Three proposal for the master plan

for the West Kowloon Cultural District, Hong Kong

 

 

 


Rocco Yim


Rem Koolhaas


Norman Foster




The architetcts will participate in a forum on the

Development of West Kowloon Cultural District at Biennale di Venezia



Courtyard of Campo della Tana

Venice

27th August 2010

 

 

 

 

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Rocco’s plan for Hong Kong West Kowloon Cultural District

 


 



OMA’s plan for Hong Kong West Kowloon Cultural District

 

 

 

 

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Foster’s plan for Hong Kong West Kowloon Cultural District

 

 

 

 

For more information

http://www.wkcdauthority.hk/en/what_s_new/index.html

 


 

Gizmo

Io se fossi Dio, non avrei proprio più pazienza, inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio universale. (Giorgio Gaber)

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