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Rafael Moneo

 

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Rafael Moneo

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Aula Rogers

Scuola di architettura e società del Politecnico di Milano

15 maggio 2012

via Ampère 2, Milano, ore 14.30

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Riorganizzazione della sede del Museo del Prado a Madrid, 1998-2007

 

 

 

 

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Aula Carlo De Carli 

Scuola di architettura civile del Politecnico di Milano

16 maggio 2012

via Durando 10, Milano, ore 10.15

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Riorganizzazione della sede della Banca di Spagna a Madrid, 2002-2006

 

 

 

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Milano, 13 maggio 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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Thursday, February 24 2011 [ Genova ]




San Rocco magazine


will be presented in Genova

The presentation will be hosted by Ordine deli Architetti di Genova.



Matteo Ghidoni (San Rocco) - Chief Editor

Giovanna Silva (San Rocco) - Editor

Pier Paolo Tamburelli (San Rocco) - Editor

Alessandra Zuppa (Ordine degli architetti di Genova) - Architect

Franz Prati (Facoltà di Architettura di Genova) - Architect

Valter Scelsi (Facoltà di Ingegneria di Genova) - Architect

 


Ordine degli Architetti di Genova

Piazza San Matteo 18

Genova

5.30 PM

 

 

www.sanrocco.info

 

 



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Gizmo


MMX  Architettura zona critica


a cura di Marco Biraghi, Gabriella Lo Ricco, Silvia Micheli

progetto grafico Pupilla Grafik

Zandonai, Rovereto 2010


www.zandonaieditore.it

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Premessa


Ciò che manca


In questo libro mancano molte cose: mancano le ultime opere di Frank O. Gehry, Richard Meier, Steven Holl, Peter Zumthor, Paulo Mendes da Rocha, Alvaro Siza, Rafael Moneo, Antón García-Abril, Valerio Olgiati, Cino Zucchi; manca la 12. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia; mancano Dubai, Mumbai, Lagos, Las Vegas, Seattle, Chicago, Rio de Janeiro, Buenos Aires, Barcellona, Lisbona, Rotterdam, Parigi, Tokyo, Sidney; manca la questione degli indici di edificabilità; manca l’analisi del PGT di Milano; manca il G8 alla Maddalena; manca la discussione del DDL 1905 sull’università; manca la ricostruzione del sistema gelatinoso dei concorsi; mancano i pannelli fotovoltaici e le facciate ventilate; mancano le architetture neovernacolari; mancano i contributi di Kenneth Frampton, Peter Eisenman, Franco Purini, Franco La Cecla, Saskia Sassen, Stefano Boeri, Luca Molinari, Marco Casamonti; manca un’intervista a Renzo Piano; manca un’intervista a Massimo Cacciari; manca la recensione all’ultimo libro di Vittorio Gregotti; mancano le ville con piscina in Polonia e in Portogallo; manca l’architettura d’interni; manca l’architettura del paesaggio; mancano i caratteri tipologici e distributivi degli edifici; manca la museografia; manca la domotica; manca l’architettura digitale; manca il disegno d’architettura; manca Massimo Scolari - e l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo.

Tutte queste cose semplicemente mancano, e non vi è alcuna giustificazione per la loro assenza.


Inoltre, in questo libro mancano altre cose ancora: mancano i ringraziamenti; manca l’indice dei nomi; mancano le note (con un’unica, significativa eccezione); manca la bibliografia; manca la legenda degli archivi; manca il taglio monografico; manca il regesto delle opere; mancano le schede; manca lo specialismo pedante; manca la rigidità; manca la monotonia; manca il paludamento pseudo-accademico; manca la compiacenza nei confronti dell’establishment; manca ciò che di norma non può assolutamente mancare.

Tutte queste cose mancano, ma la loro assenza è giustificata dal fatto di essere voluta.


Infine, vi sono molte cose che mancano al di fuori e al di là di questo libro: manca la forza delle idee; manca il coraggio di rompere gli schemi; mancano la forza e il coraggio di prendere posizione; manca la capacità di sottoporre a critica il sistema dominante; manca l’onestà, l’integrità morale per opporsi agli interessi dei potenti; manca la volontà di investigare “mettendo in relazione”, anziché “scavando”, come talpe; manca l’agilità per divertirsi seriamente e per esser seri divertendosi; manca l’intelligenza, la profondità per guardare al passato come a un tempo attivo, vivo; manca la sensibilità per guardare al presente come a un tempo passibile di interpretazione; manca l’immaginazione per guardare al futuro come a un tempo possibile, rispetto al quale provare ancora a dire, a progettare qualcosa.

Tutte queste cose mancano nella situazione attuale, e la loro assenza è una delle ragioni che giustifica l’esistenza di questo libro.



Al primo decennio del XXI secolo che volge ormai al termine si riferisce, nella maggior parte dei casi, questo libro. Ciò rende ragione del suo titolo: MMX.


GIZMO


Ottobre 2010


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Lunedì 17 maggio 2010 Guglielmo Bilancioni, Marco Biraghi, Andrea Pinotti e Franco Raggi discuteranno i temi trattati nel volume La base formale dell’architettura moderna di Peter Eisenman, pubblicato dalla casa editrice Pendragon nel 2009.

 

“Dopo tre mesi di viaggi in Europa sapevo esattamente cosa volevo scrivere: un lavoro analitico che riportasse quanto avevo imparato a vedere – da Palladio a Terragni, da Raffaello a Guido Reni – all’interno di una teoria dell’architettura moderna, ma dal punto di vista di una certa autonomia della forma. Di qui il titolo La base formale dell’architettura moderna”. Con questo scritto, elaborato nel 1963 a Cambridge come tesi di Ph.D, Peter Eisenman dà inizio al suo intento: “riuscire a separare il significante dal significato, per trovare questa architettura che corrisponda all’uomo di oggi”. Vuole unificare scrittura e differenza, “riappropriarsi dell’architettura nella purezza della sua essenza interna”. Eisenman fonde topologia e tipologia e si dedica alla ricerca degli aspetti fenomenali dell’architetura: Alea, diagramma e matrice, logica ortogonale e multiversum delle direzioni possibili, coincidenti devianti o ferme nella coesistenza, ma in ogni caso inquiete nella ricerca di se stesse.

 

Il volume si apre con un saggio di Pier Vittorio Aureli dal titolo Chi ha paura della forma? Origini e sviluppo del formalismo nel moderno e La base formale dell’architettura moderna di Peter Eisenman da cui è tratto lo stralcio che segue.

 

 ”La pubblicazione posticipata di The Formal Basic of Modern Architecture, la tesi di dottorato che Peter Eisenman ha scritto a Cambridge tra il 1961 e il 1963, pone un problema di interpretazione e di storicizzazione non indifferente. La domanda che è lecito porsi di fronte a una pubblicazione non postuma, bensì posticipata per più di quarant’anni è se dobbiamo leggere la tesi come avrebbe potuto essere letta se fosse stata pubblicata al tempo della sua scrittura, oppure se dobbiamo leggerla alla luce del percorso che Eisenman ha compiuto in questi quarant’anni. Probabilmente nè l’una nè l’altra sono utili in questa sede. Nelle riflessioni che seguono propongo di andare oltre queste due possibili letture, ponendo le basi formali di Eisenman in relazione a ciò che ancor prima di esse è stato teorizzato a proposito della forma. Questa scelta è motivata dalla constatazione che sul lavoro teorico di Eisenman interpretato nel contesto della cultura architettonica degli ultimi quarant’anni - ciò che, adeguandoci a un paradigma consolidato oltre le possibilità di scelte personali, possiamo succintamente descrivere come postmoderno - è stato scritto molto. Meno, invece, sembra essere stato scritto sul rapporto tra le tesi iniziali di Eisenman sulla possibilità di definire l’autonomia della forma e la tradizione moderna del formalismo che precede queste tesi. Scopo del saggio è verificare il nocciolo delle idee di Eisenman così come esse furono presentate nella sua tesi di dottorato; vale a dire la critica che egli implicitamente muove al paradigma consolidato della forma ovvero quello del “saper vedere”, cioè il primato della visione imposto dalla grande tradizione del formalismo del moderno. [...] “

 

L’incontro si terrà presso la Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano, alle ore 16.00.

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 «Per progetto s’intende una pratica fondata sull’ideazione di qualcosa a venire, cioè sulla previsione e, soprattutto, sullo sforzo programmatico di elaborare i mezzi e le forme attraverso cui rendere effettiva l’ideazione stessa. Il progetto non è solo l’idea, esso è la messa a fuoco di un apparato di strumenti, di forme e di figure in grado di rendere intelligibile e, dunque, pubblica ed effettiva, l’idea. È l’intelligibilità l’obbiettivo più concreto del progetto perché il suo scopo non è quello di essere una semplice istanza di cambiamento, ma l’istanza di cambiamento che più si vuole potente quanto più si deve concepire come programmaticamente analizzabile. 
 

E’ proprio per questa ragione che il progetto, ancor prima che essere discusso sul piano della sua realizzabilità, oggi si trova a scontrarsi con un potente apparato retorico, o meglio, con un immaginario diffuso (specialmente tra gli intellettuali) che vuole l’idea stessa di intelligibilità -di chiarezza esemplare delle forme- come impossibile se non riduttiva. Contro questo immaginario occorre ricordare non solo che l’idea di progetto è sempre critica della complessità, ma è anche un modo di pensare che procede su due registri complementari e paralleli. Da una parte vi è il registro della complessità, che non deve essere complessità di strumenti e di forme, ma complessità di pensiero, cioè attitudine a problematizzare. Dall’altro vi è il registro della semplicità, che non deve essere riduzione sic et simpliciter della realtà a schemi interpretativi di facile comunicazione, ma semplicità di forme e punti di riferimento sui quali impostare l’azione progettuale.

 

È proprio sull’idea di questo doppio registro che deve essere recuperata l’eredità del Moderno per non abbandonarlo ad una interpretazione che ne ha inteso gli esiti come manifestazione di un disegno tecnocratico, deterministico o politicamente reazionario. Per far questo occorre affiancare al progetto della città, un vero e proprio progetto critico, storico e teorico di recupero delle forme in cui si sono manifestati i progetti precedenti. Di questi progetti va messo a fuoco il nesso spesso controverso, ma sempre essenziale, tra forma del progetto -che spesso è forma dell’architettura- e forma politica delle istanze che hanno mosso, ispirato o semplicemente favorito l’attuarsi di questo progetto. Questo nesso non va ricercato nella banale rappresentazione semantica della politica come stile dell’architettura. Categorizzazioni e confronti quali quelli sovente usati dalla critica come architettura democratica vs. architettura reazionaria, architettura progressista vs. architettura storicista, sperimentazione vs. tradizione, sono categorizzazioni non solo inutili ma anche mistificanti. Il nesso tra critica, politica e architettura va ricercato nella possibilità del progetto, cioè nella sfera che è più propria del nostro sapere, che è quella di definire forme e riferimenti che pur nel loro ambito specifico di progetto di architettura contribuiscono a portare avanti la città.» [Pier Vittorio Aureli, Gabriele Mastrigli, Martino Tattara]

 

 

 

 

 

 

Gizmo

Io se fossi Dio, non avrei proprio più pazienza, inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio universale. (Giorgio Gaber)

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