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di Silvia Micheli

Brisbane, 19 settembre 2011


È di pochi giorni fa la notizia che lo storico dell’architettura Jean-Louis Cohen e l’architetto Nanne de Ru sono diventati membri del Berlage Institute Research Board presso il Berlage Institute di Rotterdam. A loro si aggiungerà un terzo nuovo membro il cui nome dovrebbe essere annunciato entro l’anno.

Si legge a conclusione del comunicato ufficiale apparso sul sito del Berlage: “As members of the Research Board, Cohen and de Ru will be closely involved in redefining the Institute’s future”. Dunque l’istituto olandese, tra i più apprezzati a livello europeo, si sta impegnando per rinnovare il proprio assetto organizzativo, puntando sul settore della ricerca non tanto con il coinvolgimento di star internazionali per attrarre l’attenzione, ma con professionisti in grado di ridisegnare un progetto a lungo termine – si parla non a caso di “futuro”, parola ormai scomparsa dal dibattito architettonico italiano.

Non solo. Continuando a leggere il comunicato si evince che Cohen “will also take the Berlage Chair at Faculty of Architecture at the Delft University of Technology for a three-year period. The Berlage Chair was established in 2000 as a part of the collaboration between the Delft University of Technology and the Berlage Institute. Professor Cohen will contribute to strengthening this collaboration as well as to the renewal of the Berlage’s programs”. Insomma, oltre a una vera e propria iniezione di rinnovamento dei programmi, il Berlage Insitute scommette sul potenziamento delle connessioni tra istituzioni.


Tale notizia, della quale ci rallegriamo sinceramente, dovrebbe servire da stimolo per pianificare il futuro delle nostre scuole di architettura italiane. Al contempo ci induce a formulare amare considerazioni sulla condizione universitaria nazionale, la cui ricerca e didattica risulta sempre più spesso ripetitiva e limitata ai confini delle nostre scrivanie e aule.


Tra il 2011 e il 2012, su indicazioni ministeriali, scompariranno le facoltà di architettura italiane (e con esse i presidi, i consigli di facoltà), soppiantate dalle “scuole di architettura”. Tale passaggio dovrebbe allinearci, idealmente, con il sistema universitario internazionale. Si pensi dunque alla Yale School of Architecture, Harvard Graduate School of Design, Delft School of Design ma anche ad altre istituzioni quali l’Architectural Association, lo Strelka institute for Media, Architecture and Design o al Berlage Insititute, appunto, riconducibili per dimensioni e organizzazione a “scuole” piuttosto che “facoltà”. Questi sono i centri culturali dove oggi vengono condotte le ricerche più sperimentali per la nostra disciplina. In ambito italiano, il cambio nominale da “facoltà” a “scuola”, e le dirette implicazioni gestionali, potrebbero dunque essere intesi come reale occasione di rinnovamento strutturale delle istituzioni sull’esempio del Berlage Instiute.


Ma l’Italia, si sa, non è l’Olanda. A ben guardare c’è una grande agitazione nel cambiare la titolazione dei corsi di laurea, dei laboratori, dei dipartimenti, ma a una verifica più approfondita l’offerta formativa rimane pressoché inalterata e non vi sono strategie efficaci in grado di evolvere il sistema. I professori ordinari rimangono saldamente posizionati nelle stanze dei bottoni,  attorniati da una folta schiera di contrattisti ridotti a tirare a lucido le console: sostanzialmente si procede per continui “rimpasti” e mai per mezzo di nuove figure in grado di innescare nuovi processi culturali. Conseguentemente i programmi variano nella costruzione sintattica ma rimango inalterati nei contenuti da ormai 40 anni, con idee che erano rivoluzionarie nel ‘68 ma che oggi fanno parte della storia, se non messe nella giusta prospettiva. Inoltre risulta allarmante la crescente impotenza di dialogo tra istituzioni.


In un estenuante quanto confusionario gioco di scatole cinesi, si insiste sui contenitori, e non sui ben più importanti contenuti. In sostanza si assite a una drammatica assenza di qualunque idea di progettazione del “futuro”.


Alcuni giornali registrano con assiduità lo stato crepuscolare del sistema universitario italiano, con testimonianze sconcertanti sulla fuga dei cervelli o sulle occasioni di ricerca perdute. Proteste, articoli caustici si susseguono giornalmente, eppure la denuncia non suscita interesse, in un Paese dove la telenovela politica ambientata a Palazzo Grazioli e a Montecitorio attrae – e svaga – di più…


“Bisogna che tutto cambi, perché nulla cambi”… Ecco la rivoluzionaria idea di “futuro” portata avanti oggi nelle “nuove” scuole di architettura in Italia…






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di Mauro Sullam



Architettura, scuola e città stanno attraversando un momento difficile e, anche per questo, molto interessante. La richiesta di svolgere una prolusione su questi tre temi, e sulle relazioni che li legano, risulta quindi non casuale e senz’altro opportuna, oltreché coerente con la tradizione della Facoltà di Architettura Civile.


L’architettura italiana è ormai lontana dalla centralità che ha vissuto in passato: nelle pubblicazioni internazionali degli ultimi dieci anni, gli esempi italiani in diversi ambiti, primo fra tutti quello urbano-residenziale, si contano sulle dita di una mano, e sicuramente non godono della stessa visibilità rispetto a quelli nord-europei, spagnoli e portoghesi, per citarne solo alcuni. I più importanti progetti urbani, in Italia, vengono spesso affidati a grandi firme straniere, come se quelle locali non garantissero lo stesso prestigio o non fossero in grado di affrontare la complessità dei problemi posti.


Milano è al centro di grandi trasformazioni, sia fisiche che sociali, che ne stanno mutando la forma e i rapporti. Con la delocalizzazione dell’industria pesante, si sono liberate grandi aree che sono l’oggetto più evidente, ma certo non l’unico, della pianificazione e degli investimenti immobiliari. Ciò che va attentamente verificato è la natura e la qualità di questi processi, la cui riuscita non è semplicemente legata alla novità o alla grande dimensione, come spesso viene lasciato intendere da chi li promuove.


La scuola non è estranea a questi mutamenti profondi, ed è contemporaneamente coinvolta da riforme che minacciano tagli e guerre accademiche nel segno ambiguo dell’eccellenza.


Nell’ultimo decennio, a Milano non sono mancati i progetti interessanti: si pensi al Concorso “Abitare a Milano”, che ha già prodotto i primi esiti concreti ed è una delle poche iniziative ad aver affrontato la questione dell’alloggio sociale con accuratezza e rigore, sia nei bandi che nelle interpretazioni progettuali. E ancora: la nuova sede dell’Università Bocconi (Grafton Architects, 2008), il rinnovamento del Teatro Franco Parenti (Michele De Lucchi, 2008), la nuova sede del Liceo Francese (Atelier 9, 2007), la ristrutturazione per gli headquarters Dolce & Gabbana (+Arch, 2006), la Mediateca di Santa Teresa (M2P Associati,  2003), le torri di edilizia convenzionata al Portello (Cino Zucchi, 2002).


Questi episodi positivi appaiono tuttavia come eccezioni in un contesto segnato da fenomeni preoccupanti, per la mediocrità dei risultati e per le scelte strategiche e sociali che incarnano, troppo subalterne alle logiche della rendita immobiliare.


La nostra Facoltà ha riflettuto costantemente, nei laboratori, nei corsi e con la ricerca, sul presente e sul futuro della città e del territorio. La compresenza di scale, dall’inquadramento generale al dettaglio, la contestualizzazione storica e sociale del progetto urbano e la messa a punto di un programma delle attività strategico e non solo pragmatico e quantitativo, definiscono un’identità che Bovisa ha costruito nel tempo, ereditando in questo le istanze di profondo rinnovamento di cui alcuni studenti e giovani docenti di Architettura si sono fatti promotori negli anni sessanta e settanta.


Quest’ampiezza di sguardo costituisce senz’altro un valore che la nostra Facoltà offre agli studenti: ciò su cui oggi ci interroghiamo, a fronte dei grandi cambiamenti avvenuti sulla scena locale e internazionale negli ultimi vent’anni, è se gli strumenti, i metodi e i riferimenti utilizzati abbiano subìto un adeguato processo di attualizzazione e ripensamento. Ciò che si rischia, non sottoponendo il proprio percorso ad un verifica costante, è di allontanarsi dal presente, dai problemi che pone e dalle opportunità che offre: una perdita di incisività e di aderenza che va, credo, nella direzione opposta a quanto fu rivendicato quarant’anni fa.


La preoccupazione - mia e di molti studenti - è che Bovisa si sia sottratta a questo processo di revisione, che abbia mancato l’appuntamento con il presente, forse timorosa di disperdere la propria eredità teorica, di lasciare gli studenti in balìa di una contemporaneità vista come caotica ed irragionevole.


Per circostanziare quanto affermato, vorrei partire dai Laboratori di Progettazione. Nelle Lauree Magistrali, quindici su diciotto sono condotti da Docenti con più di sessant’anni; molti hanno la medesima formazione accademica, in cui ricorrono maestri come G. Canella, G. Grassi, E. N. Rogers, A. Rossi.


Presso la Laurea Triennale l’età media dei docenti si abbassa da sessantadue a cinquant’anni: non di rado, però, anche i più giovani faticano a smarcarsi dai riferimenti, pur nobili, dei padri, e costruire una linea più autonoma.


In altri atenei europei, gli studenti orientano la scelta dei laboratori da frequentare attraverso l’osservazione dell’opera realizzata da ciascun docente (si pensi, per esempio, all’Università Politecnica di Madrid): a Bovisa, la decisione si basa per lo più su testi teorici di riferimento, e su tendenze che si differenziano soprattutto all’interno dell’ambito accademico, più che essere verificate mediante tentativi concreti. Ci sono ragioni che hanno determinato storicamente e culturalmente questa distanza fra professione e docenza, fra realtà ed elaborazione teorica: esse riguardano le vicende personali, il mercato, il rapporto con la tradizione - così travagliato in Italia - la concorrenza fra professioni ed altri aspetti che qui non mi è possibile approfondire.


A ciò si aggiunge la diffidenza nei confronti del professionalismo e la volontà, sempre manifestata dalla nostra scuola e ampiamente condivisibile, di non assecondare le mode bizzarre ed inconsistenti di certa architettura contemporanea.


Per quanto queste ragioni non siano prive di correttezza e costituiscano una peculiarità da non disperdere, Bovisa ha bisogno di riavvicinarsi alla materialità degli spazi costruiti e costruibili, di recuperare una dialettica equilibrata fra postulato ed esperimento, di rintracciare esempi positivi che operino qui ed ora, di guardare al presente con fiducia e generosità. Non esiste altro modo di stare nella contemporaneità. L’ammirazione per il passato e la volontà di non compromettersi eccessivamente non possono diventare un freno: ne patisce, in fondo, anche la stessa elaborazione teorica.


Attraverso altre osservazioni, e alcune proposte, vorrei provare a indicare in che modo la nostra Facoltà potrebbe tornare a occupare una posizione rilevante e credibile nel dibattito sul futuro della città.


Per quanto concerne i laboratori di progettazione credo che, per il triennio in modo particolare, sia utile definire un percorso più organico e consequenziale, che di anno in anno porti lo studente ad affrontare questioni caratterizzate da una scala e da una complessità crescenti. Partendo dagli spazi dell’abitare, che forse meriterebbero più attenzione, si procederebbe gradualmente verso le strutture collettive, gli spazi pubblici e la pianificazione di parti di città. Attualmente, alcuni studenti del primo anno si trovano impegnati in progetti difficilmente gestibili per il loro livello di formazione, come masterplan, musei e sedi universitarie. Pur senza una rigidità eccessiva, è bene recuperare una certa gradualità, delegando ad altri corsi l’introduzione ai temi più vasti.


Una seconda considerazione riguarda il problema del ricambio generazionale: il turn-over è senz’altro reso difficile dalla scarsità dei fondi a disposizione, ma Bovisa può già dare segnali concreti di fiducia nei giovani, e a costo zero. Un provvedimento possibile, a tal fine, è quello di aumentare il numero di giovani docenti alla conduzione dei Laboratori di Laurea Magistrale, spostandoli dalla Triennale e scambiandoli con docenti più anziani che attualmente conducono laboratori nel biennio.


Credo che la responsabilità di coordinare l’elaborazione di parte delle tesi Magistrali, darebbe ai giovani docenti una spinta maggiore a cercare una propria via al progetto. I giovani docenti, e gli studenti ancora di più, si sono formati in un periodo rispetto al quale la prima metà del Novecento, o l’intero secolo, è già storia: questo è vero sia per un mero fatto cronologico (tra soli nove anni, le matricole non saranno nemmeno più nate nel XX Secolo), sia per i profondi cambiamenti sociali e politici degli anni Ottanta.


Risulta quindi naturale che essi abbiano maturato una sensibilità diversa dalle generazioni precedenti; inoltre, molti non hanno potuto operare una scelta esclusiva fra accademia e professione, poiché spesso nessuna delle due assicura, da sola, l’autosufficienza economica. La necessità di contemperare queste due attività, d’altra parte, favorisce proprio quella sinergia fra teoria e prassi di cui si diceva poc’anzi.


La storicizzazione del Novecento, tuttavia, non è ancora stata recepita a pieno nella nostra Facoltà: il “Secolo Breve”, in particolare fino agli anni ‘70, viene ancora considerato come la soglia di attualità oltre la quale esiste solo un presente indicibile. Allo stesso tempo, le epoche precedenti vengono compresse in corsi di Storia in cui si viaggia alla velocità di un secolo a lezione, oppure relegate a corsi opzionali scarsamente frequentati. Gli autori del Novecento, soprattutto quelli che sono stati i maestri diretti dei nostri docenti, sono prigionieri di un’aura eroica e di un’aneddotica che ne rende difficile la contestualizzazione storica e il superamento. È E’ necessario spostare in avanti i confini della contemporaneità, in modo da comprendere finalmente l’attuale decennio e i suoi protagonisti.


Questo cambiamento non riguarda però solo i corsi di Storia dell’Architettura (che, in alcuni casi, hanno già promosso interessanti iniziative a riguardo) ed i laboratori di progettazione: l’attività di ricerca può giocare, qui, un ruolo di primo piano.


Bovisa ha la possibilità di diventare un punto d’incontro internazionale fra gli studenti e i progettisti più attivi e capaci: esistono centinaia di studi che lavorano con passione ed efficacia, e coglierebbero volentieri l’opportunità di fare ingresso nella cultura accademica attraverso mostre, seminari, conferenze e pubblicazioni. Gli studenti desiderano fortemente che la Scuola li aiuti ad individuare maestri che operino nella contemporaneità: vogliono conoscerli, sentirli parlare e seguire il loro lavoro. Al contempo, i professionisti più sensibili sono capaci di cogliere le idee e le critiche che solo l’Università sa mettere in campo. Il mio pensiero, più che alle archistar, è rivolto agli architetti giovani, e più in generale a quelli che non sono stati resi irraggiungibili dalla notorietà.


La ricerca di buoni esempi va affiancata da un’attenta e spregiudicata analisi della realtà, priva di filtri ideologici o stilistici, di omissioni e pregiudizi. Come ho ricordato in apertura, la nostra Facoltà ha già messo a punto un metodo che le permette di concepire l’opera d’architettura non come un oggetto isolato, ma come parte di un sistema di relazioni che si dipana nello spazio e nel tempo: la conoscenza del contesto e della storia è il completamento necessario di una progettazione che si voglia consapevole ed attenta ai bisogni della società. A rafforzamento di questa impostazione, Bovisa può iniziare a organizzare corsi, condurre ricerche, produrre tesi di Laurea e di Dottorato sulle più recenti trasformazioni del territorio, anche e soprattutto quelle più preoccupanti e problematiche.


Da noi, infatti, sono molte le controproposte progettuali, ma troppo pochi i lavori che, con rigore e competenza, raccontino cosa sta succedendo, in che quantità e con che caratteri. Penso ad aree come Porta Nuova, le ex-Falck, CityLife, gli scali dismessi, Santa Giulia, Milano Sud. Ma anche a fenomeni più polverizzati come le superfetazioni e i parcheggi interrati. Non solo questo darebbe un adeguato supporto alla proposta di alternative, ma avrebbe anche un influsso positivo sul grado di concretezza e precisione di queste ultime. In tal modo, si rafforzerebbe il ruolo della nostra Facoltà quale osservatorio credibile e puntuale sulla città.


Fin qui è stata proposta una generale attualizzazione dei metodi e dei contenuti: essa è determinante, ma deve fondarsi su solide basi, su invarianti che caratterizzano da sempre la formazione dell’architetto, come tecnico e come persona: penso prima di tutto al disegno manuale, si tratti di schizzi ideativi, copia dal vero o rappresentazioni tecniche. Accanto a una maggiore apertura verso gli strumenti informatici più avanzati - siano benvenuti rendering, video e quant’altro aiuti ad esprimere con un linguaggio contemporaneo le idee progettuali - torniamo dunque a dare alla matita e ai colori lo spazio che si meritano, attraverso corsi e seminari specifici.


Tutto ciò che passa dal corpo, dalla mano, è garanzia di una presenza solida e libera sulle cose. E il corpo deve tornare protagonista anche nell’esplorazione e nella progettazione del territorio: per questo, è auspicabile che i docenti diano sempre più spazio alle lezioni itineranti, affinché gli studenti vengano educati, sul campo, a conoscere ed interpretare la realtà che li circonda.


Una lezione peripatetica nei dintorni del nostro Campus insegnerebbe forse più cose di tanti seminari sui sogni infranti nella Goccia, e aiuterebbe a ritracciare il giusto confine fra architettura e pianificazione. Bovisa diventi, dunque, “massimamente digitale e massimamente analogica”, riuscendo a trovare la giusta sintesi di due dimensioni che sono solo apparentemente inconciliabili.


Ci sarebbero, è certo, molti altre questioni di cui parlare: per il momento, spero di aver fornito un contributo che, per quanto incompleto, sia utile a far emergere pienamente i termini di un dibattito da tempo latente nelle aule della nostra Facoltà.



26 febbraio 2011




Le conferenze sono momenti - almeno potenzialmente - di un certo interesse, nei quali a volte capita d’imparare qualcosa, o anche semplicemente di confrontarsi con mentalità, impostazioni culturali, visioni del mondo differenti. Non sempre accade, naturalmente. In molte circostanze ci si annoia. E allora rimane sempre la possibilità di alzarsi e andarsene, specialmente se non si è tra gli invitati a parlare.


Qualche giorno fa ho assistito a una conferenza di tre architetti italiani, introdotta e moderata da un critico di architettura, anch’egli italiano. L’ho fatto perché avevo necessità di parlare con uno dei tre architetti, e ho approfittato dell’occasione per sentire che cosa avessero da dire su se stessi e sull’attuale situazione italiana i quattro invitati.


Non dirò nulla dei progetti presentati dagli architetti. E non perché di essi non ci sia nulla da dire, nel bene e nel male. L’aspetto che più mi ha colpito - in senso negativo - è stato piuttosto il livello scandalosamente basso del discorso di due dei tre architetti, e dell’ancora più infimo livello - se possibile - del critico.


Non sto parlando di divergenze di opinioni, di disaccordi di natura metodologica, filosofica, o estetologica. Sto parlando di povertà lessicale, di sconclusionatezza sintattica, di surrealtà grammaticale. E ciò sia detto di persone tutte laureate, per quanto presumibilmente in architettura.


Se dedico uno spazio di riflessione a tutto ciò non è per criticare questa o quella persona (tanto più poi che non ne faccio i nomi), né per condannare in modo sommario la categoria degli architetti e dei critici italiani. La ragione è un’altra. È che povertà lessicale, sconclusionatezza sintattica e surrealtà grammaticale mi sono parse non generare alcun imbarazzo tanto nei relatori intervenuti quanto nelle persone convenute ad ascoltarli. E se nei primi mi è sembrato di riscontrare una certa protervia, quasi una sfrontatezza nel modo di ostentare il proprio analfabetismo, nelle seconde ho colto invece una sorta di insensibilità, di indifferenza, fors’anche di assuefazione, di fronte a una tale manifestazione di pochezza culturale e intellettuale.


L’effetto è risultato acuito dal fatto che il terzo architetto intervenuto (quello con il quale dovevo parlare) ha messo in mostra come di consueto la propria solida cultura e la propria brillante capacità argomentativa, espresse con perfetta proprietà linguistica e con abilità discorsiva: tutte qualità che gli sono valsi gli sguardi vacui e annoiati del pubblico (composto per la gran parte da studenti). Vale forse la pena aggiungere che l’architetto in questione ha trascorso gli ultimi anni all’estero.


Quali conclusioni desumerne, al di là delle considerazioni strettamente legate alle qualità delle persone? Una su tutte: dopo anni e anni di lavoro ai fianchi della società italiana compiuto attraverso il progressivo smantellamento della scuola e dell’università, e la loro sostituzione con una totalizzante subcultura televisiva, l’analfabetismo non è più qualcosa di cui vergognarsi, e di cui conseguentemente cercare di liberarsi. Nell’Italia di oggi l’analfabetismo è ormai elevato a modello culturale.



21 gennaio 2011





Sempre più di frequente capita - a me, come a molti miei colleghi - di ricevere la richiesta da parte di studenti, laureati o addottorati, di fornire loro una lettera di raccomandazione per l’ammissione a un dottorato o a un post-dottorato, soprattutto presso più o meno prestigiose università straniere. Nulla a che fare con le vecchie raccomandazioni all’italiana: telefonate pseudo-amichevoli, lettere traboccanti di lodi, discorsetti in separata sede tenendo il collega sotto braccio.


Le raccomandazioni richieste - o meglio, imposte - dalle università straniere sono perfettamente regolamentate nella forma dell’application: formulari da compilare online, asettici, scientifici, di cui la suddetta lettera costituisce soltanto una delle componenti, e non per forza quella più importante.


Altrettanto essenziale, nell’economia complessiva della recommendation, è il rating del candidato, ovvero la sua puntuale valutazione sulla base di alcuni precisi parametri: l’academic performance, l’intellectual potential, la motivation, la creatività e l’originalità, la predisposizione alla ricerca. Il tutto da classificare secondo fasce di merito, che vanno dal truly exceptional, riguardante una ristrettissima elite, per passare poi dall’ottimo top 5%, al buon top 25%, al mediocre top 50%, per finire con l’insoddisfacente below 50%.


Per i candidati queste valutazioni sono la porta stretta - spesso unica e obbligata - attraverso cui transitare per poter avere accesso a borse di studio dignitose in università dove la ricerca è svolta seriamente e tenuta in una considerazione adeguata. Esse divengono dunque la logica con cui confrontarsi, la mentalità all’interno della quale calarsi, il linguaggio da imparare e da far proprio. E ciò non soltanto nel corso di quel periodo più o meno lungo in cui sono impegnati a misurarsi con la sfida delle applications, ma anche - presumibilmente - nell’eventualità che una di queste vada a buon fine.


Da quel momento in avanti, non soltanto i contenuti della loro ricerca, ma ogni loro pensiero, ogni loro azione, la loro stessa vita - così almeno si ha l’impressione - dovranno essere sottoposti al vaglio di una continua e minuziosa verifica, analizzati, suddivisi, classificati in base al loro approssimarsi o meno a un top ideale di eccellenza, di performaticità.


Alcuni di questi giovani hanno davanti a loro un futuro radioso. Ma non sono del tutto certo di invidiarli.



13 gennaio 2011


 

 

Oggi, 14 dicembre, StudentiBovisa scende in piazza per il diritto al futuro: distribuiremo volantini informativi all’ingresso di Architettura (Via  Durando 10) a partire dalle 8 e 30. Alle 9.30 ci muoveremo verso  Piazza Cairoli.  Invitiamo tutte e tutti ad unirsi!

 

Ecco il testo del volantino che spiega le nostre ragioni:

 

 

LA CRISI È UN FURTO, L’ISTRUZIONE UN DIRITTO: NESSUN GOVERNO CI FERMERA’.

 

In tutta Italia studenti e lavoratori dell’Università si sono messi in movimento per difendere il diritto allo studio, prima che il Disegno di Legge proposto dal Ministro Gelmini e i provvedimenti del Ministro  Tremonti lo trasformino in un privilegio. Questo governo ha proposto di tagliare nove borse di studio su dieci, di bloccare la sostituzione dei docenti più anziani, di diminuire drasticamente le ore di lezione offerte da ogni ateneo, di consegnare i Consigli d’Amministrazione universitari ai privati, di rendere precari e ricattabili i Ricercatori, a cui non basteranno otto anni di sacrifici per sfuggire alla minaccia del licenziamento.

 

La retorica della meritocrazia non vale niente davanti a tanta devastazione.

 

Ogni giorno veniamo a sapere di un nuovo scandalo finanziario, di un nuovo gruppo di affaristi senza scrupoli, di una nuova clientela, di un nuovo licenziamento selvaggio, di una nuova privatizzazione o di un nuovo spreco: davanti alla quantità di risorse che tutto questo sottrae alla collettività, come possiamo credere al pretesto della crisi economica, spesso agitato dagli stessi protagonisti di questi furti? I pochi che si ricoprono d’oro, chiedono a tutti gli altri di fare sacrifici.

 

Noi studenti del Politecnico di Milano ci uniamo alla protesta. In questo giorno di incertezza, scendiamo in piazza per portare le nostre richieste e le nostre iniziative. Abbiamo organizzato due aperture straordinarie della Facoltà di Architettura Civile di Milano Bovisa (3-4 dicembre e 10-12 dicembre  2010), con laboratori, conferenze, concerti, performance urbane e altri momenti collettivi: in quei giorni, è maturato fra di noi un clima di partecipazione ed una presa di coscienza che ci permettono di guardare ben oltre la Riforma dell’Università.

 

Fermare il disegno di legge è solo il primo passo. Noi oggi difendiamo il nostro futuro, assieme a tutti i giovani, studenti e lavoratori, italiani e non, schiacciati dalla rendita immobiliare e finanziaria, attraverso affitti altissimi, prestiti, mutui e contratti di lavoro ingiusti. Rivendichiamo la nostra libertà di vivere la città, che sia per protestare o semplicemente per incontrarci: vogliamo uno spazio pubblico non militarizzato, non inquinato e accessibile.

 

Continueremo a promuovere non solo proteste, ma anche ricerche e progetti concreti, sfruttando la nostra formazione di architetti, ingegneri e designer. Invitiamo tutti a partecipare. E da qualsiasi governo, che sia di “destra” o di “sinistra”, pretenderemo dei passi concreti su questi fronti. Un diritto chiama l’altro: se non li difendiamo tutti, e per tutti, non ne difenderemo nessuno. 

 

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Io se fossi Dio, non avrei proprio più pazienza, inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio universale. (Giorgio Gaber)

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