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exhibitions

DOGMA: 11 PROJECTS

AA Gallery

23/2/2013 - 22/3/2013

Monday to Friday 10:00–19:00, Saturday 10:00–15:00

Projects and drawings from 2002–12

by the architecture and research studio led by Pier Vittorio Aureli and Martino Tattara


For the past ten years Dogma has focused almost exclusively on large-scale projects such as citywide interventions. These projects venture beyond physical size to expand conceptual frameworks that radically rethink architecture. The exhibition explores 11 works developed since 2002 that collectively present the Dogma ethos: to see the urban project as a comprehensive domain in which architectural form, the political and the city are reclaimed as one ‘field’. By mobilising and reinvigorating drawing and text – the quintessential tools of architecture – these 11 projects range from speculative and theoretical proposals to investigations that question today’s modes of housing.

The publication supporting this exhibition will be launched on Thursday 7 March, following an evening lecture by Pier Vittorio Aureli.

www.aaschool.ac.uk



di Marco Biraghi



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L’anno scorso Roberto Marone ha pubblicato su doppiozero un bell’articolo dal titolo Unicredit e la torre sovietica. Nel commentare il completamento dell’“antenna” del grattacielo dell’Unicredit, nel cuore dell’area di Garibaldi-Repubblica a Milano, Marone istituisce un interessante parallelo tra il grattacielo, firmato da César Pelli e destinato ad assumere una valenza simbolica nello skyline di Milano anche in grazia dei suoi 231 metri di altezza che ne fanno – al momento – l’edificio più alto di Milano, e il progetto per il Monumento alla III Internazionale (1919) di Vladimir Tatlin. Questo parallelo ha molto divertito me come molti altri lettori, che infatti hanno variamente commentato l’articolo. E tuttavia mi ha lasciato un senso di lieve perplessità: una perplessità non tanto dal punto di vista interpretativo («il totem del nostro capitalismo fa il verso al totem (mai realizzato) del comunismo») quanto piuttosto dal punto di vista strettamente iconografico.


Al di là di ogni altra (volendo trascurabile) differenza, la torre di Tatlin ha infatti una caratteristica che la torre dell’Unicredit non ha: è inclinata diagonalmente. Questa piccola e apparentemente irrilevante particolarità è ciò che conferisce al progetto per la III Internazionale la sua propensione “rivoluzionaria”: ben più delle sue “spire” che si stringono sempre di più man mano che salgono; ben più dei tre volumi di vetro rotanti su se stessi a velocità differenti, che ne avrebbero fatto una sorta di gigantesco dispositivo a orologeria destinato a scandire il tempo di una nuova era; ben più delle sue poderose strutture metalliche a traliccio, che dovevano innalzarla fino a 400 metri di altezza e che hanno il proprio referente più immediato nella Tour Eiffel, è la diagonale su cui è impostato il suo asse a conferire alla torre la speciale dinamica che la contraddistingue, e a racchiudere la sua capacità di sovvertire emblematicamente ogni “ordine” precedente. È certamente in nome della rivoluzione, del resto – e quasi come una traduzione diagrammatica di questa –, che l’architettura russa dei primi anni venti utilizza la linea diagonale quale proprio elemento caratterizzante: linea che spezza la duplice staticità dell’orizzontale e della verticale e che, con il proprio avanzamento crescente, rappresenta il superamento di entrambe. Meglio di ogni altra forma o figura, la linea diagonale incarna la rottura rispetto all’ancien régime zarista e sancisce l’irrompere di un nuovo soggetto sul palcoscenico della storia.


tatlin

La torre dell’Unicredit, al contrario, è inesorabilmente statica nel suo avvitarsi su se stessa. Non è dunque “rivoluzionaria” non tanto perché bancaria, e capitalistica, quanto piuttosto perché priva di qualunque “spinta” che spezzi in modo effettivo i fondamenti sui quali ben saldamente poggia.


Ma non è tutto. Scrive Marone: «resta da registrare che in giro per il mondo di guglie così non ce ne sono». Vero: non ci sono guglie così, issate in cima a un’alta stecca curvilinea. Tuttavia la forma della spirale in architettura ha una storia, uno dei cui capitoli principali è costituita dalle ziggurat. Non è però certo il caso di risalire alla mitica Torre di Babele, o anche soltanto alla storica Torre di Samarra, il colossale minareto della pressoché distrutta Grande Moschea del Venerdì, nell’attuale Iraq. Ma vale la pena di rimanere nella capitale irachena, Baghdad, perché è qui che l’architetto italiano Marcello D’Olivo ha progettato e realizzato il Monumento al Milite Ignoto tra il 1979 e il 1982. Può essere interessante riportare le parole dello stesso D’Olivo al proposito: «Quando mi fu affidato il compito di costruire un Monumento al Milite Ignoto iracheno […] lasciandomi completa libertà di concezione, pensai all’antico ziggurat concepito con i materiali e le tecnologie del mio tempo. […] Mi fu raccomandato da una apposita commissione di “arabizzare” la mia architettura. Feci presente che, pur provenendo da un’altra cultura, quella latina, era mio dovere tenere conto nella mia opera di progettista, delle culture del paese dove operavo. La cultura irachena aveva le sue radici nel mondo mesopotamico, e in omaggio a questo avrei realizzato un moderno ziggurat. Fui capito e il monumento fu realizzato».


samarra


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La moderna ziggurat di D’Olivo rappresenta soltanto uno dei possibili “antecedenti” della torre dell’Unicredit di Pelli. Non è necessario dimostrare l’esistenza di alcun rapporto diretto tra i due autori, né alcuna conoscenza della prima da parte del secondo. La spirale – e la ziggurat – sono forme universali, e in quanto tali dotate di una propria carica significante che trascende la singolarità delle loro occorrenze. Vi è tuttavia un aspetto che, al di là delle singole manifestazioni, fa della ziggurat una forma specificamente connotata, almeno in tempi più recenti: ed è la sua appartenenza a una cultura “araba” in senso lato. Come l’arco moresco, così la ziggurat, anche quando compare in contesti diversi, evoca scenari mediorientali. È questa la sua “segnatura” essenziale. Ed è significativo in tal senso che per l’«apposita commissione» che invita D’Olivo ad “arabizzare” la sua architettura la ziggurat sia una risposta perfettamente adeguata.


Ovviamente alle origini la forma della ziggurat è strettamente inserita in un ambito religioso – dapprima espressione delle religioni sumera, assira e babilonese, in seguito di quella islamica, come attesta il citato minareto di Samarra. Ma non è in questa chiave che viene ripresa in tempi moderni. Laddove compare, piuttosto, essa si fa portatrice di riferimenti geografici puttosto che storici, e assume valenze genericamente “culturali” piuttosto che strettamente cultuali. E dominante su tutto rimane comunque il pur vago rimando alla cultura araba.


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Rimane da domandarsi per quale ragione César Pelli abbia ritenuto appropriato un simile riferimento per un grattacielo in Italia, e a Milano. E qui, al di là di motivazioni specifiche difficili da conoscere, bisognerebbe comprendere con maggiore esattezza il ruolo rivestito dall’Italia e da Milano sulla scena non soltanto architettonica ma anche economica e più “complessiva” degli ultimi anni – almeno agli occhi di un architetto argentino ottantacinquenne trasferitosi negli Stati Uniti fin dagli anni sessanta. L’impressione è che tale ruolo sia tutto sommato marginale, e comunque certo non di primaria importanza. Non stupisce pertanto che Milano e l’Italia, visti in questa prospettiva, risultino uno tra i tanti luoghi del mondo assimilabili tra loro e compendiabili in un’unica “immagine”: un’“immagine” che tende a uniformare le città del sud-est asiatico – in particolare dei paesi islamizzati (Malesia, Indonesia) – e quelle del medio e vicino oriente – in particolare dei paesi arabi modernizzati (Kuwait, Abu Dhabi, Dubai), facendone un modello di riferimento generalizzabile, potenzialmente valido per una città di un paese del Mediterraneo quali sono Milano e l’Italia.


Se tutto ciò fosse vero, il grattacielo al momento più alto di Milano e d’Italia non potrebbe – ahinoi! – essere considerato «l’unica realizzazione architettonica che si avvicina al sogno di Tatlin», quanto piuttosto uno tra quelli meno eminenti tra quanti svettano nelle città del vicino, medio e lontano oriente. Un grattacielo per il resto perfettamente “allineato” con questi sotto il profilo estetico e qualitativo. Un grattacielo infine che sancisce l’assimilazione di Milano all’ambito circuito delle città mondiali. Benché non sia detto si tratti di New York, di Parigi o di Londra. E neppure di Mosca.



11 luglio 2012



Piazza al villaggio Incis, Pieve Emanuele 1974

Michele Achilli, Daniele Brigidini, Guido Canella, Piazza al villaggio Incis, Pieve Emanuele 1974

 

Piazza al villaggio Incis, Pieve Emanuele 2012

Michele Achilli, Daniele Brigidini, Guido Canella, Piazza al villaggio Incis, Pieve Emanuele 2012

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Rafael Moneo

 

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Rafael Moneo

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Aula Rogers

Scuola di architettura e società del Politecnico di Milano

15 maggio 2012

via Ampère 2, Milano, ore 14.30

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Riorganizzazione della sede del Museo del Prado a Madrid, 1998-2007

 

 

 

 

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Aula Carlo De Carli 

Scuola di architettura civile del Politecnico di Milano

16 maggio 2012

via Durando 10, Milano, ore 10.15

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Riorganizzazione della sede della Banca di Spagna a Madrid, 2002-2006

 

 

 

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Milano, 13 maggio 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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(Qual è) la responsabilità dell’architettura

Una conferenza di Tadao Ando


di Luca Vandini


Se si volessero cercare nelle parole pronunciate dal maestro giapponese nella conferenza tenuta qualche giorno fa presso l’aula magna di Santa Lucia a Bologna le risposte alla domanda suggerita nel titolo dato all’iniziativa bisognerebbe ammettere di dover compiere un notevole sforzo.


Tadao Ando viene introdotto prima dal Magnifico Rettore, Ivano Dionigi, che essendo un latinista di formazione e di professione non può che iniziare citando Vitruvio e il De Architectura, per accedere quindi alle molte interpretazioni della sua famosa triade. Dopo questa libera citazione ne segue un’altra, ormai diventata anch’essa un topos della retorica architettonica, almeno da Massimo Cacciari in poi: ovvero l’interpretazione che Walter Benjamin dà del quadro Angelus novus di Paul Klee, in cui l’angelo con lo sguardo ancorato al passato viene spinto dal vento del progresso che piega le sue ali verso il futuro. Forse, più che alla responsabilità, le due citazioni rimandano al destino o all’ambizione dell’architettura.


L’introduzione continua con le parole di Giovanni Leoni, fresco direttore del Dipartimento di Architettura dell’università bolognese, che aiutandosi con le parole con cui Francesco Dal Co apre la monografia dedicata all’architetto giapponese, ne presenta le principali peculiarità, terminando l’intervento con la sottolineatura dell’importanza della bellezza, categoria abbastanza singolare, se tirata in ballo in una conferenza in cui almeno apparentemente il tema principale erano le implicazioni etiche della pratica architettonica e non il suo valore estetico.


Finalmente è il momento dell’architetto Ando, il quale rifiuta la poltroncina che gli era stata assegnata e preferisce parlare in piedi, ammettendo che la posizione seduta lo mette a disagio. La conferenza inizia con un’introduzione dal sapore catastrofistico, la cui durata viene dilatata forse anche troppo dalla fissità dell’unica immagine presentata: la terra vista dallo spazio, su cui campeggia la scritta a caratteri cubitali giapponesi “70 miliardi” a sottolineare il problema della crescita demografica. I primi progetti presentati sono idee rimaste (purtroppo) solo sulla carta, e propongono un’architettura che intende rispondere alla soffocante crescita urbana che la città di Osaka ha subìto dopo il secondo conflitto mondiale. Si tratta di un’architettura incentrata sul potere “naturalizzante” del verde e degli alberi, come giardini pensili o boschi urbani.


Tuttavia, dopo aver segnalato con sollecita attenzione le difficoltà del pianeta, Tadao Ando - proprio come le sue prime idee, bloccate dall’incomprensione delle autorità municipali -sembra arrestare il suo intento sensibilizzatore, non proponendo alcuna reale soluzione o risposta ai problemi contemporanei. Se non si vuole considerare la responsabilità di un architetto quella a cui lo stesso Ando è stato posto dinnanzi all’inizio della sua carriera: dopo aver costruito una casa per una famiglia con un unico figlio, infatti, nel momento in cui la stessa si è accresciuta di altri due componenti, è stato costretto dal committente a “prendersi le sue responsabilità”, ovvero a ricomprare l’immobile, divenuto ormai troppo piccolo per la famiglia per cui era stato progettato, per poi farlo diventare nel tempo (con successivi ampliamenti) il proprio studio.


Ando descrive un architetto - se stesso - che è vissuto e cresciuto molto più con le esperienze che con lo studio; esperienze di viaggio ad esempio, in particolare uno da lui compiuto alla soglia dei venti anni intorno al globo, lungo la transiberiana e poi a bordo una nave merci. Alla rivelazione dell’architetto giapponese di non essersi mai laureato, somma è la soddisfazione del migliaio di studenti di architettura presenti alla conferenza. Ando crede molto più nell’applicazione e nella costanza che nello studio: «se non ti applichi un giorno, rimani indietro di tre, se non ti applichi tre giorni rimani indietro di una settimana», come ha ripetuto più volte, in giapponese; per sua stessa ammissione, infatti, la passione per l’architettura lo ha sempre sottratto dall’impegno di imparare l’inglese.


L’immagine dell’architetto come uomo di pratica e fattività è senz’altro chiara, ma manca ancora una riflessione sulle sue reali responsabilità e sui suoi compiti. A meno di non voler ritenere tale il suo rifiuto di dotare una casa da lui realizzata di una connessione coperta tra due zone dell’abitazione, per la volontà di anteporre la presenza di un patio intermedio e di non fornire alla costruzione un impianto di riscaldamento, per mancanza di fondi da parte del committente.


L’unico possibile e chiaro accenno al tema proposto per l’incontro può essere letto nel rifiuto di inserire degli schermi vetrati (in seguito comunque inseriti per volere dei fedeli) in due delle sue prime opere religiose: la Chiesa della luce, a Osaka, e la Cappella sull’acqua, Tomamu. Ando sembra quindi affermare che la responsabilità dell’architetto è più verso la ricerca poetica e spirituale che verso la sensibilità bioclimatica dell’edificio o le richieste dell’utente.


La conferenza scorre piacevole, grazie pure al modo di fare ironico e divertito del maestro giapponese, anche quando al termine chiude chiarendo come abbia ottenuto la committenza per la nuova casa dublinese del cantante degli U2 Bono. Quest’ultimo, sceso con il suo elicottero nei pressi di un’opera recente di Ando in Francia per osservarla da vicino, accortosi della presenza dell’architetto è stato convinto che non avrebbe potuto ammirare meglio un’opera simile che non facendosene costruire una personale.


La sensazione che rimane è che l’opera di Ando, la sua capacità d’immaginazione architettonica e la sua passione siano assolutamente mirabili, e giustamente rimarcate dall’assegnazione del Pritzker Prize nel 1995. Ma che siano prive dello slancio decisivo per dare risposte efficaci a ciò su cui altri architetti, critici, teorici e tecnici si sono interrogati: come e verso chi assumersi delle responsabilità attraverso l’architettura. Alimentando così le ragioni di chi, come Orhan Pamuk, ha trovato più motivazioni per “non essere un architetto” che per cimentarsi con questa professione.



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3 maggio 2012




 

Gizmo

Io se fossi Dio, non avrei proprio più pazienza, inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio universale. (Giorgio Gaber)

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