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di Gabriella Lo Ricco

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Vidler Storie dell'immediato presente- 

 

«Che cosa fa lo storico dell’architettura, non in quanto storico ma per gli architetti e l’architettura? O, in termini più teorici, che tipo di lavoro fa o dovrebbe fare la storia dell’architettura per l’architettura e, in particolare, per l’architettura contemporanea? Naturalmente è una variante della solita questione: qual è il “rapporto” tra storia e progettazione? La storia è utile? E se lo è, in che modo?»

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Ambiziosi potrebbero apparire gli obiettivi che Anthony Vidler non manca di esplicitare nell’introduzione al testo Storie dell’immediato presente: l’invenzione del modernismo architettonico. In realtà non vi è nulla di ambizioso nella volontà di uno storico di recuperare o rivendicare per la propria disciplina una centralità e un ruolo produttivi per l’architettura del proprio tempo; soprattutto in un momento in cui, come afferma lo stesso Vidler, l’architetto si trova a operare «in una società dello spettacolo che [per proprio statuto] tende a sopprimere qualsiasi profondità fenomenologica».

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Per capire le ragioni che portano Vidler a porsi tali obiettivi e, in particolare, per comprendere le radici del tipo di indagine storica che egli auspica e che dimostra a titolo esemplificativo attraverso la ricostruzione delle quattro storie prese in esame e imperniate attorno alle figure di Emil Kaufmann, Colin Rowe, Reyner Banham e Manfredo Tafuri, è necessario volgere la mente agli anni della sua formazione inglese e, al contempo, alle vicende che hanno contraddistinto la sua esperienza all’interno della cultura architettonica americana. In effetti, nonostante numerose riviste abbiano pubblicato i suoi scritti e nonostante i suoi libri più importanti siano stati tradotti anche in Italia, gli elementi chiave per iniziare a costruire una prima traccia del pensiero e degli attuali interessi di Vidler non sono ancora stati evidenziati.

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Anthony Vidler (1941) si forma in Inghilterra, presso la Scuola di Architettura della Cambridge University, in un periodo cruciale per la storia dell’architettura non solo inglese - un periodo che ha avuto notevoli ripercussioni sulla produzione di un’intera generazione di architetti, critici e storici italiani, tedeschi, inglesi e americani. Quando Vidler, tra il 1960 e il 1965, frequenta il suo corso di studi, l’ambiente culturale inglese è infatti attraversato da tutta una serie di fermenti che giungono a maturazione dopo delle riflessioni volte, a partire dal secondo dopoguerra, a una valutazione critica dell’eredità del Movimento Moderno.

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Sotto un profilo storiografico, nel 1960 la pubblicazione di Theory and Design of the First Machine Age di Reyner Banham mette in luce le complessità, se non le contraddizioni, insite nelle esperienze degli architetti del Movimento Moderno ed evidenzia le forzature ideologiche delle sintesi effettuate da Nikolaus Pevsner e Sigfried Giedion - contraddizioni peraltro già emblematicamente simbolizzate nel 1959 dalla fine dei CIAM a causa dell’inconciliabilità delle posizioni degli architetti del Team X con quelle della “vecchia guardia” capitanata da Sigfried Giedion.

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Sotto un profilo progettuale, anche “le cose” dell’architettura, costruite e non, mettono in forma, in modi molto diversi tra di loro, una profonda critica ai caratteri più ortodossi dell’architettura funzionalista. È questo il caso dei progetti di Alison e Peter Smithson, che, definiti da Banham “neobrutalisti”, integra no l’espressività di elementi strutturali e meccanici con alcuni aspetti delle opere più mature di Mies van der Rohe e Le Corbusier, e con elementi “populisti” ricavati dalle industrie locali ottocentesche; delle opere del gruppo Archigram, che, con i numeri dell’omonima fanzine e con dei progetti attraversati da risonanze pop, fantascientifiche, fulleriane e situazioniste, tratteggiano utopiche città del futuro; o della facoltà di Ingegneria dell’Università di Leicester di James Stirling e James Gowan, che, con la sua insolita giustapposizione di forme tratte dal repertorio “in disuso” del Movimento Moderno con elementi desunti dal linguaggio corrente industriale e commerciale, viene accolta in campo internazionale come un’opera di eccezionale importanza. Al contempo, un giovanissimo Peter Eisenman si serve del metodo analitico-comparativo messo a punto da Colin Rowe sotto la guida di Rudolf Wittkower presso il Warburg Institute di Londra - e diffuso attraverso le pagine di “The Architectural Review” - per costruire le basi della propria produzione successiva attraverso la sua tesi di dottorato, The Formal Basis of Modern Architecture.

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Quando Vidler, nel 1965, si trasferisce alla facoltà di Architettura della Princeton University per lavorare - su invito di Eisenman - a un progetto annuale sul New Jersey Corridor, il giovane studioso si trova a confrontarsi con un clima culturale sicuramente aperto al cambiamento, ma privo di tutti quei dibattiti diversificati che avevano caratterizzato gli anni della sua prima formazione inglese.

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Nel corso degli anni sessanta le scuole di architettura americane attraversano una fase di rinnovamento volto a liberarsi da un insegnamento finalizzato a una formazione professionale e incentrato piuttosto su una forma di apprendimento e di ricerca sul piano della cultura. Inoltre, a dispetto della profonda instabilità politica e sociale che attraversa il Paese (l’alternarsi
di brevissime presidenze, l’assassinio di Kennedy, le sommosse dei ghetti neri, l’esplosione delle università, il movimento contro la guerra in Vietnam), ma in sintonia con un momento storico estremamente vivace in tutti i campi della cultura, queste scuole - come la Cooper Union School of Architecture sotto la guida di John Hejduk - istituiscono nuovi corsi e nuovi programmi per rispondere alle richieste di studenti che criticano i tradizionali metodi di studio volti a negare lo sviluppo di potenzialità personali e sociali e che desiderano impossessarsi di nuovi strumenti progettuali e teorici. Ciononostante, di fatto la cultura architettonica americana è in notevole ritardo rispetto alle ricerche svolte in altri campi, e, se valutato in relazione a quanto accade negli anni sessanta in Europa, un discorso teorico sull’architettura è pressoché assente.

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Non è un caso, quindi, che il trasferimento di Vidler dall’Europa all’America non costituisca un fatto isolato: egli fa parte 
di quel cospicuo gruppo di architetti, storici e critici dell’architettura - Colin Rowe, Reyner Banham, Alan Colquhoun, Robert Maxwell e Kenneth Frampton - che a partire dagli anni sessanta alimentano un fenomeno destinato a creare profonde ripercussioni nella cultura e nel dibattito architettonico americano.

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È proprio la necessità di colmare un vuoto critico che spinge Peter Eisenman a organizzare presso la Princeton University le prime sedute del CASE (Conference of Architects for Study of the Environment) e, nel 1967, a fondare lo IAUS (Institute for Architecture and Urban Studies) di New York. Quest’ultimo è un istituto di ricerca indipendente che in breve tempo riesce a diventare un importante punto di riferimento per fornire agli architetti con inclinazioni teoriche e agli “esuli” europei delle importanti occasioni di incontro e discussione. Proprio attorno allo IAUS e al suo strumento di propagazione culturale, la rivista “Oppositions”, nel corso degli anni settanta gravitano coloro che diventeranno i più importanti rappresentanti della cultura architettonica contemporanea: oltre a Vidler, Eisenman, Mario Gandelsonas, Diana Agrest, Rem Koolhaas, Aldo Rossi, Giorgio Grassi, Charles Gwarthmey, Robert Venturi, Rafael Moneo, Frank Gehry, Francesco Dal Co, Robert Stern, Philip Johnson, Bernard Tschumi, Michael Graves, Richard Meier, Kenneth Frampton e Manfredo Tafuri.

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Spetta a Manfredo Tafuri, con lo scritto pubblicato nel numero 3 di “Oppositions”, L’architecture dans le boudoir: The Language of Criticism and the Criticism of Language,  il ruolo di destabilizzatore del dibattito americano, concentrato principalmente sulla disputa tra “White” - guidati da Eisenman - e “Grey” - capitanati da Robert Venturi. Tafuri si interroga infatti sul ruolo che l’architetto e il critico assumono nell’epoca del capitalismo maturo e indica le condizioni entro cui si è ormai costretti a operare: «svuotamento del senso [...], abbandono di ogni ideologia, di ogni funzione sociale, di ogni utopia».

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L’intreccio tra critica, teoria e storia che gli scritti di Tafuri indicano come metodo d’indagine ha profonde conseguenze nella produzione successiva di Vidler. Una prima traccia dell’insegnamento tafuriano è già riscontrabile nel numero monografico di “Oppositions” del 1977, che, curato interamente da Vidler e intitolato Paris under the Academy: City and Ideology, è una diretta critica alla coeva mostra organizzata presso il Moma di New York, la quale, dedicata alle beaux-arts, presenta il postmodernismo come la nuova e auspicabile sensibilità emergente in architettura. Vidler chiude polemicamente il suo editoriale sotto- lineando la necessità di innescare una più profonda comprensione storica volta a criticare una superficiale assimilazione storica, a comprendere «le impossibili contraddizioni della nostra professione» e a «indagare il passato recente come strumento di analisi e critica del presente».

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In tale prospettiva, mentre a New Orleans viene realizzata la piazza d’Italia secondo il progetto di Charles Moore, le ricerche di Vidler si concentrano principalmente su quello che sarà 
il suo ambito di specializzazione: l’Illuminismo. Tale scelta solo in parte può essere spiegata attraverso gli impegni didattici di Vidler, che, nel suo corso di Analisi e teoria a Princeton, tratta il periodo compreso tra il 1650 e il 1900. Occuparsi dell’Illuminismo nel momento in cui numerosi architetti guardano al passato con il fine - parafrasando Nietzsche - “di farne saccheggio”, significa per Vidler indagare le origini della contemporaneità, conoscerne le ragioni e le trasformazioni nel tempo attraverso la comprensione delle sue basi formali, costruttive e ideologi- che. Sicuramente stimolato anche dalle ricerche compiute da Aldo Rossi e Giorgio Grassi, cui ampio spazio viene peraltro dato all’interno della stessa “Oppositions”, Vidler costruisce nel corso degli anni settanta e ottanta i suoi strumenti di indagine critica, affiancando al discorso sull’autonomia formale proposta da Eisenman il coevo discorso sull’autonomia che in Italia è strettamente connesso con l’architettura della città. Alla ricerca delle questioni lasciate insolute dal Movimento Moderno e completamente eluse dal postmoderno, Vidler riesce in tal modo a porsi, conoscendone a fondo le diversificate compagini, come figura di collegamento tra le culture storico-critiche dei due continenti - ruolo peraltro emblematicamente rappresentato dalla sua elezione a direttore dell’European Cultural Studies Program presso la Scuola di Architettura di Princeton (1980-87). I suoi studi, parzialmente pubblicati nel corso degli anni settanta e ottanta, confluiscono nel 1990 nella pubblicazione di Claude- Nicolas Ledoux: Architecture and Social Reform at the End of the Ancien Regime.

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Nel 1992 Vidler dà alle stampe Architectural Uncanny: Essays in the Modern Unhomely, un testo in cui si serve della nozione di “perturbante” mutuata dalla critica letteraria e dalle teorie psicoanalitiche come base di partenza concettuale per collo- care alcuni progetti architettonici e urbanistici all’interno della propria tradizione intellettuale. Le questioni sollevate da Vidler con il suo lavoro sull’uncanny - alcune delle quali ulteriormente approfondite nel testo Warped Space: Art, Architecture, and Anxiety in Modern Culture  - non solo mettono ancora una volta in luce la sua profonda conoscenza delle basi ideologiche del moderno e della loro attuale evoluzione, ma confermano la necessità per uno storico come lui, parimenti interessato alla critica e all’espressione pratica, di accedere, più che all’apparenza delle forme, al significato che implicano e alle loro ragioni.

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In uno scritto pubblicato in “Lotus International” nel 1992 Vidler spiega gli obiettivi dell’indagine storica che auspica attraverso i suoi scritti, nonché l’autoriflessione a cui sottopone il suo lavoro: «So bene che qualche mio amico accuserà la disciplina storica di voler esercitare un’influenza sovradeterminante nei confronti dell’architettura attuale [...]. Ma, in realtà, non sto proponendo una storia del tipo che sarebbe immediatamente suscettibile di simile accusa. Si tratta piuttosto di un’indagine storica [...] destinata a procurare una difesa critica contro una troppo facile assimilazione alla pratica corrente.»

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Tutto ciò ci riporta a quelle domande di banhamiana memoria con cui Vidler introduce le sue Storie: «Che cosa fa lo storico dell’architettura, non in quanto storico ma per gli architetti e l’architettura?».

Vidler, dal canto suo, con quest’opera analizza i molteplici intrecci tra “parole” e “cose” dell’architettura per invitare i progettisti a riflettere sulle architetture contemporanee e a discernere quali di esse basano i loro riferimenti storici e modernisti su ripetizioni prettamente formali, e quali su una comprensione profonda della dinamica del pensiero moderno.

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dalla postfazione del libro:

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Anthony Vidler

Storie dell’immediato presente.

L’invenzione del modernismo architettonico

Introduzione di Peter Eisenman

Postfazione e curatela di Gabriella Lo Ricco

Traduzione di Barbara del Mercato

Zandonai, Rovereto 2012

ISBN: 978-88-95538-56-3

 

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www.zandonaieditore.it

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28 luglio 2012



di Manuele Salvetti

 

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Antonio Citterio Patricia Viel and Partners, Nuova sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007

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La nuova sede di Ermenegildo Zegna (2007) a Milano mette in tensione elementi industriali tipici della zona Tortona e temi urbani strettamente milanesi, dando vita a un programma compatto e complesso.

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Gli spazi un tempo ospitanti le acciaierie Riva Calzoni vengono acquisiti dalla casa di moda piemontese che ne affida il progetto di riconversione allo studio Antonio Citterio Patricia Viel and Partners in collaborazione con lo Studio Beretta Associati. Parte del lotto compreso tra le vie Savona-Stendhal-Solari è occupato da un capannone che subisce un’operazione di depurazione ma riesce a conservare alcuni temi propri dell’architettura industriale: oltre alla copertura a shed, la chiusura verso l’esterno. Il corpo interno si connette alla strada mediante un volume-scheletro svuotato e vetrato che costituisce l’ingresso principale da via Savona, permettendo la vista verso l’interno e fissando il punto di avvio della distribuzione longitudinale dell’intero organismo. Open space si alternano a luoghi di esposizione e showroom, questi ultimi organizzati al piano terreno come un teatro. L’edificio è così formato da numerose parti che raggiungono una sintesi eloquente in una corte interna, posizionata ortogonalmente all’ingresso. La copertura del teatro costituisce una parte di questo vuoto che, sottraendosi al resto, rappresenta il cuore dell’intervento. Gli uffici sono in continua relazione tra loro e si rispecchiano nel “doppio” interno, operazione di “scavo” che è al contempo messa in rapporto tra le parti e snodo di tutto il sistema.

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Dalla lettura del progetto e dell’edificio realizzato emerge dunque con piena evidenza - come detto all’inizio - la relazione tra temi architettonici e urbani tipici della tradizione milanese (la corte, l’androne) e temi propri dell’architettura industriale (open space, doppie altezze, flessibilità degli spazi); una relazione che si traduce in una riflessione positiva, diretta e concreta sul mutamento dei luoghi di lavoro nella Milano del XXI secolo.

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L'ingresso della sede del gruppo Zegna, Milano 2007
L’ingresso della sede del gruppo Zegna, Milano 2007

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Planimetrie della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007
Planimetrie della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007

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Sezione della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007
Sezione della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007

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La corte interna della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007
La corte interna della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007

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Gli uffici della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007
Gli uffici della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007

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I percorsi interni della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007
I percorsi interni della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007

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Maquettes della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007
Maquettes della sede del gruppo Ermenegildo Zegna, Milano 2007

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Milano, 30 maggio 2012
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di Gabriella Lo Ricco

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Citterio e Viel and partners, Abitazioni in via Lomazzo, Milano 2012 © Erica Gerosa

Antonio Citterio Patricia Viel and partners, Abitazioni in via Lomazzo, Milano 2012 © Erica Gerosa

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Non ci si meraviglia più che per fargli spazio sia stato distrutto un sobrio e dignitoso esempio di archeologia industriale milanese, lo stabilimento Centenari Zinelli; non ci si stupisce neanche più dell’assurda retorica pubblicitaria che pone il complesso abitativo di via Lomazzo 52 surrettiziamente in continuità con gli eccellenti esempi abitativi progettati da Bottoni, Terragni e Vietti nel vicino corso Sempione; né scandalizza ormai più di tanto la convenzionale e grossolana organizzazione interna delle diverse unità abitative, perfettamente in linea con le attuali offerte degli operatori immobiliari.

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Ciò che invece perturba è il messaggio che tale intervento mette in forma: l’indifferenza ai caratteri morfologici dell’area adiacente a via Lomazzo, e i meri calcoli di distanza tra gli edifici e delle volumetrie disponibili, sono le uniche e reali ragioni della dislocazione planimetrica e delle altezze dei tre stabili che compongono l’intervento.

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Inoltre se il muto recinto che racchiude lo stabile a ridosso di via Lomazzo, nel suo celare indifferentemente i corridoi di accesso ai duplex e gli spazi riservati ai box, traduce la richiesta di dotare i tradizionali e vibranti ballatoi milanesi della “sicurezza” di poter vivere lo spazio abitativo senza la costante preoccupazione di essere disturbati, anche solo visivamente; se la creazione di un inabitabile giardino “giapponese”, visibile attraverso un ulteriore (benché trasparente) recinto, è la negazione degli intoversi e inaspettati cortili milanesi; se tale silente cortile è, in relazione agli spazi abitati, solo il retro degli alloggi che si aprono sui giardini privati, sapientemente celati anch’essi agli sguardi indiscreti e frenetici della città; se la struttura a griglia che avvolge i sedici piani delle abitazioni, caratterizzata da un passo irregolare per far fronte alla non coordinata progettazione degli affacci interni, nega paradossalmente quel pensiero e quella misura razionale a cui vorrebbe invece alludere; se la scadente qualità delle finiture di facciata parla di un totale disinteresse per la cura costruttiva ed esecutiva del costruito: se tutto ciò è vero, allora l’intervento in via Lomazzo progettato dallo studio Antonio Citterio Patricia Viel and partners in collaborazione con lo studio Anna Giorgi and partners è un esempio calzante di come il tentativo di accordare le ragioni “burocratiche” e gli attributi del nuovo lusso generi uno sterile contributo alla costruzione di una cultura dell’abitare condivisa e condivisibile.

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Brochure pubblicitaria delle abitazioni in via Lomazzo, Milano 2012 © Greenway

Brochure pubblicitaria delle abitazioni in via Lomazzo, Milano 2012 © Greenway

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Lo stabilimento Centernari Zinelli di via Lomazzo prima della demolizione

Lo stabilimento Centenari Zinelli di via Lomazzo prima della demolizione

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Le abitazioni di via Lomazzo in costruzione, Milano 2010

L'intervento in fase di realizzazione, Milano 2010

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La corte interna © Erica Gerosa

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La orte interna e i duplex

La corte interna e i duplex

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Gli appartamenti con i giardini privati e la corte

Gli appartamenti con i giardini privati e la corte

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© Erica Gerosa

© Erica Gerosa

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007 Piante dei duplex con accesso dai corridoi con affaccio su via Lomazzo

007 Piante dei duplex con accesso dai corridoi con affaccio su via Lomazzo

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Piante dei duplex con i giardini privati

Piante dei duplex con i giardini privati

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Piante del duplex al quindicesimo piano

Piante del duplex al quindicesimo piano

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Milano, 30 maggio 2012

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Al giorno d’oggi l’architettura è diventata oggetto dell’interesse di molte persone. Non che negli ultimi tempi sia considerevolmente aumentato il numero degli appassionati o degli esperti. Piuttosto è cresciuta la nostra attenzione nei confronti dell’ambiente in cui viviamo. E con sempre maggiore frequenza il nostro habitat “naturale” è l’ambiente urbano, costituito essenzialmente di edifici.

 

 

Gli edifici che ci circondano nella maggior parte dei casi ci lasciano indifferenti; in qualche occasione riescono a entusiasmarci; in molte altre hanno la capacità di ferire la nostra sensibilità. Con una forza che solo l’architettura - in quanto “arte” sociale e spaziale - possiede, essa è in grado di comunicarci un senso di esaltazione e di pienezza, ma anche di disturbarci, se non addirittura di urtarci letteralmente, di rovinarci la vita. Se alla prima categoria di edifici appartengono rari ma preziosi splendori, la seconda è invece pullulante di insopportabili orrori.

 

 

Al di là di ciò ch’è immediatamente intuibile, gli uni sono quegli edifici che, alla bellezza formale, sanno unire l’appropriatezza, la pertinenza, la capacità di non assolvere semplicemente alle proprie funzioni ma anche di “arricchire” i luoghi in cui sorgono, e di conseguenza anche noi; gli altri si distinguono invece per l’invadenza dimensionale, la mancanza di grazia, la volgarità, la banalità, l’erroneità, la stupidità, in una sola parola per la profonda inutilità, che ai nostri occhi costituisce uno sfregio del buon senso e uno spreco di risorse.

 

 

Dopo la comune battaglia condotta contro il pessimo progetto sull’area ex Enel a Milano, gizmoweb.org e doppiozero.com propongono ora la rubrica “Le belle e le bestie”. Suo intento è quello di segnalare gli splendori e gli orrori presenti nelle nostre città e nei nostri paesi. Edifici meravigliosi ed edifici mostruosi; edifici amabili ed edifici detestabili; edifici provvidenziali ed edifici malefìci. Edifici che non si cesserebbe mai di guardare ed edifici che si vorrebbe soltanto veder scomparire.

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Milano, 13 febbraio 2012

 

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Gizmo

Io se fossi Dio, non avrei proprio più pazienza, inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio universale. (Giorgio Gaber)

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