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exhibitions

DOGMA: 11 PROJECTS

AA Gallery

23/2/2013 - 22/3/2013

Monday to Friday 10:00–19:00, Saturday 10:00–15:00

Projects and drawings from 2002–12

by the architecture and research studio led by Pier Vittorio Aureli and Martino Tattara


For the past ten years Dogma has focused almost exclusively on large-scale projects such as citywide interventions. These projects venture beyond physical size to expand conceptual frameworks that radically rethink architecture. The exhibition explores 11 works developed since 2002 that collectively present the Dogma ethos: to see the urban project as a comprehensive domain in which architectural form, the political and the city are reclaimed as one ‘field’. By mobilising and reinvigorating drawing and text – the quintessential tools of architecture – these 11 projects range from speculative and theoretical proposals to investigations that question today’s modes of housing.

The publication supporting this exhibition will be launched on Thursday 7 March, following an evening lecture by Pier Vittorio Aureli.

www.aaschool.ac.uk




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Londra, Marzo 2012


The Shard


(Renzo Piano)



Oggetto di design, o scala di città?


by Brunella Angeli


Chi ha paura di quattro colonne?

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di Simona Pareschi

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Battersea in Children of Men di Alfonso Cuarón, 2006

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La notizia, ancora una volta, di una possibile demolizione di Battersea Power Station apre di nuovo il dibattito sulla conservazione degli edifici storici e sulla loro eventuale riconversione. Data l’enorme potenzialità dell’oggetto in questione, è difficile comprendere le ragioni di questa stasi, nella quale Battersea si trova da ormai troppo, come in una sospensione del tempo. Negli ultimi vent’anni, questo edificio e tutto il terreno ad esso circostante, è stato comprato e rivenduto a soli fini speculativi, e i progetti pensati per l’area - di conseguenza - hanno previsto la realizzazione di enormi volumi per l’edilizia abitativa e commerciale, con grave danno per la Power Station, alla quale viene attribuito un ruolo secondario di reperto archeologico: un gigantesco dinosauro di epoca industriale.
La centrale termoelettrica di Battersea è sempre stata, fin dalla sua costruzione, oggetto di critiche: la sua forma era ritenuta inadeguata ad un’industria moderna, e venne osteggiata anche per la sua collocazione nel cuore di Londra. A distanza di ottant’anni sembrano tornare di scena vecchi fantasmi.

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Del progetto originale, concepito nel 1927 per la London Power Company, non venne modificato l’impianto, ma con l’intervento di Giles Gilbert Scott, chiamato nel 1929 ad opera già cominciata come consulente architettonico per gli esterni dell’edificio, venne posta maggiore attenzione alla resa stilistica. Sono frutto dell’intervento di Scott i quattro torrioni angolari che sorreggono altrettante ciminiere, già previsti ma trasformati, con la sua soluzione, in perfetti elementi architettonici che disegnano la forma dell’edificio attraverso la giusta proporzione tra i due bassi volumi laterali e il corpo centrale. E non è difficile scorgere in questa scelta, tra gli altri, un riferimento preciso al Larkin Building del 1906 di Frank Lloyd Wright. È inequivocabile l’intervento di Giles Gilbert Scott anche sulla cortina muraria in laterizio levigato, nello sviluppo per linee verticali della composizione dei prospetti attraverso le aperture a tutta altezza - la stessa tipologia da lui stesso riproposta per la realizzazione di Bankside Power Station - così come nel movimento dato dal gioco di incastri dei mattoni, che conferisce nobiltà alla scansione ritmica dei fronti, con disegni di luci e di ombre ben definiti, alla ricerca di un preciso bilanciamento tra linee verticali e orizzontali.

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Eppure, quel che ha reso singolare questa centrale, è dato dalle ciminiere-colonne, poste sopra i torrioni che svolgono anche una funzione basamentale. E ciò che sorprende di più, è che le ciminiere a Scott dapprima non erano gradite: ma ancora una volta, la funzione fu prioritaria rispetto alla forma, e Giles Gilbert Scott seppe così tradurre la richiesta da parte dei committenti di ciminiere a base circolare in una forma solenne: ciò che fino a quel momento era semplicemente una forma funzionale, dettata da ragioni di efficienza dell’impianto, grazie all’intervento di Scott divenne monumentale per dimensione e per proporzione, e divenne simbolo della produzione. Questa centrale venne benedetta nel 1934 dal commento audace di Charles Reilly come la realizzazione di una “cattedrale dell’industria”. Lui come altri, liberi da una visione assoluta della modernità, aveva capito che l’architettura di Scott sarebbe stata un riferimento estetico per comprendere la cultura inglese del ‘900, cosa che, adesso, gli stessi inglesi che la vorrebbero demolire sembrano non capire. Vi sono molti esempi di edifici industriali di enorme interesse architettonico che sono stati recuperati: la Firestone Factory di Wallis, Gilbert and Partners, del 1929 e la Gillette Factory di Sir Banister Fletcher, del 1930. Così come Bankside Power Station, anch’essa opera di Sir Giles Gilbert Scott. Ed è stata proprio la collocazione di Bankside al centro di Londra a creare i giusti presupposti per una sua nuova vita grazie alla riconversione nella prestigiosa sede della Tate Modern, per mano degli architetti Herzog & de Meuron.

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Sylvain Chomet, L'illusionniste, 2010

Battersea in L'illusionniste di Sylvain Chomet, 2010

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Gli omaggi tributati alla Battersea Power Station dal mondo dell’arte sono considerevoli: vi sono molti film nei quali la centrale è muta protagonista, probabilmente con una immaginazione più generosa di quella espressa da chi sarebbe preposto a trovarne nella realtà un suo eventuale reimpiego.
Capace di suscitare sentimenti diametralmente opposti, il cinema le ha reso omaggio già nel 1936, di Alfred Hitchcock in Sabotage, fino agli esempi più recenti in Richard III, del 1995, di Richard Loncraine dove l’opera di Shakespeare trova una epica location; Children of Men, del 2006, di Alfonso Cuarón, dove Battersea - insieme al maialino di Animals dei Pink Floyd - è il centro di potere in un futuro apparentemente senza speranza, e L’illusionniste del 2010, di Sylvain Chomet, un lungometraggio di animazione basato su una sceneggiatura di Jacques Tati, che ha omaggiato l’opera di Giles Gilbert Scott come simbolo di Londra e monumento della cultura inglese.

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Battersea in Children of Men di Alfonso Cuarón, 2006

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Il mondo della cultura ha già decretato Battersea patrimonio collettivo, l’English Heritage ha classificato questo edificio come monumento nazionale, e la Battersea Power Station Company si occupa, da anni, di proporre alternative per un suo riutilizzo, nella speranza di poter riconsegnare alla città una parte significativa della sua storia recente, della sua eccellenza industriale ed architettonica. Gli stessi operai che lavoravano nella centrale, la consideravano un grande organismo vivente e ne ricordano gli spazi interni come manifestazione di un surreale paesaggio lunare (David Littlerfield 2007).
È singolare che a tutto questo non si sia unito, univocamente, anche il mondo dell’architettura.
Rischiano di passare quasi inosservate, ormai, le mire affaristiche in campo architettonico, ma non si può non inorridire di fronte ad una idea tanto ottusa; ancora di più, se si pensa che la previsione a breve termine è connaturata alla speculazione nel mondo dell’edilizia. Ai fini speculativi la visione troppo corta è un bene: ciò che si potrà facilmente costruire, e poi demolire, lascierà spazio a qualcosa d’altro ancora.
Viene da chiedersi se non siano proprio le sue enormi quattro ciminiere-colonna bianche, nella nudità che ne moltiplica la potenza espressiva, a mettere paura. La storia fa paura. L’aveva ben chiaro Adolf Loos nel suo ultimo tributo alla colonna - anche quella una dichiarazione estrema, quasi ad officiarne gli estremi onori - con il suo progetto per il Chicago Tribune.

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Anche nel caso di Battersea non si tratta di un monumento nel senso retorico del termine, quello di Giles Gilbert Scott è semmai un gesto paradossalmente rivoluzionario, al di là della consapevolezza, o meno, di tale atto: trascende in un istante tutto il modernismo, per ritrovarsi, direttamente, quasi a rappresentare un postmodernismo ante litteram. Insieme forse alla nostalgia per la classicità perduta: «Una tale simbiosi di industria e vita può essere più radicale delle visioni di Piranesi di grandi pezzi di muro Romano o tomba assorbiti in modo imperfetto da una umile strada contemporanea, attraverso le tenaci suggestioni del potere fisico. Quando la Battersea Power Station ancora funzionava ed eruttava vapore e fumo sul cuore di Londra, a volte sembrava un mostro che producesse il clima, un oggetto auto-alienato la cui caratteristica principale era nelle quattro ciminiere, spinte il più possibile l’una lontana dall’altra, come le gambe di un tavolo rovesciato o le grazie di una immensa lettera presa da un alfabeto di cui una intera frase potrebbe essere la nostra fine» (Robert Harbison, 2003).

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Milano, 1 marzo 2012

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Battersea power station in London is in danger

check it out



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OMA/Progress

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Barbican Art Gallery, London

6 October 2011 - 19 February 2012

Curated by ROTOR

As I exit the gallery through the dark bronzed doors I have the clear impression that nothing really new can be reported from the OMA/AMO world. The more interesting matter, it would seem, is the young collective Rotor, curators for the exhibition OMA/Progress at the Barbican Centre from the 6 October 2011 until the 19 February 2012. The Belgian collective, founded in 2005, acquired visibility with the project Usus-Usures presented at the Venice Biennale in 2010. The work focused on the wear and tear of common building components revealing a genuine sensitivity for the material and symbolic values of the progressive weathering of architecture. Two years earlier, in 2008, Rotor presented Deutschland im Herbst at the Ursula Blickle Foundation near Karlsruhe working on the leftover material of 15 different industrial manufacturing processes.

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At the Barbican, Rotor’s task is to make a portrait of OMA by combining the detail of a retrospective and the snapshot of a reality-show. The aim is to provide an “outsider view of the inside of a particular architectural office”: the exposition of archive research, and a particularly laborious one considering that the OMA archive accounts for 3.5 million documents and grows at a rate of more than 1,000 a day. The OMA production cycle is described through the rigorous and silent array of documents, products and leftovers resulting from a search through the immense body of work of OMA. In an attempt to display the projects with technical and scientific rigour, the selection of the search key words seems the only critical choice consciously made by Rotor. Walking through the exhibition rooms “white objects” follow “moving things”, “urban sight lines” are next to “Corian material samples” or “sustainable designs”. The issue of usability of an ever-expanding database is dramatically relevant, especially in relation to the practice of architecture, which has always been burdened by the archiving obsession of architects’ infinite egos. These considerations must then be combined with the explicit effort undergone by OMA of reducing the intellectual waste of its hyperactive production cycle. This has resulted in recycling wherever possible, as much as possible. In light of this, OMA had already developed a perfectly sound communication style to present their work: the book/exhibition Content (2003) was conceived as an accumulation of heterogeneous and raw materials arranged with editorial brutality.  At first, this seems to match Rotor’s curatorial direction as technical drawings, material samples, sketches, emails, videos, postcards and draft renderings are all diligently arranged in an explicitly unfinished environment.

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Yet if OMA’s objective is the communication of contents - and thus form becomes a consequence - in Rotor’s work form is used as the primary search parameter while the content is subject to multiple interpretations. Although united by the reference to the ready-made, the essential and elegant language of Rotor and the excessive and Pop one of OMA fail to find a synthetic solution. The curating choice - only apparently neutral - of communicating OMA works without a critical position results in a Wunderkammer rather than a scientific description. The end result is ambiguous as Rotor’s work is neither an ideological critique nor a promotional propaganda but simply an autonomous artistic gesture.

Marcel Mauer

London, 6 October 2011

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Marcel Mauer is an architect and works in London

www.marcelmauer.eu

 

Gizmo

Io se fossi Dio, non avrei proprio più pazienza, inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio universale. (Giorgio Gaber)

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