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di Luca Astorria

 

 

Studio Dordoni, Edificio per uffici, Milano ©Pietro Savorelli

Studio Dordoni, Edificio per uffici, Milano ©Pietro Savorelli

 

Milano è una città introversa priva di un carattere unitario che la contraddistingua; per questo spesso si è costretti a intrufolarsi in cortili privati o spiare dalle finestre per trovare edifici e contesti inaspettati e meravigliosi. Tramontata l’idea di una città unitaria, la strada che rimane da percorrere è quella della somma di elementi, come un collage di forme, soluzioni, eventi. La città è il risultato, bello o brutto, dei suoi edifici, dei suoi monumenti, dei suoi palazzi. Risultato che non sempre è positivo. Negli ultimi dieci anni è ancora più difficile scoprire architetture meritevoli di attenzione. Una di queste è sicuramente l’edificio per uffici progettato dallo studio Dordoni in via Savona 97, all’interno del cortile un tempo sede dell’azienda belga Schlumberger.

Un edificio volumetricamente semplice che rifugge banali formalismi, essenziale nella forma, funzionale nella distribuzione degli ambienti. Un cubo nero scavato per dare ordine agli spazi e far penetrare la luce al suo interno.

Questo progetto non è certo un’opera rivoluzionaria, non colpisce il passante distratto e non ha la forza degli uffici ex Loro Pasini - progettati a metà degli anni ‘50 da Caccia Dominioni al 197 della stessa via e stuprato dal recente “restauro” -, ma è onesto nella sua austera eleganza e, nel sapiente uso dei materiali di rivestimento (pannelli di cemento prefabbricati, lamiera piegata forata e brise-soleil di legno ricomposto), mostra tutte le sue qualità architettoniche.

 

 

Studio Dordoni, Edificio per uffici, Milano ©Pietro Savorelli

Studio Dordoni, Edificio per uffici, Milano ©Pietro Savorelli

Studio Dordoni, Edificio per uffici, Milano © Pietro Savorelli

Studio Dordoni, Edificio per uffici, Milano ©Pietro Savorelli

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Studio Dordoni, Edificio per uffici, Milano ©Pietro Savorelli

Studio Dordoni, Edificio per uffici, Milano ©Pietro Savorelli

 

 

Studio Dordoni, Edificio per uffici, Milano ©Pietro Savorelli

Studio Dordoni, Edificio per uffici, Milano ©Pietro Savorelli

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Milano, 27 febbraio 2012

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di Brunella Angeli

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Museo del Novecento, Milano ©Urbanfile

Studio Italo Rota & Partners, Museo del Novecento, Milano ©Urbanfile

 

 


 

Fin dai primi render di progetto appare chiaro come l’atto fondativo del progetto del Museo del Novecento di Milano elaborato dallo studio Italo Rota & Partners si generi indipendentemente dall’architettura esistente - il Palazzo dell’Arengario progettato nel 1936 da Portaluppi, Griffini, Magistretti e Muzio - e affidi parte della sua carica attrattiva al potere di seduzione delle immagini.

Avvicinandosi al museo dall’esterno si percepisce un’immagine luminescente del volume, in cui la luce pare essere promossa a corpo dell’architettura: non sono più angoli, pareti, materiali, e la loro complessa articolazione a costituire fondamento del progetto, bensì la materia evanescente della luce che può essere plasmata ‘da lontano’ come su Photoshop, con un gesto veloce del pennello, o di un interruttore di dimmerizzazione.

Procedendo verso l’interno, sedotti dalla luce, si rimane tuttavia interdetti dalla precisa negazione delle suddette qualità di vuoto e leggerezza. Il progetto allestitivo degli interni si caratterizza invero per un variegato affastellamento di oggetti disomogenei: pannelli per l’affissione e per la suddivisione interna degli spazi, supporti per sculture, installazioni impiantistiche e tecniche, l’uso dei colori e la stessa segnaletica, tutti elementi voluminosi e autonomi che inevitabilmente influenzano il visitatore con le loro forme imposte.

Ciò che ne risulta maggiormente contraffatto è l’ambiente nel suo complesso, privato di una chiara gerarchia degli spazi e di quella leggibilità necessaria alla presentazione razionale di collezioni di oggetti, per concentrare invece la consapevolezza sensoriale sui soli avvenimenti di luce. Quasi una cancellazione dei fondamenti materiali dell’architettura, così da entrare in uno spazio capace di rimuovere i contenuti fisici del proprio esistere.

Ma poi, quando la luce si spegne, cosa resta?

 

 

Studio Italo Rota & Partners, Museo del Novecento, Milano

 

Studio Italo Rota & Partners, Museo del Novecento, Milano ©Gianni Congiu

Studio Italo Rota & Partners, Museo del Novecento, Milano ©Gianni Congiu

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Studio Italo Rota & Partners, Museo del Novecento, Milano ©Gianni Congiu

Studio Italo Rota & Partners, Museo del Novecento, Milano ©Gianni Congiu

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a target 

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Milano, 27 febbraio 2012

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abellebestie-nologos

 

 

 

Al giorno d’oggi l’architettura è diventata oggetto dell’interesse di molte persone. Non che negli ultimi tempi sia considerevolmente aumentato il numero degli appassionati o degli esperti. Piuttosto è cresciuta la nostra attenzione nei confronti dell’ambiente in cui viviamo. E con sempre maggiore frequenza il nostro habitat “naturale” è l’ambiente urbano, costituito essenzialmente di edifici.

 

 

Gli edifici che ci circondano nella maggior parte dei casi ci lasciano indifferenti; in qualche occasione riescono a entusiasmarci; in molte altre hanno la capacità di ferire la nostra sensibilità. Con una forza che solo l’architettura - in quanto “arte” sociale e spaziale - possiede, essa è in grado di comunicarci un senso di esaltazione e di pienezza, ma anche di disturbarci, se non addirittura di urtarci letteralmente, di rovinarci la vita. Se alla prima categoria di edifici appartengono rari ma preziosi splendori, la seconda è invece pullulante di insopportabili orrori.

 

 

Al di là di ciò ch’è immediatamente intuibile, gli uni sono quegli edifici che, alla bellezza formale, sanno unire l’appropriatezza, la pertinenza, la capacità di non assolvere semplicemente alle proprie funzioni ma anche di “arricchire” i luoghi in cui sorgono, e di conseguenza anche noi; gli altri si distinguono invece per l’invadenza dimensionale, la mancanza di grazia, la volgarità, la banalità, l’erroneità, la stupidità, in una sola parola per la profonda inutilità, che ai nostri occhi costituisce uno sfregio del buon senso e uno spreco di risorse.

 

 

Dopo la comune battaglia condotta contro il pessimo progetto sull’area ex Enel a Milano, gizmoweb.org e doppiozero.com propongono ora la rubrica “Le belle e le bestie”. Suo intento è quello di segnalare gli splendori e gli orrori presenti nelle nostre città e nei nostri paesi. Edifici meravigliosi ed edifici mostruosi; edifici amabili ed edifici detestabili; edifici provvidenziali ed edifici malefìci. Edifici che non si cesserebbe mai di guardare ed edifici che si vorrebbe soltanto veder scomparire.

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Milano, 13 febbraio 2012

 

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critical text by Alberto Ferlenga

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The Red Kilometer©Michele Nastasi

 

 

It is difficult to judge architecture when everything is possible. It is hard to single out something different as an alternative to the “novelties” one finds in such abundance, something that can be distinguished for its evident quality.

 

Then, within a few years, the picture has changed: many recent works display early aging and many conditions which these emerged from are no longer acceptable. What is the sense of using immoderate resources in order to make immoderate works sustainable? Why disfigure the nature of a place in order to have to amend undesirable consequences?

 

Actually, a crisis is enough to alter the picture of compatibility and sensitivity as well as to allow matters considered to be out-of-date to emerge. In this way, the capability to interpret complex architectural spaces that take into consideration surrounding events would seem to be once again worth taking into account as important ethical information and common sense. Throughout most recent years, very few works that have been built propose something new with respects to all this. I’ll give you an example: Kilometro Rosso by Jean Nouvel. The element that most characterises this work is, of course, the long red metal wall that stretches, for about a kilometre, parallel to the Milan-Venice motorway, giving rise to a brief yet significant clear cut interlude setting it apart from the succession of non-descript prefabricated buildings. The reasons for which I have chosen this work refer to it being successfully inserted into one of the most disrupted landscapes but above all for its capability to interpret nature, rendering an aesthetically effective oeuvre that is able to attribute value to a “lost” place while indicating, at the same time, a repeatable model.

 

The size of the Kilometro Rosso is compared to that of the motorway, the long surface interprets the uninterrupted theory of warehouses, the bright colour compresses metres of signs, the car park in the foreground makes the staticity of the parked cars interact with the flow of those which are speeding down the motorway. Everything that the work proposes is generated from something that already exists, confirming that urban “genericity” remains so only until the moment in which someone interprets it rendering its intrinsic qualities both visible and acceptable.

 

 

 

The Red Kilometer ©Ateliers Jean Nouvel

 

 

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È difficile giudicare un’architettura quando tutto è possibile. È arduo staccare dalla massa  delle cose “carine” qualcosa di diverso, che sia isolabile per la sua evidente qualità.

 

Nell’arco di pochi anni, poi, il quadro è mutato: molte realizzazioni recenti mettono in mostra il loro precoce invecchiamento e molte premesse da cui nacquero non sono più accettabili. Che senso ha impiegare risorse smodate per rendere sostenibili opere smodate? Stravolgere la natura di un luogo per dover sanare conseguenze nefaste?

 

In effetti, basta una crisi perché il quadro delle compatibilità e delle sensibilità cambi e perché questioni date per superate emergano. Così, torna a contare, come dato etico e di buon senso, la capacità di interpretare luoghi complessi attraverso architetture attente a ciò che accade attorno a loro. Poche opere costruite negli anni più vicini a noi propongono qualcosa di nuovo rispetto a tutto ciò. Ne indicherò una: il Kilometro Rosso di Jean Nouvel. L’elemento che più caratterizza l’intervento è, come si sa, un lungo muro rosso di metallo che scorre, per circa un chilometro, in parallelo all’autostrada Milano-Venezia, dando origine a un breve ma significativo intermezzo d’ordine tra il susseguirsi dei prefabbricati. I motivi per cui lo scelgo riguardano il suo riuscito inserimento nel più disgregato dei paesaggi ma soprattutto la sua capacità di interpretarne la natura, restituendo un’opera esteticamente efficace e capace di attribuire valore a un luogo “perduto” indicando, al tempo stesso, un modello ripetibile.

 

La dimensione del Kilometro Rosso si confronta con quella autostradale, la lunga superficie interpreta la teoria ininterrotta dei capannoni, il colore acceso sintetizza metri di insegne, il parcheggio in primo piano fa interagire la staticità delle macchine posteggiate con il flusso di quelle che percorrono la strada. Tutto ciò che l’intervento propone nasce da ciò che già esiste, a riprova del fatto che la “genericità” urbana rimane tale solo fino al momento in cui qualcuno la interpreta rendendo visibili e accettabili le sue intrinseche qualità.

 

 

 

Sezione ©Ateliers Jean Nouvel

 

Prospetto ©Ateliers Jean Nouvel

 

Sezione B3 ©Ateliers Jean Nouvel

 

 

 

The text is presented at the exhibition L’architettura che ti piace©/The architecture you like© opened at MAXXI, Rome until 15th May 2011. Info www.fondazionemaxxi.it


Il testo è presentato alla mostra L’architettura che ti piace©/The architecture you like© visitabile al MAXXI di Roma fino al 15 maggio 2011. Info www.fondazionemaxxi.it

 

 

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Io se fossi Dio, non avrei proprio più pazienza, inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio universale. (Giorgio Gaber)

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