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Il Cinema America di Roma, a Trastevere, progettato da Angelo Di Castro a fine anni ‘50, rischia oggi la demolizione a fini speculativi. E’ infatti in corso di approvazione un progetto per mini appartamenti in sostituzione del volume esistente. Sono anni che la cittadinanza si oppone a tale intervento in quanto il centro storico di Roma è ormai privo di spazi culturali e sociali.

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Il 18 gennaio alle ore 18.00 verrà inaugurata una mostra sulla storia del cinema a cura dell’occupazione in corso. Contestualmente verranno proiettati filmati e video che raccolgono testimonianze sull’importanza di questa architettura per il rione e per i suoi abitanti. Ci sarà anche un dibattito con gli ospiti segnalati nel comunicato (tra cui Giorgio Muratore e Alessandra Muntoni) e la presentazione di proposte alternative alla demolizione della sala.

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Claudia Tombini

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«Chiudono, vengono abbandonate, trasformate radicalmente: le SALE CINEMATOGRAFICHE, una volta luoghi importanti della vita sociale e dell’economia della città, rischiano di scomparire definitivamente.

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Di fronte a questo spreco dell’arte, per usare una espressione di Renato Nicolini, pochi sono stati i casi di recupero, che pur nell’esigenza di dare una nuova funzionalità a questi grandi contenitori, hanno mantenuto ancora i caratteri originari.

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La valorizzazione fondiaria con la sua spietata logica speculativa demolisce a picconate testimonianze architettoniche ed artistiche di grande pregio, cancella la MEMORIA COLLETTIVA ed impoverisce la vita culturale dei rioni e dei quartieri, nonostante la resistenza attiva dei cittadini.

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Ma c’è chi NON RESTA A GUARDARE: occupate dai cittadini, le sale cinematografiche riprendono una NUOVA VITA. Ultimo è il caso del CINEMA AMERICA nel rione Trastevere, restituito alla città dopo anni di abbandono ed incuria.
Oggi ancora una volta punto di arrivo ma anche di partenza verso prossime tappe e nuovi spazi di DISCONTINUITA’ URBANA.»

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MOSTRA SUL CINEMA AMERICA

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E DIBATTITO CON:

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Paolo Berdini
Anna Maria Cesarini Sforza
Maria Rita Interi
Alessandra Muntoni
Giorgio Muratore

Elio Germano

 

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Venerdì 18 gennaio - ore 18.00-

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Cinema America Occupato

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Via Natale del Grande, 6
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www.americaoccupato.org

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Milano, 16 gennaio 2013

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15 giugno 2012


LÕAccademia Nazionale di San Luca avrebbe il piacere di invitarL

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© Andrea Martiradonna

Gio Ponti states that modern architecture cannot avoid taking into consideration solutions to socially-committed themes; certainly the Ifdesign project relating to the new NOIVOILORO cooperative site fully responds to this founding assumption, conducted from “the bottom up” as out-and-out voluntary work.

The first modern architecture – in reply to the rapid evolution of the new social needs – sought for the “typical” solution, by emphasising the general features of the building and often taking into account the location and the circumstances like mere “accidents”. Ida Origgi and Franco Tagliabue work in the opposite direction: beginning with the particular requirements requested by the commissioning client and from the constraints of a specific location, they build an “open” project, that is capable of growing and developing over time starting from a large common space.

Just like some rural constructions built around a barnyard or a medieval monastery around a cloister, simple buildings aggregate around a large central courtyard, that represents a common area open to the different forms of sociality stimulated by the cooperative: parties, shows, sports or recreational activities.

However, special reference is made to “timeless” models of settlement – or to sophisticated experiences of “minor” modern architecture, such as the quotation of the church roof by Sigurd Lewerentz in Björkhagen – without devaluating the decisive “contemporary” dimension of the project. The materials and the colours of the facades, the external and sometimes playful use of graphic art, the presence of continuous inventions of details make the building a kind of story with parallel episodes, that come together only in the overall bird’s eye view of such. From here, one can see how the building and the open space that it embraces show that deep relationship with the orography of the landscape, which historical settlements have always had: a relationship based on the transparency of its purposes and on the economy of means, that makes architecture the development of spaces that welcome the life of man rather than the production of virtual images to be re-broadcasted by media.

Cino Zucchi

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(panel presented at the exhibition “The Architecture you like©”, MAXXI Museum, Rome, 24 February-10 May 2011)

critical text by Joseph Grima

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Flipping through an architecture magazine or clicking through the feed of one of the countless architecture blogs online today, it quickly becomes evident that contemporary architectural production suffers from a chronic case of hyperinflated personality syndrome (a pathology which causes buildings and their authors to engage in an agonistic rivalry for the limelight, both within the city and within the collective consciousness of its inhabitants).

Pondering the possible causes, one is tempted to suspect that the addiction to public attention is in fact a consequence of the profession’s marginalisation: few times in history have architects had as little influence on the form of the urban landscape that surrounds them as in the last two or three decades of developer-driven urban expansion. Little wonder that when they actually do get to shape a portion of the city – something that is entirely the exception and not the norm – the primary ambition is to project a larger-than-life personality, to create a strident landmark that compensates for a general sense of impotence over its context.

Even in the days when ambitions were greater and the belief that serving society was possible endured, a top-down attitude to planning and urbanism doomed many projects at best to formal alteration and at worst to demolition. Le Corbusier’s dwellings in Pessac were customised beyond recognition by their working-class inhabitants, much to their author’s chagrin; Stirling, Kikutake et al’s housing in Previ (Lima, Peru) suffered a similar fate, given that the integrity of formal compositions designed by members of Team X held little value when the need to add an extra room arose.

Quinta Monroy is therefore doubly exceptional. Not only does it renounce formal ambitions of any kind, but it actually bows to the inevitable and embraces the change its inhabitants will inevitably desire. It is an architecture-as-framework, a support structure that renounces its own personality in favour of its inhabitants’. If, as a profession, we genuinely aspire to become even remotely relevant in shaping the landscape that surrounds them, we would do well to consider architecture as a service to society rather than a vehicle for our vanity.

©Alejandro Aravena_final_cojunto

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Sfogliando una rivista di architettura o cliccando in uno degli innumerevoli blog di architettura online oggi, appare ben presto evidente che la produzione architettonica contemporanea soffre di una sindrome cronica da personalità megalomane (una patologia che fa sì che gli edifici e chi li ha concepiti siano impegnati in una rivalità agonistica nella ricerca della ribalta, sia all’interno della città che all’interno della coscienza collettiva dei suoi abitanti).

Riflettendo sulle possibili cause di tale fenomeno viene il sospetto che la dipendenza nei confronti dell’attenzione pubblica sia una conseguenza della marginalizzazione della professione dell’architetto: poche volte nella storia infatti gli architetti hanno avuto così poca influenza sulla forma del paesaggio urbano che li circonda come negli ultimi due o tre decenni di espansione urbana guidata dagli agenti immobiliari. Allora c’è poco da meravigliarsi se, quando devono disegnare una porzione di città – cosa che è assolutamente l’eccezione e non la regola –, l’ambizione primaria sia quella di proiettare una personalità esagerata, di creare un oggetto isolato che compensi un senso generale di impotenza verso il suo contesto.

Persino nei giorni in cui le ambizioni erano maggiori e la fiducia che servire la società era possibile, un siffatto approccio alla progettazione e all’urbanistica dominava molti progetti, traducendosi nel migliore dei casi in alterazioni formali e nel peggiore in demolizioni. Le abitazioni di Corbusier a Pessac erano personalizzate a tal punto dai loro abitanti della classe operaia da non essere riconoscibili, con gran delusione del loro ideatore. Le case di Stirling, Kikutake e altri a Previ (Lima, Peru) hanno avuto un destino simile, visto che l’integrità delle composizioni formali progettate dai membri del Team X ebbe poco valore quando sorse l’esigenza di aggiungere una camera extra.

Quinta Monroy pertanto è doppiamente eccezionale. Non solo rinuncia a qualsiasi tipo di ambizione formale ma si inchina all’inevitabile e abbraccia i cambiamenti che i suoi abitanti inevitabilmente desidereranno apportare. È un’architettura-scheletro, una struttura di supporto, che rinuncia alla sua personalità a favore dei suoi abitanti. Se, a livello professionale, aspiriamo genuinamente a esercitare una seppur remota influenza sul disegno del paesaggio che li circonda, faremmo meglio a considerare l’architettura come un servizio alla società piuttosto che come un veicolo della nostra vanità.

©Alejandro Aravena_final_casa_plantas

©Alejandro Aravena_final_casa_cortes

The text is presented at the exhibition L’architettura che ti piace©/The architecture you like© opened at MAXXI, Rome until 15th May 2011. Info www.fondazionemaxxi.it


Il testo è presentato alla mostra L’architettura che ti piace©/The architecture you like© visitabile al MAXXI di Roma fino al 15 maggio 2011. Info www.fondazionemaxxi.it

Milano, 25 luglio 2011

 

Gizmo

Io se fossi Dio, non avrei proprio più pazienza, inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio universale. (Giorgio Gaber)

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