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LA TENDENZA

ITALIAN ARCHITECTURES (1965-1985)


The first retrospective exhibition in France devoted to one of the founding movements of post-war architecture, from Italy, “La Tendenza, Italian Architectures, 1965-1985″ presents a selection of over 250 drawings, models, photographs, paintings and films, as well as a rich documentation. The exhibition traces the highlights of the movement led by Aldo Rossi. Rejecting the notions of avant-garde and Utopia to initiate a political and critical architecture tuned into reality, La Tendenza offers a new approach to the architectural project founded on a renewal of drawing and the image.


EXHIBITIONS AT THE CENTER

Centre Pompidou, Paris

June 20 2012 - September 10 2012


 

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Al giorno d’oggi l’architettura è diventata oggetto dell’interesse di molte persone. Non che negli ultimi tempi sia considerevolmente aumentato il numero degli appassionati o degli esperti. Piuttosto è cresciuta la nostra attenzione nei confronti dell’ambiente in cui viviamo. E con sempre maggiore frequenza il nostro habitat “naturale” è l’ambiente urbano, costituito essenzialmente di edifici.

 

 

Gli edifici che ci circondano nella maggior parte dei casi ci lasciano indifferenti; in qualche occasione riescono a entusiasmarci; in molte altre hanno la capacità di ferire la nostra sensibilità. Con una forza che solo l’architettura - in quanto “arte” sociale e spaziale - possiede, essa è in grado di comunicarci un senso di esaltazione e di pienezza, ma anche di disturbarci, se non addirittura di urtarci letteralmente, di rovinarci la vita. Se alla prima categoria di edifici appartengono rari ma preziosi splendori, la seconda è invece pullulante di insopportabili orrori.

 

 

Al di là di ciò ch’è immediatamente intuibile, gli uni sono quegli edifici che, alla bellezza formale, sanno unire l’appropriatezza, la pertinenza, la capacità di non assolvere semplicemente alle proprie funzioni ma anche di “arricchire” i luoghi in cui sorgono, e di conseguenza anche noi; gli altri si distinguono invece per l’invadenza dimensionale, la mancanza di grazia, la volgarità, la banalità, l’erroneità, la stupidità, in una sola parola per la profonda inutilità, che ai nostri occhi costituisce uno sfregio del buon senso e uno spreco di risorse.

 

 

Dopo la comune battaglia condotta contro il pessimo progetto sull’area ex Enel a Milano, gizmoweb.org e doppiozero.com propongono ora la rubrica “Le belle e le bestie”. Suo intento è quello di segnalare gli splendori e gli orrori presenti nelle nostre città e nei nostri paesi. Edifici meravigliosi ed edifici mostruosi; edifici amabili ed edifici detestabili; edifici provvidenziali ed edifici malefìci. Edifici che non si cesserebbe mai di guardare ed edifici che si vorrebbe soltanto veder scomparire.

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Milano, 13 febbraio 2012

 

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di Silvia Micheli

 

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Armani Store, Milano 2010

 

 

Tra le recenti riconversioni di edifici realizzate a Milano si distingue, per la sua desolante banalità, il nuovo Armani Store. La struttura commerciale occupa il palazzo disegnato da Enrico Griffini negli anni Trenta del XX secolo, la cui austera facciata contribuisce alla continuità dell’elegante cortina edilizia di via Manzoni. Senza alcuna attenzione al carattere distributivo dell’edificio preesistente, si è proceduto al suo completo svuotamento e all’allestimento dello scintallante “mondo Armani”, che comprende la boutique multipiano, definita da schermi a cristalli liquidi e lastre di vetro, e l’hotel, risolto in un modaiolo “stile minimalista”. Non sono sfuggite al furor “riduttivo” neppure le facciate dell’edificio, i cui serramenti delle aperture sono stati sostituiti da omogenei vetri specchianti che ne hanno alterato il carattere. Ma è la soluzione della copertura che chiarisce i presupposti progettuali dell’intero intervento. La sommità dell’edificio è stata demolita e sostituita da un “cappello di vetro” di ben due piani in cui sono stati collocati un ristorante e il centro benessere. Il parallelepipedo di vetro compromette le originali proporzioni dell’edificio e la sua povertà linguistica e materica, che allude alla sobrietà dell’Armani style ma che risulta del tutto estranea all’involucro dell’edificio, dissimula il massimo sfruttamento commerciale della volumetria concessa.

Come è possibile che un simile belvedere, collocato in un punto nevralgico del centro storico di Milano, da cui si gode una spettacolare vista sulla città, ospiti una palestra? E soprattutto come è possibile che una simile occasione progettuale abbia generato un tanto mediocre “cappello di vetro”?

 

 

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Enrico Griffini, Sede delle Assicurazioni Generali, Milano 1948

 

 

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Milano, 13 febbraio 2012

 

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© Andrea Martiradonna

Gio Ponti states that modern architecture cannot avoid taking into consideration solutions to socially-committed themes; certainly the Ifdesign project relating to the new NOIVOILORO cooperative site fully responds to this founding assumption, conducted from “the bottom up” as out-and-out voluntary work.

The first modern architecture – in reply to the rapid evolution of the new social needs – sought for the “typical” solution, by emphasising the general features of the building and often taking into account the location and the circumstances like mere “accidents”. Ida Origgi and Franco Tagliabue work in the opposite direction: beginning with the particular requirements requested by the commissioning client and from the constraints of a specific location, they build an “open” project, that is capable of growing and developing over time starting from a large common space.

Just like some rural constructions built around a barnyard or a medieval monastery around a cloister, simple buildings aggregate around a large central courtyard, that represents a common area open to the different forms of sociality stimulated by the cooperative: parties, shows, sports or recreational activities.

However, special reference is made to “timeless” models of settlement – or to sophisticated experiences of “minor” modern architecture, such as the quotation of the church roof by Sigurd Lewerentz in Björkhagen – without devaluating the decisive “contemporary” dimension of the project. The materials and the colours of the facades, the external and sometimes playful use of graphic art, the presence of continuous inventions of details make the building a kind of story with parallel episodes, that come together only in the overall bird’s eye view of such. From here, one can see how the building and the open space that it embraces show that deep relationship with the orography of the landscape, which historical settlements have always had: a relationship based on the transparency of its purposes and on the economy of means, that makes architecture the development of spaces that welcome the life of man rather than the production of virtual images to be re-broadcasted by media.

Cino Zucchi

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(panel presented at the exhibition “The Architecture you like©”, MAXXI Museum, Rome, 24 February-10 May 2011)


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di Silvia Micheli

Brisbane, 19 settembre 2011


È di pochi giorni fa la notizia che lo storico dell’architettura Jean-Louis Cohen e l’architetto Nanne de Ru sono diventati membri del Berlage Institute Research Board presso il Berlage Institute di Rotterdam. A loro si aggiungerà un terzo nuovo membro il cui nome dovrebbe essere annunciato entro l’anno.

Si legge a conclusione del comunicato ufficiale apparso sul sito del Berlage: “As members of the Research Board, Cohen and de Ru will be closely involved in redefining the Institute’s future”. Dunque l’istituto olandese, tra i più apprezzati a livello europeo, si sta impegnando per rinnovare il proprio assetto organizzativo, puntando sul settore della ricerca non tanto con il coinvolgimento di star internazionali per attrarre l’attenzione, ma con professionisti in grado di ridisegnare un progetto a lungo termine – si parla non a caso di “futuro”, parola ormai scomparsa dal dibattito architettonico italiano.

Non solo. Continuando a leggere il comunicato si evince che Cohen “will also take the Berlage Chair at Faculty of Architecture at the Delft University of Technology for a three-year period. The Berlage Chair was established in 2000 as a part of the collaboration between the Delft University of Technology and the Berlage Institute. Professor Cohen will contribute to strengthening this collaboration as well as to the renewal of the Berlage’s programs”. Insomma, oltre a una vera e propria iniezione di rinnovamento dei programmi, il Berlage Insitute scommette sul potenziamento delle connessioni tra istituzioni.


Tale notizia, della quale ci rallegriamo sinceramente, dovrebbe servire da stimolo per pianificare il futuro delle nostre scuole di architettura italiane. Al contempo ci induce a formulare amare considerazioni sulla condizione universitaria nazionale, la cui ricerca e didattica risulta sempre più spesso ripetitiva e limitata ai confini delle nostre scrivanie e aule.


Tra il 2011 e il 2012, su indicazioni ministeriali, scompariranno le facoltà di architettura italiane (e con esse i presidi, i consigli di facoltà), soppiantate dalle “scuole di architettura”. Tale passaggio dovrebbe allinearci, idealmente, con il sistema universitario internazionale. Si pensi dunque alla Yale School of Architecture, Harvard Graduate School of Design, Delft School of Design ma anche ad altre istituzioni quali l’Architectural Association, lo Strelka institute for Media, Architecture and Design o al Berlage Insititute, appunto, riconducibili per dimensioni e organizzazione a “scuole” piuttosto che “facoltà”. Questi sono i centri culturali dove oggi vengono condotte le ricerche più sperimentali per la nostra disciplina. In ambito italiano, il cambio nominale da “facoltà” a “scuola”, e le dirette implicazioni gestionali, potrebbero dunque essere intesi come reale occasione di rinnovamento strutturale delle istituzioni sull’esempio del Berlage Instiute.


Ma l’Italia, si sa, non è l’Olanda. A ben guardare c’è una grande agitazione nel cambiare la titolazione dei corsi di laurea, dei laboratori, dei dipartimenti, ma a una verifica più approfondita l’offerta formativa rimane pressoché inalterata e non vi sono strategie efficaci in grado di evolvere il sistema. I professori ordinari rimangono saldamente posizionati nelle stanze dei bottoni,  attorniati da una folta schiera di contrattisti ridotti a tirare a lucido le console: sostanzialmente si procede per continui “rimpasti” e mai per mezzo di nuove figure in grado di innescare nuovi processi culturali. Conseguentemente i programmi variano nella costruzione sintattica ma rimango inalterati nei contenuti da ormai 40 anni, con idee che erano rivoluzionarie nel ‘68 ma che oggi fanno parte della storia, se non messe nella giusta prospettiva. Inoltre risulta allarmante la crescente impotenza di dialogo tra istituzioni.


In un estenuante quanto confusionario gioco di scatole cinesi, si insiste sui contenitori, e non sui ben più importanti contenuti. In sostanza si assite a una drammatica assenza di qualunque idea di progettazione del “futuro”.


Alcuni giornali registrano con assiduità lo stato crepuscolare del sistema universitario italiano, con testimonianze sconcertanti sulla fuga dei cervelli o sulle occasioni di ricerca perdute. Proteste, articoli caustici si susseguono giornalmente, eppure la denuncia non suscita interesse, in un Paese dove la telenovela politica ambientata a Palazzo Grazioli e a Montecitorio attrae – e svaga – di più…


“Bisogna che tutto cambi, perché nulla cambi”… Ecco la rivoluzionaria idea di “futuro” portata avanti oggi nelle “nuove” scuole di architettura in Italia…






 

Gizmo

Io se fossi Dio, non avrei proprio più pazienza, inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio universale. (Giorgio Gaber)

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