Storia dell’architettura italiana

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Introduzione

Io se fossi Dio,
non avrei proprio piú pazienza,
inventerei di nuovo una morale
e farei suonare le trombe
per il Giudizio universale.
[…]
Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli,
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli…

Giorgio Gaber, Io se fossi Dio (1980).

La cultura architettonica italiana dagli anni ottanta a oggi – in misura forse maggiore rispetto a qualsiasi altra disciplina – ha attinto in maniera instancabile all’opera di Italo Calvino: in modo particolare alle Città invisibili e alle Lezioni americane. E se nel caso del primo la quantità dei rimandi, benché spesso pretestuosi, poteva lasciarsi spiegare sulla base di ragioni meramente “tematiche”, nel caso del secondo presupponeva invece l’esistenza di una corrispondenza, di un “piano analogico” tra letteratura e architettura: un’analogia certo non impossibile o impensabile, e tuttavia ben lungi dall’essere verificata.

Vero è che i valori per il “prossimo millennio” indicati da Calvino nel 1985 erano piú degli obiettivi futuri che non delle mete raggiunte. Ma nelle trasparenti pagine scritte in previsione del ciclo di conferenze da tenere alla Harvard University, tali obiettivi erano mostrati come già “centrati”, quantomeno attraverso una dovizia di citazioni da autori classici ma anche moderni e (sia pure in misura minore) contemporanei. Va presa in ogni caso come un’indicazione degna di nota che “leggerezza”, “rapidità”, “esattezza”, “visibilità” e “molteplicità” siano stati piú o meno implicitamente assunti come obiettivi condivisibili per il “prossimo millennio” anche dalla cultura architettonica contemporanea italiana. Oggi, a quasi trent’anni da quelle pagine, è opportuno chiedersi quali tra gli obiettivi propugnati da Calvino possano dirsi ormai conseguiti dall’architettura italiana. Retrospettivamente, risulta assai arduo affermare che “leggerezza”, “rapidità”, “esattezza”, “visibilità” e “molteplicità” siano stati i valori-guida a cui protagonisti e comprimari della scena architettonica degli anni passati abbiano cercato di ispirarsi e a cui le loro opere si siano effettivamente attenute. Se la leggerezza è quella degli impacciati e sempre piú proliferanti “oggetti volanti non identificati”, che con sempre maggiore frequenza incrociano i cieli offuscati delle nostre città; se la rapidità è quella con cui procedono le tanto sbandierate trasformazioni e “riqualificazioni” urbane e le infinite e dispendiosissime opere infrastrutturali; se l’esattezza è quella praticata nei cantieri, sempre piú poveri sotto un profilo inventivo, e sempre piú lontani dalla qualità che aveva reso illustre l’edilizia del nostro Paese negli anni cinquanta e sessanta: se queste sono le “virtú” dell’architettura italiana dell’ultimo quarto di secolo, allora l’architettura italiana dell’ultimo quarto di secolo è complessivamente assai poco virtuosa. Certamente ci sono le eccezioni: opere leggere, rapide, esatte, in grado di offrire di essa un’immagine piú positiva e confortante. Ma costituiscono appunto eccezioni, in un panorama dominato nell’insieme dalle regole opposte.

Il bilancio relativo a “visibilità” e “molteplicità” si può invece considerare sotto certi aspetti meno fallimentare, anche se la visibilità praticata more architectonico negli scorsi decenni in Italia è stata assai piú quella a caccia di esposizione mediatica che non quella in grado di «mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, […] di pensare per immagini», come scrive Calvino; mentre sul piano della molteplicità la nostra architettura si è dimostrata alquanto limitata, spesso incapace di liberarsi della duplice impasse dell’eccesso di coerenza e dell’eclettismo sfrenato, per riuscire ad approdare a quell’effettiva poliedricità, o “enciclopedismo” (ovvero visione a tutto tondo, totale), che in termini architettonici potrebbe tradursi in una capacità di essere compiutamente multi-purpose. Anche qui naturalmente esistono le eccezioni. Ma mai abbastanza “eccezionali” da costituire elementi su cui edificare qualcosa.

Ciò non significa che il quadro dell’architettura italiana degli ultimi trent’anni sia tutto in negativo: soltanto che le chiavi letterarie non aprono correttamente le porte del regno architettonico del nostro Paese. Tentando con chiavi diverse, forse, si potrebbero ottenere risultati migliori.

Contro l’architettura. Contro la fine dell’architettura. Senza architettura. L’anticittà. Il tracollo dell’urbanistica. Sono soltanto alcuni dei titoli dei libri riguardanti l’architettura e la città usciti negli ultimi anni in Italia. Il fatto che autori ne siano storici, critici e architetti di nome non attenua – e anzi, per certi versi acuisce – il valore del dato che, pur nella diversità delle posizioni sostenute, li accomuna: l’essere tutti improntati a una lettura pessimistica – e in qualche caso addirittura catastrofista – della situazione attuale. E a ben guardare, la negatività del giudizio non si limita soltanto al momento presente ma si estende anche al periodo di “incubazione” di questo, un periodo che abbraccia gli ultimi tre decenni passati.

Disquisendo dello stato della critica letteraria italiana di fine millennio, lo scrittore Tiziano Scarpa si domanda perché i critici “godano” cosí poco delle loro letture: «Si portano a letto i libri sbagliati?». Oppure sono tutti sbagliati i libri, per loro? Allo stesso modo, non è infrequente imbattersi in architetti italiani, anche di un certo rilievo, che ritengono tutta la produzione degli ultimi decenni dei loro colleghi (non soltanto italiani) indegna di qualsiasi considerazione: una posizione di rifiuto e di volontario isolamento che sarebbe viceversa impensabile da parte di uno scrittore, di un regista o di un musicista. Per quale ragione negli ultimi trent’anni la cultura architettonica e urbana del nostro Paese, per una parte significativa di coloro che a vario titolo quotidianamente se ne occupano, ha prodotto cosí poco di buono, e risulta perciò meritevole soltanto di critiche negative, o al piú di un risentito silenzio? La condizione in cui versa l’Italia sotto questo profilo è davvero tanto tragica? E se sí – si potrebbe domandare qualcuno – oggi che senso ha una storia dell’architettura italiana?

I libri che piú di recente hanno provato a misurarsi con il tema, a parte qualche ambizioso tentativo di ripercorrere stancamente sentieri storiografici logori, evitano d’impegnarsi in una costruzione storica di piú ampio respiro, oppure si tengono prudentemente alla larga da un simile approccio, prediligendo piuttosto catalogazioni o mappature su base geografica o generazionale. Ciò che è mancato negli ultimi anni – e di cui “soffrono” pure i titoli piú sopra citati – è proprio un inquadramento storico della vicenda dell’architettura italiana: non certo con la pretesa di ribaltare il giudizio a suo riguardo, né con la speranza di individuare “eroi” e “capolavori” al suo interno, i quali rimangono perlopiú sconosciuti a questa fase dell’architettura della Penisola; piuttosto per rendere ragione di una crisi che ha origini piú lontane e piú strutturali di quanto le difficoltà odierne della disciplina potrebbero dare a intendere.

Il tentativo, in tal senso, è stato quello di far emergere le criticità intrinseche all’arco di tempo preso in considerazione attraverso “temi” e “problemi”, anziché fornire un affresco che abbia la presunzione di essere esaustivo. Accantonata la possibilità di nominare tutto e tutti – e lasciato ad altri il compito di compilare utili manuali -, quanto si è cercato di mettere in luce sono alcuni passaggi che ci sono sembrati significativi – e in certi casi addirittura decisivi – per una comprensione della vicenda architettonica italiana dalla metà degli anni ottanta a oggi: un periodo di difficile decifrazione, a dir poco, della storia della nostra Repubblica.

Per raggiungere tale scopo, oltre a prendere in esame le questioni relative all’architettura nei limiti e nei termini suoi propri, abbiamo ritenuto necessario anche tratteggiare alcune sintetiche panoramiche storiche che – decennio per decennio – offrissero un sia pur succinto quadro dei mutamenti sociali, politici, economici e culturali in atto nel corso del periodo indicato: piú che le condizioni al contorno, i fondanti presupposti dello sviluppo della disciplina architettonica.

Un tema su tutti, che taglia trasversalmente la nostra ricerca (disvelandone la duplice natura investigativa), è quello dell’identità dell’architettura italiana. Al di là della sua complessità, ciò che ci premeva fornire era una (possibile) interpretazione di un problema ripropostosi in maniera insistente proprio a partire dagli anni ottanta, allorché l’agenda dell’architettura del nostro Paese si è trovata a modificare i propri obiettivi rispetto ai due “gloriosi” decenni precedenti.

Poche parole, infine, sulle soglie cronologiche adottate. Per quanto riguarda l’inizio, siamo partiti da dove Manfredo Tafuri interrompeva le sue analisi storiche in materia, ovvero dal 1985, evitando cosí inutili sovrapposizioni e insostenibili confronti. La prospettiva su cui si chiudeva il libro di Tafuri era quella della crisi: una crisi quantomeno presagita, se non ancora manifestatasi apertamente. Oggi prendere le mosse dalla metà degli anni ottanta per raccontare le vicende architettoniche nostrane significa assumere la crisi come punto di partenza. In un periodo certamente difficile della storia nazionale, l’architettura italiana negli ultimi trent’anni si è trovata ad affrontare situazioni spesso problematiche, legate alle trasformazioni urbane originate dal recupero delle aree industriali ormai andate in dismissione, al rinnovo delle opere infrastrutturali (stadi, stazioni, porti) e alla gestione dei “grandi eventi” in perenne emergenza. E inoltre, ha dovuto trovare una via d’uscita da Tangentopoli, ovvero da quel diffuso sistema di malaffare, dei “benefici effetti” del quale ha dapprima goduto e da cui poi ha cercato di purificarsi facendo ricorso al sistema dei concorsi. Il termine ad quem del 2015, lungi dall’essere un irragionevole tentativo di “predire” storicamente ueil futuro, sta invece a indicare la data ormai prossima dell’Expo di Milano come l’orizzonte cui deve necessariamente riferirsi il momento presente. Piú che un tempo a-venire, un’attualità minacciosamente incalzante, e proprio per questo difficilmente eludibile.

Marco Biraghi, Silvia Micheli


11 novembre 2013