Quarantacinque domande a Paulo Mendes da Rocha

di Stefano Passamonti | Il volume edito da CLEAN, “Quarantacinque domande a Paulo Mendes da Rocha”, è l’ultimo numero di una più lunga e ricca collezione di edizioni tascabili, con interviste ad alcuni “patriarchi” dell’architettura moderna e contemporanea.

di Stefano Passamonti

Il volume edito da CLEAN, Quarantacinque domande a Paulo Mendes da Rocha, è l’ultimo numero di una più lunga e ricca collezione di edizioni tascabili, con interviste ad alcuni “patriarchi” dell’architettura moderna e contemporanea.

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Il testo è a cura di Carlo Gandolfi, architetto fondatore dello studio Bunker.

Nato a Londra, studia sia al Politecnico di Milano, nel quale consegue la laurea, che alla FAUP di Porto, dove si avvicina alla lingua e alla cultura di matrice portoghese.

Già durante gli studi, si appassiona all’opera d Paulo Mendes da Rocha che diventa il tema della sua Tesi di Dottorato allo IUAV di Venezia, La sostenibile leggerezza dello spazio. Città e architettura in Paulo Archias Mendes da Rocha”.

La pratica professionale, costantemente abbinata all’impegno accademico, gli consentono di strutturare e supportare il progetto di architettura attraverso una solida ricerca teorica. Ne da prova  nel progetto denominato “Mare Culturale Urbano”, nel quale riattiva una vasta area periferica di Milano, attraverso la trasformazione di una Cascina in un centro di produzione artistico-culturale.

Già curatore di numerosi saggi e testi, con questo piccolo e maneggevole libro, sintetizza in modalità divulgativa, il lungo percorso di ricerca condotto attorno alla figura di Mendes da Rocha. Un’analisi sottile e accurata, che scava dal di dentro tanto le opere quanto la posizione etica del brasiliano, basata su un’ideologia forte e radicale. Una postura rara nel panorama post-ideologico e formalista nel quale ristagna la nostra disciplina, costellato di costruzioni generiche, dalla sterile portata culturale e spesso solo “di facciata”. In questo scenario confuso, la modernità e la validità del lavoro di Mendes da Rocha, che Gandolfi riesce a comunicare con questo volume, non sono uno stile ma il risultato di un continuo domandarsi quale sia la risposta che l’architettura, come campo di conoscenza e modifica della realtà, deve realizzare.

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È evidente che l’approccio di Gandolfi nel raggruppare una lunga serie di incontri, condotti a più riprese durante un prolungato soggiorno brasiliano, sia quello di chi l’architettura la pratica, preoccupandosi sia dell’esito costruttivo, quanto della consistenza culturale del progetto, all’interno della cultura e del tempo a cui appartengono.

Più che una mera intervista, quello fra Gandolfi e Paulo Mendes da Rocha è un vero e proprio simposio da cui il lettore non riesce a staccarsi, tanto incalzante e appassionante è il susseguirsi di botte e risposte in un vero “dialogo progettuale”. Un dialogo, a dirla tutta, che diventa un lungo viaggio alla scoperta della grande sapienza di un personaggio immenso che prima che architetto è, anzi tutto, un grande uomo. In questo senso, il prezioso pamphlet confezionato da Gandolfi è una scrematura accuratissima delle parole di chi ad una domanda risponde ponendo sul piatto mille altre questioni. Proprio in questa dicotomia risiede la vera anima del progettista brasiliano: più che cercare risposte è colui che tenta costantemente di porsi problematiche che ne generano altre. Dall’altro lato, di colui che è sempre capace di stupire per l’appropriatezza dei propri progetti.

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Il testo non ha nulla a che fare con le numerose interviste “convenzionali” che Paulo ha rilasciato nel corso degli anni e che si trovano qua e la nel web o in riviste. Al contrario, in questo caso siamo di fronte ad un vero e proprio “strumento” scientifico che raggruppa organicamente il pensiero molto articolato di una personalità ricca e complessa da decifrare. Inoltre, è una delle poche, se non l’unica, intervista rilasciata da Paulo, tradotta in lingua italiana e pronta all’uso. Una ricostruzione che denota grande accuratezza nella conduzione della conversazione e ricchezza di contenuti teorici dal risvolto pratico.

Il dialogo ha inizio quasi naturalmente con l’infanzia di Paulo Mendes da Rocha, ambientato nel contesto nel quale il pritzker prize ha mosso i primi passi affiancato dalla figura del padre.

Gandolfi sottolinea come ci siano delle tematiche che sempre ricorrono nelle parole e nell’opera di Paulo che, non a caso, corrispondono perfettamente. Una coerenza assoluta tra il dire e il fare. Fra queste vi sono sicuramente le tre componenti culturali che ogni progetto di Mendes da Rocha è capace di sintetizzare magistralmente, ovvero, arte scienza e tecnica. Mendes non da una definizione esatta di architettura ma la descrive come il bilanciamento fra questi tre ambiti, in un equilibrio essenziale fra intenzione ed intuizione che altro non sono che esiti dell’esperienza. Per Mendes sono fondamentali i momenti trascorsi durante l’infanzia a Vitoria, sua città natale che ama ricordare come città di mare, continuamente attiva grazie al suo porto: un gigantesco laboratorio in costante cambiamento e costruzione, una manifestazione reale della tecnica, dell’ingegno e dell’arte. Non meno importante è il rapporto col padre ingegnere e la sua esperienza come docente di “navigazione, porti, fiumi e canali”, col quale comincia a capire che architettura e ingegneria si fondano in una unica forma di conoscenza.

Sono veramente tante e trasversali le questioni dalle quali i due interlocutori prendono il largo per uno scambio avvincente. Si va dagli elementi essenziali della disciplina, come lo spazio, il tempo, la luce, la tecnica, sino al progetto urbano di grande scala, passando per alcuni progetti chiave per comprendere il percorso di Mendes da Rocha. Un tema su tutti è la città, la più importante opera d’arte dell’uomo sul pianeta che concentra in se lo sforzo collettivo di sopravvivere alla natura o per citare Paulo, “evitare il disastro”. E questo vale sia per le città americane che europee.; le prime, condizionate da una monumentale geografia, da una crescita repentina e sregolata a partire dal travisamento dei postulati moderni; le seconde, impregnate di storia, strette fra la tutela della memoria e la conservazione dei monumenti ma anche al rinnovamento del proprio habitat.
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Come detto all’inizio, Gandolfi acquisisce il suo dottorato a Venezia, città molto cara a Paulo Mendes, che non a caso, considera la città per eccellenza: l’esito più straordinario dell’ingegno e della tecnica con le quali l’uomo modifica la natura ostile pur di renderla abitabile.  Un’isola artificiale, costruita per il commercio. Venezia come San Paolo, città dell’uomo.

Dal tema della città si passa alle intuizioni di Le Corbusier prima e di Artigas poi. Nel primo caso Paulo sembra apprezzare la postura del progetto unitario di città, successivamente interpretato a Brasilia da Costa e Niemeyer, ma ne delinea anche i limiti. Ma sopratutto c’è la lezione di Artigas, sintetizzabile nel suo  slogan La città è una casa e la casa è una città. Affermazione che racchiude in se il fertile sodalizio fra i due, nato sotto la grande ombra del cassettonato della Facoltà di architettura e Urbanistica di San Paolo (FAUUSP), dove insegnano e che – con l’implicita dimensione ideologica che racchiude – contraddistingue la carriera di entrambi nei momenti più duri della dittatura. Ed è proprio la copertura della FAU il grande modello archetipico, la costruzione “primordiale” che protegge gli uomini sotto lo stesso spazio comune. Un modello che diventa anche l’apparato fondamentale di molta architettura realizzata da Paulo e dalla cosiddetta scuola paulista (dal MUBE, al MASP di Lina Bo, alle numerose ville sparse per la metropoli). La copertura che Paulo propone nel padiglione del Brasile all’Expo Osaka. Opera prima che Gandolfi dimostra di aver studiato bene, nelle sue componenti archetipiche messe in relazione alla geografia del terreno su cui appoggia.

È incredibile notare come Mendes da Rocha sia capace di riconnettere sempre il particolare problema di un’opera o, come in questo caso ad un assunto di confronto, a questioni più universali. Le sue opere e le sue parole di fatto sono proprio questo, risoluzione di problematiche specifiche ma anche riflessioni generali sull’abitare. Atti locali e universali in azioni e manufatti senza tempo. Opere che come le piramidi Egizie, dimostrano assoluto controllo del processo costruttivo , dominio della forma e consapevolezza delle leggi fisiche e meccaniche che regolano il mondo reale.

Come lui stesso ama ricordare, è impossibile immaginare trasformazioni formali senza sapere come poterle realizzare.

E se il progetto quindi è un’idea che risiede nella nostra mente, l’architettura è la sua costruzione che implica un atto di sintesi. E la costruzione, a prescindere dall’oggetto, è pur sempre di definizione di spazio. Spazio dell’abitare.

Il libro dà atto a Gandolfi di aver decifrato bene la traiettoria culturale e l’opera del progettista di San Paolo, di cui ha chiara la portata che la collocano fra le esperienze più importanti dell’architettura contemporanea. Di alcuni progetti, Gandolfi riproduce dei modelli fisici e di altri costruisce plastici mai realizzati di opere mai costruite, come quello della “Piscina sopraelevata per un luogo qualunque”. Tutto questo serve per capire la natura dicotomica di un’opera radicale e sofisticata, perennemente in bilico fra delicatezza e brutalità espressiva. Leggerezza titanica di costruzioni che si aprono all’ambito pubblico, collocando la rigorosa geometria della forma al di sopra dell’ordine complesso delle realtà urbane , riconciliando domestico e politico, sintetizzando muscolarità strutturale con minuziosità del dettaglio, in un perfetto equilibrio fra tecnica e poetica.

La logica costruttiva è inseparabile dalla forma e la tecnica è l’unico strumento per immaginare l’architettura. La città dell’uomo è lo spazio, lo spazio cosmico direbbe Paulo, lo spazio che non ha limite e che per natura intrinseca è pubblico.

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Rispetto agli altri numeri della collana Saper credere in Architettura, questo su Mendes da Rocha, pur rimanendo coerente con la veste grafica di sempre, si impreziosisce di un repertorio iconografico più ricco del solito, che accompagna passo passo il lettore nella lettura. Un contenuto visuale che rende il volumetto – già molto piacevole per la maneggevolezza con cui lo si colloca nel taschino della giacca – ancora più attraente e comprensibile, pur veicolando questioni estremamente complesse. Novantacinque paginette al costo di pochi euro per un oggetto la cui qualità di certo non va valutata per il tipo di carta. Un intenso cammino filosofico più che di una intervista che non può mancare all’interno di una libreria di architettura degna di questo nome.

Come Mendes da Rocha è un uomo minuto che ha costruito opere colossali, il piccolo libro è in realtà una grande opera, imprescindibile per coloro che volessero avvicinarsi al pensiero e all’opera di Mendes da Rocha; patrimonio prezioso da cui attingere oggi, in un mondo in cui ai progressi tecnologici non sempre corrispondono quelli etici, nel quale aumentano mezzi e risorse ma cala drasticamente la qualità di ogni cosa. Il paradosso di Babele.

 

Milano, 18 giugno 2018