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“Vogliamo osservare gli elementi fondamentali dell’architettura

impiegati da ogni architetto, ovunque e in qualsiasi momento,

e capire se siamo in grado di scoprire qualcosa di nuovo sull’architettura”.

Rem Koolhaas

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www.labiennale.org

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In un momento particolarmente critico e problematico della storia italiana; in un momento in cui il nostro Paese attraversa grandi difficoltà economiche e sociali; in un momento di crescente sconforto delle giovani generazioni, che non riescono più a scorgere un futuro in Italia e sono costrette a riparare all’estero per vedere riconosciuti i propri talenti e le proprie aspirazioni, la scelta del figlio di Bruno Zevi come curatore del Padiglione Italiano alla prossima Biennale di Venezia costituisce un piccolo ma inequivocabile segnale.


Il segnale è il seguente: oggi, in Italia, se si vuole ottenere qualcosa come – ad esempio – l’affidamento della cura del Padiglione Italiano alla prossima Biennale di Venezia, o si è Bruno Zevi, o si è il figlio di Bruno Zevi. E dal momento che di Bruno Zevi non ce ne sono più in circolazione, non vi è nulla d’altro e di meglio che essere il figlio di Bruno Zevi.


Si potrebbe variamente analizzare la conduzione della selezione del curatore del Padiglione Italiano alla Biennale di Venezia di quest’anno da parte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali: dalla decisione di organizzare una sorta di concorso a inviti tra una decina di più o meno significativi architetti e critici, alla dilazione di tale scelta fino ai primi giorni di maggio (ovvero a poco più di tre mesi dall’inaugurazione della Biennale). Al di là di tutti i dubbi e le perplessità che questa conduzione poteva già di per sé suscitare, resta comunque la scelta del figlio di Bruno Zevi a sollevare i maggiori dubbi e perplessità.


Non si vuole qui mettere in discussione il curriculum del figlio di Bruno Zevi. E ancor meno la sua proposta per il Padiglione Italiano, che per il momento rimane ancora ignota. Tuttavia - certamente e innegabilmente - il maggior merito del figlio di Bruno Zevi è e rimane quello di essere, per l’appunto, il figlio di Bruno Zevi.


In queste ore si moltiplicano gli auguri di buon lavoro al figlio di Bruno Zevi e gli auspici che il suo Padiglione Italiano rappresenti degnamente l’Italia. Personalmente non mi unisco a questo coro, dal momento che non dubito che il Padiglione Italiano curato dal figlio di Bruno Zevi rappresenterà degnamente l’Italia. E a me questa Italia, in cui non vi è nulla d’altro e di meglio che essere il figlio di Bruno Zevi, non piace.


A ben pensarci, però, ci sarebbe una maniera - un’unica maniera - per il figlio di Bruno Zevi per riscattare le sorti del Padiglione Italiano, e con ciò - sia pure attraverso un piccolo ma inequivocabile segnale - le sorti dell’Italia intera, in un momento tanto difficile, almeno agli occhi di schiere di giovani talentuosi e frustrati dal modo in cui vanno le cose nel nostro Paese: dimostrare di non essere il figlio di Bruno Zevi.


4 maggio 2012




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“Voglio che questa Biennale renda omaggio a una cultura architettonica vitale e interconnessa che si interroghi sui territori condivisi, intellettuali e fisici. Nella selezione dei partecipanti la mia Biennale favorirà la collaborazione e il dialogo, che considero il cuore dell’architettura, e il titolo fungerà anche da metafora del terreno di attività dell’architettura.

Mi interessano gli elementi che accomunano gli architetti, dalle condizioni della pratica architettonica alle influenze, collaborazioni, storie e affinità che inquadrano e contestualizzano il nostro lavoro. Vorrei cogliere l’occasione di questa Biennale per potenziare la comprensione della cultura architettonica e per valorizzare le continuità filosofiche e pratiche che la definiscono.

Il titolo ‘Common Ground’ allude esplicitamente anche al terreno fra edifici, agli spazi della città. Vorrei che i progetti esposti alla Biennale indagassero in profondità il significato degli spazi creati dagli edifici: gli ambiti politici, sociali e pubblici di cui l’architettura fa parte. Non voglio smarrire il tema dell’architettura in un pantano di speculazioni sociologiche, psicologiche o artistiche, ma piuttosto cercare di ampliare la comprensione del contributo specifico che l’architettura può dare nella definizione del terreno comune della città.

Il tema è un atto deliberato di resistenza all’immagine dell’architettura diffusa oggi dalla maggior parte dei media fatta di singoli progetti che scaturiscono dalle menti di talenti individuali già pienamente compiuti. Vorrei promuovere il fatto che l’architettura è fortemente legata, intellettualmente e praticamente, alla condivisione di problemi, influenze e intenti.

Il mio metodo di selezione degli architetti rafforzerà il tema di base ponendo la collaborazione e il dialogo come elementi fondamentali di questa Biennale. Inviteremo i partecipanti a proporre opere o installazioni, ma chiederemo loro anche di proporre altri nomi con i quali desiderino collaborare. In questo modo, la scelta curatoriale iniziale verrà integrata da un ulteriore serie di relazioni generate dagli architetti selezionati.

Mi auguro che tali dialoghi  attraversino i confini generazionali, stilistici, geografici e disciplinari. Potrebbero anche far emergere il ruolo  essenziale di altri settori della cultura architettonica: i media, le istituzioni di ricerca, le scuole, le case editrici, le gallerie, le fondazioni e cosi via. I risultati, spero, si avvarranno di tutti i mezzi disponibili per raccontare storie riguardanti i terreni comuni della professione e della città.

La mia intenzione è di evitare non solo una selezione esclusiva di progetti in base a pregiudizi o gusto, ma anche l’allestimento di una mostra acriticamente inclusiva. Desideriamo offrire ai partecipanti l’opportunità di illustrare il proprio lavoro all’interno del contesto più ampio della pratica architettonica, non soltanto come dimostrazione di talento individuale, ma anche per riunirci e definire le nostre ambizioni e responsabilità”.


David Chipperfield




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Despite eternal controversy to the organization of Biennale di Venezia and the numerous doubts expressed towards its real utility as an international event in the internet era, the Italian istitution shows to still be able to keep its cultural appealing.


A sign of its credibility is the proposal announced by the Australian Council to organize the redevelopment of the Australian pavilion at Biennale di Venezia, after it secured a significant donation to help fund the project.


The current pavilion, a pre-fabricated structure designed by Philip Cox in 1988, was intended to be a temporary space in order to organize exhibitions inside Venice’s Giardini. The building has been used for the Australian exhibitions since then. There have already been several campaigns in support of a new pavilion, including the Di Stasio Ideas Competition in 2008.


The Australian Council has recently proposed to organize a national competition by invitation for a new pavilion, an idea not welcomed by the Australian architects, who see it as a discriminatory criteria of selection. The degree of disappointment is so high, to have pushed an architect from Canberra to consider: “By invitation… what’s going on here? Where has the Australian spirit of egalitarianism and the fair go gone? Would Griffin, Utzon or Giurgola have gotten invitations to their competitions?”.


Meanwhile, the debate keep on going…


by Silvia Micheli


Brisbane, 9th September 2011




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AILATI

Riflessioni sull’’architettura italiana contemporanea di Luca Molinari

 


Introduzione di Angelo Torricelli 


Dibattito con Giulio Barazzetta, Marco Biraghi, Federico Bucci, Massimo Ferrari, Stefano Guidarini, Francesco Menegatti,  Tomaso Monestiroli, Orsina Simona Pierini, Sara Protasoni

 

23 novembre 2010

aula Carlo De Carli, ore 9.30

Facoltà di Architettura Civile

via Durando 10, Milano


 

Gizmo

Io se fossi Dio, non avrei proprio più pazienza, inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio universale. (Giorgio Gaber)

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