Massimo Scolari, Una generazione senza nomi, in «Casabella», n. 606, 1993
24 luglio 2012
Al giorno d’oggi l’architettura è diventata oggetto dell’interesse di molte persone. Non che negli ultimi tempi sia considerevolmente aumentato il numero degli appassionati o degli esperti. Piuttosto è cresciuta la nostra attenzione nei confronti dell’ambiente in cui viviamo. E con sempre maggiore frequenza il nostro habitat “naturale” è l’ambiente urbano, costituito essenzialmente di edifici.
Gli edifici che ci circondano nella maggior parte dei casi ci lasciano indifferenti; in qualche occasione riescono a entusiasmarci; in molte altre hanno la capacità di ferire la nostra sensibilità. Con una forza che solo l’architettura - in quanto “arte” sociale e spaziale - possiede, essa è in grado di comunicarci un senso di esaltazione e di pienezza, ma anche di disturbarci, se non addirittura di urtarci letteralmente, di rovinarci la vita. Se alla prima categoria di edifici appartengono rari ma preziosi splendori, la seconda è invece pullulante di insopportabili orrori.
Al di là di ciò ch’è immediatamente intuibile, gli uni sono quegli edifici che, alla bellezza formale, sanno unire l’appropriatezza, la pertinenza, la capacità di non assolvere semplicemente alle proprie funzioni ma anche di “arricchire” i luoghi in cui sorgono, e di conseguenza anche noi; gli altri si distinguono invece per l’invadenza dimensionale, la mancanza di grazia, la volgarità, la banalità, l’erroneità, la stupidità, in una sola parola per la profonda inutilità, che ai nostri occhi costituisce uno sfregio del buon senso e uno spreco di risorse.
Dopo la comune battaglia condotta contro il pessimo progetto sull’area ex Enel a Milano, gizmoweb.org e doppiozero.com propongono ora la rubrica “Le belle e le bestie”. Suo intento è quello di segnalare gli splendori e gli orrori presenti nelle nostre città e nei nostri paesi. Edifici meravigliosi ed edifici mostruosi; edifici amabili ed edifici detestabili; edifici provvidenziali ed edifici malefìci. Edifici che non si cesserebbe mai di guardare ed edifici che si vorrebbe soltanto veder scomparire.
Milano, 13 febbraio 2012
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Che ne è stato della cara vecchia “casa di ringhiera”? Si obietterà che il quesito è apparentemente insensato, e che corti e ballatoi ancora affollano tante città e cittadine italiane, ad esempio in Lombardia, ad esempio a Legnano. Anzi, da qualche decennio sono pure tornate di moda, e i cultori dell’abitare chic scalpitano per condividere il loro balconcino con i vicini.
Eppure, nello scrollarsi di dosso l’immagine troppo cheap di contenitore per operai, la “casa di ringhiera” sembra aver perso qualcosa del carattere originale, di quella frugalità sobria da classe popolare. Come i troppi lifting sul volto delle attrici, che dissimulano le rughe ma deformano l’espressione, i tanti rimaneggiamenti hanno forgiato un personaggio urbano nuovo e inaspettato.
In bilico tra post-moderno in declino e neorealismo incalzante, l’architettura restaurata di Legnano (e non solo) parla oggi un linguaggio nazionalpopolare che si nutre di miti e riti, fobie e follie della cultura contemporanea.
Breve viaggio nella trans-estetica dell’auto-restauro, sulle orme di un personaggio d’eccezione: un babbo natale gonfiabile (di quelli che si appendono ai davanzali), per aiutarlo a scoprire cosa si nasconde dietro la finestra dei suoi sogni.
[continua...]
Milano, 5 ottobre 2011
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La presenza di quei “Babbi Natale” di plastica che con aria affaticata ma felice si arrampicano nel tentativo di entrare dalle finestre nelle nostre abitazioni è “tautologicamente” kitsch.
E’ sicuramente kitsch pure il crocefisso di conchiglie che se ne sta sul comò finto- liberty della nonna, la piccola Tour Eiffel che s’illumina di diversi colori e canta la Marsigliese, i sette nanetti da giardino (a volte accompagnati dalla loro Biancaneve, cerbiatti, putti, pozzetti o addirittura Kennedy) sparsi nel praticello all’inglese del nostro vicino di casa e il doppiaggio di quelle botte che si scambiano Bud Spencer e Terence Hill nelle loro avventure in America latina.
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Ma cos’è, esattamente, il “Kitsch”?
Solitamente il termine “Kitsch” (comparso per la prima volta nella Monaco degli anni ‘60) è utilizzato per la descrizione di oggetti di cattivo gusto.
Il Kitsch. Antologia del cattivo gusto, è il nome che Gillo Dorfles, forse uno dei personaggi che più si è occupato di tale questione, ha dato al suo celebre libro a riguardo.
Cattivo gusto che non è da intendere in questo caso come valutazione basata sulle categorie di bello e di brutto ma che si ricollega innanzitutto alla mancanza di “autenticità”.
La riflessione di Dorfles, infatti, sottolinea come una delle principali caratteristiche di questa tendenza sia la volontà dichiarata di essere pura imitazione, di fare del vecchio con il nuovo: in questi termini il “kitsch” diventa quindi la “presenza di una mancanza”.
Particolarmente significativo all’interno dell’antologia dorflesiana è il contributo di Abraham Moles, secondo il quale «il Kitsch è l’arte della felicità, ed è quindi anti-arte perché la felicità è mancanza di tensione e di sforzo».
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Dorfles, in accordo con quanto affermato da Moles, prosegue nella definizione del “kitsch” in ambito artistico sottolineando che esso si configura come «un’arte con il segno contrario», poichè priva di quella forza di cui essa si dovrebbe fare portatrice, ossia la volontà di mettere in crisi e di creare nuovi vocaboli della realtà. Il fine dell’oggetto “kitsch”, invece, sembra essere soltanto quello di essere qualcosa di caro o carino, ma privo di qualsiasi messaggio innovativo.
Se l’arte (quantomeno l’arte contemporanea) non è volta soltanto alla ricerca di “bellezza”, ma piuttosto all’inseguimento di una verità o di un “nuovo”, il “kitsch” si limita semplicemente a copiarla, mancando del tutto dell’atto creativo. Risulta così chiuso in sé stesso, e totalmente avulso dallo sviluppo del discorso artistico in senso tradizionale. Ciò che si perde con l’imitazione, infatti, è la carica soggettiva e creativa dell’arte stessa, che viene sostituita con una scelta di vocaboli ingenua, illogica e frammentaria.
Kitsch Italy esplora i legami che intercorrono tra la categoria estetica del “Kitsch” e la casa di ringhiera restaurata.
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Storicamente, la casa di ringhiera trae le sue origini dalla cascina e ne trasferisce i caratteri fondamentali dalla campagna alla città. Nel XIX secolo e nei primi decenni del XX, risponde alle esigenze delle masse di contadini che s’inurbano per cercare lavoro come operai nelle fabbriche di città.
La casa di ringhiera si organizza attorno ad una o più corti, risolvendo la distribuzione dei singoli alloggi con un sistema a ballatoio. Il suo apparato decorativo è semplice e pragmatico, anche se si concede timide divagazioni nell’eclettismo: le cornici delle finestre e il trattamento della fascia basamentale sono gli oggetti di tale sforzo stilistico, che pur non inficia la generale sobrietà. Costruite in lunghe cortine compatte, impostate solitamente su una trama viaria indifferente basata sull’ortogonalità dei tracciati, le case di ringhiera determinano la nascita di grandi quartieri complessivamente omogenei dal punto di vista della tipologia edilizia e della scala degli edifici.
Kitsch Italy non ha alcuna pretesa di ricostruzione storico-filologica. Non s’interessa alla casa di ringhiera per come fu costruita un secolo fa (o più) ma alla casa di ringhiera com’è arrivata ad oggi e quindi, inevitabilmente, “restaurata”. Inoltre, Kitsch Italy non si occuperà dello shed della casa di ringhiera, ma si concentrerà sulla decorazione ad esso applicata, ricercandone le ragioni profonde.
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«Ringhiere che si arrotolano sui ballatoi, scale consunte dal saliscendi di generazioni ogni porta una stanza, spesso l’unica. Il vicino è così vicino, che vive con te (…) La ringhiera ci corre nell’anima».
[F. Musazzi da I Legnanesi]
Me car Legnan,
te sé ‘n amur,
pais nustran,
lauradur.
Ul nostar ciel
l’é pien da füm,
però par nüm
l’é sempar bèl !
[E. Parini, Me car Legnan, inno a Legnano]
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Legnano si trova nell’Alto Milanese, a venti chilometri dal capoluogo lombardo, e con i suoi 59.147 abitanti è la tredicesima città più popolosa della Lombardia.
Nei due secoli passati, Legnano ha vissuto intensamente le glorie della rivoluzione industriale padana e le difficoltà della riconversione al terziario. Il 2 ottobre 1830 apre i battenti il primo nucleo proto-industriale, una filatura, il cotonificio Cantoni. Nel 1855 la Cantoni è la sola impresa della Lombardia a prendere parte all’Esposizione Universale di Parigi. Legnano è inserita in un comprensorio industriale tra i maggiori d’Italia: il comune limitrofo di Busto è la “Manchester d’Italia” o la “città dalle cento ciminiere”. Tra Ottocento e primo Novecento si sviluppano grandi quartieri operai, costituiti prevalentemente da case di ringhiera di altezza variabile tra i due e i tre piani fuori terra, che ridefiniscono la forma urbis della città, nel momento in cui gran parte del centro storico viene distrutto per far posto alle fabbriche. Sopravvissuti ai rivolgimenti economici, questi quartieri sussistono tuttora nella loro impostazione generale.
Kitsch Italy, sceglie d’indagare Legnano in qualità di caso studio esemplare della realtà industriale e post-industriale padana. Questo nella convinzione che l’analisi della fisionomia attuale della casa di ringhiera, e del suo rapporto con la cultura kitsch, sia inscindibile dagli sviluppi di tale realtà.
[continua...]
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1 dicembre 2011
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