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di Gabriella Lo Ricco

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Con  la pubblicazione nel 1972 di Learning from Las Vegas di Robert Venturi, Denise Scott Brown e Steven Izenour, la facciata acquisisce all’interno del progetto d’architettura una inedita centralità.  Non più intesa come elemento finalizzato esclusivamente a proteggere dalle intemperie e a lasciare trasparire anche concettualmente l’interno degli edifici, essa diventa un elemento dotato di un proprio significato e quindi soggetta a una attenta progettazione. Tale significato è chiaramente connesso con il contesto produttivo, culturale e artistico da cui è generato e a cui esso è rivolto: nel caso di Las Vegas ciò che legittima quella pratica progettuale che dà forma al decorated shed e all’edificio duck sono i meccanismi dell’audience, le tecniche comunicative della Pop Art, i linguaggi massmediatici e quelle modalità di percezione della città che includono il movimento.

 

Dopo le esperienze compiute dalla cultura post-modern, è solo nella nostra contemporaneità che la facciata diventa oggetto di inedite e interessanti sperimentazioni risultato di più approfondite riflessioni su ciò che Learning from Las Vegas sottende. Una volta compresa la natura delle diverse forze a cui l’architettura va soggetta nel momento in cui viene considerata esclusivamente come un manufatto fisico, alcuni architetti tentano oggi infatti di conciliare tale visione con la necessità di pensare l’architettura anche come un prodotto culturale. Le risposte architettoniche assumono chiaramente svariati significati in relazione alle diverse dimensioni della contemporaneità con cui i loro autori scelgono di dialogare. 

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Renzo Piano, Christoph Kohlbecker, Edifici in Potsdamer Platz, Berlino, 1992-2000©arch. Sergio Catrini

Renzo Piano, Christoph Kohlbecker, Edifici in Potsdamer Platz, Berlino, 1992-2000©arch. Sergio Catrini

 

 

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Per Renzo Piano l’ideazione della facciata coincide con un’opera di carpenteria che, in quanto tale, deve essere perfezionata nel tempo grazie a una paziente sperimentazione volta a migliorarne il sistema costruttivo, l’ingegnerizzazione, l’estetica e le prestazioni funzionali ed energetiche. Il progetto dell’involucro degli edifici progettati in collaborazione con Christoph Kohlbecker a Berlino nell’ambito della ricostruzione della Potsdamer Platz (1992-2000) è, in questa prospettiva, molto significativo. Esso costituisce infatti l’evoluzione di una ricerca sulle possibili applicazioni del cotto come materiale di tamponamento di facciate ventilate. Una ricerca che Piano ha intrapreso nel 1985 a Genova in occasione della progettazione degli edifici per l’esposizione internazionale “Colombiadi”, che ha proseguito nel corso degli anni Ottanta a Parigi, in occasione del progetto di ampliamento dell’Istituto per la ricerca e il Coordinamento sull’Acustica e la Musica, e che è volta a studiare delle tecniche di montaggio a secco a partire da un materiale tradizionalmente  impiegato tramite operazioni  “umide”.

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Renzo Piano, Christoph Kohlbecker, Edifici in Potsdamer Platz, Berlino 1992-2000©arch. Sergio Catrini

Renzo Piano, Christoph Kohlbecker, Edifici in Potsdamer Platz, Berlino 1992-2000©arch. Sergio Catrini

 

 

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Tale sperimentazione permette a Piano di servirsi di un materiale che appartiene alla tradizione e allo stesso tempo di spostarne il significato: la diversità delle tecniche costruttive contemporanee permette di ottenere degli inediti risultati estetici e funzionali. A Berlino, l’invenzione di nuove tecniche di estrusione e di stampaggio ha permesso  infatti di realizzare degli elementi in terracotta caratterizzati da spessori minimi e da variazioni di forma di cui Piano si è servito per articolare gli strati funzionali degli involucri degli edifici. È tramite una variata scansione degli elementi in terracotta, a volte visibili nella loro forma a listelli o a tavelle, a volte posti dietro un ulteriore involucro in vetro per ottenere maggiori prestazioni energetiche della facciata, che Piano ottiene quella dimensione unitaria e insieme diversificata che caratterizza l’intervento in Potsdamer Platz.

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Hubertus Siegert, Berlin Babylon, 2001

Hubertus Siegert, Berlin Babylon, 2001

 

 

 

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Se alla luce dei precedenti progetti a Genova e a Parigi il contesto di inserimento dell’opera progettata non può motivare l’utilizzo del cotto nelle facciate, è innegabile che la soluzione inventata da Piano si addica perfettamente al contesto culturale, economico e produttivo in cui si è sviluppato il progetto per Potsdamer Platz, lavorando proprio su quella linea di confine su cui si attestano le diverse dimensioni che hanno caratterizzato questo intervento.

 

L’utilizzo di un materiale tradizionale come il cotto si addice alle esigenze del Senato tedesco volto a fornire una serie di indicazioni formali che si richiamano alla città pre-moderna; l’elevato grado di ingegnerizzazione del sistema inventato è consono alle esigenze dei gruppi industriali che, dopo le numerose polemiche che hanno interessato il progetto, hanno cercato di compensare la perdita d’immagine subìta attraverso quella innovativa programmazione logistica del cantiere che il regista Hubertus Siegert è riuscito a immortalare con Berlin Babylon (2001); il montaggio a secco degli elementi preassemblati della facciata ha permesso di ridurre le tempistiche di realizzazione dell’intervento: il promotore, la Daimler-Benz, imponeva di costruire un’area di 600.000 metri quadrati, l’equivalente come affermato da Piano «di una piccola città», nell’arco di cinque anni.

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H&dM, Fabbrica e magazzino Ricola, Mulhouse 1992-1993

H&dM, Fabbrica e magazzino Ricola, Mulhouse 1992-1993

 

 

 

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Per gli architetti Jacques Herzog e Pierre de Meuron «le superfici di un edificio dovrebbero essere sempre legate a ciò che accade al suo interno. Come poi si materializza questo legame è affare dell’architetto».

A differenza dei progetti di Piano, le facciate che caratterizzano le opere degli architetti svizzeri coincidono spesso con delle superfici che occultano gli elementi strutturali e che pervengono a una definizione estetica tramite dei procedimenti mutuati dall’ambito artistico. In effetti la collaborazione con gli artisti rappresenta per Herzog & de Meuron un importante momento conoscitivo: «possiamo imparare molto dagli artisti, perché essi sono abituati più degli architetti ad affrontare questioni di percezione del “mondo  reale”». 

 

L’edificio a Mulhouse che ospita la fabbrica e il magazzino della Ricola (1992-1993) è caratterizzato da una facciata composta da pannelli in policarbonato su cui, tramite un procedimento di stampa serigrafica, gli architetti riproducono l’immagine ripetuta di un’achillea di Karl Blossfeldt (1865-1932). La riproposizione di un’opera del fotografo tedesco non è casuale: le immagini delle piante di Blossfeldt non alludono al mondo botanico da cui sono tratte, ma alla metamorfosi della pianta in forma artistica, in ornamento. Soggetto a una rielaborazione artistica e ornamentale, il materiale che caratterizza i lucernari, le tettoie, le pensiline dei numerosi capannoni adiacenti quello della Ricola, ossia il policarbonato, subisce uno spostamento  di senso per costruire l’immagine rappresentativa dell’azienda.

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006-hdm-prototipo-del-pannello-in-poliuretano-della-facciata-del-magazzino-ricola-fonte-aa-vv-natural-history-cca-montreal-2005

H&dM, Prototipo del pannello in poliuretano della facciata del magazzino Ricola

 

 

 

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Il medesimo procedimento caratterizza il progetto della Biblioteca della Fachhochschule a Eberswalde (1994-1999), la cui facciata è composta dalla  successione in orizzontale di pannelli in cemento e in vetro su cui sono serigrafate delle immagini di Thomas Ruff. Tratte da un diario composto dall’artista sin dal 1981, le immagini impresse sulla superficie che cela la biblioteca di Eberswalde riproducono una visione del mondo che abbraccia la storia, la cultura, la politica e la scienza.

  

 

 

 

H&dM, Nuovo Museo de Young, San Francisco 2000-2005

H&dM, Nuovo Museo de Young, San Francisco 2000-2005

 

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Ma è nel progetto dell’involucro del Nuovo Museo de Young di San Francisco (2000-2005) che gli architetti svizzeri giungono a una soluzione progettuale in cui le relazioni tra contesto d’intervento, programma dell’edificio e relativo involucro risultano molto più complesse. La localizzazione del museo all’interno del Golden Gate Park e la tipologia delle opere d’arte che caratterizzano la collezione de Young, sono assunte dagli architetti svizzeri come i principali punti di partenza per la progettazione.

 

Non si tratta solo di trarre vantaggio dal posizionamento del museo all’interno di un luogo privilegiato - perché immerso nella natura e a ridosso del centro di San Francisco. Gli architetti piuttosto  individuano  delle risonanze tra il mondo naturale circostante e gli oggetti artistici della collezione de Young, costituiti in ampia misura da opere provenienti dall’Africa, dall’Oceania e dall’America: «gli oggetti esposti  appartengono alla natura. Noi abbiamo voluto mettere in primo piano, enfatizzare, questa caratteristica» ha affermato Jacques Herzog.

 

Il progetto architettonico mette in forma tale obiettivo. L’edificio è sostanzialmente costituito da delle gallerie espositive alte tre livelli che, caratterizzate da delle planimetrie dalla geometria variabile - dal parallelogramma al triangolo - si compenetrano  tra di loro in modo tale da dar luogo a degli spazi interstiziali da cui penetra la luce e dove si aprono giardini e terrazze. Fa da contrappunto all’orizzontalità dell’edificio una torre panoramica, alta circa 44 metri. Tale conformazione permette di intrecciare intimamente arte,  natura e città: le terrazze, i giardini dei cortili interni e le ampie vetrate del museo portano il paesaggio del Golden Gate Park all’interno dell’edificio, mentre a una scala più ampia la torre entra in dialogo con il vicino centro di San Francisco.

 

 

 

 

 

H&dM, Nuovo Museo de Young, San Francisco 2000-2005

H&dM, Nuovo Museo de Young, San Francisco 2000-2005

 

 

 

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In tale delicato equilibrio un ruolo fondamentale è svolto dalla “pelle” dell’edificio costituita da lastre di rame stampate e perforate in base ai disegni elaborati dallo studio Herzog & de Meuron tramite la rielaborazione digitale delle foto della vegetazione del Golden Gate Park. Tale operazione ha permesso agli architetti svizzeri di realizzare una superficie di rivestimento che sebbene caratterizzata da un unico materiale assume un aspetto complesso e vario entrando in tal modo in risonanza con il paesaggio naturale circostante: lo stampaggio concavo e convesso,  le diverse perforazioni e texture  delle lastre ricreano infatti, in modo astratto, i diversi effetti creati dal passaggio della luce attraverso le foglie degli alberi.

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Sequenza della rielaborazione digitale delle foto degli alberi del Golden Gate Park © H&dM

Sequenza della rielaborazione digitale delle foto degli alberi del Golden Gate Park © H&dM

 

 

Sequenza computerizzata della trasformazione delle immagini in pattern per la lavorazione delle lastre di rame ©H&dM

Sequenza computerizzata della trasformazione delle immagini in pattern per la lavorazione delle lastre di rame ©H&dM

 

 

 

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Tale attitudine dello studio Herzog & de Meuron cela una precisa aspirazione degli architetti svizzeri: affiancare alla “normalità” della forma esterna dell’edificio l’innovazione della sua superficie. Non a caso il nuovo museo de Young rifugge da grandi gesti espressivi e, in tal modo, non si presta  a un “consumo” visivo  dettato da una visione distratta. L’innovazione  di questa architettura è piuttosto rinvenibile attraverso una fruizione progressiva dell’edificio e - in consonanza con una società basata sulla comunicazione - si condensa in buona parte nel complesso e ambizioso involucro in rame che caratterizza il museo: «ci piacerebbe fare [...] un’architettura che sembri familiare, che non ti obblighi a guardarla, che risulti abbastanza normale; però allo stesso tempo che abbia anche un’altra dimensione, la dimensione del nuovo, di qualcosa d’inaspettato, che susciti dei quesiti e contenga anche qualcosa di inquietante».

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Jean Nouvel, Fondazione Cartier, Parigi 1991-1995

Jean Nouvel, Fondazione Cartier, Parigi 1991-1995

 

 

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Jean Nouvel affida agli involucri delle sue architetture il ruolo di stimolare negli utenti delle illusioni e delle sensazioni in relazione a una percezione dello spazio della città che include nozioni di spostamento, velocità e memoria legate a un percorso. Per Jean Nouvel il programma funzionale dell’edificio e le caratteristiche architettoniche del contesto in cui esso si inserisce, sono fattori secondari per la progettazione: mutuando dal cinema la nozione di sequenza, la progettazione di nuovi spazi architettonici deve tenere conto in primo luogo di quelle informazioni sensoriali e virtuali che l’utente potrà esperire nel momento in cui entrerà in relazione con esso, anche e soprattutto attraverso quella visione distratta della città che caratterizza la contemporaneità. 

 

La facciata della Fondazione Cartier a Parigi (1991-1995), nel suo estendersi oltre la dimensione dell’edificio retrostante e con i diversi gradi di trasparenza dei vetri che la compongono, è pensata per creare attraverso un gioco di riflessi un effetto di straniamento in chi la osserva: nel guardare una facciata riflettente la cui struttura eccede l’edificio non è possibile capire se l’immagine che si vede sulle strutture perimetrali sia reale (perché la struttura è priva di tamponamento) o un’illusione (perché il vetro riflette l’immagine).

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Jean Nouvel, Rendering di progetto Torre Agbar

 

 

Il tema dell’illusione e la volontà di Nouvel di innescare tramite la visione delle sue architetture degli spazi anche mentali, virtuali, sono i presupposti che sottendono anche la progettazione del rivestimento della Torre  Agbar (1999-2005) a Barcellona. «Questa non è una torre - afferma Jean Nouvel - o un grattacielo nel senso americano del termine: questa è un’emergenza unica al centro di una città piuttosto omogenea, una massa fluida [...], un geyser a pressione permanente e dosata». Per raggiungere tale obiettivo, il rivestimento della torre Agbar è composto dalla sovrapposizione di più “membrane”: alla struttura portante e perimetrale della torre sono addossate progressivamente una superficie in alluminio lucido dotata di diverse colorazioni, dal blu, al verde al grigio, e una struttura in alluminio che regge la superficie più esterna costituita da 59.619 lastre di vetro chiaro.

 

Sia che la si osservi da vicino, sia che la si intraveda dai numerosi e diversi punti di vista della città, la realtà “strutturale”, concreta, “reale”, della torre Agbar - ossia una parete portante in cemento armato dalla pianta circolare con sovrapposta una cupola in vetro - non è mai percepibile: la facciata della costruzione permette quello spostamento di «percezione del sensibile dal materiale all’immateriale» che per Nouvel  rappresenta l’unico spazio libero d’azione concesso all’architetto nella contemporaneità.

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Jean Nouvel, Torre Agbar, Barcellona 2004 ©arch. Sergio Catrini

Jean Nouvel, Torre Agbar, Barcellona 2004©arch. Sergio Catrini

 

 

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Milano, 19 ottobre 2011

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[Il presente testo è frutto di una ricerca parzialmente pubblicata, sotto forma di articoli, all'interno della rivista

«Elementi», Action Group editore, Milano]

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The Vertical Village

by MVRDV and The Why Factory

 

Chung Shan Creative Hub

Taipei

8th of October - 8th of January 2012

 

 

Si può immaginare un diverso modello di sviluppo per le città asiatiche?

 

Quali caratteristiche architettoniche riescono a rispondere alla necessità di mantenere dei bassi costi di produzione e di conciliare la densificazione con la qualità?

 

A queste domande tentano di rispondere MVRDV in collaborazione con The Why Factory con la mostra “The Vertical Village”.

 

L’installazione che apre la mostra ne declina perfettamente i contenuti:

un modello abitativo alto 6 metri che, composto da unità abitative diverse nella forma e nelle caratteristiche distributive, si basa sulla flessibilità e sulla differenziazione: un villaggio, ma dallo sviluppo verticale.

 

Il catalogo in lingua inglese della mostra, che raccoglierà una serie di casi studio sviluppati per Tokyo, Beijing, Shanghai, Taipei, Djakarta, Seoul e Bangkok, oltre a una serie di interviste agli abitanti di Taipei, verrà pubblicato a gennaio del 2012.

 

GLR

 

 

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«Under the title “The Vertical Village” the exhibition explores the rapid urban transformation in East Asia, the qualities of urban villages and the potential to realize this in a much denser, vertical way as a radical alternative to the identical block architecture with standard apartments and its consequences for the city. The exhibition consists of analytical research, a grid of models, various movies, a documentary and animations, two software packages and a 6 meter tall installation of a possible Vertical Village developed by MVRDV and The Why Factory. Visitors can design their ideal house and compose their own Vertical Village with parametric software. The exhibition is located in Chung Shan Creative Hub, Taipei and open from 8th of October to 8th of January 2012.

 

The pressure on the East Asian cities has lead to an increasing urbanization and densification during the last decades. It has made way for the construction of giant buildings, mostly towers, blocks and slabs. A ‘Block Attack’ that gradually replaces and scrapes away the more traditional low rise, small scale, often ‘lighter’ types of architecture and urbanism: the Hutong in Beijing, the small wooden houses in Tokyo, the villages in Singapore, the individual houses in Taipei and other East Asian cities. These urban villages form mostly intense and socially highly connected communities, with enormous individual identities and differentiations. One can speak of urban ecologies, communities that have evolved over the course of centuries. Their faceless replacements packed with identical apartment units offer a Western standard of living at an affordable price, but at the expense of differentiation, flexibility and individual expression.

 

Is there an alternative to this process? Can one imagine a new model for the development of East Asian cities? Can these areas be densified in such a way that the qualities of the traditional village are preserved? The exhibition offers an alternative, a contemporary Vertical Village - a three-dimensional community that brings personal freedom, diversity, flexibility and neighbourhood life back into East Asian - and maybe even Western - cities.»

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Attendiamo con curiosità l’uscita di  L’ultimo pastore, film d’esordio con cui il giovane regista Marco Bonfanti narra la difficile sorte di Renato Zucchelli, un pastore nomade che vive tra la periferia di Milano e le valli bergamasche.

 

«E’ incredibile come questo pastore riesca a rendersi invisibile con il suo gregge mastodontico – racconta Bonfanti nel corso di un’intervista. A volte lo si può incontrare vicino al cavalcavia di Lambrate, sotto le tangenziali, lungo i tratti autostradali o al laghetto dei cigni di Milano 2. Una scena l’abbiamo girata lì all’alba, mentre lui tosava le pecore». 

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© Andrea Martiradonna

Gio Ponti states that modern architecture cannot avoid taking into consideration solutions to socially-committed themes; certainly the Ifdesign project relating to the new NOIVOILORO cooperative site fully responds to this founding assumption, conducted from “the bottom up” as out-and-out voluntary work.

The first modern architecture – in reply to the rapid evolution of the new social needs – sought for the “typical” solution, by emphasising the general features of the building and often taking into account the location and the circumstances like mere “accidents”. Ida Origgi and Franco Tagliabue work in the opposite direction: beginning with the particular requirements requested by the commissioning client and from the constraints of a specific location, they build an “open” project, that is capable of growing and developing over time starting from a large common space.

Just like some rural constructions built around a barnyard or a medieval monastery around a cloister, simple buildings aggregate around a large central courtyard, that represents a common area open to the different forms of sociality stimulated by the cooperative: parties, shows, sports or recreational activities.

However, special reference is made to “timeless” models of settlement – or to sophisticated experiences of “minor” modern architecture, such as the quotation of the church roof by Sigurd Lewerentz in Björkhagen – without devaluating the decisive “contemporary” dimension of the project. The materials and the colours of the facades, the external and sometimes playful use of graphic art, the presence of continuous inventions of details make the building a kind of story with parallel episodes, that come together only in the overall bird’s eye view of such. From here, one can see how the building and the open space that it embraces show that deep relationship with the orography of the landscape, which historical settlements have always had: a relationship based on the transparency of its purposes and on the economy of means, that makes architecture the development of spaces that welcome the life of man rather than the production of virtual images to be re-broadcasted by media.

Cino Zucchi

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(panel presented at the exhibition “The Architecture you like©”, MAXXI Museum, Rome, 24 February-10 May 2011)

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© Shantanu Starick



by Antony Moulis


The State Library of Queensland re-design by Donovan Hill (in association with Peddle Thorp Architects) completed in Brisbane, Queensland in 2006 is, for me, an architecture of great promise. The project has been a popular success, being something like a “termite’s nest” with a broad and diverse set of spaces and activities that create a sense of active public space within a previously insular institutional setting.


© Donovan Hill

© Donovan Hill



A critical aspect of the building’s form is its re-creation of domestic style space within public space. In a country such as Australia where domestic architecture is predominant in cultural terms, the “domestication” of public institutions is a way to have people feel “at home” in a city where the suburbs offer the main form of living. At the same time the building does not “talk down” to its public but seeks to engage it in playful ways. There are aspects of the building that recall the work of Alvar Aalto and his attempts to “humanise” architecture and public space. These values are important to a culture at the other fringe of the world that is dominated by an open and vast landscape that dwarfs attempts to make architecture at a similar scale. I like this building because it signals a new beginning for public space as an open experiment beyond the settings of Europe and America where such cultural questions about public space are usually answered through the repetition of, or reaction to, conventionally understood architectural forms. With the main interior actually being exterior space there is a delightful ambiguity to experience here. The sense of being enveloped in the larger landscape and the benign climate is ever present.

Yet the recent dramatic floods that engulfed Brisbane also inundated the building, breaking the fragile truce between nature and architecture that so strongly characterises this vast continent.




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(panel presented at the exhibition “The Architecture you like©”, MAXXI Museum, Rome, 24 February-10 May 2011)

 

Gizmo

Hacking significa solamente costruire qualcosa rapidamente o testare i limiti di ciò che può essere fatto. Come la maggior parte delle cose, può essere utilizzato per fini giusti o sbagliati, ma la stragrande maggioranza degli hacker che ho incontrato sono idealisti che desiderano avere un impatto positivo sul mondo. (Mark Zuckerberg)

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