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The monument to the Murdered Jews of Europe in Berlin by Peter Eisenman must be pointed out as one of the most significant works in this first period of the new millennium not so much as it represents a crucial turning point in the career of one of the most important architects of the twentieth century, but rather due to the fact that it personifies that transition relating to an attitude that is still modern – that despite everything it still characterises the most part of contemporary architecture – leading towards another form of architecture. In fact, if on one hand it takes us back, in virtue of his programme, to the conceptual heart of the twentieth century, on the other, its inoperability in architectural terms is immediately reported. Modern architecture was born, with Adolf Loos, as both tomb and monument. Eisenman’s work is compared, in fact, with the impossibility of this duty in light of chilling, inexpressible “enormity of the banal” represented by the tragedy of the Holocaust and, at length, with the effects of the World War, right up to Hiroshima.

But there’s more. In the Berlin monument such excess emerges not as an exception, but an aspect of that alienation built into the modern human condition. «Nothing of what is considered human must outrage us» sustained Adorno. The unimportance of death is the other face of the unimportance of living. It is in modernity that there are mass deaths because mass society exists. Therefore with its grid consisting of 2700 concrete stelae which are about a metre wide, a little less than two and a half metres deep and its height measures between zero and four metres, the monument is, implicitly, an urban structure, the individual and collective dimensions of which are associated with each other without ever coming to a conclusion: a model of a city without squares, nor monuments, made only of roads that allow the transit of only one person and that do not lead anywhere; in fact it is an anonymous, anti-monumental non-city, it is even out of scale, that one can appreciate only by entering and passing through it without really knowing for what reason.

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© Roland Halbe

In the era in which collective memory is increasingly and massively reduced and sorted out into data and images, Eisenman’s monument refuses any iconography of memory in order to let it emerge as an individual experience of the estrangement induced by the spatial device of the person who passes through it: an experience that prevents a person from “coming out” of the monument, or rather of referring to nothing else but him/herself, therefore re-establishing as a positive architectural value only the relationship with space by means of which one can question oneself on the sense of one’s existence in this world.

Gabriele Mastrigli


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(panel presented at the exhibition “The Architecture you like©”, MAXXI Museum, Rome, 24 February-10 May 2011)

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L’architettura della città

(Edizioni Quodlibet)

Presentazione del libro L’architettura della città di Aldo Rossi


Giovedì 26 gennaio 2012 ore 18.00

Libreria Galleria Carla Sozzani

Corso Como 10 - 20154 Milano


Interverranno:


Peter Eisenman

Mario Piazza

Manuel Orazi


www.galleriacarlasozzani.org


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invito ALFIERI

 

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Lunedì 17 maggio 2010 Guglielmo Bilancioni, Marco Biraghi, Andrea Pinotti e Franco Raggi discuteranno i temi trattati nel volume La base formale dell’architettura moderna di Peter Eisenman, pubblicato dalla casa editrice Pendragon nel 2009.

 

“Dopo tre mesi di viaggi in Europa sapevo esattamente cosa volevo scrivere: un lavoro analitico che riportasse quanto avevo imparato a vedere – da Palladio a Terragni, da Raffaello a Guido Reni – all’interno di una teoria dell’architettura moderna, ma dal punto di vista di una certa autonomia della forma. Di qui il titolo La base formale dell’architettura moderna”. Con questo scritto, elaborato nel 1963 a Cambridge come tesi di Ph.D, Peter Eisenman dà inizio al suo intento: “riuscire a separare il significante dal significato, per trovare questa architettura che corrisponda all’uomo di oggi”. Vuole unificare scrittura e differenza, “riappropriarsi dell’architettura nella purezza della sua essenza interna”. Eisenman fonde topologia e tipologia e si dedica alla ricerca degli aspetti fenomenali dell’architetura: Alea, diagramma e matrice, logica ortogonale e multiversum delle direzioni possibili, coincidenti devianti o ferme nella coesistenza, ma in ogni caso inquiete nella ricerca di se stesse.

 

Il volume si apre con un saggio di Pier Vittorio Aureli dal titolo Chi ha paura della forma? Origini e sviluppo del formalismo nel moderno e La base formale dell’architettura moderna di Peter Eisenman da cui è tratto lo stralcio che segue.

 

 ”La pubblicazione posticipata di The Formal Basic of Modern Architecture, la tesi di dottorato che Peter Eisenman ha scritto a Cambridge tra il 1961 e il 1963, pone un problema di interpretazione e di storicizzazione non indifferente. La domanda che è lecito porsi di fronte a una pubblicazione non postuma, bensì posticipata per più di quarant’anni è se dobbiamo leggere la tesi come avrebbe potuto essere letta se fosse stata pubblicata al tempo della sua scrittura, oppure se dobbiamo leggerla alla luce del percorso che Eisenman ha compiuto in questi quarant’anni. Probabilmente nè l’una nè l’altra sono utili in questa sede. Nelle riflessioni che seguono propongo di andare oltre queste due possibili letture, ponendo le basi formali di Eisenman in relazione a ciò che ancor prima di esse è stato teorizzato a proposito della forma. Questa scelta è motivata dalla constatazione che sul lavoro teorico di Eisenman interpretato nel contesto della cultura architettonica degli ultimi quarant’anni - ciò che, adeguandoci a un paradigma consolidato oltre le possibilità di scelte personali, possiamo succintamente descrivere come postmoderno - è stato scritto molto. Meno, invece, sembra essere stato scritto sul rapporto tra le tesi iniziali di Eisenman sulla possibilità di definire l’autonomia della forma e la tradizione moderna del formalismo che precede queste tesi. Scopo del saggio è verificare il nocciolo delle idee di Eisenman così come esse furono presentate nella sua tesi di dottorato; vale a dire la critica che egli implicitamente muove al paradigma consolidato della forma ovvero quello del “saper vedere”, cioè il primato della visione imposto dalla grande tradizione del formalismo del moderno. [...] “

 

L’incontro si terrà presso la Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano, alle ore 16.00.

 

La base formale dell'architettura moderna


Circa quarant’anni dopo la sua stesura viene pubblicata la tesi di Ph.D. di Peter Eisenman dal titolo The formal basis of modern architecture. Originariamente scritta tra il 1961 e il 1963 presso il Trinity College di Cambridge sotto la guida di Sir Leslie Martin, viene pubblicata nel 2006 in Germania (Lars Müller Publishers) e nel 2009 in Italia (Edizioni Pendragon).

 

Sorge subito una domanda, e se la pone anche Pier Vittorio Aureli nella sua introduzione all’edizione italiana: «Come dobbiamo leggere la tesi? Come se fosse stata pubblicata al tempo della sua scrittura, oppure dobbiamo leggerla alla luce del percorso che Eisenman ha compiuto in questi quarant’anni ?». In entrambi i casi, forse: questo testo non è di certo a senso unico. Possiamo leggerlo come lo scritto di un architetto che affronta l’architettura moderna per sviluppare una teoria della forma oppure leggerlo per comprenderne il metodo concettuale, per poi applicarlo alle sue opere e non solo. 


Peter Eisenman studia alla Cornell University, dove si laurea in Architettura nel 1955 e nel 1959 ottiene un master presso la Columbia University. «Dopo il master avevo tre possibilità. Una era di mettermi a lavorare, poiché avevo l’incarico per la Fraternity House della Cornell. Un’altra era accettare l’Atlantique Fellowship e andare in Francia a studiare la quarta navata di un’oscura cattedrale sotto la direzione del professor Robert Branner della Columbia. La terza opzione, caldeggiata da McKinnell, era andare a Cambridge, in Inghilterra, a lavorare con Colin Rowe. McKinnell sosteneva che avevo un buon senso del disegno ma ero “ottuso” per quanto riguardava la comprensione del quadro teorico e ideologico dell’architettura moderna», così ci riferisce Eisenman nella postfazione, dichiarando poi che optò inizialmente per l’alternativa francese. «Arrivato a Parigi saltai su un taxi e, sfoggiando il mio miglior francese, dissi che volevo andare a Rue Git-le-Coeur dove viveva mio fratello. Il tassista mi si rivolse con un’aria così seccata e arrogante come mai mi era capitato d’incontrare, dicendo: “Penso che sarebbe meglio se lei parlasse inglese”. Finis dalla mia permanenza a Parigi».


Quali sono le “basi” teoriche di Eisenman? Pier Vittorio Aureli, nell’introduzione Chi ha paura della forma?, ricostruisce un accurato percorso filosofico individuando i fondamenti teorici dell’architetto newyorkese. Il cammino concettuale parte dal concetto di forma, protagonista indiscussa. Eisenman è contro una lettura superficiale dei fenomeni, nella sua formazione c’è, tra gli altri, Kant e quindi l’importanza del processo cognitivo che precede il giudizio. La visione dell’estetica di J.F. Herbart come la scienza delle relazioni elementari (piani, colori, tonalità) è un passo importante per rendere indipendenti le questioni della forma da altri significati. In questo senso l’architettura è vista come pura sequenza di spazi. Le teorie di K. Fiedler e A. Hildebrand indirizzano sempre più verso un’autonomia della forma, concettualmente vista non come mera riproduzione della realtà ma come un atto puro, il quale ne crea una nuova. La base concettuale più importante è quindi il formalismo, passando da Heinrich Wöfflin che costruisce una storia non sui grandi nomi ma sui modi figurativi, si arriva finalmente al formalismo russo, in cui il linguaggio non è un riflesso della realtà ma un metodo di creazione della stessa. Il processo di semplificazione della forma fa quindi affiorare le forme “generiche” dell’architettura: volume, massa, superficie e movimento, elementi rappresentati distintamente nelle opere di El Lissitzky.

 

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La tesi di Eisenman ha quindi una base teorica ben precisa, affiancata inoltre da due grandi storici: Colin Rowe e Rudolf Wittkower o, per dirlo diversamente, da due grandi testi: The Mathematics of the Ideal Villa, saggio pubblicato nel 1947 da Rowe e Architectural Principles in the Age of Humanism, pubblicato nel 1949 da Wittkower. L’operazione di Rowe è essenziale perché studia precisi problemi formali comparando Palladio a Le Corbusier. Basilare è il modo di costruire la storia da parte di Wittkower, una storia composta per princìpi. Il principio della chiesa a pianta centrale per esempio è lo stesso sia per l’Alberti che per Palladio, diverso è il risultato. 


È importante, in entrambi i testi, l’utilizzo del diagramma come mezzo espressivo-conoscitivo per analizzare gli edifici.


Nell’introduzione Eisenman dichiara il legame ai solidi puri di Le Corbusier, solidi platonici che definisce «forme generiche». Sostiene che nei diagrammi di Le Corbusier sono impliciti il vocabolario, la grammatica e la sintassi di una lingua formale, sua intenzione è esplicitarli. Ogni architettura viene quindi purificata, ridotta al suo grado assoluto. 

«Un edificio realizzato come forma specifica deve avere un antecedente generico» dice l’architetto. In primo luogo è necessario conoscere l’essenza delle forme generiche e le possibilità che ne scaturiscono. Da esse nasceranno le forme specifiche: configurazioni fisiche e concrete ottenute in risposta a un’intenzione e a una funzione specifica. 

Il pensiero teorico giunge quindi all’essenza, l’architettura è fondamentalmente basata su tre questioni: la tecnica, la funzione e l’intenzione (intesa come elemento concettuale). L’equazione architettonica è postulata; il risultato finale è la sintesi della forma con tutti gli altri elementi: intenzione, funzione, struttura e tecnologia. Eisenman costruisce una teoria, un metodo: attraverso un’operazione diagrammatica compie otto prove empiriche su otto edifici architettonici. Intraprende la sua analisi partendo dalle planimetrie degli edifici e dai prospetti, sui disegni di progetto quindi e non su altre rappresentazioni come prospettive che lo allontanerebbero dalla comprensione.


Gli edifici analizzati sono: il Pavillon Suisse e la Cité de Refuge di Le Corbusier; la Darwin D. Martin House e la Avery Coonley House di Frank Lloyd Wright; il Civic Centre a Säynätsalo e il Tallin Museum di Alvar Aalto; la Casa del Fascio e l’Asilo infantile di Giuseppe Terragni. La concentrazione ruota attorno a problemi di ordine formale. Oggetto di studio non sono lo stile di un architetto piuttosto che le dimensioni umane, i materiali o quant’altro: prioritaria è la comprensione della forma intesa come gerarchia di spazi. Interessante è la lettura delle due opere di Wright, dalle quali emergono fratture tra interno ed esterno piuttosto che continuità: quest’ultima è invece un’interpretazione applicata spesso alle sue architetture. I vari progetti sono ridisegnati in maniera neutra, colori o fotografie non sono presenti perché non farebbero altro che allontanarci dallo scopo. L’operazione di analisi avviene tramite letture massa-superficie, individuando i vettori di movimento e gli assi principali.


La tesi non si conclude con un capitolo “Conclusioni” perché non ci sono soluzioni finali ma si chiude con una dissertazione sull’utilizzo delle teorie. «La teoria – scrive –  andrebbe sviluppata per la comprensione dei princìpi e non per la loro codificazione.» 


Possiamo quindi affrontare La base formale dell’architettura moderna come se stessimo leggendo il De re aedificatoria dell’Alberti, o i Dieci libri dell’architettura di Vitruvio o perché no, I quattro libri dell’architettura di Palladio? La differenza con i trattati citati c’è, ed è sostanziale: la teoria di Eisenman è una teoria aperta mentre le tre citate sono teorie chiuse. La dicotomia “Teoria chiusa e teoria aperta” diventa anche titolo dell’ultimo capitolo. Egli conosce bene i trattati, da Vitruvio a quelli più moderni e ne conosce gli scopi. Una volta estrapolato il principio concettuale li definisce «chiusi» perché consistenti in ricerche specifiche e limitate, contrapponendoli a quelli del XX secolo, definiti «polemici». 


«La teoria non dovrebbe essere considerata un sistema chiuso, un pacchetto ben confezionato, quanto piuttosto una metodologia aperta e sempre applicabile»: questa è l’intenzione dello scritto, da leggersi quindi come metodo di lettura aperto e non come una teoria chiusa in sé.


In ultima battuta, siamo avvertiti della pericolosità di un uso improprio e metaforico della teoria del linguaggio in architettura: «Non spetta al critico contemporaneo interpretare e dirigere l’architettura, quanto piuttosto imprimerle un ordine, un punto di riferimento dal quale possa evolvere una comprensione dell’opera». Un’operazione quindi, quella del critico, di dis-velamento.

 

 

Manuele Salvetti



Milano, 8 gennaio 2010


 

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Hacking significa solamente costruire qualcosa rapidamente o testare i limiti di ciò che può essere fatto. Come la maggior parte delle cose, può essere utilizzato per fini giusti o sbagliati, ma la stragrande maggioranza degli hacker che ho incontrato sono idealisti che desiderano avere un impatto positivo sul mondo. (Mark Zuckerberg)

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