Elogio dell’informalità

di Andrea Arsie

Ero ieri al MAXXI e mi è capitato di tornare alla mostra “Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026”, aperta fino al prossimo 15 novembre e pensata in occasione degli ottant’anni della Repubblica italiana. Un breve percorso dedicato al “modo italiano” di fare architettura contemporanea che propone un contatto diretto tra le esperienze novecentesche (Purini, De Carlo, Rossi, et cetera) e alcune attuali (DEMOGO, MoDus Architects, Giulia de Appolonia, Francesca Torzo, Studio Labics, Barozzi Veiga, ELASTICO Farm e Kuehn Malvezzi), un confronto difficile e da contestualizzare approfonditamente per evadere la malinconica nostalgia a cui si potrebbe essere condotti. 

Ma non è la mostra il punto di questa riflessione: ieri mi sono soffermato sul simposio virtuale allestito all’ingresso, una serie di schermi proiettano delle interviste a Stefano Boeri, Massimiliano Fuksas, Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, Elisabetta Terragni, Paola Viganò e Cino Zucchi. 

Solite riflessioni, convenevoli e pensieri messi in bella per l’occasione. Però un’affermazione tra le altre mi è risuonata inaspettatamente familiare, ed era di Renzo Piano. L’architetto genovese affermava con sicurezza che la più grande conquista dell’architettura del secondo ventesimo secolo (dopo i regimi evidentemente) fosse l’aver spogliato gli edifici pubblici (musei, biblioteche, etc.) della necessità di identificarsi in un lessico formale monumentale. A questo cambio di paradigma estetico corrisponde evidentemente una mutazione valoriale della dimensione pubblica, che vuole conquistarla e se ne appropria in maniera disinvolta, senza timore né pressione né alcun’altra intimidazione.  

Se fino a quel momento la casa cercava di parlare il linguaggio dell’istituzione per rappresentare il potere economico della famiglia committente (la pletora di edicole, timpani e timpanetti incollati sulle facciate più improbabili, dall’antica Pompei al New Jersey), nel Novecento le istituzioni devono parlare il linguaggio della casa per poter riconquistare l’affezione dei cittadini dopo la compromissione dell’idea di stato.

Nel sentire Renzo Piano riflettere su queste cose, mi è tornato in mente un articolo molto stimolante dell’inserto “d” di Repubblica. Una rivista di moda, per lo più moda femminile (la “d” sta per donna), uscito qualche settimana fa a conclusione della fashion week di Parigi sulla collezione SS-27. Una fonte che per i più sembrerà carta futile e del tutto disimpegnata, di certo lontana dal nostro inizio e dal nostro campo – anche se è solo nella contaminazione delle fonti più disparate e dei registri più eterogenei che può nascere un pensiero sull’architettura. Ebbene, in quelle pagine Serena Tibaldi riporta alcune parole di Miuccia Prada, sulla sua ultima sfilata femminile di Parigi, in cui si riflette sul mutare del registro quotidiano del vestire: secondo la stilista milanese è ormai consolidato il fenomeno già osservato da lei qualche anno fa, per cui lo sportwear sia il nuovo casual, tanto da volerne ufficializzare le conseguenze portandolo in passerella. 

Non è forse il battesimo sociale dell’abbigliamento più informale dei nostri armadi il punto di arrivo di quel processo di informalizzazione della dimensione pubblica, civile, “extra moenia”, di radice novecentesca?

Forme disinvolte invitano a sentirsi a casa e, dunque, a contestualizzare l’abbigliamento alla nuova circostanza spaziale e funzionale. La prassi può essere figlia dell’architettura: molteplici sono i “burattini” mossi dai fili del progetto; tra questi anche la moda.

È forse solo una grande banalità questa riflessione ma, come sempre, l’ovvio va problematizzato. Tutto molto informale.