Incompiuto Siciliano – Intervista a Fosbury Architecture

Parco dell'addolorata, Agrigento

di Giulia Ricci

Chiesa di Santa Maria Assunta, Capri Leone (ME)
Una delle 350 opere incompiute finora catalogate in Sicilia, la Chiesa di Santa Maria Assunta a Capri Leone (ME)

Il progetto Incompiuto Siciliano di Alterazioni Video, Fosbury Architecture e Antonio Laruffa diventa il punto di partenza per discutere dei riferimenti, dei progetti e delle azioni del collettivo milanese di architetti. L’intervista è stata condotta in occasione della campagna di crowdfunding, aperta fino al 31 maggio 2017, che ambisce alla realizzazione della pubblicazione di Incompiuto Siciliano.


Giulia Ricci: Come nasce la collaborazione con Alterazioni Video e Antonio Laruffa per Incompiuto Siciliano?

Fosbury Architecture: Sono ormai 6 anni che collaboriamo con Alterazioni Video. Incompiuto Siciliano è per certi versi il primo progetto che abbiamo seguito in maniera collettiva. Durante gli anni dell’università alcuni di noi, dopo aver conosciuto Andrea Masu, uno dei membri di Alterazioni Video, decisero di prendere parte ad un workshop in Sicilia, a Giarre, la capitale delle opere pubbliche incompiute.

In un anonimo paese della costa ionica, vicino a Catania, alle pendici dell’Etna, nell’arco di 30 anni erano stati parzialmente realizzati uno stadio da polo, una piscina olimpionica, un centro polifunzionale, un teatro comunale, un parcheggio multipiano, una casa per anziani, una bambinopoli, una pista per automobili radiocomandate e un mercato dei fiori che nei progetti originali avrebbe dovuto ricordare il Circo Massimo.

Giarre fu per noi un’esperienza impressionante, un’epifania. Ci aggiravamo in un paesaggio del tutto simile a quello descritto da Robert Smithson nel suo viaggio a Passaic: di “rovine alla rovescia”, di “opere che non cadono in rovina dopo essere state costruite, ma che sorgono in rovina prima di essere state realizzate.” (Smithson R., A Tour of the Monuments of Passaic, Artform, Dicembre 1967).

Nel tentativo di raccogliere il maggior numero di informazioni possibili sulle opere in questione ci accorgemmo che la popolazione aveva volontariamente rimosso ogni ricordo di quei manufatti che da rappresentazione del potere politico si erano trasformati in vergogna collettiva.

Decidemmo di organizzare la prima ‘vera’ partita di polo per inaugurare lo stadio. Pubblicizzammo l’evento sui media locali ed il giorno dell’evento sugli spalti incompiuti trovammo assiepate centinaia di persone. Nonostante il rammarico degli spettatori per l’assenza di veri cavalli e veri giocatori di polo, quella fu l’occasione per iniziare la fase di ‘disvelamento’ delle opere pubbliche incompiute che ancora oggi portiamo avanti.

GR Nel Manifesto dell’Incompiuto Siciliano di Alterazioni Video si parla di etica ed estetica proprie dell’Incompiuto. Come si definiscono in questo ambito e che rapporto c’è fra questi due aspetti?

FA  Tendiamo troppo spesso a confondere l’etica con la morale e ad associare automaticamente all’estetica un valore positivo. Sfogliando il dizionario etimologico è chiaro che i due termini possono tranquillamente essere assunti secondo un’accezione neutra. L’etica è la dottrina dell’ethos, dell’agire di una comunità nel proprio paesaggio, del prenderne possesso, del dargli forma, del trasformarlo. L’ethos è abitudine, uso, consuetudine, carattere, indole. L’estetica in relazione al primo termine è la percezione del sensibile, un punto di vista sulla produzione fisica della comunità stessa.

Le opere incompiute, tutt’altro che incidenti di percorso, sono manufatti desiderati e generati dall’entusiasmo creativo di un popolo in un preciso periodo storico, dal secondo dopoguerra agli inizi degli anni ’90, segnato da una crescita ed una prosperità inaspettate. Le opere incompiute sono un paradigma interpretativo della nostra recente storia.

Secondo un distorto modello keynesiano per il quale: “La costruzione di piramidi, i terremoti, le guerre possono servire ad accrescere la ricchezza, se l’educazione dei nostri governanti impedisce che si compia qualcosa di meglio” (Keynes, J.M., Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, Utet, Torino 1978) lo schema politico ed economico sotteso non punta alla realizzazione di opere di pubblica utilità. Mira, piuttosto, all’apertura di cantieri per poter consolidare le relazioni tra stato ed élites locali, per magnificare il politico di turno, accarezzare l’ego cittadino e distribuire ricchezze. Non conta che un viadotto connetta due punti disabitati, conta farlo ed è oggettivamente inutile completarlo.

GR Nel testo di Wu Ming, Fenomenologia dello stile, si parla di etica ed estetica come dei pilastri dello stile di Incompiuto. Questa parola è, per molti architetti, un tabù. Quali sono le motivazioni che vi hanno spinto ad usare questa parola e che significato assume nel vostro discorso sull’Incompiuto?

FA Rem Koolhaas nel famoso glossario che corre lungo tutto S, M, L, XL dà due interessanti definizioni della parola stile. La prima è istituzionale e mette in luce la sottile differenza tra stile in arte e stile in architettura affermando la necessità di sottrarsi alle fluttuazioni del gusto per rispondere alle esigenze sociali. La seconda è caustica e funzionale a produrre quello humor disincantato di cui è intriso tutto il libro: “The Styles are lies.”

Nel 1932 nasce a New York l’International Style. Per sola ed unica volontà di Philip Johnson, supportato dal critico Henry Russell Hitchcock, si tenta di sostenere la sostanziale unità di intenti perseguita dalla produzione architettonica europea legata al razionalismo e al neoplasticismo. Un gruppo eterogeneo di opere viene presentato dal catalogo della mostra organizzata al MOMA come insieme monolitico e coerente, il tutto appiattito dalla presunta comunanza di intenti stilistici: architettura concepita come volume piuttosto che massa, simmetria assiale sostituita dal concetto di ‘organizzazione’, abolizione del decoro, ecc. Uno stile tanto fumoso da coprire le mire personali del curatore.

Il ‘900 ha incessantemente prodotto stili con movimenti che nascevano il giorno per morire la notte. Ci sembra del tutto lecito definire, deliberatamente, lo Stile Incompiuto come il più importante stile italiano dal secondo dopoguerra ad oggi. Uno stile che citando Wu Ming: “Fa scuola pur in assenza di un’accademia. Solco che attraversa territori e gruppi sociali, ne informa i comportamenti, ne marchia le rappresentazioni, plasma la percezione della comunità.”

Gli architetti tendono ad indignarsi quando sosteniamo la definizione di Stile Incompiuto, si grida allo scandalo, all’offesa del pudore. Siamo una categoria completamente arroccata e paralizzata nel tenero conforto della costante definizione (e conferma più che ridefinizione) dei lemmi afferenti alla disciplina. Lo stile è per noi il grimaldello per mettere le persone intorno ad un tavolo e parlare. Lo stile è una menzogna che vogliamo condividere: Incompiuto è il più importante stile italiano dal secondo dopoguerra ad oggi.

GR La sistematizzazione di questo fenomeno attraverso la catalogazione e la mappatura delle opere appare come un’operazione costruttiva di immissione dell’Incompiuto in un immaginario collettivo, una presa di coscienza di un patrimonio prodotto dal pubblico attraverso un processo ben definito. In cosa consiste questo processo?

FA Data l’entità del fenomeno si dà per scontato che esista un catalogo definitivo delle opere pubbliche incompiute. Il Ministero delle Infrastrutture raccoglie con scadenza annuale le segnalazioni, su base regionale, di opere che necessitano finanziamenti per essere completate ma la lista è parziale e completamente sbilanciata sulle opere che si vogliono davvero completate. In 10 anni Incompiuto Siciliano ha costruito un database dal basso di centinaia di opere incompiute ma ancora oggi la lista più completa e nutrita è alimentata dai servizi di Striscia la Notizia.

Per raccontare il fenomeno nella sua estensione, nella sua quantità che definisce la qualità di certi paesaggi italiani, abbiamo deciso di mettere a sistema tutti i cataloghi parziali. Un’impresa ambiziosa ma necessaria e siamo grati all’aiuto che da 8 mesi ci sta dando Eugenia Rolando nella compilazione del Catalogo Nazionale che farà parte della pubblicazione. Ad ora siamo riusciti a geolocalizzare e confermare circa 750 opere incompiute, 350 solo in Sicilia e il lavoro è ancora in fieri. L’obbiettivo è quello di fotografarne il maggior numero possibile per poter restituire un inedito panorama Italiano.

Mettere in fila le singole opere è il primo passo per costruire una narrazione coerente. Al crescere del catalogo, cresce la nostra sorpresa nel registrare opere eccezionali, che non si accontentano di risolvere la relazione tra esigenze e forma in meri termini funzionali. Pensati come oggetti finiti in sé, slegati dai bisogni concreti, le opere incompiute sembrano dotate di una hybris calcolata a garantire la némesis dell’incompiutezza. Dopotutto disattendere i bisogni giustifica la pretesa di ulteriori risorse per finanziare nuove opere, per progredire nel processo di ‘modernizzazione’.

GR La campagna di crowdfunding su Kickstarter ambisce a sostenere la pubblicazione di questo catalogo. Mi sembra che da un lato sia parte del risultato del vostro contributo a questo progetto, scaturito da un ambito artistico. L’ho immaginato come un modo di uscire da una certa retorica scandalistica da cui è difficile smarcarsi quando si parla di opere pubbliche incompiute. Lo è? E come avviene il dialogo fra artisti ed architetti, nel vostro caso?

FA L’approccio viscerale del pubblico all’argomento, oltre ad essere per certi versi legittimo, è il motore propulsivo dell’operazione. Invertire il segno delle opere incompiute dopo anni di sterile denuncia scandalistica, quasi sempre incapace di leggere oggettivamente il fenomeno, è uno degli obbiettivi di Incompiuto Siciliano. Le opere incompiute sono una risorsa per il territorio, devono necessariamente diventarlo al netto della retorica. Al netto di progetti che puntano al rilancio del territorio, attraverso il completamento di opere che non hanno nessuna necessità di essere completate poiché superflue, riattivando le arcaiche dinamiche che le hanno prodotte.

Le opere incompiute sono un patrimonio completamente indesiderato e aggredibile. Nessun tipo di tutela ne garantisce la conservazione, anzi il buonsenso ne vorrebbe la totale demolizione. Emerge un catalogo di possibilità sconfinate. Lavorare sulle incompiute produce un immaginario progettuale irriverente e politicamente scorretto, dove tutto è lecito. Permette un esercizio unico che, sciolte le briglie del recupero conservativo, ci obbliga a confrontarci con manufatti mastodontici, infrastrutture a volte completamente inutili e inutilizzate, con stadi per 25.000 persone in paesi di 15.000 abitanti.

La collaborazione con un collettivo di artisti nasceva inizialmente, secondo la più canonica delle distribuzioni di competenza, per produrre soluzioni progettuali. Incompiuto Siciliano viene fondato effettivamente nel 2009 con l’obbiettivo di elaborare piani e proposte di intervento. Ad ora ci sembra essenziale raccontare i singoli manufatti, di portare alla luce la mitologia che li ha prodotti. Ci siamo accorti che, costantemente, al discorso oggettivo si affianca una narrazione immaginifica e che nelle fratture tra le due si concretizzano le ragioni d’essere delle opere incompiute.

GR C’è un’eterogeneità tra le opere catalogate finora da Incompiuto data, ad esempio, dalla variazione tipologica, dalla stagione storica e politica che le ha prodotte, dall’ubicazione delle opere rispetto ai centri urbani. È possibile per voi individuare dei filoni? Quali opere incompiute scegliereste per rappresentare questi filoni?

FA Per seguire la storia e l’evoluzione delle opere incompiute è sufficiente agganciarsi all’evoluzione della Cassa per il Mezzogiorno. Per farla semplice, l’istituto, attivo dal 1950 al 1984, nato come ente dotato di personalità giuridica di diritto pubblico allo scopo di predisporre programmi per la realizzazione di opere straordinarie dirette al progresso economico e sociale dell’Italia meridionale, ha contribuito al finanziamento della maggior parte delle opere incompiute.

Se nei primi anni di attività il compito principale della CasMez fu quello di sostenere la bonifica e infrastrutturazione del territorio, successivamente si concentrò sull’industrializzazione dello stesso per concludere con l’ultima, e più controversa fase, della terziarizzazione pubblica, per scadere al tramonto nell’assistenzialismo ordinario. In maniera speculare questa progressione si riflette nel Catalogo delle opere Incompiute: le più antiche sono opere idrauliche e ferroviarie, poi vengono i centri produttivi, infine è il trionfo di piscine, scuole, strutture sanitarie e generici centri poli-funzionali.

La geografia è legata alle risorse del territorio, al loro controllo, a leggi speciali per calamità naturali, a fondi regionali attivati per sopperire carenze specifiche, alle velleità del politico di turno, alle sue entrature. In Calabria le dighe, in Puglia gli ospedali e in Sicilia i palazzetti dello sport. Al variare dei termini dell’equazione, costante invariabile rimane l’approccio politico. Contando sulle capacità dei singoli di fare pressioni a Roma, si predispongono progetti di massima, si individuano canali per farli adottare dai poteri locali promettendo finanziamenti, se ne ottiene l’approvazione.

GR Ci sono stati dei progetti di Fosbury Architecture che ritenete propedeutici, o che rappresentano una continuità, rispetto ad Incompiuto Siciliano?

FA Incompiuto Siciliano per alcuni di noi è una fascinazione che precede la fondazione del collettivo. Un interesse che nasce dalla possibilità di lavorare sul patrimonio pubblico, sulla città per estensione, di accettare l’esistente come condizione di partenza, di produrre un progetto critico profondamente radicato nella realtà ma alternativo, evitando di rifugiarsi nell’utopia. In qualche modo la nostra collaborazione a Incompiuto Siciliano ha delineato l’agenda di Fosbury Architecture in maniera profonda.

Due anni fa prendemmo parte al concorso di idee indetto da Fiera Milano per la conversione dei padiglioni fieristici 1 e 2. Fummo invitati alla premiazione senza conoscere il nostro piazzamento. Al momento della premiazione con nostra sorpresa scoprimmo che era stato inventato per noi un premio ad hoc per la proposta più ‘radicale e provocatoria’, con buona pace dei radicals, quelli veri. Un premio della giuria, senza alcun compenso economico, per una proposta che ci sembrava tutt’altro che sovversiva: spostare la fatiscente casa circondariale di San Vittore al Portello. Bellini era piegato in due dalle risate.

In tutti i concorsi e le ricerche che portiamo avanti il tentativo è quello di dare una precisa lettura del contesto, che sebbene inevitabilmente parziale e soggettiva ci permetta uno schietto confronto con i limiti del soggetto in questione. Cerchiamo sempre di formulare una proposta capace di giocare all’interno delle regole ma libera di metterle in questione, di produrre domanda oltre alle soluzioni, di ridurre o espandere il campo di ricerca e le sue ambizioni nel costante tentativo di rimanere dentro e contro.

GR Quali pensate siano i temi che ritornano nei vostri progetti? Quali invece le discontinuità?

FA Più che intorno a tematiche comuni o una rappresentazione grafica riconoscibile i progetti nascono e crescono quando hanno una storia da raccontare, quando sono capaci di veicolare una certa idea di mondo. Sebbene tutti formatici al Politecnico di Milano, negli stessi anni e con molti professori in comune, non siamo mai riusciti ad andare d’accordo sui riferimenti. Ognuno di noi coltiva il proprio personalissimo bagaglio culturale inserendolo quando utile nelle discussioni, ma evitando di imporlo. I risultati eterogenei sono figli di una narrazione concordata ma dagli esiti incerti.

In questo senso ci hanno sempre affascinato Asnago e Vender. I due, per tutta la durata della loro intensa collaborazione, insistettero nella produzione e riproduzione di una precisa estetica borghese. Terminato il sodalizio Claudio Vender, da solo, nel 1959, progettò e realizzò Casa Conti. Dopo una ‘quaresima’ trentennale la villa sembra lo sfogo della repressione accumulata: un miscuglio eclettico e seducente. L’elegante asciuttezza condita da variazioni sul tema diventa tracotanza compositiva. A volte tentiamo di costruire un ‘pantheon’ condiviso, ma continuiamo a preferire il rischio di non farlo.

Siamo affascinati dai gesti eclatanti. Il pittore francese Jacques Majorelle, dopo essersi fatto costruire dall’architetto Paul Sinor un’anonima villa in stile moresco, inventa il blu Majorelle ci dipinge la casa e la trasforma in una delle architetture più visitate dai turisti a Marrakech. Stimiamo profondamente gli approcci indisciplinati alla materia. Anne Lacaton e Jean Philippe Vassal vincono nel 1996 un concorso per il rifacimento di una piazza pubblica suggerendo di non fare assolutamente nulla, 7 anni dopo vincono il concorso per il FRAC di Dunkerque proponendo di raddoppiare il volume richiesto da bando. Invidiamo, forse, l’eclettismo ironico e distaccato di Piero Portaluppi.

GR Penso che la forma del collettivo sia figlia del nostro tempo e che in parte trovi le sue ragioni nelle attuali condizioni del lavoro. Questa forma implica una modalità specifica di produzione dell’architettura e di formazione del pensiero ad essa relativo. Mi interessa capire come avete assunto questa configurazione, ovvero quanto è stata una scelta consapevole e quanto, invece, un naturale succedersi di eventi che vi ci hanno portato. Come organizzate il lavoro all’interno del gruppo?

FA L’atto fondativo di Fosbury Architecture è stato una fanzine intitolata RROARK! e stampata sul retro del menù del nostro kebabbaro di fiducia durante gli anni dell’università. Non il miglior kebabbaro sulla piazza ad essere onesti ma sicuramente un editore di ampie vedute. Prodotto in 25.000 copie e distribuito per un mese con cadenza giornaliera, il primo numero rifletteva esattamente su cosa volesse dire per noi unirci in un collettivo.

Citiamo un passaggio intitolato: “Arroganza, posizioni preconcette, immatura limpidezza morale: alcune cose delle quali non possiamo essere accusati”, che continuava così: “Dal momento che questo è il nostro Manifesto, sebbene un manifesto non molto aggressivo, per noi NO idee granitiche ma intuizioni passeggere, NO lotta di classe ma rituali apotropaici, NO retorica ma narrativa, NO nemici ma solitudine, NO innocenza ma sensi di colpa, NO padri ma vecchi profeti.”

Siamo diventati un collettivo per diluire le nostre paure e insicurezze sullo stato dell’arte della pratica architettonica italiana. Siamo diventati un collettivo perché condividevamo le stesse inclinazioni e una profonda stima reciproca, per portare i desideri e le passioni di ciascuno al loro massimo grado di oggettivazione.

Milano, 25 maggio 2017