Melancholia

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di Marco Biraghi

Nell’ultimo film di Lars von Trier la Terra è minacciata da un gigantesco pianeta che ne incrocia l’orbita. Al contrario della totalità dei film (generalmente americani) che mettono in scena eventi catastrofici dello stesso genere, qui non ci sono allarmi generali, folle terrorizzate, autorità politiche e polizia impotenti, eroi solitari capaci di salvare il pianeta. Nel film di von Trier tutta la drammaticità della situazione è passata attraverso il filtro delle due sorelle protagoniste – Justine e Claire – e dei pochi personaggi che ruotano intorno a loro. Confinato all’interno (e nei geometrici giardini) di un enigmatico castello affacciato su un altrettanto enigmatico Mare del Nord, il dramma risulta così al tempo stesso attenuato e potenziato: la catastrofe cosmica si consuma in una dimensione personale, familiare, con effetti se possibile ancora più strazianti di quanto non avverrebbe se avesse un’ambientazione pubblica.

Ma ciò che caratterizza la versione di von Trier dell’apocalisse è l’apparente “calma” da cui è dominata. Al pari delle immagini “quasi ferme” del Prologo, le vicende del film sono “rallentate” da un senso di ineluttabilità che le rende incomparabilmente più drammatiche di quelle convulse a cui il cinema americano ci ha abituato. Nessuna frenesia ipercinetica, nessun ululare di sirene, nessuna scena di panico accompagna la sempre più incombente minaccia e il definitivo precipitare degli eventi. Piuttosto un tratto malinconico, che nella parte finale del film fa osservare i pochi elementi presenti sulla scena (le due donne, il bambino, i cavalli, il castello, la natura circostante) con crescente mestizia, ma in fondo senza nostalgia. Quelle persone, quegli animali, quella natura, quelle cose, sono destinati a passare. Nella loro speranza come nella loro disperazione. Non possono resistere a qualcosa che è più grande di loro. È il loro destino.

Nel film di von Trier è come se il nostro stesso destino fosse osservato dall’alto, o da lontano. Con partecipazione ma insieme con un certo distacco. Ed è come se ai nostri umani tentativi di resistere alle avversità planetarie – alle ingiustizie, ai conflitti, alla dilagante crisi economica, all’inarrestabile aumento delle emissioni di elementi inquinanti, al riscaldamento globale – esso rispondesse con una dolce persuasione sull’inevitabilità di tutto ciò. E sull’inutilità di agitarsi. Non a caso, il nome del pianeta che minaccia la Terra è Melancholia.

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2 dicembre 2011