Il Wennberg Silo di Lyneborg o i Frøsilos di MVRDV?

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di Gabriella Lo Ricco

A Copenhagen, ai margini del canale navigabile di Islands Brygge, due edifici di recente ristrutturazione permettono di aprire una riflessione sulla conservazione dell’edilizia industriale e sulle modalità della sua riconversione ma soprattutto sui significati che tali progetti recano con sè.

Si tratta di due silos che per molti anni hanno rappresentato simbolicamente uno dei più importanti e vasti luoghi di lavoro della Copenhagen industriale degli anni Sessanta: la Danish Soybean Cake Factory. Dismesse nel 1992, le due costruzioni, fino alla riqualificazione in edifici residenziali  avvenuta nel corso del primo decennio del 2000, hanno infatti mantenuto «una monumentalità quasi egizia e nell’abbandono e nella morte [hanno evocato] […] la maestosità di una civiltà scomparsa»[1]. La forza di queste costruzioni risiedeva nell’impatto visivo determinato dalle loro dimensioni e forme:  dei contenitori cilindrici in cemento armato che dominavano un canale lungo il quale non sorgevano altri oggetti in grado per volume e altezza di richiamare altrettanta attenzione; dei volumi platonici le cui nude strutture definivano al proprio interno uno spazio vuoto a tutta altezza.

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La riconversione dei due silos in edifici residenziali è stata effettuata secondo due diversi progetti. Il Wennberg Silo, la costruzione più grande per estensione e la cui forma è il risultato di un assembramento di più silos, è stato ripensato a opera dell’architetto Tage Lyneborg. Mentre i vicini Frøsilos, due silos affiancati, sono stati convertiti in abitazioni secondo il progetto dello studio olandese MVRDV (fondato nel 1993 da Winy Maas, Jacob Van Rijs e Nathalie de Vries). Il confronto tra le due soluzioni, profondamente diverse nelle modalità di interpretare il progetto di riqualificazione, permette di comprendere il motivo per cui tra i due interventi solo quello pensato da MVRDV sia stato salutato dalla pubblicistica di settore, ma anche dai media, come un significativo esempio di recupero di un vecchio edificio in disuso. Nel 2008, solo per fare un esempio, il «New York Time Magazine» ha utilizzato l’immagine di tale intervento come copertina del numero dedicato a The next city.

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Sia Tage Lyneborg che MVRDV basano la loro proposta progettuale su una interpretazione “concreta e pragmatica” delle costruzioni esistenti. La conformazione dei silos, le loro caratteristiche spaziali e costruttive,  non sono altro che risposte puramente realistiche a bisogni concreti: una serie di nude strutture portanti  il cui utilizzo come grandi e continui contenitori le ha rese incomplete, non-finite.

Il progetto di Lyneborg  si basa su una scelta che si pone in una continuità letterale con tale interpretazione: riconvertire il vuoto perimetrato dalle strutture in cemento in spazio residenziale. I silos circolari e l’adiacente e più elevata torre per l’acqua sono infatti  “riempiti” attraverso la formazione di una serie di solette di calpestio che per sedici piani e senza soluzione di continuità si estendono sino a raggiungere la superficie interna delle pareti perimetrali dei silos. Chiaramente tale scelta si ripercuote nella disposizione degli spazi degli appartamenti i cui diversi ambienti -come evidenziano gli spaccati assonometrici- sottostanno alle rigide forme esistente e ai vari vincoli imposti dal contenitore. Tali vincoli determinano una non ottimale qualità dello spazio abitativo: solo gli ambienti a ridosso delle murature perimetrali possono usufruire di un’illuminazione naturale e a causa delle caratteristiche costruttive della struttura esistente le aperture per porte e finestre sono possibili solo in minima misura.  Interventi quest’ultimi necessari sotto un profilo prettamente funzionale, ma le cui caratteristiche estetiche e materiche fanno perdere al Wennberg Silo il suo fascino originale.

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Diversamente l’intervento dello studio olandese MVRDV è il risultato di un approccio progettuale che, basato su una comprensione rigorosa ma non letterale del programma fondamentale della costruzione esistente, riesce a risultare produttivo.

Dopo l’elaborazione di una prima soluzione progettuale volta, come il progetto di Lyneborg, a collocare gli appartamenti all’interno dei due silos, MVRDV decide di lavorare proprio sul superamento di quei limiti che la struttura dei silos impone. La disposizione in pianta delle abitazioni viene così ribaltata ed esse vengono collocate sui lati esterni dei silos. Tale scelta permette di garantire la completa flessibilità della disposizione e della conformazione interna degli ambienti e la presenza di ampie e continue vedute panoramiche, mentre la difficoltà di intervenire sugli anelli in cemento armato viene superata perchè in essi vengono ricavate solo le aperture di accesso agli appartamenti. Ma non solo. Ciò che costituisce uno degli aspetti più emozionanti dei silos, il vuoto al loro interno, viene valorizzato e mantenuto tale perchè i sistemi di salita alle abitazioni, gli ascensori e le scale, le condutture, le tubazioni e gli impianti sono collocati a ridosso delle murature esistenti  interne. Coperti da un tetto trasparente in EPDF, i Frøsilos continuano infatti a celare al proprio interno il vuoto. Un vuoto che MVRDV riesce a trasformare in uno spazio pubblico incredibile: un futuristico atrio a tutta altezza che ricorda, aggiornandoli, l’eccezionalità e il fascino della struttura originaria.

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Ma la produttività dell’azione progettuale di MVRDV non risiede solo nell’aver compreso che la modernità dei silos della Danish Soybean Cake Factory scaturisce direttamente da un corretto svolgimento di problemi ben posti: essa risiede anche nelle soluzioni formali che contraddistinguono i Frøsilos. Soluzioni formali che MVRDV traspone in ambito architettonico direttamente dalle suggestioni che contraddistinguono l’ambiente portuale circostante. L’orizzontalità dell’intervento, derivante dalla continuità dei balconi che seguono l’andamento  dei silos, le pavimentazioni in doghe di legno, le travi d’acciaio che reggono i solai a sbalzo dei balconi, il vetro delle balaustre, richiamano chiaramente i ponti  e le caratteristiche costruttive delle imbarcazioni contemporanee. Mentre  il cemento con cui sono rifiniti tutti gli spazi comuni  e i piani inferiori dell’atrio, le murature dei silos ancora visibili alla base del residence, la lamiera ondulata che riveste i parapetti dei ballatoi dell’atrio, alludono esplicitamente all’edilizia industriale originaria. Se le interazioni formali e funzionali rinvenibili in questo progetto mostrano il debito che lo studio olandese intrattiene nei confronti della lezione lecorbuseriana, numerosi  sono i motivi teorici e progettuali che MVRDV ha filtrato dalle teorie koolhaasiane: la volontà di suscitare entusiasmo nei confronti del progetto di architettura e conseguentemente di progettare edifici “mitici”; la capacità inventiva di manipolare il programma della costruzione; e soprattutto la cosiddetta «strategia del vuoto» che proprio a Copenhagen nel confronto tra  progetto di MVRDV e quello di Lyneborg  mostra la sua più significativa caratteristica: l’intransigente contrapposizione alle sempre più marcate forme di cannibalismo architettonico [2].

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[1] R. Banham, L’Atlantide di cemento (1986), Laterza, Roma-Bari  1990, p.21.
[2] Cfr. M. Biraghi, Storia dell’architettura contemporanea 1945-2008, Einaudi, Torino p. 466.

Milano, 4 novembre 2012