#REMIX: Track 01

Riceviamo dal futuro e volentieri pubblichiamo:

QUANDO GLI ARCHITETTI “REMIX” ERANO GIOVANI
MEMORIE DI UNA STORIA DELL’ARCHITETTURA FUTURA

di Marco Biraghi

«…ma si può ancora, al giorno d’oggi, riesumare la storia? E la storia di quella disciplina ormai morta che è l’architettura, poi? Archeologia… Nulla che appartenga più a questi nostri tempi… Anzi, tempi vostri, dovrei dir meglio, che io ormai sono fuori tempo massimo….

Ci furono i tempi dell’architettura. E non parlo di quelli di un venerabile passato. No, ancora cinquanta, quarant’anni fa. Allora c’era ancora un ambiente fertile. Ricordo un gruppo di giovani architetti – non era proprio un gruppo nel senso consueto del termine, era piuttosto una “nuvola”, una “rete”, come si diceva allora – che concepiva ancora “artigianalmente” il progetto. Non che si preoccupassero troppo di quegli aspetti che, prima e anche dopo (dopo la fine di tutto, intendo), ad altri sono apparsi fondamentali: le “funzioni”, o il programma, ovvero il functional diagram, come hanno preso a chiamarlo (il fucktional diagram, come lo chiamo io)… Alla “nuvola” di quelle cose lì non importava nulla: facevano progetti fini a se stessi, che non servivano a nessuno – e d’altronde non erano neppure pensati per qualcuno. Perché questo era il problema (un problema che alla fine si è rivelata quasi una benedizione per loro): non c’era committenza, o almeno, non per loro; non c’era neanche troppo lavoro in generale, a dire il vero, e poi gli architetti allora erano tanto, tantissimi, prima che venissero sostituiti dal Building Project System… Ma insomma, fra il numero spropositato di architetti e la scarsità di lavoro, non era un gran periodo, quello – non a caso lo hanno chiamato la Profonda Depressione, the Deep Depression, per distinguerla da quell’altra di novant’anni prima, che avevano definito un po’ enfaticamente “Great”. Non che la Profonda Depressione sia stata più piccola, anzi, semmai più dura, lunga e dolorosa…

In ogni caso, non erano progetti fatti per essere realizzati: erano progetti fatti per progettare. E poi spesso non erano neanche progetti veri e propri. Erano più che altro dei disegni, dei bellissimi disegni (non sempre, certo, ma in alcuni casi lo erano davvero). E in ciò stava l’aspetto artigianale di cui parlavo prima. Non artigianale nel senso che fossero fatti a mano, non esageriamo! Quello non lo si faceva più neppure quarant’anni fa! Però erano artigianali perché erano curati in ogni dettaglio, uno ad uno, minuziosamente, quasi con amore, verrebbe da dire. Disegni colorati, vivaci, mica tanto realistici, non certo come quei render che si facevano tempo addietro. No, avevano una loro strana iperrealtà che li rendeva come dei quadri fotografici, non so se rendo l’idea… Quei disegni erano l’unica cosa che gli architetti della “nuvola” producessero davvero, il resto erano soltanto chiacchiere. Ma anche di quelle chiacchiere questi riuscivano a fare qualcosa. Incontri, dibattiti, mostre, eventi – spesso occasioni un po’ fasulle, che se ci partecipavi si rivelavano abbastanza inconsistenti; cose più che altro mondane (di una mondanità piuttosto cheap, naturalmente), e soprattutto molto autoreferenziali. L’uno presentava il lavoro dell’altro, l’altro il libro dell’uno, e così via… E poi era tutto un fiorire di rivistine, foglietti, leaflet. Niente che contasse sul serio, sia chiaro; però esistevano, e come si vede hanno finito per avere un qualche ruolo, quantomeno come presenza. E alla fine, quando la storia tira le somme, e deve valutare chi c’è stato e chi non c’è stato, anche queste cose contano, soprattutto in un periodo avaro di cultura come il nostro (il vostro, il vostro. L’ho già detto, eh?).

Nomi adesso non ne vorrei fare. Non me li ricordo nemmeno, a dire il vero. O almeno, qualcuno sì, ma molti sono svaniti nel vuoto. Ma non è questo che importa. Il fatto significativo di quel “movimento” che poi non è stato neanche tanto tale è che ha costituito l’ultima testimonianza di un modo di intendere l’architettura come progetto culturale. Lo so che al giorno d’oggi questa parola significa poco. Ma allora la si usava ancora, anche se questi stessi architetti, in quel momento, sembravano tutt’altro che colti. Sì, è vero, c’era in gioco quella questione delle citazioni, qualcuno lo chiamava “remix”, anche se a me quel termine non è mai piaciuto niente. Questi architetti – allora erano tutti giovani – per fare i loro “progetti”, vale a dire quei disegni di cui dicevo prima, pescavano di qua e di là, con grande disinvoltura. Proprio in questo stava il “bello”, o comunque, l’aspetto caratteristico che li distingueva da altri architetti. Sembrava che non si potesse più inventarsi qualcosa di nuovo, di diverso, nulla che non fosse stato già fatto da qualcun altro. E questo, anziché essere visto come un limite, o come un problema, costituiva quella che parecchie generazioni fa si sarebbe potuta definire la loro “cifra stilistica”.

Naturalmente loro negavano fieramente che si trattasse di una “cifra stilistica”. A dire il vero, loro negavano quasi tutto, o meglio, erano molto elusivi su tutto. Non era facile comprendere quale fosse la loro opinione su una cosa qualunque: forse per la semplice ragione che non ce l’avevano. Ma in ogni caso era estremamente raro che si sbilanciassero su qualsiasi cosa. Era una forma di sopravvivenza, probabilmente, dopo lo stato d’assedio che avevano subìto dai “padri” – e anche dai “nonni” – delle generazioni precedenti, sempre lì a dire la loro su tutto, sempre “edotti” su tutto, sempre pronti a criticare e a dare giudizi su tutto. A fronte di un assedio di questo genere, c’era da capirli sul perché volessero sfuggire al confronto e rifugiarsi nella semplice ripetizione, appena di poco differente. Era una generazione che sembrava non voler prendere posizione, anche se alla fine hanno dovuto farlo, quasi loro malgrado, e anche malgrado la loro sostanziale incapacità di farlo. Ma la storia è così, me lo si lasci dire: non è che uno debba per forza volere o voler affermare qualcosa per arrivare a farlo. A volte basta semplicemente esserci, stare ad aspettare, e le cose accadono comunque, arrivano anche senza essere state chiamate. È quello che è successo a loro, più o meno. Non avevano grandi ideali da enunciare, grandi proclami da fare. E infatti, se si vanno a leggere i loro “manifesti” (ogni gruppo ne aveva uno, magari anche due, sui loro vecchi siti internet o addirittura pubblicato da qualche parte), non c’è dentro granché, spesso proprio niente addirittura. Ma non ne importava niente a nessuno. Non era più quell’epoca eroica dei manifesti avanguardisti, in cui si poteva uccidere per un’affermazione o per il suo contrario, in cui si stava con me o contro di me: e neppure era quell’altra epoca, quella dell’arte e dell’architettura politicizzate, in cui la posizione era tutto (e spesso il “prodotto” quasi nulla). Nell’epoca della “nuvola” tutto era molto più ovattato, sospeso, incerto, proprio come se stesse dentro una nuvola davvero. Non c’era niente che valesse la pena più di un’altra cosa, tutto era abbastanza indifferente, anche se – e questo è davvero curioso e particolare – rimaneva soltanto quel “feticcio” dello scrivere un manifesto, quasi come una forma espressiva in sé, un manifesto-per-il-manifesto, come l’art-pour-l’art, non so se mi spiego. Ciascuno aveva il proprio e ciascuno lo sfoderava come fosse la propria carta d’identità, anche se quei manifesti erano ben lungi dall’identificare chicchessia. Eppure non potevano mancare, mai.

Un altro aspetto singolare di quell’accolita (voglio dire, di quelli lì di cui sto parlando. Non so se qualcuno conosce ancora il significato di questa parola… Roba d’altri tempi…) era il modo in cui si muovevano i suoi componenti. Non lo facevano compatti, come una schiera militare, o come quegli stormi di uccelli che volavano tutti insieme, come dire, all’unisono (li avrete visti forse in qualche documentario, anche se ormai non se ne vedono praticamente più nei nostri cieli), ma neppure si muovevano in ordine sparso, ognuno per conto proprio. No. Seguivano traiettorie diverse ma sempre a piccoli gruppi. Non ne trovavi mai uno isolato, erano sempre quattro o cinque alla volta. Serviva forse per darsi manforte l’un l’altro, oppure per non annoiarsi, non l’ho mai capito. Di certo dovevano avere dei problemi con la solitudine, quelli lì. Qualche carenza affettiva, o roba del genere. Altrimenti non si spiegherebbe quella fissazione del fondare gruppi. Per loro Superstudio, Archizoom e Baukuh erano il massimo, quasi delle divinità. Gruppi, sempre e soltanto gruppi, con i nomi più strani, più impronunciabili. E infatti adesso quasi nessuno si ricorda la maggior parte di quei nomi, tranne uno o due, forse, uno o due al massimo, che tuttavia io non voglio fare perché sembrerebbe poco “gentile”, per così dire, nei confronti di quegli altri nomi che invece sarebbero condannati all’oblio – anche se effettivamente sono proprio caduti nell’oblio…

Ma quello che conta – ammesso poi che conti davvero qualcosa – è il significato del “movimento” complessivo, e questo l’ho già detto, e non voglio ripetermi. Una cosa di cui invece non ho parlato, e che invece non va assolutamente dimenticata, è l’importanza del disegno per tutti quei gruppi. Erano disegni proprio fantastici, non c’è che dire, tanto nel senso che – almeno alcuni – erano davvero molto belli, quanto in quello che spesso oltrepassavano proprio la realtà, come se progettare non consistesse nel produrre un nuovo edificio all’interno del mondo già noto, niente affatto; per loro progettare equivaleva a reinventare il mondo tutto quanto, da capo, anche se era un’invenzione che durava soltanto per lo spazio di quel disegno. Voglio dire che non sembravano avere l’ambizione di certi loro predecessori, di costruire (o anche solo immaginare) mondi alternativi, utopie, come si chiamavano una volta. Non c’era nessun “discorso” dietro quei disegni: erano soltanto disegni, a volte belli, bellissimi disegni. Ragione per cui, non c’è molto altro da dire, non saprei cos’altro dire, penso di avere detto tutto. Se poi mi domandate che cosa ne pensavo io allora, che cosa volete che vi dica? Allora tutta quella roba non sembrava granché, certo, anche se rapportata alla schiera di architetti e di studi di architettura che pensava soltanto a costruire, costruire e costruire, senza nessuna ambizione, senza nessuna idea, non era neanche poi così male. È stato in seguito che questi della “nuvola”, o del “remix” (l’ho già detto che non mi è mai piaciuta questa definizione?) hanno incominciato ad acquistare un certo credito, soprattutto presso coloro che erano nostalgici dell’idea di architettura come espressione culturale, e non soltanto come pacchetto di soluzioni tecnologico-costruttive da applicare in maniera meccanica – sapete cosa intendo, tutte quelle boiate dell’“efficientamento” che hanno portato al Building Project System… Ma questa – che piaccia o meno – è la storia, con le sue dinamiche, i suoi errori, omissioni, dimenticanze, deformazioni. E poco conta che l’architettura nel frattempo sia scomparsa, che di architettura non si possa proprio più parlare, in questo vostro mondo: la storia lavora lo stesso, con quello che ha a sua disposizione, con i materiali che trova, per quanto possano sembrare o essere effettivamente miseri. Scrivere la storia invece è tutt’altra cosa. Oggi poi è quasi un’assurdità. Non importa più a nessuno. A nessuno. Non so neanche perché mi sia messo a parlarne. È roba passata. Roba di cui non importa più a nessuno, e di cui più nessuno parla o vuole sentire parlare. Figuratevi che qualche tempo fa qualcuno – non dirò chi – mi ha chiesto di fare un aggiornamento in trigitale della mia vecchia e a modo suo gloriosa Storia dell’architettura contemporanea con un capitolo sul panorama architettonico italiano degli anni 2015-20. E sapete che cosa gli ho risposto io? Non ci penso neanche! Perché non gliene importa più a nessuno di quella roba lì! E se io oggi ne ho parlato è solo perché in fondo a quell’epoca, a quel mondo ormai andato, ci sono rimasto affezionato.

Ma adesso basta! Mangiamoci quella torta, altrimenti finisce che mi commuovo, a furia di ripensare a quei maledetti anni…».

[Estratto dal discorso tenuto da Marco Biraghi il 18 settembre 2059 in occasione del suo centesimo compleanno]