Tessere nell’ineffabile Juan Navarro Baldeweg. Intersezioni e confluenze di Antonello Marotta

Recensione di Gabriella Lo Ricco

«Un albero non finisce: il suo essere e funzione si estendono nell’aria, nell’acqua, nei minerali della terra e nel sole».

Baldeweg

L’antica arte della tessitura – per artisti e psicoanalisti metafora esistenziale e analitica che tiene unite le diverse istanze che ci attraversano – prevede la stesura nei telai dell’ordito (l’insieme dei fili che vengono tesi longitudinalmente), la “struttura” sulla quale s’intreccia poi la trama. Antonello Marotta, architetto e docente all’Università di Sassari, nel recente libro dedicato al multiforme lavoro di Juan Navarro Baldeweg costruisce diciannove orditi: “la fenomenologia e il dialogo tra le arti”, “Duchamp e la riscrittura della realtà”, “intersezioni e confluenze”, “la forma che si ripete e la geometria complementare”, “l’ombra come processo sottrattivo”, “corpi tra equilibri e tensioni”, “i luoghi simbolici dell’acqua”, “soglie topografiche, soglie temporali”, “strati archeologici”, “lo spazio interiore”, “paesaggi intesi come forma-processo”, “un oggetto è una sezione”, “strutture di luce”, “il legame con il luogo”, “una poetica a contatto con la storia”, “memorie dal sottosuolo”, “lavorare sul confine”, “sezionare attraverso il cavo”.

Ogni ordito, o capitolo, individua alcuni dei temi che contraddistinguono il lavoro di Baldeweg, ricostruendone a volte le linee genealogiche culturali o le influenze, e sempre ancorandoli con la produzione architettonica o artistica. A questi orditi Marotta intreccia plurime trame: il percorso biografico-formativo e gli scritti dell’architetto, il ruolo fondativo della lezione di György Kepes, e ancora, letture e interpretazioni di storici e critici d’arte e di architettura come Ángel González García, John Berger, Rosalind Krauss, Georges Didi-Huberman, Juan José Lahuerta o Francesco Dal Co.  

Questa struttura permette di creare un tessuto in grado di far emergere le specificità e insieme le complessità che attraversano questa poliedrica figura: pittore, scultore e architetto, acuto studioso delle architetture di John Soane, delle opere di Paul Cézanne e di Marcel Duchamp, delle incisioni di Abrahm Bosse, degli ideogrammi del calligrafo giapponese Hon’ami Koetsu, solo per citarne alcuni, Baldeweg trascorre da un territorio artistico all’altro con una profondità di sguardo, di percezione e di coscienza storica riscontrabili anche nei suoi meravigliosi scritti. Il tessuto “intrecciato” da Marotta diventa in tal modo strumentale a evidenziare il sapiente e sottile oscillare dell’architetto iberico tra discipline plastiche diverse che nel suo lavoro però si alimentano reciprocamente, nonché il suo respirare le forme culturali che approfondisce nel corso del suo percorso umano e professionale.

Allestimento nel Museo di Santa Giulia, 2020 | © Archivio Fotografico Musei Brescia, A. Chemollo, J. Navarro Baldeweg.

Ne emergono la profonda sensibilità e la cultura di un architetto che in un intenso testo del 2003, scritto in occasione del suo ingresso all’Accademia Reale di belle Arti di Madrid – L’orizzonte della mano –, si autodefinisce «entusiasta per tutte le possibilità creative». Modellare, dipingere o edificare, in effetti, per Baldeweg appartengono a un’esigenza profonda, talmente profonda – e quindi insieme vasta, direbbe Rilke – che non è possibile limitarli a quelle specificità disciplinari che abbiamo messo a punto per approfondire i singoli ambiti. Per Baldeweg l’urgenza di «plasmare la materia per darle una forma non può che coprire senza soluzione di continuità tutto il ventaglio delle manifestazioni artistiche». 

Il libro di Marotta evidenzia i modi attraverso cui arte, letteratura, poesia, architettura, hanno alimentato e nutrono la produzione di Baldeweg, che forse proprio per tali motivi è emersa, sin dagli anni Ottanta del Novecento – ed emerge ancor oggi –, per la sua sorprendente e preziosa inattualità. Dove l’inattualità di Baldeweg risiede nelle rare capacità di riscrivere con arguzia la modernità e di declinare fonti d’ispirazione e di riflessione senza ridurli a imitazioni sterili o inappropriate rispetto ai diversi paesaggi di compimento dell’opera architettonica. Le sue architetture sono in effetti spesso in bilico tra appropriatezza e sperimentazione, tra ordine e molteplice, tra tecnica e manualità, tra astrazione e figurazione, tra rigore razionale e impulso ornamentale, tra «austerità e gioco» come afferma lo stesso Baldeweg; sempre comunque radicate nei rispettivi luoghi e spesso in risonanza con altri lavori, suoi o di quel grande universo di tracce e riflessioni che ci precede e che l’architetto iberico sente in risonanza con la propria ricerca.

Basti pensare al Palazzo dei congressi di Salamanca (1992): la cupola ribassata e sospesa che lo contraddistingue, già sperimentata nella biblioteca del centro di san Francisco el Grande di Madrid (1985) compare in numerosi quadri in cui Baldeweg ne esplora gli effetti luminosi, come nel caso di El baño (1985). Una cupola che prosegue le sperimentazioni tardo-settecentesche di John Soane nel ribaltare le concezioni di carico e di supporto e che insieme riecheggia le riflessioni sulla natura della percezione di pesi e sostegni indagata con La columna y el peso (1971-75). Eppure, quella “cupola sospesa”, costruita in quel preciso momento storico, è, insieme, una valida alternativa al peso della cultura classica franchista. 

La columna y el peso, 1971-75 | © J. Navarro Baldeweg.
El baño 1985 | © J. Navarro Baldeweg.

O, ancora, nella più recente Università Pompeu Fabra a Barcellona (2008), quel rigore e quell’espressività manuali e insieme tecnici che la contraddistinguono derivano da una precisa riflessione di Baldeweg sulla nostra contemporaneità: la tecnica che informa i prodotti e le architetture della nostra epoca può ancora essere affiancata come nell’antichità dal segno dell’uomo. Così, nell’apparato decorativo che contrassegna l’Università riecheggiano i Garabatos (scarabocchi) del 1988, “segni che diventano scrittura”, afferma Marotta, piuttosto che l’installazione al Centro Galego de Arte Contemporánea del 2002, e, più indietro nel tempo, l’arte calligrafica orientale in grado di comunicare significati e insieme emozioni e sensazioni del calligrafo. 

Tra le trame e gli orditi intessuti per far emergere l’eterogeneo che è proprio di una ricerca e di un lavoro che si compie in diversi ambiti artistici, si respira quell’ineffabile che attraversa il percorso, la riflessione e, dunque, la produzione di Baldeweg: qualcosa di impalpabile che si configura come un processo di scoperta continua di nuovi paesaggi conoscitivi e ideativi, un “laboratorio vivente di idee” lo definisce Marotta, che a tratti sfugge e che insieme ha una controparte concreta nel dare senso al costruito, nel risignificare tempi e luoghi in cui le architetture sono realizzate e, insieme, nell’arricchire la nostra esperienza di essere e percepire uno spazio.

Milano, luglio 2025

Interno della biblioteca del centro di san Francisco el Grande di Madrid 1982-1994
© J. Azurmendi, J. Navarro Baldeweg.
Palazzo dei congressi e delle esposizioni di Castilla-León, Salamanca, 1985-1992 | schizzo © J. Navarro Baldeweg.

Palazzo dei congressi e delle esposizioni di Castilla-León, Salamanca, 1985-1992 | interno
© J. Azurmendi, J. Navarro Baldeweg.
Garabatos (scarabocchi), 1998 | © J. Navarro Baldeweg
Garabatos (scarabocchi), 1998 | © J. Navarro Baldeweg
Mostra al Centro Galego de Arte Contemporánea (CGAC), 2002 | © M. Ritchie, J. Navarro Baldeweg
Università Pompeu Fabra a Bercellona, 2008 © L. Jansana, J. Navarro Baldeweg.

Recensione a:
Antonello Marotta,
Navarro Baldeweg. Intersezioni e confluenze
LetteraVentidue, Siracusa
Ottobre 2024