di Eugenio Lux
Gizmo ricorda Sonia Gessner (1938-2026), attrice, traduttrice e mediatrice culturale, presenza silenziosa nella cultura architettonica italiana del secondo Novecento, capace di attraversare mondi diversi, al crocevia di alcune delle esperienze più rilevanti della cultura italiana dal dopoguerra a oggi. Legata sentimentalmente e intellettualmente ad Aldo Rossi dal 1965 (1931-1997) e successivamente a Giorgio Grassi (1935), ha contribuito in modo discreto ma determinante alla circolazione di testi e idee che hanno segnato profondamente il dibattito architettonico italiano, favorendo l’ingresso e la rielaborazione della cultura tedesca e mitteleuropea. A lei si deve la prima traduzione italiana di Parole nel vuoto di Adolf Loos (Ins Leere Gesprochen, 1921 e Trotzdem, 1931), pubblicata da Adelphi nel 1972, un testo entrato a pieno titolo nell’Olimpo dei classici del pensiero architettonico. A questo si affiancano le traduzioni di altri importanti volumi: Un’idea di piano (Entfaltung einer Planungsidee, 1963) e Architettura a Berlino negli anni Venti (Berliner Architektur der 20er Jahre, 1967) di Ludwig Hilberseimer, pubblicati rispettivamente da Marsilio nel 1967 e da Franco Angeli nel 1979; Osservazioni elementari sul costruire (Hausbau und Dergleichen, 1916) di Heinrich Tessenow, pubblicata da Franco Angeli nel 1975; e infine, la storica rivista della Germania di Weimar Das Neue Frankfurt (1926-1931) diretta da Ernst May, pubblicata da Dedalo nel 1993. Attraverso questo lavoro di mediazione, Sonia Gessner ha reso possibile un dialogo diretto e consapevole tra la cultura italiana e quella austro-tedesca, lasciando un segno riconoscibile nella formazione teorica di Rossi e di Grassi. Accanto a ciò si sviluppa la sua carriera di attrice teatrale e, successivamente, cinematografica e televisiva, che annovera numerose partecipazioni di rilievo: dal metacinema di 8½ (1963) di Federico Fellini fino alla malinconica eleganza de La grande bellezza (2013) e di Youth – La Giovinezza (2015) di Paolo Sorrentino, passando per Colpire al cuore (1982) di Gianni Amelio – cui partecipano anche i figli Vera e Fausto – e Perdiamoci di vista (1994) di Carlo Verdone. Resta, nella memoria culturale, la figura di una donna che ha operato soprattutto nell’interstizio tra lingue, tra discipline, tra ambienti intellettuali solo apparentemente distanti come quelli del cinema e dell’architettura. Una presenza discreta ma essenziale, che ha contribuito a costruire connessioni invisibili e durature nella cultura contemporanea.