Stardust. Una storia d’amore e architettura, o anche la gioia dell’irrequietezza

di Giovanni Manfolini

L’irrequietezza non è la sensazione più immediata che ci si immagina di percepire davanti a una posata coppia di architetti, ormai non più giovanissimi ma ancora incredibilmente sagaci e lucidi, proiettati sullo schermo di un vecchio cinema romano. Eppure, in una sala gremita di architetti e appassionati, assai irrequieti sembrano gli animi degli spettatori. La pellicola Stardust. A story of love and architecture, presentata nella sezione Freestyle del Festival del Cinema di Roma 2025, racconta la straordinaria quotidianità di Robert Venturi e Denise Scott Brown, in un documentario che è anche una dichiarazione d’affetto del figlio della coppia, Jim Venturi, che ha diretto il film insieme ad Anita Naughton. 

Il termine irrequieto non rispecchia, insomma, la prima impressione offerta dai due architetti, ripresi e intervistati in varie fasi della loro vita, eppure è proprio questo l’aggettivo che, a posteriori, meglio descrive il sodalizio, professionale e relazionale, della coppia statunitense e che più risuona al termine della visione del film. Spogliata da qualsiasi accezione comportamentale e di giudizio, l’irrequietezza dei due protagonisti non si concretizza nella fisicità o negli atteggiamenti, bensì in una dimensione sottocutanea, intima, di sensibilità interiore. La maestria dei due registi nel trasmettere al pubblico i caratteri della coppia in una chiave così autentica consente allo spettatore di cogliere questa dimensione: Venturi e Scott Brown appaiono irrequieti non tanto nella quotidianità, quanto nel loro posizionamento.

Nel film i due maestri vengono descritti come «ribelli», ma la ribellione presuppone una postura antipodica nei confronti di un oggetto e, in fin dei conti, Venturi e Scott Brown non sono mai veramente evasi dal loro quotidiano; nonostante ciò, sono diventati tra gli architetti e gli intellettuali più influenti del secolo breve, lasciando in eredità insegnamenti ancora oggi validi e preziosi. 

Suddiviso in capitoli, senza un ordine cronologico preciso, il film delinea in ciascuna sezione una fase della carriera dei progettisti. Un’intera vita passata a Filadelfia, lontano dalla scena architettonica newyorkese, animata dagli yuppies e da figure come Philip Johnson, eppure comunque presenti e influenti. È forse proprio il capitolo inerente al rapporto della coppia con Johnson che meglio scioglie ogni aspetto dell’irrequietezza dei due: emerge la bellezza del non essere gregari, di sostenere le proprie idee anche quando l’ambiente professionale e intellettuale intorno si dimostra distaccato o dichiaratamente ostile. Le teorie di Venturi e Scott Brown si basano su osservazioni lucide, innescate – nel proprio quotidiano – da quella vibrante irrequietezza determinante. Ed è forse proprio grazie a tale dimensione, al conseguenziale spirito critico e a una sorta di insofferenza verso la subalternità che hanno raggiunto l’apice della loro carriera intellettuale e professionale. Il film è una dichiarazione d’amore e di ammirazione di un figlio verso i genitori che, senza scadere nel sentimentalismo, riesce a comunicare tutta la forza e, soprattutto, quel primario sentimento di indipendenza e autenticità che lega e distingue la coppia di professionisti, alimentato da un velo costante di diafana irrequietezza, elemento imprescindibile per il conseguimento di ogni pensiero critico.

In ciascun capitolo del documentario, dall’inizio alla fine, è percepibile un lieve stato di frenesia e turbolenza: dal modo in cui viene sviscerato – sin dalla sua formazione – il loro legame sentimentale, allo sconcerto, nel 1991, di vedere riconosciuto il Pritzker soltanto a uno dei due. È proprio nell’assenza di movimento critico, di desiderio e di spinta conoscitiva e dialettica che il pensiero rischia di non riuscire a sedimentare: libri caposaldi della letteratura architettonica occidentale, come Learning from Las Vegas (1972) o Complexity and Contradiction in Architecture (1966), nascono proprio da questo bisogno di osservare oltre, al di là dei codici precostituiti, scaturito dalla sempre presente, intrinseca irrequietezza, costante dimensione motrice. La pellicola si chiude con le immagini dei due architetti e compagni intellettuali, oltre che di vita, felici sulle note di American Pie di Don McLean, immersi in uno degli spazi descritti e discussi proprio in Learning from Las Vegas: lontani dagli scintillanti scenari newyorkesi, calati in quel contesto che, codificato e discusso, è stato in grado di cambiare la percezione di molti luoghi simili in tutto l’Occidente, proprio grazie alla gioia dell’essere critici, dell’essere irrequieti.

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